Sorella Sbagliata

Capitolo 6 - La Promessa Anale di Erika

Una serata da fidanzati diventa più calda, adulta e pericolosa del previsto.
Tra telefoni ignorati, promesse mantenute e oggetti lasciati sul comodino, il confine con Giulia si assottiglia ancora di più.

A
Alessia

9 ore fa

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Erano passati quattro giorni dal fine settimana al mare. Quattro giorni in cui il caldo in città era diventato una cappa soffocante e il ricordo di quell’orgasmo strozzato nell'acqua mi si era incollato addosso come sale sulla pelle.

Giovedì sera. Il campanello suonò alle otto e mezza. Aprii la porta e mi trovai davanti Erika. Era reduce da un turno massacrante in ospedale, ed era bellissima nella sua stanchezza. Non aveva bisogno di mettersi in posa per essere sexy: lo era in modo naturale, adulto e fottutamente reale. I capelli biondi erano raccolti in uno chignon spettinato tenuto su per miracolo da una molletta. Indossava un vestito estivo leggero, di un cotone sottile a fiorellini che le fasciava morbidamente i fianchi e le lasciava scoperte le spalle ancora dorate dall'abbronzatura. Sotto gli occhi azzurri aveva un'ombra leggera di stanchezza, i sandali ai piedi e la pesante borsa di cuoio dell'ospedale su una spalla. Emanava un'energia calda, affettuosa, di casa.

Entrò buttando le chiavi sul mobiletto dell'ingresso e mi puntò il dito contro, sospirando. «Se non mi dai da mangiare, da bere e almeno tre coccole serie nelle prossime due ore, ti lascio per il tuo ventilatore.»

Sorrisi, chiudendo la porta e appoggiandomi allo stipite. «Il ventilatore almeno non mi chiede come sto quando torno a casa.»

Erika fece una risatina stanca, passandosi una mano sul collo sudato. «Appunto. Relazione tossica ma stabile. Proprio quello che mi serve oggi.»

Si avvicinò, mi prese il viso tra le mani e mi diede un bacio morbido, che sapeva di burrocacao e stanchezza. Poi si diresse verso il tavolo della cucina e scaricò il contenuto della sua borsa tote. Tirò fuori due cartoni di pad thai presi al volo sotto casa, un paio di birre ghiacciate e una vaschetta di gelato.

E poi, con finta noncuranza, lasciò cadere sul tavolo un flaconcino di plastica trasparente con l'etichetta azzurra. Lubrificante a base d'acqua.

La guardai. Lei mi fece l'occhiolino, un gesto di un'intimità e di una sfacciataggine che mi fece sorridere davvero. «Le promesse fatte in cabina si mantengono,» mormorò, sfilandosi il vestito dalla spalla per farlo respirare. «Ma prima, fammi mangiare o svengo.»

Ci piazzammo sul divano del piccolo soggiorno. Le finestre erano spalancate per far entrare quel minimo di corrente serale, ma l'aria era immobile. Il condensato delle bottiglie di birra creava piccole pozze sul tavolino basso davanti a noi. Erika si era tolta i sandali. Aveva allungato le gambe nude e abbronzate sulle mie cosce, la gonna del vestitino estivo che le era scivolata indietro rivelando un lembo di slip bianco di pizzo.

Senza pensarci, la mia mano si posò sulla sua caviglia. Iniziai a massaggiarle il piede, premendo i pollici sotto la pianta, sciogliendo la tensione di dieci ore passate a correre in corsia. Lei chiuse gli occhi, emettendo un suono di puro godimento mentre masticava i noodles, e iniziò a raccontarmi della caposala e dei ritardi dei medici. Era un momento perfetto. La decompressione totale. Una bolla di normalità che avrei dovuto proteggere a ogni costo.

Ma la bolla scoppiò non appena il mio telefono, appoggiato sul bracciolo del divano, vibrò con due brevi ronzii. Lo schermo si illuminò.

Giulia: «Erika è da te?»

Il mio pollice si fermò sulla caviglia di Erika per una frazione di secondo. Recuperai il telefono, cercando di mantenere l'espressione impassibile, e digitai rapido con una mano sola. «Non scrivermi.»

Nemmeno il tempo di bloccare lo schermo, e arrivò la risposta. Giulia: «Quindi sì.» Giulia: «Tranquillo, oggi faccio la brava da lontano.»

Sì, certo. Fare la brava intrufolandosi nel mio telefono mentre la sorella le stava a un metro di distanza. Una rivendicazione di territorio invisibile. Strinsi la mascella e capovolsi il telefono a faccia in giù sul bracciolo, forse con un po' troppa forza.

Erika, che si stava portando la birra alle labbra, notò il gesto. Si fermò a metà movimento. «Chi era?» chiese, senza smettere di guardare il cellulare rovesciato.

«Nessuno. Pubblicità della compagnia telefonica,» mentii, riprendendo a massaggiarle il piede con finta disinvoltura.

Erika fece un mezzo sorriso ironico, prendendo un sorso di birra. «Nessuno ti fa sempre venire quella faccia da colpevole di omicidio stradale,» commentò, divertita.

Non c'era sospetto nella sua voce, solo la confidenza di una donna che conosce a memoria le espressioni del proprio ragazzo. Era ironica, non investigativa. Ma quel piccolo fottuto seme c'era. Aveva notato che stavo nascondendo qualcosa.

Mandai giù un sorso di birra per lavar via il nodo che avevo in gola. «Sono solo stanco, i libri mi stanno friggendo il cervello,» tagliai corto.

Erika sembrò accontentarsi. Si accoccolò meglio contro i cuscini del divano, giocherellando con un filo del suo vestito. «A proposito di stanchezza... mi è dispiaciuto che domenica tu sia dovuto scappare la sera stessa. Si stava così bene al mare. Però...» Fece una pausa, aggrottando leggermente le sopracciglia, come se stesse cercando le parole giuste. «Comunque Giulia domenica era stranissima.»

I miei muscoli si contrassero. La mia mano si irrigidì sulla sua pelle calda. Feci un respiro lento e calibrato prima di rispondere. «Giulia è sempre stranissima,» dissi, cercando di buttarla sul ridere. «È la sua modalità standard.»

«No,» insistette Erika, scuotendo la testa, l'espressione che si faceva più seria e riflessiva. «Domenica era strana in modo diverso. Troppo zitta. Da quando è uscita dall'acqua dopo quel bagno infinito, non ha spiccicato parola fino a sera. Mi ha messo un'ansia assurda. Sembrava una che stava progettando un colpo di stato.»

Quella frase mi rimbombò nel cranio. Progettando un colpo di stato. Erika era sveglia, cazzo se lo era. Non sospettava minimamente che io avessi spinto la sorella contro uno scoglio, obbligandola a venire strozzata mentre le facevo guardare il suo ombrellone. Ma aveva percepito perfettamente il cambiamento di energia. Aveva colto che il silenzio di Giulia non era il capriccio di una mocciosa, ma la quiete prima di una tempesta devastante.

Cercai di minimizzare, passandole la mano lungo il polpaccio liscio. «Avrà preso troppo sole,» le dissi, sfoderando un sorriso rassicurante. «O era infastidita che le tue attenzioni fossero per me.»

Erika rise, una risata di gola, allegra e cristallina, lasciando scivolare via l'argomento. «O troppo ego,» replicò divertita, chiudendo il cartone della cena. «Quello sicuramente non le manca.»

Si sporse in avanti per posare il cibo sul tavolo. Nel farlo, il vestitino si sollevò ancora di più, e lo scollo si aprì, offrendomi una visuale perfetta dei suoi seni. La sua mano sfiorò inavvertitamente il flaconcino di lubrificante, e lei mi lanciò un'occhiata carica di una lussuria morbida, complice, sicura.

Tutto in Erika mi diceva che ero al sicuro. Che quella era la mia casa. Ma l'ombra di Giulia, e la consapevolezza di quel fottuto colpo di stato in preparazione, mi gravava sul petto come un blocco di cemento armato. E sapevo, con assoluta certezza, che quella pace non sarebbe durata ancora a lungo.

Dopo aver finito la sua porzione di pad thai, Erika si alzò dal divano. Prese il cartone vuoto, lo buttò nel cestino e poi si avvicinò alla sua borsa, frugando per un paio di secondi tra le chiavi e il portafoglio. Quando si voltò, aveva in mano la boccetta di plastica azzurra. Me la lanciò con naturalezza. La presi al volo.

«Ah, quasi dimenticavo,» disse, con un sorriso malizioso e perfettamente a suo agio. «Avevamo detto “la prossima volta”, no?»

Era il lubrificante a base d'acqua. Guardai la boccetta, poi lei. Rimasi un secondo spiazzato dal suo tempismo. Erika era così dannatamente adulta. Non c'era imbarazzo, non c'erano giochetti di potere contorti. Era la mia fidanzata, ed era complice.

«Non fare quella faccia,» rise lei, appoggiandosi al tavolo. «L'hai proposto tu, filosofo.»

«Sì,» risposi, soppesando la plastica tra le dita. «Ma detto in una cabina di legno mentre rischiavamo l'arresto sembrava meno organizzato.»

«Io sono una donna seria,» replicò lei, inarcando un sopracciglio con un'ironia deliziosa. «Se prometto una porcheria, la pianifico.»

La sua risata leggera mi trascinò fuori dai miei pensieri oscuri. Lasciai il lubrificante sul tavolino e mi alzai, avvicinandomi a lei. Erika non era aggressiva. Era sicura. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò, un bacio profondo che sapeva di birra e di voglia accumulata. Eppure, mentre la mia lingua incontrava la sua, sentivo che una parte del mio cervello era rimasta agganciata a quel fottuto telefono sul bracciolo del divano.

Come se il destino volesse punirmi, l'apparecchio vibrò di nuovo. Un ronzio breve contro il tessuto. Lo ignorai, continuando a baciarla, ma Erika si staccò dolcemente, fissandomi negli occhi.

«È ancora Nessuno?» chiese, la voce bassa.

«Sì,» mentii per l'ennesima volta.

«Nessuno è insistente.» Feci per allungare il braccio verso il divano, col solo intento di spegnerlo, ma lei fu più veloce. Mi prese il telefono di mano. Non c'era rabbia nel suo gesto, solo un possesso calmo e assoluto. Lo portò sul mobiletto dell'ingresso, lontano da noi, lasciandolo a faccia in giù.

Tornò da me, accorciando la distanza fino a far sfiorare i nostri petti. «Stasera niente telefono,» sussurrò. Fece una piccola pausa, i suoi occhi azzurri che mi leggevano dentro. «Niente fantasmi.» Mi accarezzò la guancia. «Stasera guardi me.»

Mi prese per mano e mi guidò verso la camera da letto. Le persiane erano aperte per far girare l'aria, e la luce giallognola dei lampioni filtrava attraverso le tapparelle. Il ventilatore a piantana ronzava in un angolo, smuovendo appena il calore opprimente della stanza. Ci sedemmo sul bordo del letto. Le lenzuola leggere ci sfioravano le ginocchia, e da fuori arrivava il rumore ovattato del traffico serale.

Erika si mise a cavalcioni sulle mie cosce. Con movimenti lenti, mi sfilò la maglietta, gettandola sul pavimento. Iniziò a baciarmi il collo, scendendo sul petto, la sua pelle calda e leggermente sudata che si incollava alla mia. Mi prese le mani e se le portò sui fianchi, proprio dove il cotone del suo vestitino finiva. Il mio sguardo scivolò per un istante verso la porta socchiusa, in direzione del telefono. Erika se ne accorse. Mi prese il mento con due dita, costringendomi a guardarla.

«Qui,» mi ordinò dolcemente.

«Sono qui,» risposi, la voce roca.

Lei scosse la testa. «No. Ci stai provando. È diverso.» Aveva ragione. Sentiva che ero spaccato a metà. Si sfilò il vestito facendolo scivolare lungo le braccia e rimase solo con gli slip di pizzo.

Si distese supina sul materasso, i capelli sparsi sul cuscino, e mi tirò giù con sé. Mi liberai velocemente dei pantaloni e dei boxer. Mi posizionai sopra di lei. Erika era bellissima, i seni gonfi e morbidi resi lucidi da un velo di sudore estivo. Iniziai a strusciare la mia erezione dura e pulsante esattamente in mezzo alla fessura del suo petto. Lei gemette, stringendo le braccia attorno alle sue stesse tette per avvolgere il mio cazzo in una morsa di carne calda e morbidissima. Il contrasto tra la mia durezza e la sua morbidezza era estasiante. Scivolavo su e giù tra i suoi seni bagnati di sudore, e ogni volta che la cappella arrivava vicino al suo viso, Erika sollevava il mento. La sua lingua calda scattò in avanti, leccando la punta, raccogliendo la goccia di piacere che già trasudavo. Poi, mentre continuavo a massaggiarmi tra le sue tette, schiuse le labbra e prese la punta in bocca, succhiandola intensamente. La sensazione della sua saliva, il vuoto che creava con le guance e il movimento esperto della lingua sul frenulo mi fecero inarcare la schiena. Era una dedizione assoluta.

Quando fummo entrambi al limite dei preliminari, mi allungai a prendere la boccetta azzurra che avevamo portato in camera.

Erika si girò su un fianco, tirandosi un ginocchio verso il petto, aprendosi per me in una posa di totale fiducia. Mi guardò oltre la spalla. «Piano, però,» sussurrò.

«Sempre,» le risposi.

Lei sorrise, accarezzandomi il braccio. «Non fare il maschio offeso, lo so che sei bravo.»

Versai una noce di gel freddo sulle dita. Erika rabbrividì al contatto. Iniziai a massaggiarle l'ingresso stretto del suo sesso posteriore. La sua pelle si tese, ma io le accarezzai il fianco, baciandole la spalla.

«Aspetta,» mormorò lei.

Mi fermai subito. «Tutto bene?»

«Sì. Solo non avere fretta.» Fece un respiro profondo, rilassando i muscoli, dandomi il permesso silenzioso di procedere. Spalmai altro lubrificante sul mio cazzo, mi allineai al suo corpo e iniziai a spingere. La resistenza iniziale fu fortissima. Il suo sfintere mi strinse come un anello di fuoco. Ero abituato al sesso con lei, ma questa era una vulnerabilità diversa. Entrai millimetro per millimetro, sentendo l'interno del suo corpo caldo, liscio e incredibilmente stretto avvolgersi attorno alla mia virilità. Erika ansimava a denti stretti, le dita aggrappate al lenzuolo.

Quando fui dentro fino alla base, mi fermai, lasciandola abituare. Lei fece scivolare la mano all'indietro, stringendomi la coscia. «Adesso sì,» ansimò.

Iniziai a muovermi. Lento, costante. Il suono del lubrificante e della pelle sudata che sbatteva creò un ritmo denso nella stanza calda. Le afferrai la natica con la mano, stringendo forte la sua carne soda mentre affondavo dentro di lei. Erika si lasciò andare a gemiti profondi, lunghi, senza doversi nascondere. Il suo corpo diceva: posso, voglio, scelgo.

Il ritmo aumentò. La scopavo con un'intensità adulta, viscerale. Eravamo due corpi che si conoscevano e che si fidavano ciecamente l'uno dell'altro.

Proprio nel momento in cui la mia mente era finalmente allineata al mio corpo, persa in quel piacere assoluto... il telefono vibrò sul mobiletto dell'ingresso. Nel silenzio della notte, il ronzio arrivò fino in camera.

Mi irrigidii impercettibilmente per una frazione di secondo. Erika lo sentì. Si girò appena verso di me e mi prese il viso tra le mani, i pollici sulle mie guance sudate.

«Non guardarlo,» mi ordinò, il fiato corto per le spinte che le stavo dando.

Fissai i suoi occhi azzurri. «Non lo guardo.»

«Bravo,» sussurrò lei, sorridendo.

Quella parola mi devastò. Bravo. Era la parola della mia dinamica tossica con Giulia, usata per premiare una sottomissione malata. Detta da Erika, in quel contesto di totale fiducia e mentre le stavo mentendo, mi fece gelare il sangue e mi accese di un'eccitazione colpevole e mostruosa.

La strinsi più forte, aumentando il ritmo delle spinte fino a diventare brutale, disperato. Volevo cancellare la vibrazione di quel telefono, volevo cancellare il costume verde, volevo solo lei.

«Dimmi che sei qui,» ansimò Erika, le unghie conficcate nel mio avambraccio, sentendo il climax arrivare.

«Sono qui,» ringhiai, la voce rotta dallo sforzo.

«Guardandomi.»

La guardai. Guardai gli occhi della donna che amavo, la donna che stavo tradendo nel modo peggiore possibile. E per un secondo, ci credetti. Per un secondo, in quella stanza torrida, c'era solo Erika. Il suo corpo fu scosso da spasmi violentissimi. Strinse il mio cazzo in una morsa bollente, urlando il mio nome mentre veniva. La sua contrazione mi spinse oltre l'orlo del precipizio. Gemetti forte, affondando in lei per l'ultima volta e svuotandomi completamente, perdendomi in un orgasmo che mi lasciò con i muscoli tremanti e il cuore che batteva contro le costole.

Mi accasciai accanto a lei, tirandola contro il mio petto. La stanza tornò silenziosa, dominata solo dal ronzio circolare del ventilatore. Sapevamo di pelle, di sudore e di sesso. Il lenzuolo era appiccicato alle nostre gambe aggrovigliate. Il telefono, di là, era tornato muto. Sul comodino, la boccetta azzurra del lubrificante riposava col tappo rimesso male.

Erika appoggiò il viso nell'incavo del mio collo, il respiro che le solleticava la clavicola. Fece una risatina morbida e stanca. «Okay. Promessa mantenuta.»

«Direi di sì,» mormorai, accarezzandole i capelli bagnati di sudore.

«E senza denuncia,» aggiunse lei, rannicchiandosi ancora di più contro il mio corpo. Era un gesto di pace totale. Si fidava di me.

Poi, tese un braccio verso il comodino. Sfiorò la boccetta di plastica, ma invece di prenderla, la spinse leggermente verso il centro del mobiletto, tra la mia sveglia e i miei libri. «Tienilo tu,» disse, con una naturalezza disarmante.

Guardai la boccetta azzurra. «Il lubrificante?» chiesi, deglutendo.

«Sì,» rispose Erika, chiudendo gli occhi e stringendosi a me. «Tanto la prossima volta torno io.»

Rimasi a fissare quel pezzo di plastica sotto la luce calda della lampada. Tanto la prossima volta torno io. Per lei, era una frase bellissima, la promessa di un futuro normale, di altre notti passate insieme in quella casa. Ma per me, con il fantasma di sua sorella che aleggiava nel buio del mio telefono, quel lubrificante lasciato in pianta stabile sul mio comodino era una fottuta, inesorabile condanna a morte.

Il torpore post-orgasmo aveva avvolto la stanza in una quiete pesante. Il ventilatore continuava a muovere l'aria calda, accarezzando la nostra pelle sudata. Erika era appoggiata al mio petto, un braccio abbandonato sul mio stomaco, il respiro che si faceva sempre più lento e profondo. Le stavo accarezzando distrattamente i capelli biondi, cercando di rallentare i battiti del mio cuore e di scacciare l'ombra della colpa.

Sembrava quasi addormentata quando, dal nulla, ruppe il silenzio. «Comunque davvero, Franci... Giulia mi preoccupa un po'.»

Il mio corpo si irrigidì d'istinto. Fu una reazione muscolare involontaria, così veloce che dovetti forzarmi a rilassare le spalle per non farglielo notare. «Perché?» chiesi, sforzandomi di mantenere la voce impastata di sonno.

Erika sospirò, tracciando dei cerchi invisibili sul mio petto con l'indice. «Non lo so. È sempre stata una rompicoglioni, la classica ragazzina viziata che deve fare la bastian contrario, ma adesso sembra... non so. Come se aspettasse qualcosa.»

Deglutii. La gola mi bruciava. «Da chi?»

Erika si girò appena, sollevando il viso per guardarmi con un occhio solo, mezza accecata dal sonno e dalla penombra. «Non lo so. Da tutti. Da me. Da te. Dal mondo. Da qualche povero Cristo che non ha fatto niente e che le capiterà a tiro.» Fece una pausa, sistemandosi meglio contro la mia spalla. Poi sganciò la bomba, con la voce innocente di chi non ha idea di cosa stia dicendo. «Al mare ti guardava strano.»

Gelo. Il sangue mi si fermò letteralmente nelle vene. Sentii il freddo salirmi dai piedi fino alla nuca, annullando il calore della stanza. Aveva visto. Forse non tutto, ma il suo radar di sorella maggiore aveva captato l'anomalia.

«Mi guardava strano?» ripetei, misurando ogni singola sillaba per non tradirmi.

«Sì,» mormorò Erika, sbadigliando dolcemente contro la mia pelle. «Ma Giulia guarda strano pure i camerieri quando le portano la Coca-Cola senza limone o quando le dicono un "no". Quindi magari non significa niente. Solo i suoi soliti film mentali.»

Rise piano, una vibrazione calda contro il mio petto, e lasciò cadere la cosa, abbandonandosi definitivamente al sonno. Ma io non risi. Rimasi a fissare il soffitto, gli occhi sbarrati nel buio, mentre il respiro di Erika si faceva regolare. Il coltello era stato piantato, freddo e preciso, proprio in mezzo alle mie costole. E il peggio era che la mano che lo impugnava non sapeva nemmeno di avermi appena ucciso.

Aspettai venti minuti buoni. Quando fui certo che Erika fosse sprofondata in un sonno pesante, scivolai via dal letto con una lentezza agonizzante. I piedi nudi sul pavimento tiepido, mi infilai i boxer e uscii in punta di piedi dalla camera.

Andai nel corridoio. Il mio telefono era ancora lì, sul mobiletto dell'ingresso, a faccia in giù, esattamente dove Erika l'aveva esiliato due ore prima. Lo presi. Lo schermo si illuminò, ferendomi gli occhi. Cinque notifiche. Tutte da lei.

Giulia: «Non rispondi.» Giulia: «Bravo.» Giulia: «Stasera stai facendo il fidanzato?» Giulia: «O lei ti sta ricordando che non sono io?» Giulia: «Dimmi almeno se ha vinto.»

L'arroganza velenosa di quei messaggi mi fece stringere il telefono fino a farmi sbiancare le nocche. La sua gelosia era una malattia che cercava disperatamente di infettarmi anche a chilometri di distanza. Voleva insinuarsi nel mio letto, voleva che mentre scopavo sua sorella pensassi a lei. E la cosa più patetica era che in parte ci era riuscita.

Non risposi subito. Tornai verso la porta della camera da letto, fermandomi sulla soglia. Guardai Erika, bellissima e serena nel sonno, coperta solo da un lembo di lenzuolo. Poi, il mio sguardo cadde sul comodino.

La boccetta azzurra. Era lì, illuminata dal bagliore fioco del lampione esterno. Era di Erika. L’aveva portata lei, l'aveva usata con me in un atto di pura fiducia e abbandono, e l'aveva lasciata lì con la tranquillità assoluta di chi sa che quello è il suo posto, di chi può tornare in quel letto quando vuole. Era un oggetto piccolo, stupido, di plastica trasparente. Eppure, nel buio di quella stanza, mentre reggevo il telefono con le parole velenose di sua sorella minore, quel pezzo di plastica mi sembrò l'oggetto più pericoloso del mondo. Più pericoloso di tutti i messaggi di Giulia messi insieme. Rappresentava tutto ciò che Giulia non poteva avere: la luce del sole, la normalità, l'assenza di dolore, il sesso adulto e completo.

Lo schermo del telefono si accese di nuovo nella mia mano.

Giulia: «Ti sta guardando?»

Digitai rapidamente, la luce del display che mi illuminava il viso in un ghigno teso. «Dormi.»

La risposta fu fulminea. Sapevo che stava fissando lo schermo nel suo letto, divorata dall'ansia. Giulia: «Non riesco.»

«Problema tuo.» scrissi, freddo.

Tre puntini di sospensione. Poi: Giulia: «No. Tuo.»

Sospirai, passando una mano sul viso stanco. Quella ragazzina aveva un sesto senso diabolico. La sua non era solo provocazione, era un'intuizione quasi animale. Sapeva che l'assenza delle mie risposte nelle ultime ore non era dovuta a una semplice cena. Sapeva che c'era stato dell'altro. Aveva annusato il cambiamento nell'aria.

Giulia: «Con lei puoi fare tutto, vero?»

La frase mi bloccò il respiro. Fissai lo schermo. Era come se fosse stata lì con noi, nella stanza. Come se avesse visto la boccetta, come se avesse sentito i gemiti liberatori di Erika, gemiti che a lei avevo soffocato in mare e nel suo letto. Le dita mi tremarono sulla tastiera mentre battevo un monito secco. «Giulia.»

Ma lei non si fermò. Non si fermava mai. Giulia: «Lei non ha bisogno di nascondersi. Con lei arrivi fino in fondo. Io invece devo aspettare.»

Esitai. Potevo negare. Potevo spegnere il telefono e tornare a dormire. Ma il patto era che l'avrei plasmata alle mie regole, e le regole richiedevano crudele onestà. «Sì.»

Il silenzio digitale si protrasse per una trentina di secondi. Sentivo il mio cuore battere a un ritmo irregolare. Poi, l'ultimo messaggio illuminò lo schermo. Una frase che non era una pretesa, ma un sussurro di totale, assoluta sottomissione al suo carnefice.

Giulia: «Allora insegnami ad aspettare meglio.»

Abbassai lentamente il telefono. La luce dello schermo si spense, lasciandomi di nuovo nella penombra. Alzai lo sguardo verso il comodino, verso il corpo nudo della mia fidanzata che riposava ignara.

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