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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 6
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Capitolo 6 di 10 17 min di lettura

La Promessa Anale di Erika

Una serata da fidanzati diventa più calda, adulta e pericolosa del previsto.
Tra telefoni ignorati, promesse mantenute e oggetti lasciati sul comodino, il confine con Giulia si assottiglia ancora di più.

Alessia
3 mesi fa · 1.5k letture · 1

Erano passati quattro giorni dal fine settimana al mare. Quattro giorni in cui il caldo in città era diventato una cappa soffocante e il ricordo di quell’orgasmo strozzato nell'acqua mi si era incollato addosso come sale sulla pelle.

Giovedì sera. Il campanello suonò alle otto e mezza. Aprii la porta e mi trovai davanti Erika. Era reduce da un turno massacrante in ospedale, ed era bellissima nella sua stanchezza. Non aveva bisogno di mettersi in posa per essere sexy: lo era in modo naturale, adulto e fottutamente reale. I capelli biondi erano raccolti in uno chignon spettinato tenuto su per miracolo da una molletta. Indossava un vestito estivo leggero, di un cotone sottile a fiorellini che le fasciava morbidamente i fianchi e le lasciava scoperte le spalle ancora dorate dall'abbronzatura. Sotto gli occhi azzurri aveva un'ombra leggera di stanchezza, i sandali ai piedi e la pesante borsa di cuoio dell'ospedale su una spalla. Emanava un'energia calda, affettuosa, di casa.

Entrò buttando le chiavi sul mobiletto dell'ingresso e mi puntò il dito contro, sospirando. «Se non mi dai da mangiare, da bere e almeno tre coccole serie nelle prossime due ore, ti lascio per il tuo ventilatore.»

Sorrisi, chiudendo la porta e appoggiandomi allo stipite. «Il ventilatore almeno non mi chiede come sto quando torno a casa.»

Erika fece una risatina stanca, passandosi una mano sul collo sudato. «Appunto. Relazione tossica ma stabile. Proprio quello che mi serve oggi.»

Si avvicinò, mi prese il viso tra le mani e mi diede un bacio morbido, che sapeva di burrocacao e stanchezza. Poi si diresse verso il tavolo della cucina e scaricò il contenuto della sua borsa tote. Tirò fuori due cartoni di pad thai presi al volo sotto casa, un paio di birre ghiacciate e una vaschetta di gelato.

E poi, con finta noncuranza, lasciò cadere sul tavolo un flaconcino di plastica trasparente con l'etichetta azzurra. Lubrificante a base d'acqua.

La guardai. Lei mi fece l'occhiolino, un gesto di un'intimità e di una sfacciataggine che mi fece sorridere davvero. «Le promesse fatte in cabina si mantengono,» mormorò, sfilandosi il vestito dalla spalla per farlo respirare. «Ma prima, fammi mangiare o svengo.»

Ci piazzammo sul divano del piccolo soggiorno. Le finestre erano spalancate per far entrare quel minimo di corrente serale, ma l'aria era immobile. Il condensato delle bottiglie di birra creava piccole pozze sul tavolino basso davanti a noi. Erika si era tolta i sandali. Aveva allungato le gambe nude e abbronzate sulle mie cosce, la gonna del vestitino estivo che le era scivolata indietro rivelando un lembo di slip bianco di pizzo.

Senza pensarci, la mia mano si posò sulla sua caviglia. Iniziai a massaggiarle il piede, premendo i pollici sotto la pianta, sciogliendo la tensione di dieci ore passate a correre in corsia. Lei chiuse gli occhi, emettendo un suono di puro godimento mentre masticava i noodles, e iniziò a raccontarmi della caposala e dei ritardi dei medici. Era un momento perfetto. La decompressione totale. Una bolla di normalità che avrei dovuto proteggere a ogni costo.

Ma la bolla scoppiò non appena il mio telefono, appoggiato sul bracciolo del divano, vibrò con due brevi ronzii. Lo schermo si illuminò.

Giulia: «Erika è da te?»

Il mio pollice si fermò sulla caviglia di Erika per una frazione di secondo. Recuperai il telefono, cercando di mantenere l'espressione impassibile, e digitai rapido con una mano sola. «Non scrivermi.»

Nemmeno il tempo di bloccare lo schermo, e arrivò la risposta. Giulia: «Quindi sì.» Giulia: «Tranquillo, oggi faccio la brava da lontano.»

Sì, certo. Fare la brava intrufolandosi nel mio telefono mentre la sorella le stava a un metro di distanza. Una rivendicazione di territorio invisibile. Strinsi la mascella e capovolsi il telefono a faccia in giù sul bracciolo, forse con un po' troppa forza.

Erika, che si stava portando la birra alle labbra, notò il gesto. Si fermò a metà movimento. «Chi era?» chiese, senza smettere di guardare il cellulare rovesciato.

«Nessuno. Pubblicità della compagnia telefonica,» mentii, riprendendo a massaggiarle il piede con finta disinvoltura.

Erika fece un mezzo sorriso ironico, prendendo un sorso di birra. «Nessuno ti fa sempre venire quella faccia da colpevole di omicidio stradale,» commentò, divertita.

Non c'era sospetto nella sua voce, solo la confidenza di una donna che conosce a memoria le espressioni del proprio ragazzo. Era ironica, non investigativa. Ma quel piccolo fottuto seme c'era. Aveva notato che stavo nascondendo qualcosa.

Mandai giù un sorso di birra per lavar via il nodo che avevo in gola. «Sono solo stanco, i libri mi stanno friggendo il cervello,» tagliai corto.

Erika sembrò accontentarsi. Si accoccolò meglio contro i cuscini del divano, giocherellando con un filo del suo vestito. «A proposito di stanchezza... mi è dispiaciuto che domenica tu sia dovuto scappare la sera stessa. Si stava così bene al mare. Però...» Fece una pausa, aggrottando leggermente le sopracciglia, come se stesse cercando le parole giuste. «Comunque Giulia domenica era stranissima.»

I miei muscoli si contrassero. La mia mano si irrigidì sulla sua pelle calda. Feci un respiro lento e calibrato prima di rispondere. «Giulia è sempre stranissima,» dissi, cercando di buttarla sul ridere. «È la sua modalità standard.»

«No,» insistette Erika, scuotendo la testa, l'espressione che si faceva più seria e riflessiva. «Domenica era strana in modo diverso. Troppo zitta. Da quando è uscita dall'acqua dopo quel bagno infinito, non ha spiccicato parola fino a sera. Mi ha messo un'ansia assurda. Sembrava una che stava progettando un colpo di stato.»

Quella frase mi rimbombò nel cranio. Progettando un colpo di stato. Erika era sveglia, cazzo se lo era. Non sospettava minimamente che io avessi spinto la sorella contro uno scoglio, obbligandola a venire strozzata mentre le facevo guardare il suo ombrellone. Ma aveva percepito perfettamente il cambiamento di energia. Aveva colto che il silenzio di Giulia non era il capriccio di una mocciosa, ma la quiete prima di una tempesta devastante.

Cercai di minimizzare, passandole la mano lungo il polpaccio liscio. «Avrà preso troppo sole,» le dissi, sfoderando un sorriso rassicurante. «O era infastidita che le tue attenzioni fossero per me.»

Erika rise, una risata di gola, allegra e cristallina, lasciando scivolare via l'argomento. «O troppo ego,» replicò divertita, chiudendo il cartone della cena. «Quello sicuramente non le manca.»

Si sporse in avanti per posare il cibo sul tavolo. Nel farlo, il vestitino si sollevò ancora di più, e lo scollo si aprì, offrendomi una visuale perfetta dei suoi seni. La sua mano sfiorò inavvertitamente il flaconcino di lubrificante, e lei mi lanciò un'occhiata carica di una lussuria morbida, complice, sicura.

Tutto in Erika mi diceva che ero al sicuro. Che quella era la mia casa. Ma l'ombra di Giulia, e la consapevolezza di quel fottuto colpo di stato in preparazione, mi gravava sul petto come un blocco di cemento armato. E sapevo, con assoluta certezza, che quella pace non sarebbe durata ancora a lungo.

Dopo aver finito la sua porzione di pad thai, Erika si alzò dal divano. Prese il cartone vuoto, lo buttò nel cestino e poi si avvicinò alla sua borsa, frugando per un paio di secondi tra le chiavi e il portafoglio. Quando si voltò, aveva in mano la boccetta di plastica azzurra. Me la lanciò con naturalezza. La presi al volo.

«Ah, quasi dimenticavo,» disse, con un sorriso malizioso e perfettamente a suo agio. «Avevamo detto “la prossima volta”, no?»

Era il lubrificante a base d'acqua. Guardai la boccetta, poi lei. Rimasi un secondo spiazzato dal suo tempismo. Erika era così dannatamente adulta. Non c'era imbarazzo, non c'erano giochetti di potere contorti. Era la mia fidanzata, ed era complice.

Prima di andare avanti…

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