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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 5
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Capitolo 5 di 10 34 min di lettura

Fottere la fidanzata in cabina e far venire la mocciosa nel costume - ESTATE

Sotto il sole cocente, il sesso libero e sfacciato con Erika innesca la gelosia feroce e voyeuristica di Giulia, spingendola a cercare conferme. Un orgasmo rubato e strozzato nell'acqua del mare segna il punto di non ritorno, trasformando il capriccio di una ragazzina in un'ossessione di conquista.

Alessia
3 mesi fa · 2.5k letture · 2

Il fine settimana iniziò come una lenta, estenuante tortura a distanza. Erika, Giulia e la loro madre erano partite il venerdì pomeriggio per la casa presa in affitto sul litorale, lasciandomi in città con la scusa degli esami da preparare. Li avrei raggiunti solo la domenica mattina, per poi ripartire la sera stessa, mentre loro sarebbero rimaste fino all'alba di lunedì.

Avevo la casa libera, il silenzio, i libri sulla scrivania. Ma il mio cervello era completamente ostaggio di una ragazzina.

Il gioco era iniziato già venerdì sera, mentre cenavo da solo. Lo schermo del telefono si era illuminato in rapida successione. Non era Erika.

Giulia: «Ho portato il costume verde.» Giulia: «Non lo sto mettendo.» Giulia: «Forse domenica.» Giulia: «Se non vieni domenica lo metto per qualcun altro.»

Avevo stretto il telefono così forte da far scricchiolare la cover. Quella mocciosa immatura sapeva esattamente quali tasti premere. Voleva farmi impazzire, voleva ricordarmi che l'avevo lasciata a metà, fradicia e sottomessa sul letto di sua sorella, e che ora era lontana dal mio controllo.

Avevo digitato la risposta con freddezza chirurgica: «Provaci e vedi.»

Tre minuti dopo, la sua replica: «Che paura.»

Eppure, dietro quella sfacciataggine scritta su uno schermo, sapevo che stava tremando. L'attesa di rivedermi la stava consumando esattamente quanto stava consumando me.

Domenica mattina. Le dieci in punto. Spensi il motore dell'auto parcheggiando lungo il vialetto ghiaioso della villetta. L'estate ti esplodeva in faccia non appena aprivi lo sportello. Il sole era una lastra bianca e accecante che picchiava sull'asfalto; l'aria era densa, rovente, e il frinire assordante delle cicale tra i pini marittimi copriva persino il rumore lontano delle onde.

Presi lo zaino dal sedile posteriore e mi incamminai verso il cancelletto. Già dall'androne esterno si respirava l'atmosfera inconfondibile della casa al mare: teli da spiaggia colorati stesi alla meno peggio sulla ringhiera del balcone, un paio di infradito rosse abbandonate sul gradino, bottiglie d'acqua mezze vuote che trasudavano condensa su un tavolino di plastica, e un odore denso, dolciastro e fortissimo di crema solare al cocco che saturava l'aria.

Non feci in tempo a suonare il campanello. La porta a zanzariera si aprì ed Erika mi si buttò letteralmente al collo. Indossava un copricostume bianco all'uncinetto, i capelli ancora umidi dalla doccia mattutina che le profumavano di sale e shampoo alla pesca.

«Amore! Finalmente!» squillò felice, stringendomi in un abbraccio che mi bloccò il respiro, per poi stamparmi un bacio vero, carico di affetto e sollievo sulle labbra. «Mi sei mancato da morire. Viaggio tutto bene? C'era traffico?»

«Tutto liscio, piccola,» risposi, ricambiando l'abbraccio in modo automatico, la voce un po' ruvida.

Dal fondo del corridoio, la voce della madre di Erika sovrastò il rumore della radio accesa in soggiorno. «Erika! È arrivato Francesco? Digli di posare lo zaino, il caffè della moka è appena salito!»

«Arriviamo, ma'!» rispose Erika, prendendomi per mano e tirandomi dentro casa.

Entrai, lasciando che i miei occhi si abituassero alla penombra fresca del salotto. E fu allora che il mio respiro si fermò.

Giulia era lì. Era appoggiata pigramente allo stipite della porta della cucina, una tazza fumante in mano. Indossava un paio di shorts di jeans sfilacciati e una camicia da uomo in lino bianco. La camicia era sbottonata, lasciata aperta per far circolare l'aria. E sotto il tessuto candido, spiccava in modo brutale, osceno e bellissimo la lycra verde smeraldo del pezzo di sopra del bikini.

Il mio cervello subì un contraccolpo violentissimo. La mente mi proiettò istantaneamente indietro a tre giorni prima. Nel camerino del negozio, alla stoffa verde tesa tra le mie dita mentre le stritolavo il capezzolo, ai suoi lamenti soffocati mentre le sfondavo la verginità con le dita.

Ma la cosa che mi fotté il cervello non fu il costume in sé. Fu il suo atteggiamento. Non inarcò la schiena. Non si morse il labbro. Non fece nessuno di quei soliti giochetti da diva immatura per farsi guardare, non cercò di provocare reazioni esagerate. Si limitò a stare lì, appoggiata allo stipite, le gambe nude e abbronzate incrociate alle caviglie.

Alzò lo sguardo dalla sua tazza e mi guardò dritto negli occhi. «Ciao, Franci,» mormorò, con una voce calma, neutra per chiunque altro in quella stanza, ma carica di una tensione elettrica per me.

In quel preciso istante, mentre il suo sguardo nero si incatenava al mio, capii. Non l'aveva messo per provocare Erika. Non l'aveva messo per fare la ragazzina ribelle e fastidiosa. Lo aveva messo per me.

L'aveva tenuto nel cassetto per due giorni interi, aspettando la domenica. E ora lo indossava come un fottuto collare invisibile, per dimostrarmi che stava rispettando il patto, che mi aveva aspettato e che le mie regole iniziavano a piacerle. Il che era molto, molto peggio che metterlo per provocarmi. Era la sottomissione silenziosa e rassegnata di una ragazzina che ormai dipendeva totalmente da quello che potevo farle.

«Ciao, Giulia,» risposi, abbassando il tono della voce per nascondere il fatto che fossi già duro come una roccia solo per colpa di un lembo di stoffa verde e uno sguardo.

Erika mi passò davanti, ignara dell'incendio che stava divampando a trenta centimetri da lei, e si avvicinò alla sorella per prendere i biscotti. «Giù, levati dal passaggio. Mettiti la crema che tra dieci minuti scendiamo in spiaggia, il sole picchia già,» la rimproverò Erika con il tono di sempre.

Giulia non le rispose male. Si staccò dallo stipite in modo fluido. «Vado a prenderla in camera,» disse, passandomi a un palmo di distanza nel corridoio stretto.

Mentre scivolava accanto a me, sfiorando col suo fianco il mio braccio, inspirai il suo odore. Sapeva di crema, di caldo e di qualcosa di selvaggio che mi fece pulsare le vene delle tempie.

«Benvenuto,» mi sussurrò così piano che il movimento delle sue labbra fu solo un soffio contro il mio collo, prima di sparire verso le camere da letto, lasciandomi in piedi nel corridoio, con le mani che mi prudevano per la voglia di strapparle quella camicia bianca e spingerla contro il muro.

La camminata dalla casa alla spiaggia fu un calvario di afa e cicale. Quando arrivammo sulla sabbia, il sole di mezzogiorno picchiava spietato. La madre di Erika iniziò subito a trafficare con le borse frigo e a piantare l'ombrellone. Erika si sedette sul lettino, frugando nella borsa di paglia alla ricerca delle creme solari. Io scaricai le sedioline e la borsa frigo pesante, passandomi un braccio sulla fronte sudata.

Poi, Giulia si posizionò al centro del nostro piccolo accampamento e si sfilò la camicia bianca.

Feci finta di sistemare un asciugamano, ma il mio sguardo si inchiodò su di lei. Rallentai ogni movimento. Quando la camicia le scivolò dalle spalle, il verde smeraldo mi colpì allo stomaco con una violenza inaudita. Nel camerino del negozio era stato un segreto chiuso tra specchi, luce fredda al neon e una tenda tirata male. Lì, invece, era pubblico. Il sole gli dava una cattiveria nuova, sfacciata: il triangolo del pezzo di sopra le copriva a stento il necessario, tendendosi sui seni acerbi ma orgogliosi. I nodi sottili sui fianchi, che avevo immaginato di sciogliere con un solo strattone, sembravano sempre sul punto di cedere da un momento all'altro, e lo slip brasiliano lasciava talmente tanta pelle scoperta sui glutei sodi da rendere impossibile, per chiunque, fingere indifferenza.

Erika alzò lo sguardo dalla borsa, strizzando gli occhi per il sole, e le scoccò un'occhiata veloce. «Carino il costume nuovo, Giù. Molto estivo.» disse, con la tranquillità assoluta di una sorella maggiore. Sua madre, da sotto l'ombrellone, aggiunse senza nemmeno guardarla bene: «Giulia, mettiti subito la protezione cinquanta che con quella pelle chiara ti scotti le spalle.»

Io, invece, ingoiai a vuoto, il sudore che mi colava freddo lungo la schiena. Lo riconobbi per quello che era: una promessa indossata davanti a tutti. Un patto perverso siglato nel sangue. Era un voyeurismo puro e malato. La spiaggia intera poteva ammirare quanto fosse bella e provocante quella ragazzina, ma solo io sapevo cosa c'era sotto quella lycra. Solo io sapevo quanto fosse umida in quel camerino, solo io sapevo il sapore della sua pelle e come urlava il mio nome quando le affondavo le dita dentro. Ed era un potere che mi drogava il cervello.

A distogliermi da quei pensieri oscuri fu Erika. Si alzò in piedi, togliendosi con un unico, fluido movimento il copricostume all'uncinetto. E, cazzo, il respiro mi si bloccò per la seconda volta in cinque minuti, ma per un motivo completamente diverso. Se Giulia era la provocazione acerba e il frutto proibito, Erika era la donna fatta e finita. La sensualità incarnata. Indossava un bikini nero, classico ma dalle linee perfette. Il tessuto conteneva a fatica i suoi seni pieni e generosi, morbidi, che si muovevano leggermente a ogni suo respiro. I fianchi erano morbidamente incurvati, femminili, il ventre liscio, e le gambe lunghe e tornite terminavano in piedi dalle unghie laccate di bordeaux. «Amore,» mi chiamò Erika, con quella sua voce calda e rassicurante, porgendomi il flacone di olio solare. «Mi spalmi questo sulla schiena? Da sola non ci arrivo.»

«Vieni qua,» risposi, la voce roca. Erika si voltò dandomi le spalle, raccogliendosi i capelli biondi in uno chignon disordinato, scoprendo il collo. Versai l'olio sui palmi e iniziai a massaggiarle la schiena, le spalle, scendendo lungo la curva della colonna vertebrale fino al bordo degli slip neri. La sua pelle era calda, setosa, invitante. Erika emise un verso di puro piacere, spingendo la schiena contro le mie mani. E mentre massaggiavo la mia fidanzata, accarezzandole i fianchi con un possesso del tutto legittimo, alzai gli occhi. Giulia era seduta sul suo asciugamano, a un metro da noi. Si stava spalmando la crema sulle cosce, ma i suoi occhi scuri erano fissi sulle mie mani che toccavano la sorella. C'era un guizzo di gelosia feroce nel suo sguardo, un promemoria visivo del fatto che lei, in pubblico, non era nessuno.

Prima di andare avanti…

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