Erano passati quattro giorni. Quattro giorni in cui, con uno sforzo mentale disumano, mi ero convinto di avere la situazione sotto controllo. Avevo tenuto le distanze, mi ero comportato da fidanzato perfetto con Erika, avevo evitato di restare solo con Giulia. Avevo quasi iniziato a credere che quella notte folle potesse essere confinata in un cassetto oscuro del mio cervello, un segreto chiuso a chiave e sepolto per sempre.
Poi, mercoledì mattina, il telefono vibrò sul tavolo della biblioteca.
Erika: «Amore, ti posso chiedere un favore enorme?»
Il cuore mi saltò un battito. Quando la tua ragazza ti scrive una frase del genere, di solito non è nulla di buono. Ma quando hai le mani sporche come le mie, ogni notifica è una potenziale condanna a morte.
«Dimmi tutto.» «Oggi in reparto è un inferno, la caposala mi ha incastrata per un doppio turno. Mamma è fuori città per quel convegno. Giulia finisce gli esami di simulazione all'una, mi aveva chiesto di passarla a prendere perché ha una borsa pesante con i libri da restituire in biblioteca e fuori ci sono quaranta gradi. Ci andresti tu? Ti prego, mi salvi la vita.»
Fissai lo schermo per dieci secondi buoni. L'universo, evidentemente, aveva deciso di prendermi a calci in faccia.
Digitai la risposta, rapido, cercando di non far trasparire nulla. «Certo. Nessun problema. Buon lavoro, piccola.»
Bloccai lo schermo e mi passai le mani sul viso, respirando a fondo. Certo. Perché evidentemente Satana in persona aveva preso in gestione la logistica familiare.
Alle tredici in punto, accostai la macchina davanti al liceo scientifico di Giulia. L'aria condizionata sparata al massimo a stento combatteva l'afa di fine giugno. Il piazzale era un fottuto caos: motorini truccati che sgasavano, asfalto rovente, madri in SUV parcheggiate in doppia fila, professori distrutti e un'orda di ragazzini sudati, urlanti e carichi di zaini che si riversava fuori dai cancelli.
Mi sentivo totalmente fuori posto. Avevo solo pochi anni più di loro, ma guardarli da dietro il finestrino abbassato mi fece sentire improvvisamente sporco. Era questo il mondo di Giulia. La scuola, le versioni di latino, i pettegolezzi. E io, l'uomo adulto, il fidanzato di sua sorella, le avevo infilato le dita dentro mentre piangeva nel suo letto. Deglutii a fatica, appoggiando il gomito sulla portiera aperta.
Poi la vidi. Uscì dal cancello principale affiancata da tre amiche. Indossava un paio di pantaloncini di jeans chiari a vita alta e un top bianco aderente che le lasciava scoperta una striscia di pancia piatta. I capelli neri erano legati in una coda disordinata.
Il mio sguardo incrociò il suo. Mi vide all'istante. Mi aspettavo che salutasse le amiche e venisse verso la macchina. Invece, fece la cosa più da "Giulia" possibile. Rallentò il passo. Alzò il mento, inarcò la schiena e iniziò a camminare verso di me con un'andatura studiata, ancheggiando impercettibilmente. Una diva di provincia che sapeva di avere gli occhi addosso.
Si stava mettendo in mostra. Stava usando me, la mia macchina, la mia presenza lì ad aspettarla come un trofeo da sbandierare davanti alle sue amichette del liceo.
Si fermarono a due metri dalla mia portiera, proprio dal lato del finestrino abbassato. Io non dissi una parola, le braccia incrociate sul volante.
Una delle sue amiche, una biondina con un chupa-chups in bocca, sbirciò verso l'abitacolo, squadrandomi. «Ma chi è quello?» le chiese sottovoce, anche se nel baccano della strada la sentii perfettamente.
Giulia non si voltò nemmeno a guardarmi. Fece un sorriso furbo, carico di malizia, sistemandosi la cinghia dello zaino sulla spalla. «Il fidanzato di mia sorella,» rispose, con un tono annoiato che era pura recitazione.
Fece una pausa teatrale di due secondi. «Purtroppo.»
Strinsi le mani sul volante fino a farmi sbiancare le nocche. Quella fottuta mocciosa. Le avevo detto di essere discreta, le avevo imposto delle regole quella notte, e lei non riusciva a non giocare con il fuoco alla prima occasione utile, solo per farsi bella davanti a tre ragazzine.
Un'altra amica, mora e con gli occhiali, ridacchiò. «Ah, peccato. Pensavo fosse il tuo, con quella faccia.»
A quel punto, Giulia si voltò verso di me. I suoi occhi scuri incontrarono i miei. Il suo sguardo era carico di una sfida così sfacciata che mi incendiò il sangue nelle vene. Sorrise, tornando a guardare l'amica. «No,» scandì bene le parole, assicurandosi che le sentissi. «Il mio sarebbe meno serio.»
Le amiche scoppiarono a ridere, salutandola con baci sulle guance prima di allontanarsi verso le fermate degli autobus.
Giulia rimase sola sul marciapiede. Il suo sorrisetto trionfante durò esattamente il tempo che le ci volle per girarsi completamente verso di me e incrociare il mio sguardo. La fulminai. Non c'era traccia di divertimento o di tolleranza nei miei occhi. Era uno sguardo duro, freddo, che non prometteva nulla di buono. Lo stesso sguardo che aveva visto su di me prima di spogliarla.
Capì immediatamente di aver tirato troppo la corda. Il sorriso le morì sulle labbra, sostituito da un guizzo di panico misto a un'eccitazione febbrile. Sapeva di aver fatto un casino, e sapeva perfettamente che, nel chiuso di quell'abitacolo, non sarebbe stata lei ad avere il controllo.
Senza dire una parola, aprì la portiera del passeggero, buttò lo zaino pesante sui sedili posteriori e si lasciò cadere accanto a me, chiudendo lo sportello con quel suo solito, insopportabile sorrisetto da peste stampato in faccia.
Appena lo sportello si chiuse con un tonfo sordo, isolandoci dal frastuono della strada, l’aria nell’abitacolo cambiò drasticamente. La bolla pubblica si era infranta. Ora eravamo solo noi due, l'aria condizionata che soffiava fredda e il silenzio carico di tensione.
Ingranai la prima e mi immisi nel traffico con una manovra fin troppo secca.
«Ti sei divertita?» ruppi il silenzio, senza staccare gli occhi dalla strada, la voce venata di un fastidio gelido.
Giulia si sistemò sul sedile, tirandosi giù l'orlo dei pantaloncini che le si erano arrampicati sulle cosce sudate. «Abbastanza,» rispose, lisciandosi la coda di cavallo sullo schienale. «Anche se tu eri davvero carino con quella faccia da funerale.»
«Te l'ho detto l'altra notte, Giulia. Non devi usarmi per fare scena davanti alle tue amichette.»
«Non ti ho usato,» ribatté subito lei, con quel tono da maestrina che le veniva naturale. «Ti ho solo contestualizzato.»
«Hai quattordici anni, Giulia, dovresti capire le cose,» sospirai, stringendo il volante. «Impara almeno a mentire con eleganza. Sembrava la recita di una bambina che ha rubato il giocattolo alla sorella maggiore.»
Quella frase colpì nel segno. Giulia si offese, ma nel suo tipico stile: teatrale, drammatico, fottutamente irritante. Incrociò le braccia sotto il seno, spingendolo in su in modo tutt'altro che casuale, e sbuffò sonoramente.
«Ah, certo. Scusa se non sono raffinata e perfetta come Erika,» sibilò.
Ed eccolo lì. Il vero nucleo della questione. La maschera da mangiauomini era caduta di nuovo. Giulia non stava solo giocando a fare la ribelle: era divorata dalla gelosia. Voleva disperatamente che io fossi lì per lei, e non come un fattorino mandato dalla sorella.
Girò il viso verso il finestrino, fissando i palazzi che scorrevano veloci, e abbassò la voce. Il tono arrogante si incrinò. «Comunque... sei venuto solo perché te l'ha chiesto lei, vero?»
L'istinto mi disse di addolcire la pillola, di assecondare quella sua vulnerabilità, ma sapevo che se avessi ceduto il controllo sarei stato fottuto. «Sì,» risposi, secco e inesorabile.
Giulia strinse le labbra. La delusione le attraversò lo sguardo scuro come un'ombra fulminea. «Almeno potevi mentire,» mormorò, stringendosi nelle spalle.
Era una frase carica di un dolore reale, infantile. Voleva essere scelta. Voleva la priorità. Sentii una morsa allo stomaco, ma prima che potessi dire qualcosa per rimediare, lei capì di essersi mostrata debole e cambiò tattica in un millesimo di secondo. La vulnerabilità sparì, sostituita dalla lussuria calcolata di una piccola manipolatrice.
Per un secondo, però, mentre mi provocava, le vidi passare negli occhi l’ombra della notte precedente. Non paura vera. Peggio: il ricordo di essersi scoperta fragile, inesperta, troppo esposta. Il ricordo di avermi voluto addosso e poi di essersi spezzata proprio quando voleva dimostrarmi di essere pronta. Fu un lampo minuscolo, quasi invisibile. E infatti subito dopo alzò il mento, irrigidì la bocca e si sistemò sul sedile con quell’aria arrogante da stronzetta viziata, come se dovesse compensare a ogni costo il fatto che io l’avessi vista crollare.
