Sorella Sbagliata

Capitolo 5 - Fottere la fidanzata in cabina e far venire la mocciosa nel costume - ESTATE

Sotto il sole cocente, il sesso libero e sfacciato con Erika innesca la gelosia feroce e voyeuristica di Giulia, spingendola a cercare conferme. Un orgasmo rubato e strozzato nell'acqua del mare segna il punto di non ritorno, trasformando il capriccio di una ragazzina in un'ossessione di conquista.

A
Alessia

2 ore fa

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Il fine settimana iniziò come una lenta, estenuante tortura a distanza. Erika, Giulia e la loro madre erano partite il venerdì pomeriggio per la casa presa in affitto sul litorale, lasciandomi in città con la scusa degli esami da preparare. Li avrei raggiunti solo la domenica mattina, per poi ripartire la sera stessa, mentre loro sarebbero rimaste fino all'alba di lunedì.

Avevo la casa libera, il silenzio, i libri sulla scrivania. Ma il mio cervello era completamente ostaggio di una ragazzina.

Il gioco era iniziato già venerdì sera, mentre cenavo da solo. Lo schermo del telefono si era illuminato in rapida successione. Non era Erika.

Giulia: «Ho portato il costume verde.» Giulia: «Non lo sto mettendo.» Giulia: «Forse domenica.» Giulia: «Se non vieni domenica lo metto per qualcun altro.»

Avevo stretto il telefono così forte da far scricchiolare la cover. Quella mocciosa immatura sapeva esattamente quali tasti premere. Voleva farmi impazzire, voleva ricordarmi che l'avevo lasciata a metà, fradicia e sottomessa sul letto di sua sorella, e che ora era lontana dal mio controllo.

Avevo digitato la risposta con freddezza chirurgica: «Provaci e vedi.»

Tre minuti dopo, la sua replica: «Che paura.»

Eppure, dietro quella sfacciataggine scritta su uno schermo, sapevo che stava tremando. L'attesa di rivedermi la stava consumando esattamente quanto stava consumando me.

Domenica mattina. Le dieci in punto. Spensi il motore dell'auto parcheggiando lungo il vialetto ghiaioso della villetta. L'estate ti esplodeva in faccia non appena aprivi lo sportello. Il sole era una lastra bianca e accecante che picchiava sull'asfalto; l'aria era densa, rovente, e il frinire assordante delle cicale tra i pini marittimi copriva persino il rumore lontano delle onde.

Presi lo zaino dal sedile posteriore e mi incamminai verso il cancelletto. Già dall'androne esterno si respirava l'atmosfera inconfondibile della casa al mare: teli da spiaggia colorati stesi alla meno peggio sulla ringhiera del balcone, un paio di infradito rosse abbandonate sul gradino, bottiglie d'acqua mezze vuote che trasudavano condensa su un tavolino di plastica, e un odore denso, dolciastro e fortissimo di crema solare al cocco che saturava l'aria.

Non feci in tempo a suonare il campanello. La porta a zanzariera si aprì ed Erika mi si buttò letteralmente al collo. Indossava un copricostume bianco all'uncinetto, i capelli ancora umidi dalla doccia mattutina che le profumavano di sale e shampoo alla pesca.

«Amore! Finalmente!» squillò felice, stringendomi in un abbraccio che mi bloccò il respiro, per poi stamparmi un bacio vero, carico di affetto e sollievo sulle labbra. «Mi sei mancato da morire. Viaggio tutto bene? C'era traffico?»

«Tutto liscio, piccola,» risposi, ricambiando l'abbraccio in modo automatico, la voce un po' ruvida.

Dal fondo del corridoio, la voce della madre di Erika sovrastò il rumore della radio accesa in soggiorno. «Erika! È arrivato Francesco? Digli di posare lo zaino, il caffè della moka è appena salito!»

«Arriviamo, ma'!» rispose Erika, prendendomi per mano e tirandomi dentro casa.

Entrai, lasciando che i miei occhi si abituassero alla penombra fresca del salotto. E fu allora che il mio respiro si fermò.

Giulia era lì. Era appoggiata pigramente allo stipite della porta della cucina, una tazza fumante in mano. Indossava un paio di shorts di jeans sfilacciati e una camicia da uomo in lino bianco. La camicia era sbottonata, lasciata aperta per far circolare l'aria. E sotto il tessuto candido, spiccava in modo brutale, osceno e bellissimo la lycra verde smeraldo del pezzo di sopra del bikini.

Il mio cervello subì un contraccolpo violentissimo. La mente mi proiettò istantaneamente indietro a tre giorni prima. Nel camerino del negozio, alla stoffa verde tesa tra le mie dita mentre le stritolavo il capezzolo, ai suoi lamenti soffocati mentre le sfondavo la verginità con le dita.

Ma la cosa che mi fotté il cervello non fu il costume in sé. Fu il suo atteggiamento. Non inarcò la schiena. Non si morse il labbro. Non fece nessuno di quei soliti giochetti da diva immatura per farsi guardare, non cercò di provocare reazioni esagerate. Si limitò a stare lì, appoggiata allo stipite, le gambe nude e abbronzate incrociate alle caviglie.

Alzò lo sguardo dalla sua tazza e mi guardò dritto negli occhi. «Ciao, Franci,» mormorò, con una voce calma, neutra per chiunque altro in quella stanza, ma carica di una tensione elettrica per me.

In quel preciso istante, mentre il suo sguardo nero si incatenava al mio, capii. Non l'aveva messo per provocare Erika. Non l'aveva messo per fare la ragazzina ribelle e fastidiosa. Lo aveva messo per me.

L'aveva tenuto nel cassetto per due giorni interi, aspettando la domenica. E ora lo indossava come un fottuto collare invisibile, per dimostrarmi che stava rispettando il patto, che mi aveva aspettato e che le mie regole iniziavano a piacerle. Il che era molto, molto peggio che metterlo per provocarmi. Era la sottomissione silenziosa e rassegnata di una ragazzina che ormai dipendeva totalmente da quello che potevo farle.

«Ciao, Giulia,» risposi, abbassando il tono della voce per nascondere il fatto che fossi già duro come una roccia solo per colpa di un lembo di stoffa verde e uno sguardo.

Erika mi passò davanti, ignara dell'incendio che stava divampando a trenta centimetri da lei, e si avvicinò alla sorella per prendere i biscotti. «Giù, levati dal passaggio. Mettiti la crema che tra dieci minuti scendiamo in spiaggia, il sole picchia già,» la rimproverò Erika con il tono di sempre.

Giulia non le rispose male. Si staccò dallo stipite in modo fluido. «Vado a prenderla in camera,» disse, passandomi a un palmo di distanza nel corridoio stretto.

Mentre scivolava accanto a me, sfiorando col suo fianco il mio braccio, inspirai il suo odore. Sapeva di crema, di caldo e di qualcosa di selvaggio che mi fece pulsare le vene delle tempie.

«Benvenuto,» mi sussurrò così piano che il movimento delle sue labbra fu solo un soffio contro il mio collo, prima di sparire verso le camere da letto, lasciandomi in piedi nel corridoio, con le mani che mi prudevano per la voglia di strapparle quella camicia bianca e spingerla contro il muro.

La camminata dalla casa alla spiaggia fu un calvario di afa e cicale. Quando arrivammo sulla sabbia, il sole di mezzogiorno picchiava spietato. La madre di Erika iniziò subito a trafficare con le borse frigo e a piantare l'ombrellone. Erika si sedette sul lettino, frugando nella borsa di paglia alla ricerca delle creme solari. Io scaricai le sedioline e la borsa frigo pesante, passandomi un braccio sulla fronte sudata.

Poi, Giulia si posizionò al centro del nostro piccolo accampamento e si sfilò la camicia bianca.

Feci finta di sistemare un asciugamano, ma il mio sguardo si inchiodò su di lei. Rallentai ogni movimento. Quando la camicia le scivolò dalle spalle, il verde smeraldo mi colpì allo stomaco con una violenza inaudita. Nel camerino del negozio era stato un segreto chiuso tra specchi, luce fredda al neon e una tenda tirata male. Lì, invece, era pubblico. Il sole gli dava una cattiveria nuova, sfacciata: il triangolo del pezzo di sopra le copriva a stento il necessario, tendendosi sui seni acerbi ma orgogliosi. I nodi sottili sui fianchi, che avevo immaginato di sciogliere con un solo strattone, sembravano sempre sul punto di cedere da un momento all'altro, e lo slip brasiliano lasciava talmente tanta pelle scoperta sui glutei sodi da rendere impossibile, per chiunque, fingere indifferenza.

Erika alzò lo sguardo dalla borsa, strizzando gli occhi per il sole, e le scoccò un'occhiata veloce. «Carino il costume nuovo, Giù. Molto estivo.» disse, con la tranquillità assoluta di una sorella maggiore. Sua madre, da sotto l'ombrellone, aggiunse senza nemmeno guardarla bene: «Giulia, mettiti subito la protezione cinquanta che con quella pelle chiara ti scotti le spalle.»

Io, invece, ingoiai a vuoto, il sudore che mi colava freddo lungo la schiena. Lo riconobbi per quello che era: una promessa indossata davanti a tutti. Un patto perverso siglato nel sangue. Era un voyeurismo puro e malato. La spiaggia intera poteva ammirare quanto fosse bella e provocante quella ragazzina, ma solo io sapevo cosa c'era sotto quella lycra. Solo io sapevo quanto fosse umida in quel camerino, solo io sapevo il sapore della sua pelle e come urlava il mio nome quando le affondavo le dita dentro. Ed era un potere che mi drogava il cervello.

A distogliermi da quei pensieri oscuri fu Erika. Si alzò in piedi, togliendosi con un unico, fluido movimento il copricostume all'uncinetto. E, cazzo, il respiro mi si bloccò per la seconda volta in cinque minuti, ma per un motivo completamente diverso. Se Giulia era la provocazione acerba e il frutto proibito, Erika era la donna fatta e finita. La sensualità incarnata. Indossava un bikini nero, classico ma dalle linee perfette. Il tessuto conteneva a fatica i suoi seni pieni e generosi, morbidi, che si muovevano leggermente a ogni suo respiro. I fianchi erano morbidamente incurvati, femminili, il ventre liscio, e le gambe lunghe e tornite terminavano in piedi dalle unghie laccate di bordeaux. «Amore,» mi chiamò Erika, con quella sua voce calda e rassicurante, porgendomi il flacone di olio solare. «Mi spalmi questo sulla schiena? Da sola non ci arrivo.»

«Vieni qua,» risposi, la voce roca. Erika si voltò dandomi le spalle, raccogliendosi i capelli biondi in uno chignon disordinato, scoprendo il collo. Versai l'olio sui palmi e iniziai a massaggiarle la schiena, le spalle, scendendo lungo la curva della colonna vertebrale fino al bordo degli slip neri. La sua pelle era calda, setosa, invitante. Erika emise un verso di puro piacere, spingendo la schiena contro le mie mani. E mentre massaggiavo la mia fidanzata, accarezzandole i fianchi con un possesso del tutto legittimo, alzai gli occhi. Giulia era seduta sul suo asciugamano, a un metro da noi. Si stava spalmando la crema sulle cosce, ma i suoi occhi scuri erano fissi sulle mie mani che toccavano la sorella. C'era un guizzo di gelosia feroce nel suo sguardo, un promemoria visivo del fatto che lei, in pubblico, non era nessuno.

La giornata proseguì in un crescendo di sole, sale e tensione psicologica devastante. Verso mezzogiorno, l'afa divenne insopportabile. «Chi si fa il bagno?» esclamò Erika, alzandosi di scatto e correndo verso il bagnasciuga. «Dai, Franci! Giù, muoviti!»

Giulia scattò in piedi, l'energia esplosiva e ci tuffammo tutti e tre nell'acqua gelida e cristallina. Fu in mare che il gioco di equilibri divenne un filo sottilissimo. Eravamo immersi fino al petto, le onde leggere che ci cullavano. Erika era aggrappata al mio collo, ridendo mentre un'onda più alta le bagnava il viso. Giulia nuotò verso di noi, emergendo dall'acqua come una sirena. I capelli neri le si incollavano al viso e al petto, e il costume verde, da bagnato, era diventato quasi una seconda pelle, oscenamente aderente sui capezzoli intirizziti dal freddo.

Faceva la sorella minore che voleva giocare, che voleva essere inclusa nella coppia. Iniziò a schizzarci l'acqua con le mani. «Ah, sei morta!» le urlò Erika, ridendo. «Franci, prendila! Buttala sotto!»

Era un ordine della mia fidanzata. Non potevo rifiutarmi. Mi staccai da Erika e nuotai verso Giulia con un paio di bracciate veloci. Lei strillò, facendo finta di scappare, ma non nuotò abbastanza veloce. L'afferrai per la vita. La sua pelle bagnata sotto le mie mani era scivolosa e bollente nonostante l'acqua fredda.

Mentre la sollevavo di peso, fingendo di volerla lanciare in acqua, i nostri corpi si scontrarono pesantemente. Sentii la consistenza dei suoi seni contro il mio petto nudo e, sotto la superficie dell'acqua, fuori dalla vista di Erika e di sua madre a riva, le gambe di Giulia si intrecciarono istantaneamente attorno alla mia coscia.

«Attento a dove metti le mani, cognatino,» sussurrò lei, a un millimetro dal mio orecchio, la voce nascosta dal rumore di uno spruzzo, mentre premeva volontariamente la sua intimità bagnata, protetta solo dallo slip verde, contro la mia gamba.

Strinsi le dita sui suoi fianchi, le unghie che affondavano leggermente nella sua carne, un monito silenzioso a stare al suo posto, prima di lasciarla ricadere in acqua con un tonfo rumoroso. Giulia riemerse tossicchiando, sputando acqua salata, ma con gli occhi che brillavano di un trionfo diabolico.

«Non fate comunella contro di me!» urlò Erika, arrivando a nuoto e gettandoci le braccia al collo di entrambi, abbracciandoci in un groviglio di corpi scivolosi, risate ed estate.

Rimanemmo lì a mollo, a scherzare, a parlare del liceo di Giulia e dei turni di Erika. Sembrava il quadretto familiare perfetto. Il fidanzato premuroso, la bella infermiera, la sorellina vivace. Ma sotto la superficie dell'acqua increspata, lontano dagli sguardi di tutti, il segreto pesava come un macigno. Sentivo l'adrenalina pulsarmi nelle vene a ogni sguardo rubato di Giulia, a ogni doppiosenso buttato lì con finta innocenza. Era un campo minato, e noi ci stavamo ballando sopra a piedi nudi, ubriachi di sole e di pericolo.

Verso le due del pomeriggio, il sole era allo zenit e la spiaggia vibrava di calore. La madre di Erika iniziò a raccogliere le sue cose dalla borsa di paglia. «Io salgo un attimo in casa,» annunciò, scuotendo la sabbia dal pareo. «Ho dimenticato il telefono in carica stamattina e devo assolutamente chiamare vostra zia. Voi restate qui, torno tra una mezz'oretta.»

Non appena la donna si allontanò verso la passerella di legno, Erika si alzò dal lettino, stiracchiandosi come una gatta. Si voltò verso di me, gli occhi azzurri che brillavano sotto la luce estiva, e mi prese per mano, intrecciando le dita alle mie. «Vieni a fare il bagno con me,» mi disse, tirandomi leggermente verso il bagnasciuga.

Giulia, stesa sull'asciugamano accanto a noi, non si mosse di un millimetro. Si abbassò gli occhiali da sole sul naso e ci guardò. «Io passo,» decretò con una smorfia disgustata. «L'acqua a quest'ora è un brodo ed è pieno di bambini che pisciano.»

Erika scoppiò a ridere, scuotendo la testa. «Sei sempre pura poesia, Giù.» Giulia si rimise dritta a pancia in su, apparentemente disinteressata, ma da dietro le lenti scure sapevo perfettamente che i suoi occhi erano incollati su di noi.

Io ed Erika entrammo in acqua. Il contrasto tra il calore della sabbia e il fresco del mare fu una scossa piacevole. Ci allontanammo da riva, dove l'acqua ci arrivava alle spalle e le onde ci cullavano. Erika mi si aggrappò addosso ridendo per un'onda improvvisa, e io la presi al volo. Le passai le mani sulla schiena nuda e bagnata, scivolosa di sale e crema solare. Lei mi strinse i fianchi con le gambe, fingendo di voler restare a galla, ma il movimento fece scontrare i nostri bacini sotto la superficie. Le onde ci spingevano, facendoci urtare l'uno contro l'altra in una frizione continua. L'acqua fredda non fece nulla per placare il calore che mi si stava accendendo all'inguine.

«Mi sei mancato da morire,» mi sussurrò Erika all'orecchio, le labbra che mi sfioravano il collo bagnato.

E in quel momento, la desiderai davvero. Non era una copertura, non era un trucco psicologico. Con Erika tutto era alla luce del sole, era la mia donna, era bellissima, e il sesso con lei era fluido, complice, senza i pesi malati che mi trascinavo dietro con sua sorella.

Ci baciammo tra le onde, assaporando il sale. Quando ci staccammo, Erika aveva il respiro leggermente corto e uno sguardo inequivocabile. «Ho sale dappertutto,» mormorò, con un sorriso malizioso, prendendomi per mano per trascinarmi verso riva. «Vieni ad aiutarmi a sciacquarmi.»

Attraversammo la spiaggia velocemente, puntando verso la fila di cabine in legno dello stabilimento, dove c'erano le docce calde chiuse.

Appena entrammo in una delle cabine vuote, Erika chiuse la porta, girando la mandata. Lo spazio era stretto, l'aria sapeva di legno umido, bagnoschiuma e mare. Non ci furono esitazioni, niente imbarazzi o giochi di potere. Erika si sfilò i laccetti dietro il collo e abbassò la parte alta del costume, liberando i seni gonfi e perfetti.

La spinsi contro la parete umida, schiacciando la bocca sulla sua. Iniziai a baciarla sul collo, sulle clavicole, scendendo giù. Presi una delle sue tette tra le mani, impastandola con forza, e affondai il viso nel suo petto. Le leccai e le succhiai i capezzoli, mordicchiandoli dolcemente. Il sapore salmastro della sua pelle bagnata, unito al profumo della crema, rese tutto fottutamente eccitante. Erika ansimava, le mani tra i miei capelli, inarcando la schiena per offrirsi di più alla mia bocca.

Mentre la divoravo, lei portò le mani sul cordino del mio costume. Lo allentò e lo tirò giù quanto bastava per liberare la mia erezione, dura e pulsante.

Senza smettere di baciarle il collo, le afferrai i fianchi e la feci girare su se stessa, schiacciandole il petto nudo contro la parete della doccia. Le diedi uno schiaffo secco sul culo bagnato, facendola sussultare con un gemito, e poi glielo strinsi con entrambe le mani, godendomi la consistenza della sua carne fredda di mare ma bollente di desiderio. Le afferrai una ciocca di capelli biondi e gliela tirai leggermente all'indietro, scoprendole il collo. Mi abbassai sul suo orecchio, strusciando prepotentemente il mio cazzo turgido contro la fessura dei suoi glutei scivolosi.

«Vorrei proprio provare a scoparti il culo, lo sai?» le sussurrai, la voce roca, carica di una lussuria matura e sfacciata che con lei potevo permettermi senza filtri.

Erika fece una risatina bassa, vibrante di eccitazione, spingendo il sedere contro di me. «Mmh... potrei dirti di sì,» ansimò, girando appena il viso verso di me, «ma non senza lubrificante. La prossima volta lo compriamo.»

«Affare fatto,» ringhiai. Le spostai di lato il lembo dello slip nero, mi posizionai all'ingresso della sua figa e con una spinta decisa penetrai in lei da dietro.

Erika lanciò un gemito acuto, subito soffocato mordendosi il dorso della mano. Le pareti della sua intimità, calde e strettissime, avvolsero il mio cazzo in una morsa perfetta. Iniziai a scoparla con ritmo serrato. Non c'era bisogno di andarci piano. Eravamo due adulti che si conoscevano alla perfezione. Il suono osceno dei nostri corpi bagnati che sbattevano l'uno contro l'altro – uno schiocco umido di carne contro carne – rimbombava nella piccola cabina. Tenevo la presa salda sui suoi capelli con una mano, mentre con l'altra allungai il braccio in avanti per afferrarle una tetta, stringendola e massaggiandola mentre spingevo dentro di lei fino in fondo.

«Ah... Franci, sì... cazzo, così...» ansimava Erika, il viso schiacciato contro il legno, assecondando le mie spinte violente.

Il piacere montò in fretta, rabbioso. Erika iniziò a tremare sotto le mie mani, le pareti della sua figa che si contraevano in spasmi ritmici attorno a me. Lanciò un ultimo gemito tremante, lungo e liberatorio, venendo con un'intensità che la lasciò senza fiato.

Io mi fermai, sfilandomi lentamente mentre lei recuperava il respiro. Ma il gioco non era finito. Erika si voltò verso di me. Aveva il viso arrossato, i capelli spettinati incollati alle guance. Senza dire una parola, si inginocchiò sul pavimento umido della cabina, proprio davanti a me. Mi guardò negli occhi, con una malizia adorante, e sputò la sua saliva direttamente sul mio cazzo.

Poi lo prese in mano, iniziando a segarlo, mentre la sua bocca si abbassava su di me. Lo prese tutto, succhiandolo intensamente, con una passione che mi fece piegare le ginocchia. La sua lingua calda e ruvida lavorava alla perfezione, unita al movimento esperto delle dita bagnate di saliva. Mi leccava, mi ingoiava, accelerando il ritmo in un crescendo che mi portò oltre il limite della sopportazione in pochissimi secondi.

«Vengo, Eri... cazzo, vengo!» sibilai, afferrandole le spalle. Lei si sfilò all'ultimo secondo, alzando il viso e offrendomi il petto nudo. Il mio orgasmo esplose, violento e liberatorio, sparando direttamente sui suoi seni perfetti, cospargendoli del mio piacere.

Rimanemmo lì per qualche minuto, ansimanti, appoggiati alle pareti di legno. Erika prese il doccino, ci sciacquammo alla meglio e lei si rimise il pezzo di sopra del costume. Uscì dalla cabina per prima, passandosi le mani tra i capelli spettinati, le guance ancora infuocate. Mi guardò e scoppiò a ridere, una risata cristallina e leggera. «Siamo due cretini,» disse, prendendomi sottobraccio mentre tornavamo verso la spiaggia.

Io sorrisi, sentendomi svuotato e stranamente in pace. Ma la pace, in quella famiglia, era un'illusione ottica.

Quando arrivammo al nostro ombrellone, la trovai ad aspettarci. Mentre eravamo via, Giulia aveva fatto finta di leggere una rivista e di ascoltare la musica. In realtà non aveva perso un secondo della nostra assenza. Aveva osservato le nostre risate in acqua. Aveva visto la sorella trascinarmi verso le cabine. Aveva calcolato il tempo esatto in cui eravamo spariti.

E ora stava guardando il modo in cui tornavamo. Non le serviva molta immaginazione. Le bastò guardare la faccia di Erika, la pelle lucida, l'andatura rilassata, e il rossore inconfondibile di chi ha appena scopato ed è fottutamente felice.

Le bruciò. Le bruciò come acido vivo versato su una ferita aperta. Si tirò su a sedere, abbassando la rivista sulle gambe, la mascella contratta in una smorfia che non riuscì a mascherare. Non cercò di fare la seduttrice. L'invidia la rese acida, infantile.

«Vi siete divertiti?» chiese, il tono tagliente come un rasoio.

«Sì,» sospirò Erika, buttandosi sul lettino, felice e totalmente ignara del veleno che impregnava l'aria. «Finalmente qualcuno che non si lamenta del mare e sa farsi un bagno decente.»

Giulia fece un sorriso freddo, tirato, assottigliando gli occhi scuri. «Già,» sibilò. «Che fortuna avere gusti così semplici.»

Erika aggrottò la fronte, non capendo il senso della frase, liquidandola come la solita risposta lunatica della sorella minore in piena fase adolescenziale.

Ma io capii. Giulia abbassò lo sguardo sul proprio petto. Guardò la lycra verde smeraldo che le copriva i seni piccoli, quel fottuto costume che aveva indossato come una promessa solo per me. Poi alzò lentamente gli occhi e li piantò nei miei.

Il suo messaggio era forte e chiaro, e mi arrivò dritto allo stomaco: Io sono qui, ho rispettato le tue regole, e tu hai appena scelto di scoparti lei davanti ai miei occhi.

Il sole picchiava implacabile sull'ombrellone. Erika si lasciò cadere sul suo lettino, un sospiro di totale appagamento che le sfuggì dalle labbra. La pelle era ancora umida per la doccia e il sudore del nostro sesso, i capelli un disastro meraviglioso. Infilò gli occhiali da sole, si sistemò gli auricolari nelle orecchie e, in meno di un minuto, si abbandonò al torpore estivo, solare e inconsapevole.

Giulia, invece, era una statua di sale sull'asciugamano. Non disse una parola. Non fece la sua solita battuta tagliente. Non cercò il mio sguardo. Era immobile, eppure l'aria attorno a lei sembrava vibrare. Sapeva. Forse non aveva visto tutto, ma aveva visto abbastanza da capire esattamente cosa fosse successo in quella cabina, e quanto tempo ci fosse voluto. E quel silenzio ostinato, con addosso quel costume verde smeraldo che ora sembrava un fottuto panno rosso per un toro, era una provocazione molto più pericolosa delle sue solite moine.

Poi, si alzò di scatto, raccogliendo i capelli in uno chignon disordinato. «Vado a fare il bagno,» annunciò, la voce secca.

Erika, senza aprire gli occhi e sollevando appena una cuffietta, biascicò: «Non affogare, stronza. Che non c'ho voglia di venirti a pescare.» «Che sorella premurosa,» le rispose Giulia, senza la minima traccia di ironia, e si avviò verso il bagnasciuga, voltandomi le spalle.

Rimasi sotto l'ombrellone. Aspettai dieci secondi. Venti. Fissai il petto di Erika che si alzava e si abbassava ritmicamente, la curva rilassata del suo collo. Poi, non ce la feci più. Mi alzai in silenzio e mi incamminai verso l'acqua.

Non la raggiunsi subito. Giulia si era allontanata dal gruppo di bagnanti, spingendosi verso l'estremità destra della baia, dove una fila di scogli bassi e frastagliati rompeva le onde creando una piccola insenatura. Lì, l'acqua le arrivava poco sopra la vita. Era abbastanza lontana per non farsi sentire, ma abbastanza vicina da permettermi, voltandomi, di distinguere perfettamente il nostro ombrellone rosso e le gambe di Erika allungate sul lettino.

Entrai in acqua, il fondale roccioso che mi pungeva le piante dei piedi. L'acqua era uno strato di brodo caldo in superficie e correnti gelide sotto. Le piccole alghe mi accarezzavano le caviglie mentre mi avvicinavo a lei. Il sole rimbalzava sull'acqua creando riflessi accecanti. Giulia mi dava le spalle, fissando l'orizzonte. Il sale le asciugava già sulle labbra e il costume verde era incollato alla sua pelle, svelando ogni dettaglio della sua schiena tesa.

Quando le arrivai alle spalle, non si girò. Sentiva la mia presenza. «Ti sei divertito con lei?» chiese. Non era la solita mocciosa che fa finta di essere superiore. Era una voce cruda, roca di rabbia e di qualcosa di molto più viscerale.

«Giulia,» sospirai, passandomi una mano tra i capelli bagnati.

«No, rispondi. Ti sei divertito?» si girò di scatto. I suoi occhi erano scuri, tempestosi.

La fissai. Non volevo darle appigli per i suoi giochetti. «Sì.»

Giulia incassò il colpo sbattendo le palpebre, ma tenne duro. «Almeno stavolta non hai mentito.»

Fece per girarsi e andarsene, camminando a fatica contro la corrente, ma la bloccai. Le afferrai il polso sotto l'acqua, stringendolo. L'energia tra noi era cambiata radicalmente. Non era più una ragazzina che mi provocava per capriccio. Era una donna ferita.

«Hai voluto guardare tu,» le dissi, freddo.

«No. Ho dovuto,» ribatté, la voce che si spezzava per un istante prima di indurirsi di nuovo.

«Potevi girarti, Giulia.»

Lei cercò di divincolarsi, ma la mia presa era salda. Mi guardò negli occhi, le pupille dilatate. «Non ci riuscivo.»

Quella frase era una condanna. Era l'ammissione totale della sua dipendenza, della sua ossessione voyeuristica per la coppia che formavamo io e sua sorella. Non dissi nulla. La tirai verso di me con uno strattone.

Giulia mi finì addosso. L'acqua si frappose tra i nostri corpi per un secondo prima di essere spinta via. Il tessuto verde smeraldo bagnato aderì completamente al mio petto nudo. Era fredda per l'acqua, ma bollente di rabbia. Non la baciai. Sarebbe stato troppo facile. Le feci scivolare le mani sui fianchi, tenendola bloccata contro di me sotto la superficie. Lei irrigidì la schiena, provando a spingermi via per orgoglio, ma non riuscì a staccarsi di un millimetro.

«Stai zitta e respira,» le sussurrai a un palmo dal viso, la mia voce quasi coperta dal rumore delle onde contro gli scogli.

«Non dirmi cosa devo fare,» ringhiò, le mani appoggiate sul mio petto.

«Allora torna all'ombrellone.» Aspettai. Le stavo dando l'uscita di sicurezza.

Giulia mi fissò, i denti stretti. «No.»

Eccola lì. La sua scelta. Proprio in quel momento, un'onda un po' più forte ci colpì sul fianco. Giulia perse l'equilibrio sui sassi del fondale e, per puro istinto, si aggrappò alle mie spalle, lasciando che l'acqua le togliesse gravità. Ne approfittai. La sollevai appena dai fianchi, quanto bastava perché potesse avvolgere le gambe nude attorno alla mia vita. Ora eravamo incastrati. Non mi tolsi il costume, e non le slacciai il suo. La vicinanza, l'attrito dei corpi bagnati separati solo dalla lycra sottile era mille volte più erotico di qualsiasi atto completo in quel momento.

Il suo bacino premeva esattamente contro la mia erezione dura come la pietra, nascosta dal mio costume. Sentii il calore della sua intimità attraverso i due strati di stoffa, e fu come prendere la scossa. Giulia chiuse gli occhi e, con una lentezza disperata, iniziò a cercare l'attrito, strusciando il suo inguine contro il mio, spingendo il pube contro di me con movimenti piccoli e decisi.

Io le bloccai i fianchi stringendole la pelle con forza. «Fermo,» le dissi, rallentando il suo ritmo fino a renderlo una tortura psicologica. «Piano.»

Le onde facevano il resto, alzandoci e abbassandoci, schiacciandoci l'uno contro l'altra a intervalli irregolari. Ogni urto involontario era un gemito soffocato. Giulia mi affondò il viso nel collo per non farsi sentire, le sue mani mi graffiavano la schiena disperatamente mentre l'attrito aumentava la pressione sul suo clitoride gonfiato.

Era completamente in balìa della frizione umida dei nostri costumi e delle mie mani che la tenevano ferma, impedendole di sfogarsi con la velocità che voleva. E fu in quel momento che decisi di iniettarle il vero veleno.

Con una mano, le afferrai i capelli madidi di sale, costringendola a staccare il viso dal mio collo e a voltare la testa verso la spiaggia, puntando dritto verso la fila centrale degli ombrelloni. «La vedi?» le sussurrai all'orecchio.

Giulia sbatté le palpebre contro il riverbero del sole, mettendo a fuoco l'ombrellone rosso. Vide Erika. Rilassata, inerme, mezza addormentata, ignara di tutto. Il corpo di Giulia si irrigidì tra le mie braccia. «Non farmi guardare,» piagnucolò, cercando di distogliere lo sguardo, la voce rotta dal piacere che le saliva in gola.

«Hai guardato prima,» le ricordai spietato, continuando a muovere il bacino contro di lei, una pressione sorda e costante, «mentre me la scopavo da dietro e lei godeva. Hai guardato mentre eravamo felici.»

«Prima era diverso...» gemette, stringendo le gambe attorno a me per cercare più pressione.

«No. Prima eri solo fottutamente gelosa. Adesso sei mia, sei qui a strusciarti su di me, guardi lei, e devi stare zitta.»

Quella frase fu la condanna definitiva. Il mix devastante tra il guardare la sorella addormentata e il piacere umido e ruvido che la consumava nell'acqua la mandò oltre il limite. Giulia si mosse contro di me attraverso il costume con disperazione, incapace di fermarsi. Quando provava ad accelerare spinta dal bisogno, le stringevo i fianchi, costringendola al mio ritmo lento, punitivo. Non poteva permettersi di urlare. Non poteva abbandonarsi. L'acqua copriva gran parte dei suoi movimenti, il costume verde era diventato una prigione di lycra e sale che la stuzzicava senza sosta.

«Non basta...» singhiozzò a fior di labbra, mordendomi violentemente la spalla per soffocare un grido, le unghie conficcate nei miei muscoli. «Franci, ti prego, non basta...»

«Per oggi sì,» le risposi, inflessibile, premendo il bacino contro di lei in modo continuo.

«Con lei... con lei non ti fermi!» protestò, una rabbia disperata nella voce, mentre le ondate di piacere cominciavano ad accendersi nel suo bacino.

«Lei non deve nascondersi.»

La frase calò tra noi come una mannaia. «Allora prima o poi... smetto anch'io,» sibilò Giulia contro il mio collo.

E poi esplose. Ma non fu un climax teatrale, non ci furono urla o spasmi selvaggi come nella sua camera. Arrivò al climax in modo quasi muto, come un animale in trappola. Si irrigidì completamente, i muscoli delle cosce tesi attorno ai miei fianchi come corde d'acciaio. Tremò nell'acqua, scossa da brividi profondi che sentivo attraverso il petto, restando attaccata a me come una cozza allo scoglio, con la bocca premuta così forte contro il mio collo da farmi male, soffocando ogni traccia di gemito.

Erika aveva avuto tutto, in piena luce, ridendo. Giulia era lì, costretta a godere strozzata, di nascosto, con addosso un costume bagnato e la vergogna di essere la seconda scelta.

Quando i tremiti si placarono, rimase inerte contro di me per qualche secondo. L'acqua ci cullava indifferente. Provai a staccarmi, ad allentare la presa sui suoi fianchi per farle rimettere i piedi sul fondo, ma Giulia restò aggrappata a me un secondo di troppo.

Si allontanò appena, posando i piedi sui sassi, l'acqua che le arrivava di nuovo alla vita. Il suo viso era pallido sotto l'abbronzatura, gli occhi lucidi, il respiro ancora corto. Non c'era soddisfazione nel suo sguardo. C'era un senso di incompiutezza, di umiliazione bruciante.

«L'hai fatto apposta,» mormorò, la voce che tremava appena.

«Cosa?»

«Farmela guardare mentre succedeva. Umiliarmi.»

«Hai detto che volevi fare la brava, Giù.»

«No!» esplose a mezza voce, colpendomi l'acqua con un palmo, mandandomi uno spruzzo salato in faccia. «Io volevo essere scelta!»

Quella frase rimase sospesa tra noi, molto più pesante dell'acqua, molto più grande del sesso rubato. Mi colpì dritto al petto, perché sapevo che era la verità. Voleva disperatamente che io rinunciassi a Erika per lei, almeno per un secondo.

La guardai, e il mio istinto di protezione lottò per l'ennesima volta contro il mostro che avevo nutrito. «Allora impara a non comportarti come una bambina infastidita ogni volta che non sei al centro dell'attenzione,» le dissi, duro, cercando di mantenere il controllo della situazione.

Giulia alzò il mento, gli occhi neri che mi trafiggevano. «Io voglio essere al centro.»

«Non oggi.»

Fece mezzo passo indietro, l'acqua che si increspava attorno al costume verde. Un sorriso sghembo, affilato e pericolosissimo le piegò le labbra. «Allora la prossima volta.» E senza dire una parola di più, si voltò e iniziò a nuotare lentamente verso riva.

La guardai allontanarsi, il sangue che mi gelava nelle vene nonostante i quaranta gradi. Aveva gettato il guanto di sfida, e non era più un gioco da ragazzini.

Tornammo all'ombrellone separati. Arrivai per primo, scuotendomi l'acqua dai capelli. Erika si era appena tolta gli auricolari e mi vide arrivare. Sbadigliò, tirandosi su gli occhiali da sole. «Dov'è Giulia?» chiese, stiracchiandosi.

Mi sedetti sul bordo del mio lettino, prendendo un asciugamano. «In acqua. Si lamentava del caldo,» risposi, cercando di mantenere il tono il più piatto possibile.

Erika sorrise, un po' ironica. «Strano. Lei che si lamenta. È una novità.»

Due minuti dopo, Giulia ci raggiunse. Aveva i capelli neri bagnati e incollati al viso. Il costume verde aderiva come una seconda pelle, mettendo in evidenza i capezzoli ancora turgidi per il calore e il piacere non del tutto sfogato. La sua faccia era una maschera di freddezza assoluta. Troppo seria per essere lei.

Erika la guardò mentre prendeva il suo telo dal lettino. «Ti sei calmata?» le chiese la sorella, senza cattiveria.

Giulia non si fermò. Prese il telo, se lo buttò su una spalla e fissò Erika. «No.»

Erika ridacchiò. «Beh, almeno sei onesta.»

Giulia si stese a pancia in giù sull'asciugamano, nascondendo il viso sulle braccia incrociate, ignorando completamente sia me che lei. Non aggiunse altro. Per tutto il resto del pomeriggio, non fece una battuta. Non provocò. Non mi lanciò uno sguardo. Non fece nulla per attirare l'attenzione di Erika. Si limitò a prendere il sole in un silenzio tombale.

Mentre asciugavo le braccia con il telo, sentii un brivido freddo risalirmi lungo la spina dorsale. Giulia che faceva la sfacciata era pericolosa, ma Giulia in silenzio era fottutamente inquietante. Perché non stava pensando al sesso in mare o al piacere rubato. Stava pensando: perché lei sì, e io no? E sapevo che, per avere la risposta a quella domanda, era disposta a fare qualsiasi cosa.

Il resto del pomeriggio scivolò via con una lentezza appiccicosa, come certe domeniche d’estate che sembrano non voler finire mai solo per il gusto sadico di lasciarti marcire nei tuoi pensieri.

Il sole iniziò ad abbassarsi appena, ma non abbastanza da concederci pietà. La sabbia era ancora bollente sotto le piante dei piedi, gli ombrelloni proiettavano ombre corte e storte, e l’aria sapeva di crema solare cotta, sale, plastica calda e ghiaccioli sciolti sulle dita dei bambini.

La madre di Erika tornò dalla casa con una borsa di acqua fresca, il telefono in mano e l’espressione di chi aveva appena litigato venti minuti con una zia al vivavoce.

«Vostra zia è ufficialmente pazza,» annunciò, buttando la borsa frigo sotto l’ombrellone. «E io ho bisogno di un ghiacciolo.»

«Finalmente una frase sensata,» commentò Erika, ancora sdraiata sul lettino, con gli occhiali da sole calati sul naso e il costume nero che le aderiva addosso come una seconda pelle stanca e felice

Io mi limitai ad annuire, seduto sul bordo dell’asciugamano, cercando di sembrare un normale fidanzato in una normale domenica al mare, e non un pezzo di merda con ancora il sapore di due sorelle diverse incastrato nella testa.

Giulia era rimasta a pancia in giù per quasi un’ora.

Immobilizzata.

Troppo ferma per essere lei

Aveva il viso nascosto tra le braccia incrociate, i capelli neri sparsi sulle spalle, la pelle della schiena lucida di sale e sudore. Il costume verde smeraldo, asciugandosi al sole, aveva perso quella trasparenza bagnata e feroce dell’acqua, ma non la sua cattiveria. Anzi. Da asciutto sembrava più innocente, e quindi peggio. Due triangoli di stoffa, due nodi sui fianchi, abbastanza poco da farmi ricordare tutto e abbastanza normale da non insospettire nessuno.

Ogni tanto il vento caldo le muoveva appena i capelli sulla nuca. Lei non reagiva. Non faceva commenti. Non insultava Erika. Non si lamentava del caldo, della sabbia, dei bambini, dell’universo o del fatto che sua madre respirasse troppo forte.

Niente.

E Giulia senza rumore era una minaccia.

«Giù,» la chiamò sua madre, porgendole un ghiacciolo all’amarena. «Lo vuoi o sei morta?»

Giulia sollevò appena la testa. Aveva una guancia arrossata per il sole e gli occhi scuri ancora impastati di qualcosa che non era sonno. Guardò il ghiacciolo, poi me. Un secondo soltanto. Abbastanza.

«Lo voglio,» disse.

Si tirò su lentamente, sedendosi sui talloni. Il costume le tirò sulla pelle, il nodo sinistro dello slip leggermente storto dopo il bagno. Io lo notai. Lei notò che lo avevo notato. E per la prima volta da quando era tornata dall’acqua, le passò sulla bocca un accenno di sorriso.

Piccolo.

Cattivo.

Subito spento.

Prese il ghiacciolo dalla madre e iniziò a mangiarlo in silenzio, con una lentezza così studiata da sembrare quasi casuale. Erika, mezza addormentata e ancora appagata, non ci fece caso. Sua madre stava frugando nella borsa alla ricerca delle chiavi. Io invece dovetti guardare altrove, fissando il mare con la concentrazione disperata di un uomo che tentava di non mandare al diavolo quel che restava della sua vita per un ghiacciolo all’amarena.

«Che avete tutti oggi?» domandò Erika, togliendosi gli occhiali. «Siete strani.»

Il cuore mi diede un calcio nello sterno.

«Il caldo,» risposi subito.

«Il caldo rende scemi,» aggiunse sua madre, pratica.

Giulia succhiò via una goccia rossa dal pollice e abbassò gli occhi, obbediente come una santa di provincia appena uscita da un peccato mortale.

«Sì,» disse piano. «Sarà il caldo.»

Avrei voluto annegarla.

Oppure portarla di nuovo dietro gli scogli.

Il che, ormai, nella mia scala morale, era più o meno la stessa cosa.

Verso le cinque e mezza smontammo l’ombrellone. La spiaggia stava cambiando faccia. I bambini frignavano esausti, i padri trascinavano borse enormi come muli da soma, le madri scuotevano teli pieni di sabbia con una violenza domestica perfettamente socialmente accettabile. Il mare, invece, sembrava più calmo, più scuro, come se avesse deciso di tenersi per sé tutti i segreti della giornata.

Giulia camminava davanti a noi, scalza, con le infradito in mano e il telo buttato sulle spalle. Il costume verde spuntava sotto, a tratti, ogni volta che il vento le sollevava il tessuto. Erika mi camminava accanto, il braccio infilato nel mio, la testa appoggiata alla mia spalla con quella naturalezza che mi faceva sempre venire voglia di essere migliore di quello che ero.

«Mi piace quando vieni al mare con noi,» mormorò.

«Anche a me,» risposi.

Non era nemmeno una bugia.

Era quello il problema.

Alla villetta, il rientro fu un’esplosione di caos estivo: sabbia sul pavimento, ciabatte lanciate in ingresso, bottiglie vuote da riempire, la madre di Erika che urlava di non sedersi sul divano con i costumi bagnati, Erika che rideva mentre cercava un asciugamano pulito, Giulia che spariva in bagno senza chiedere il permesso a nessuno.

«Giulia!» gridò Erika. «Io devo farmi la doccia!»

Da dietro la porta chiusa arrivò la sua voce piatta.

«Dovevi pensarci prima di nascere più lenta.»

Erika alzò gli occhi al cielo. «La solita stronza è tornata. Mi stavo preoccupando.»

Io ridacchiai, ma male.

Perché la solita stronza non era tornata affatto. Stava solo rimettendosi la maschera.

La sentii aprire l’acqua della doccia. Un getto forte, freddo, che rimbombò nelle tubature sottili della casa. Per un secondo immaginai il costume verde scivolarle lungo le gambe, la pelle arrossata dal sole, il sale che spariva nello scarico, la sua faccia ancora seria mentre ripensava a quello che mi aveva detto in acqua.

Io volevo essere scelta.

Mi appoggiai al lavello della cucina e bevvi un bicchiere d’acqua troppo in fretta.

Erika mi raggiunse da dietro e mi abbracciò, premendo il viso tra le mie scapole.

«Sei stanco?»

«Un po’.»

«Stasera guidi tu?»

«Sì.»

«Mi dispiace che tu debba andare via.»

Mi voltai verso di lei. Aveva i capelli umidi, il viso senza trucco, la pelle ancora calda di sole. Era bella in un modo semplice, aperto, ingiustamente pulito. Mi accarezzò il petto con due dita, seguendo una goccia d’acqua che mi scendeva dal collo.

«Se restavi anche stanotte era meglio,» disse, con un mezzo sorriso. «Mamma dorme come un sasso quando prende il sole.»

Il sangue mi si gelò per motivi completamente diversi da quelli che lei immaginava.

«Domani devo studiare,» risposi.

Erika fece una smorfia. «Che palle. Sei diventato responsabile proprio quando non serviva.»

Mi baciò. Un bacio morbido, stanco, da fidanzata felice. Io lo ricambiai, perché la volevo. Perché le volevo bene. Perché ero una contraddizione con le gambe e una discreta erezione morale al contrario.

Quando Giulia uscì dal bagno, aveva addosso un vestitino leggero color sabbia, i capelli bagnati pettinati all’indietro e la pelle ancora lucida di doccia. Il costume verde non si vedeva più. Eppure io lo vedevo lo stesso. Come una ferita sotto la stoffa.

Ci incrociammo nel corridoio stretto mentre lei andava verso la camera.

Non mi sfiorò.

Non sussurrò nulla.

Passò dritta, con gli occhi bassi.

E quella sua obbedienza silenziosa mi fece più male di qualsiasi provocazione.

La cena fu fredda, veloce, estiva. Pomodori, mozzarella, tonno, pane, pesche tagliate in una ciotola, birra per me ed Erika, acqua frizzante per sua madre che continuava a ripetere di essere “disidratata a livello cellulare”, qualunque cosa volesse dire.

Mangiammo in veranda, sotto una lampadina gialla piena di moscerini suicidi. Da lontano arrivava il rumore del mare e qualche motorino che passava sulla strada litoranea. L’aria della sera era ancora calda, ma più sopportabile, con quel vento leggero che ti asciuga il sudore e ti fa credere per dieci minuti che vivere non sia un errore amministrativo.

Erika rideva. Sua madre raccontava della zia pazza. Io rispondevo quando dovevo. Giulia mangiava poco, infilzando i pomodori con la forchetta come se avessero colpe personali.

A un certo punto, sua madre si alzò per prendere altra acqua.

Erika guardò la sorella. «Giù, ma oggi che hai? Sei inquietante.»

Giulia non alzò subito gli occhi dal piatto.

«Niente.»

«Hai detto “niente” con la faccia di una che vuole incendiare un villaggio.»

«Magari sono stanca.»

«Tu non sei mai stanca. Tu sei fastidiosa con riserva energetica nucleare.»

Giulia finalmente sorrise appena. «Mi manchi quando fai la sorella intelligente.»

«Succede raramente, goditelo.»

Risero entrambe.

Per un istante sembrarono solo quello: due sorelle al mare, abbronzate, stanche, cresciute nello stesso sangue e nella stessa casa, con la stessa madre che urlava dalla cucina perché nessuno aveva rimesso l’acqua in frigo.

Per un istante mi sembrò tutto normale.

Poi Giulia sollevò gli occhi su di me.

E il normale finì lì.

Non c’era provocazione nel suo sguardo. Non c’era nemmeno desiderio, non nel modo semplice e sporco in cui lo avevo visto prima. C’era una decisione. Una cosa quieta, già presa. Come se dentro di lei, in quelle ore di silenzio, qualcosa si fosse spostato definitivamente.

La versione capricciosa di Giulia voleva essere guardata.

Quella che avevo davanti, invece, voleva essere inevitabile.

Alle otto e mezza caricai lo zaino in macchina. Il cielo era diventato viola sopra i tetti bassi delle villette, e l’asfalto restituiva ancora il calore accumulato durante il giorno. La madre di Erika mi salutò dal balcone con un bicchiere in mano.

«Guida piano, Francesco! E grazie per essere passato!»

«Certo, buonanotte!»

Erika mi accompagnò al cancello. Aveva indossato una maglietta larga sopra il costume e profumava di doposole. Mi abbracciò forte, come se dovessi partire per la guerra e non per un’ora e mezza di tangenziale sudata.

«Mi scrivi quando arrivi?»

«Sì.»

«Promesso?»

«Promesso.»

Mi baciò. Prima dolce. Poi un po’ meno. Le sue mani salirono al mio collo, le mie le finirono sui fianchi, e per un secondo il cancello, la strada, sua madre al piano di sopra, tutto sparì. C’era solo Erika, la sua bocca calda, il suo corpo stanco di sole contro il mio.

Quando si staccò, aveva gli occhi lucidi di quella tenerezza che mi faceva sentire ancora più sporco.

«Ti amo,» disse.

Mi si chiuse qualcosa nello stomaco.

«Ti amo anch’io.»

Non so se Giulia sentì.

So solo che, quando alzai lo sguardo verso la casa, lei era alla finestra della camera. Mezza nascosta dalla tenda. Immobile.

Non salutò.

Non sorrise.

Guardò Erika baciarmi. Guardò me ricambiare. Guardò il posto che non era suo.

Poi la tenda si mosse appena e lei sparì.

Salii in macchina con il cuore che batteva troppo forte. Misi in moto. Erika rimase sul marciapiede a salutarmi con la mano, bellissima e ignara sotto la luce arancione del lampione.

Feci retromarcia, uscii dal vialetto e imboccai la strada verso la statale.

Il telefono vibrò prima ancora che superassi il secondo incrocio.

Non era Erika.

Giulia: «Oggi l’ho guardata.»

Tenni gli occhi sulla strada, le mani strette sul volante.

Franci: «Lo so.»

Passarono dieci secondi.

Giulia: «Tu hai guardato me.»

Non risposi subito. Il mare scorreva alla mia destra, nero e immenso dietro le case basse. Le luci degli stabilimenti balneari si riflettevano sull’acqua come promesse sporche.

Franci: «Dovevi fare la brava.»

Giulia: «L’ho fatta.»

Franci: «A tratti.»

Giulia: «A tratti mi hai fatto tua.»

Mi mancò un respiro.

Rallentai senza accorgermene. Un motorino mi superò suonando il clacson e mandandomi elegantemente a fanculo con la mano.

Giulia: «La prossima volta non voglio guardare.»

Il pollice rimase sospeso sullo schermo.

Sapevo cosa avrei dovuto scrivere. Qualcosa di freddo. Di duro. Una regola. Un confine. Una di quelle frasi da uomo che finge di avere ancora il controllo perché non ha il coraggio di ammettere di averlo perso da settimane.

Franci: «La prossima volta forse devi stare ancora più brava.»

La risposta arrivò quasi subito.

Giulia: «No.»

Poi un altro messaggio.

Giulia: «La prossima volta voglio stare in mezzo.»

Il mare, fuori dal finestrino, continuava a muoversi nel buio. Indifferente. Nero. Enorme.

Io non risposi.

Perché alcune frasi non sono messaggi.

Sono porte che si aprono.

E io, ormai, avevo già messo un piede dentro.

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