Sorella Sbagliata

Capitolo 10 - La Prima Notte da Fidanzata

Con Erika lontana, Giulia si prende la sua prima notte intera da Franci: doccia, appuntamento, letto e risveglio.
Ma ciò che nasce come una bugia da fidanzata diventa una nuova verità impossibile da cancellare.

A
Alessia

3 ore fa

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Il rumore del traffico fuori dai finestrini sembrava ovattato. L'abitacolo della mia macchina era saturo del respiro di Giulia, dell'odore della sua pelle sudata dopo l'allenamento, mescolato a quel suo profumo dolce che ormai mi perseguitava anche nel sonno.

Cercai di riprendere le redini della serata, di arginare la sua fame incanalandola in qualcosa che potessi gestire. Un perimetro sicuro. «Ti porto da me,» le dissi, tenendo gli occhi fissi sulla strada. «Ti fai una doccia, ti togli di dosso la palestra, e poi vediamo cosa ordinare da mangiare.»

Giulia si voltò verso di me. Si sistemò meglio sul sedile, tirandosi le ginocchia contro il petto. «Non devo tornare.»

Il mio piede si alleggerì impercettibilmente sull'acceleratore. «Che significa?»

«Significa che ho detto a mamma che dormo da Marta,» rispose, con una naturalezza disarmante, guardando dritta davanti a sé.

Una scossa di panico mi attraversò la spina dorsale. Frenai al semaforo giallo con un po' troppa forza. «Giulia.» La mia voce era un avvertimento duro.

«No. Non fare quella faccia,» scattò lei, mettendosi subito sulla difensiva.

Mi girai a guardarla. «Tu non dormi da me.»

I suoi occhi neri si piantarono nei miei. Non c'era esitazione, non c'era vergogna. C'era solo una pretesa feroce e logica.«Perché? Lei sì.»

Boom. L'abitacolo divenne improvvisamente privo di ossigeno. Quella non era la richiesta di un appuntamento. Non era una scopata furtiva sul divano prima di riportarla a casa. Era una notte intera. Era il mio letto. Era il sonno. Era la colazione del mattino dopo. Era il risveglio con la luce del sole che filtrava dalle tapparelle. Era l'intimità più assoluta, la cosa più fottutamente da fidanzata che potesse mai chiedermi. E non avevo argomenti per dirle di no, perché la sua obiezione era inattaccabile. Lei sì.

«È diverso...» provai a mormorare, ma la frase mi morì in gola per quanto suonasse patetica.

Giulia abbassò lo sguardo sulle proprie mani, iniziando a torturarsi le pellicine. La spavalderia di un attimo prima si incrinò, lasciando trasparire un'emozione disordinata, goffa, terribilmente vulnerabile. «Io non voglio solo uscire, Franci,» sussurrò, la voce che le tremava appena.

«E cosa vuoi?» le chiesi, sentendo il cuore martellarmi nel petto.

«Voglio tornare tardi,» iniziò, le parole che le uscivano in fretta, come se avesse paura di essere fermata. «Voglio lasciare lo spazzolino nel tuo bagno, anche se poi domani mattina me lo fai portare via di nascosto. Voglio dormire con una tua maglietta addosso, di quelle larghe che sanno di te. Voglio svegliarmi prima di te e... e fare finta di sapere cosa si fa. Preparare il caffè. Quelle cose lì.»

Rimasi pietrificato. Il volante stretto tra le mani. La stavo ascoltando, e la nudità del suo desiderio mi faceva più paura di qualsiasi minaccia o ricatto mi avesse mai fatto. Non voleva distruggere il mio mondo; voleva abitarci. Anche solo per dodici ore.

Il mio silenzio prolungato le fece scattare i nervi. La sua insicurezza si tramutò istantaneamente in aggressività. Si voltò verso il finestrino, incrociando le braccia. «Non guardarmi così,» sibilò.

«Così come?»

«Come se avessi appena chiesto troppo.»

Rimisi la prima e ripartii. E non presi la strada per casa sua.

Quando aprii la porta di casa mia, Giulia entrò in modo diverso dal solito. Non c'era la sfida strafottente dell'ultima volta. C'era un'appropriazione metodica. La sua sacca da ginnastica, che prima mi era sembrata un semplice accessorio, ora pesava come un macigno. Non era una borsa di passaggio. Era una borsa da notte.

Andò dritta in camera da letto, e io la seguii, appoggiandomi allo stipite della porta. Giulia posò il borsone sul materasso. Il suono della zip che si apriva fu forte, definitivo. E poi iniziò a tirare fuori le sue cose.

Lo fece troppo in fretta. Con gesti nervosi, scattanti, come una che ha bisogno di sparpagliare i propri oggetti per dimostrare, a me e a se stessa, di avere il diritto di stare lì. Tirò fuori l'intimo pulito — un completino di pizzo nero, comprato chiaramente per l'occasione, non certo per un allenamento di ginnastica. Poi un deodorante. Il caricabatterie del telefono, che srotolò e attaccò subito alla presa vicino al mio lato del letto. Un flacone di profumo. E, in fondo, uno spazzolino da denti nuovo, ancora nel suo blister di plastica trasparente.

Vedere quello spazzolino sul mio copriletto mi diede una vertigine. Era la prova materiale della premeditazione. Lei ci aveva pensato. Aveva preparato tutto prima ancora di sapere se l'avrei davvero portata lì.

«Giulia,» la richiamai, la voce bassa, tesa.

Lei si fermò con una maglietta di ricambio a mezz'aria. «Che c'è?»

Mi staccai dallo stipite e feci due passi nella stanza. «Non devi sistemarti a casa mia.»

Giulia strinse la maglietta tra le mani. I suoi occhi saettarono sui miei, fieri ma feriti. «Sto solo tirando fuori le cose.»

«È per una notte.» Glielo dissi per proteggere i confini che lei stava sgretolando a colpi di spazzolini e intimo di pizzo.

Lei sostenne il mio sguardo. Respirò a fondo, il petto sudato che si alzava sotto la felpa aperta. «Lo so,» rispose, con una calma che mi spezzò in due. Fece una pausa, abbassando gli occhi sul letto coperto dalle sue tracce, e poi sussurrò: «Ma una notte ha comunque bisogno di cose.»

Rimasi senza fiato. La guardai. Era accaldata, stanca, eppure l'erotismo che emanava in quel momento non derivava dalla pelle scoperta. Derivava dal possesso. Dal modo in cui aveva preso il mio letto e lo aveva reso suo, rivendicando uno spazio che le avevo sempre negato.

Mi avvicinai lentamente. Senza dire una parola, allungai la mano e le sfilai la maglietta di ricambio dalle dita, facendola cadere sul materasso. Poi le presi i fianchi. Affondai le dita nel tessuto dei suoi leggings aderenti, tirandola contro di me. Il calore del suo corpo dopo l'allenamento irradiò contro il mio addome. Alzò il viso verso il mio, le labbra socchiuse, il respiro che si faceva improvvisamente corto. «Vai a farti questa doccia,» le sussurrai a un millimetro dalla bocca, la voce roca e carica di una promessa che non potevo più rimangiare. «Oppure non ci arriviamo vivi a cena.»

Il bagno di casa mia era piccolo, e il caldo di agosto lo rendeva una specie di incubatore. Quando chiusi la porta alle nostre spalle, l'aria divenne subito densa, satura del suo odore: un misto di sudore da allenamento, pelle surriscaldata e quel fondo dolciastro del suo profumo che le era rimasto sul collo.

Giulia rimase in piedi al centro delle piastrelle. Teneva il borsone stretto in una mano, guardandosi intorno con un'incertezza che non le avevo mai visto addosso. Non c'era la ragazzina sfacciata dei parcheggi o del sottoscala. C'era una ragazzina al suo primo, vero e terrorizzante sconfinamento domestico.

Si guardò i piedi, poi il lavandino, poi la lavatrice. «Dove metto le cose?» chiese, la voce insolitamente piccola.

«Dove vuoi,» risposi, appoggiandomi alla porta chiusa.

Giulia strinse la cinghia del borsone, le nocche bianche. «Non lo so dove voglio.»

Era una frase goffa, purissima, disarmante. La femme fatale era crollata, lasciando il posto a una ragazza che non aveva la minima idea di come si occupasse lo spazio di un uomo senza sembrare un'intrusa.

Lasciò cadere il borsone a terra. Provò a sfilarsi la felpa, ma il sudore le faceva aderire il tessuto sportivo alla pelle. Sbuffò, tirando il colletto con un gesto di stizza infantile. Mi avvicinai. Senza dire una parola, le presi i lembi della felpa e l'aiutai a sfilarla da sopra la testa. Poi passai ai leggings. Erano incollati alle sue gambe toniche, umidi di fatica. Mi inginocchiai davanti a lei, agganciando i pollici all'elastico in vita, e li tirai giù lentamente. Lei si appoggiò con una mano alla mia spalla per non perdere l'equilibrio. Era un gesto intimo, pratico, privo di malizia, che ci espose più di una scopata furiosa.

Rimase solo con l'intimo sportivo e la pelle lucida di sudore. Incrociò le braccia sul petto, un riflesso condizionato per coprirsi. Mi guardò dall'alto in basso, esitando.

«Tu… resti?» domandò.

La guardai negli occhi. «Vuoi che resti?»

Si irritò all'istante, un meccanismo di difesa automatico. «Non rispondere sempre con domande da psicologo del cazzo.» Poi, abbassò lo sguardo, le ciglia scure che le tremavano appena, e sussurrò: «Sì.»

Aprii l'acqua, regolandola su una temperatura tiepida per combattere la canicola estiva. Il box doccia si riempì di vapore leggero. Entrammo.

L'acqua scrosciò sui nostri corpi. Sotto il getto, il trucco sbavato di Giulia iniziò a sciogliersi definitivamente, lavando via l'ultimo scudo che le restava. I capelli neri le si appiccicarono al viso, le spalle si incurvarono. Era bagnata, struccata, esposta. E per la prima volta da quando era iniziato tutto quel casino, non sapeva come comportarsi. L'equazione sesso rubato = eccitazione era saltata. Ora doveva essere normale, e la normalità la terrorizzava.

«Non so come si fa,» mormorò, stringendosi nelle spalle sotto l'acqua.

«A fare cosa?» le chiesi, prendendo il bagnoschiuma.

«A stare qui senza sembrare una che sta rubando qualcosa.»

Quella frase mi spaccò il cuore. Versai il sapone sulle mani. Mi avvicinai, annullando la distanza tra noi. Le passai le mani insaponate sulle spalle, scendendo lungo la schiena. Giulia chiuse gli occhi, rilasciando un sospiro tremante. I suoi muscoli si rilassarono sotto le mie dita, ma il suo respiro restava teso, in bilico. Scivolai in avanti, avvolgendola da dietro, e le mie mani scesero sui suoi seni scivolosi, stringendoli con una dolcezza ferma, lavandole la pelle calda.

Lei si appoggiò al mio petto bagnato. «È stupido che mi agiti più questo del sesso?» sussurrò, la voce coperta dal rumore dell'acqua.

«No.»

«Bugia.»

La girai verso di me. I nostri sguardi si incrociarono attraverso l'acqua che ci scorreva sui volti. Voleva dimostrarmi che non era solo una bambina impaurita, che poteva darmi quello che le altre non mi davano. Senza preavviso, scivolò verso il basso, inginocchiandosi sul piatto doccia.

L'acqua le batteva sulla schiena nuda. Mi guardò dal basso, poi si avvicinò alla mia erezione. Non era la predatrice sicura di sé che fingeva di essere; c'era una goffaggine tenera e disperata nei suoi movimenti. Prese la mia virilità tra le mani bagnate, schiudendo le labbra. Quando mi prese in bocca, il contrasto tra il calore umido e febbrile della sua cavità e l'acqua tiepida che ci cadeva addosso mi fece inarcare la schiena contro le piastrelle. I suoi movimenti erano ancora acerbi, incerti rispetto all'impeto furioso di Erika o delle ragazze più grandi, ma c'era una devozione in lei, una voglia di compiacermi che superava qualsiasi tecnica.

«Piano...» mormorai, intrecciando le dita nei suoi capelli bagnati.

La guidai. Le tenni il viso con entrambe le mani, dettando un ritmo lento, assecondando la sua bocca. Lei imparava in fretta. La sua lingua si mosse con più sicurezza, le sue labbra si fecero più avvolgenti, creando un sottovuoto caldo che mi risucchiava la lucidità. Il rumore dell'acqua che sbatteva sul vetro nascondeva i miei gemiti gutturali e i suoni umidi della sua bocca. L'eccitazione si mescolò alla tenerezza e al possesso. Sentire il suo viso morbido tra le mie mani, vederla inginocchiata per me nell'intimità del mio bagno, fu una scarica troppo potente. Quando sentii il limite avvicinarsi irrimediabilmente, aumentai la pressione delle mani sui suoi capelli. «Giulia...» ansimai. Il climax fu un'esplosione intensa, muscolare, che mi svuotò i polmoni, riversando tutta la tensione accumulata nelle ultime due settimane. Mi appoggiai al vetro, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, mentre l'acqua continuava a pioverci addosso, lavando via la frenesia e lasciandoci solo una stanchezza pulita.

Dieci minuti dopo, eravamo in camera da letto. Giulia era uscita dalla doccia avvolta in un mio asciugamano grigio, troppo grande per lei. Aveva i capelli umidi tamponati alla meglio, il viso pulito, le guance arrossate dal vapore. Frugò nel borsone e ne tirò fuori una mia vecchia maglietta dei Nirvana che mi aveva fregato chissà quando, infilandosela. Le arrivava quasi a metà coscia.

Si sedette sul bordo del letto. Si guardò le mani, poi si guardò intorno nella stanza, dondolando leggermente le gambe. Sembrava in attesa di istruzioni. L'ansia da prestazione emotiva l'aveva completamente paralizzata.

«Adesso che si fa?» chiese, con un tono di voce buffo, quasi formale.

Stavo infilandomi un paio di jeans puliti. La guardai, trattenendo un sorriso. «Ci vestiamo e usciamo.»

Giulia sgranò gli occhi, sbattendo le palpebre. «Subito?»

«Non volevi uscire?» le chiesi, infilandomi una maglietta. «Hai detto tu che volevi la cena, il fuori, le stronzate da fidanzata.»

«Sì,» rispose lei, arricciando il naso in un'espressione confusa e adorabile, «ma pensavo ci fosse una... fase.»

Mi fermai. «Una fase?»

«Non lo so, Franci!» sbottò, incrociando le braccia al petto, la vulnerabilità che traboccava da ogni poro. «Le coppie fanno cose strane prima di uscire. Parlano, si guardano, decidono cosa fare... non lo so. Io non ho mai fatto questa cosa.»

Restai a fissarla. Sotto la pretesa tossica, sotto i ricatti emotivi e le foto compromettenti, c'era solo una ragazza che non era mai stata portata fuori a cena dal ragazzo che le piaceva. Aveva il desiderio feroce di una donna, ma l'esperienza emotiva di una bambina.

Mi avvicinai al letto. Mi sedetti accanto a lei, il materasso che si abbassò sotto il mio peso. Allungai un braccio, glielo passai dietro le spalle e la tirai contro il mio fianco. Lei oppose resistenza per mezzo secondo, poi si lasciò cadere contro di me, appoggiando la testa bagnata sulla mia spalla, espirando rumorosamente.

«Va bene,» le dissi, baciandole la tempia. «Allora facciamo la fase. Stiamo seduti qui a non fare niente per dieci minuti. E poi ti porto a mangiare la cosa più buona che c'è in città. Che ne dici?»

Giulia annuì lentamente contro la mia maglietta, stringendo il tessuto con le dita. E per la prima volta da quel maledetto giorno al mare, non sembrava in guerra con nessuno.

La «fase» durò il tempo di calmarci, ma l'aria in camera da letto rimase densa di una tensione elettrica, carica di un erotismo che non aveva più bisogno di essere consumato rabbiosamente per farsi sentire.

Mi alzai per finire di vestirmi, mentre Giulia apriva di nuovo il suo borsone. Tirò fuori l'intimo pulito. Un completino di pizzo nero, sottile, quasi trasparente. Si sfilò la mia maglietta grigia, restando completamente nuda sotto la luce della plafoniera. Non si nascose. Si infilò gli slip, il pizzo scuro che contrastava in modo brutale e meraviglioso con il candore della sua pelle giovane e con la curva soda dei suoi fianchi. Poi agganciò il reggiseno. Mi fermai a guardarla, con la cintura dei jeans a metà. I suoi seni piccoli e perfetti venivano spinti verso l'alto dalla stoffa, i capezzoli turgidi che premevano contro il ricamo. Vederla prepararsi in camera mia, vederla indossare una lingerie da donna per un appuntamento con me, mi fece pulsare di nuovo il sangue nelle vene. Le mi avvicinai da dietro, passandole le mani sui fianchi nudi, sfiorando il bordo del pizzo. Le baciai la spalla ancora umida, inalando il profumo del mio stesso bagnoschiuma sulla sua pelle, sentendola rabbrividire e inarcare la schiena contro il mio petto.

Si infilò i jeans e un top nero aderente, poi si voltò verso il grande specchio dell'armadio. Si sistemò i vestiti, lisciando le pieghe. Non voleva sembrare la ragazzina ribelle. Non voleva sembrare la sorella minore di Erika. Voleva disperatamente sembrare una donna che avevo scelto.

«Sono presentabile?» mi chiese, guardando il mio riflesso nello specchio.

«Sì,» risposi, appoggiandomi allo stipite del bagno.

Giulia incrociò le braccia. «Non dire sì come se stessi rassicurando una pazza.»

Sorrisi, scuotendo la testa. «Stai bene, Giulia.»

«Quanto bene?» insistette, girandosi verso di me. Ecco la solita Giulia, affamata, che pretendeva sempre un centimetro in più.

Non risposi a parole. Presi l'asciugamano, mi avvicinai e le avvolsi i capelli ancora troppo bagnati. Iniziai a frizionarglieli con delicatezza. Lei si irrigidì per un istante, sorpresa, poi chiuse gli occhi e si lasciò fare. Presi il phon dal cassetto, lo accesi al minimo e iniziai ad asciugarle le ciocche scure. Mentre l'aria calda le sfiorava il viso, la mia mano libera le accarezzava la nuca, massaggiando la pelle sensibile alla base del collo. Era un gesto intimo, domestico, ma carico di una sensualità sotterranea che le faceva tremare il respiro a ogni mio tocco.

A un certo punto, Giulia aprì gli occhi e si fermò, fissando la mia mano che le sistemava una ciocca dietro l'orecchio. Sembrava colpita, quasi spaventata da quella dolcezza. «Lo fai anche con lei?» sussurrò.

Mi bloccai. Spensi il phon. La guardai, il clima che minacciava di incrinarsi. Ma Giulia capì subito. Si morse il labbro, abbassando lo sguardo. «No. Scusa,» si corresse in fretta, la voce sottile. «Oggi non dovevo chiederlo.» Era un passo avanti enorme. Stava imparando a proteggere quello che avevamo in quel momento, senza avvelenarlo.

Per l'appuntamento scelsi un posto fuori zona. Una paninoteca rustica, mezza all'aperto, a venti minuti di macchina dal nostro quartiere, dove le probabilità di incrociare amici di Erika o sua madre erano vicine allo zero.

Parcheggiai l'auto in una strada sterrata e buia. Quando scendemmo, Giulia era un fascio di nervi. Camminava rigida, guardandosi intorno. Quando le fui accanto, d'istinto, allungai la mano e presi la sua. Le sue dita si intrecciarono alle mie, ma strinse troppo forte. Una presa spasmodica, disperata, come se temesse che potessi evaporare.

Mentre camminavamo verso le luci del chiosco, sotto i lampioni, la guardai con la coda dell'occhio. Senza il trucco pesante, con i capelli un po' gonfi, sembrava esattamente quello che era: una bellissima ragazzina, sembrava più grande si, ma pur sempre una ragazzina. Io ero più grande. Per un istante, il peso della differenza d'età, del giudizio degli estranei, mi schiacciò il petto. Mi chiesi se la gente ci stesse guardando, se stessero pensando che ero un viscido, uno che se ne approfittava. Ma poi Giulia mi strinse di nuovo la mano, il suo pollice che accarezzava il mio dorso in un gesto goffo e tenero, e ci passai sopra. Fanculo gli altri. Fanculo le apparenze. La volevo lì con me.

Arrivati al chiosco, mi feci avanti per aprirle la porta di plastica che riparava i tavoli all'aperto. Lei passò sotto il mio braccio, arrossendo vistosamente. Per non darlo a vedere, sparò una battuta sarcastica. «Che gentiluomo. Hai paura che mi rompa un'unghia?»

«Cerca di abituarti,» le risposi, tirandole indietro la sedia di plastica.

Si sedette, rigidissima. Non sapeva come comportarsi. Quando arrivò il cameriere, cambiò idea sull'ordine tre volte, incespicando sulle parole, agitata dal fatto che la stessi guardando. Quando portarono i vassoi, la situazione divenne teneramente ridicola. Rideva troppo forte alle mie battute. Allungava la mano per rubarmi le patatine fritte dal piatto, cercando di sembrare la fidanzata spontanea e giocherellona dei film, ma il gesto era meccanico, studiato. Ogni due minuti, i suoi occhi guizzavano verso il mio telefono appoggiato a faccia in giù sul tavolo, per controllare se lo stessi guardando.

A metà panino, si fermò. Si pulì la bocca con il tovagliolo e mi guardò dritta negli occhi. «È questo un appuntamento?» chiese.

«Credo di sì,» risposi, addentando una patatina.

Lei inarcò un sopracciglio, insicura. «Credo?»

Smisi di masticare. La guardai seriamente. «Sì, Giulia. È un appuntamento.»

Lei provò a fare la disinvolta, appoggiando la schiena alla sedia. «Carino. Potevi dirmelo, mi vestivo meglio.» Ma le labbra le tremarono, tradendola, e si aprirono in un sorriso larghissimo, luminoso, perché in realtà era la ragazza più felice del mondo.

Eppure, l'inesperienza emotiva restava lì, in agguato. Mentre mangiavamo, il suo sguardo cadde su un tavolo vicino. C'era una coppia di ragazzi, più o meno della sua età. Si imboccavano, ridevano, si scattavano un selfie senza pensarci, senza nascondersi, senza il peso di un segreto che li stava schiacciando. Il sorriso di Giulia si spense gradualmente. L'ombra della sua realtà tornò a coprirle il viso.

«Io non so se mi sto comportando bene,» mormorò, abbassando gli occhi sulle sue patatine mezze fredde.

Allungai la mano sopra il tavolo e le presi le dita. «Non devi comportarti bene, Giulia.»

Lei scosse la testa, gli occhi che le diventavano lucidi. «Con te devo sempre capire cosa posso fare,» confessò, ed era il cuore pulsante di tutta la sua insicurezza, della sua tossicità. Non aveva mai avuto uno spazio sicuro. Aveva sempre dovuto combattere, rubare, elemosinare.

Pagai il conto e uscimmo. Il cielo era terso, l'aria notturna era calda. Ci appoggiammo al cofano della mia macchina, mangiando un gelato preso lì accanto. Il silenzio tra noi era denso, ma per la prima volta non era ostile.

Poi, lei tirò fuori il telefono dalla tasca dei jeans. Lo sbloccò, aprendo la fotocamera. «Facciamo una foto.»

Il mio corpo si irrigidì istintivamente. Ero abituato ai suoi ricatti, alle foto scattate di nascosto per distruggermi. «Giulia...» iniziai, facendo un passo indietro.

«Non la pubblico,» si affrettò a dire lei, la voce che si incrinava, tenendo il telefono stretto. «Non la mando a Erika. Lo giuro.»

«Non è quello il punto.»

Giulia abbassò il telefono. Mi guardò nel buio della strada, illuminata solo dal lampione arancione. «Lo so,» sussurrò, e la sua voce era un filo di vetro rotto. «Il punto è che non vuoi esistere accanto a me.»

Silenzio. Quella frase mi trapassò lo sterno. Faceva male perché era fottutamente vera. L'avevo trattata come un fantasma, come una colpa da cancellare ogni volta che mi abbottonavo i pantaloni. Ora, mi stava chiedendo solo una prova per se stessa. Voleva una prova da fidanzata.

Sospirai. Mi avvicinai di nuovo al cofano. Afferrai la sua mano sinistra, intrecciando le mie dita alle sue, e la appoggiai sul metallo freddo della carrozzeria. Mi misi dietro di lei, il mio petto contro la sua schiena, e le circondai la vita con l'altro braccio. «Scatta,» le dissi all'orecchio.

Giulia alzò il telefono. Non ci inquadrò in faccia. Scattò una foto in cui si vedeva solo il riflesso scuro della macchina, le nostre mani intrecciate, il mio braccio attorno alla sua vita, illuminati dalla luce calda del lampione. I volti erano tagliati, nascosti nell'ombra. Era ambigua, incomprensibile per chiunque altro. Ma per noi era chiarissima.

Giulia guardò lo schermo. Guardò quell'immagine sfocata, imperfetta, eppure reale. I suoi occhi si riempirono di lacrime che non lasciò cadere. La guardò come se avesse appena trovato un tesoro inestimabile.

«Questa non è una minaccia,» mormorò, stringendosi al mio petto.

Mi chinai a baciarle il collo. «Allora cancellala.»

«No,» rispose lei, bloccando lo schermo e stringendosi il telefono al petto. Si voltò a guardarmi, con un sorriso feroce e dolcissimo. «Questa è mia.»

Quando aprimmo la porta di casa mia, la notte ci accolse con un silenzio che sembrava pesare tonnellate. Non c'era l'urgenza rabbiosa dell'ultima volta, non c'erano vestiti strappati in corridoio. C'era una lentezza nuova, domestica, che rendeva tutto fottutamente reale.

Giulia andò in camera. Tirò fuori il caricatore dal borsone e lo attaccò alla presa. Andò in bagno e appoggiò il suo spazzolino nel bicchiere, proprio accanto al mio. Tornò di là, si sfilò la felpa e la piegò, ma lo fece male, con le mani che le tremavano impercettibilmente, lasciandola storta su una sedia. Stava marchiando il territorio, ma si muoveva in punta di piedi.

Si fermò ai piedi del letto. Fissò il materasso per lunghi secondi, poi alzò lo sguardo su di me. «Da che lato dormo?» chiese.

Mi bloccai. Involontariamente, i miei occhi scattarono verso il lato sinistro. Il lato di Erika. Il lato in cui lei dormiva, in cui teneva un elastico per capelli nel cassetto, in cui la mattina allungava il braccio per cercarmi.

«Dove vuoi,» risposi, cercando di mascherare l'esitazione.

Giulia capì subito. Abbassò lo sguardo, stringendo le braccia attorno al petto. «No. Dimmi dove non dà fastidio.»

Quella frase fu devastante. Rivelava tutto il suo dramma: anche nel momento in cui otteneva la sua notte da fidanzata, sapeva perfettamente di essere un'intrusa. Sapeva di star rubando un posto che non le apparteneva.

Mi avvicinai. Le presi delicatamente i polsi, sciogliendo l'incrocio delle sue braccia, e la tirai verso di me. «Sei stata di legno per tutto l'appuntamento,» le mormorai, accarezzandole le braccia nude. «Eri rigida come un pezzo di marmo.»

Lei non si ritrasse, ma appoggiò la fronte contro il mio petto. «Lo so,» sussurrò. «È che... è la prima volta che mi tratti davvero così. Fuori. Tra la gente. Ed è tutto nuovo. Strano. Spiazzante.» Alzò il viso, gli occhi enormi e lucidi. «Franci, io sono abituata a lottare per avere cinque minuti di nascosto. Questa cosa mi fa una paura fottuta.»

Sorrisi, un sorriso vero, e le accarezzai la guancia. Iniziai a sfilarle la maglietta aderente, tirandola su con lentezza. Sotto, comparve il completino di pizzo nero che si era messa dopo la doccia. Era bellissimo, provocante, ma glielo dissi con la voce più dolce che avevo: «Questo intimo di pizzo non ti serve, Giulia.»

«Non ti piace?» si allarmò lei, arrossendo.

«Mi fa impazzire. Ma non ti serve per sentirti all'altezza. Non ti serve per competere con tua sorella. Perché io con te sto già bene.» Per smorzare quella tensione che minacciava di farla piangere, le feci scivolare le mani sui fianchi e, all'improvviso, iniziai a farle il solletico sui fianchi e sulla pancia.

Giulia sgranò gli occhi, e poi scoppiò a ridere. Una risata cristallina, forte, infantile. «Fermati! Dai, Franci, no!» squittì, divincolandosi, cercando di spingermi via mentre io continuavo a tormentarla, ridendo con lei. Crollammo entrambi sul materasso, lei sulla schiena, io a cavalcioni sulle sue ginocchia, in una lotta giocosa e piena di allegria. Per un minuto intero, la stanza si riempì solo di risate, di prese in giro, di una giovialità luminosa che spazzò via i fantasmi di Erika e i sensi di colpa.

Quando ci fermammo, senza fiato, io ero chino su di lei. Il suo sorriso si addolcì, trasformandosi in qualcosa di denso, profondo. «Oggi non sono stata un errore,» mormorò.

La guardai negli occhi. «No.»

«Dillo.»

«Oggi non sei stata un errore.»

Lei mi accarezzò il viso con entrambe le mani. «E stanotte?»

«Stanotte resti.»

E quella fu la miccia. La tenerezza svanì, bruciata all'istante da un'ondata di pura lussuria. Le mie mani scivolarono sotto il suo fondoschiena, afferrando il suo culetto sodo e perfetto. Lo strinsi con forza, quasi con violenza, impastando la carne viva sotto il pizzo, sollevandole il bacino per premere il suo sesso contro il mio inguine.

Giulia gemette, inarcando la schiena. Con un movimento rapido le slacciai il reggiseno nero, liberando i seni piccoli e alti. Mi chinai su di lei come un affamato. Iniziai a succhiarle le tette con foga, la lingua che roteava sui capezzoli durissimi, i denti che li mordicchiavano, tirandoli dolcemente fino a farle rovesciare la testa all'indietro. Giulia ansimava, le mani affondate nei miei capelli.

I suoi piedi nudi scivolarono lungo le mie gambe, sfregando contro i miei polpacci in una carezza provocante. Io le afferrai una caviglia. Le baciai il polpaccio, salendo, per poi prendere il suo piede tra le mani. Le accarezzai la pianta, baciai il dorso, e mi spinsi a prenderle l'alluce in bocca, succhiandolo con una lentezza oscena. Quel gesto di totale, perversa devozione la mandò fuori di testa; Giulia si contorse sul letto, bagnandosi a dismisura, implorandomi con suoni sconnessi.

Le strappai via gli slip, lanciandoli sul pavimento. Infilai la mano tra le sue cosce spalancate. Era fradicia. Iniziai a stimolarle il clitoride con il pollice, un ritmo serrato e implacabile, mentre le baciavo il collo, mordendole la pelle delicata. Poi, scivolai dentro con un dito, e lei urlò, un gemito lungo e libero, senza la paura che qualcuno potesse sentirla.

«Il comodino...» ansimò lei, la voce rotta, stringendomi le spalle. Sapevo cosa voleva. Allungai la mano, presi la boccetta di lubrificante di Erika. «Non ne hai bisogno, sei un lago,» le sussurrai, baciandole le labbra. «Lo so. Ma voglio che lo usi per me,» rispose, con la solita testardaggine. Versai una goccia sulle mie dita, mescolandola ai suoi umori, e gliela spalmai sull'ingresso, godendo di quel contrasto freddo e bollente.

Poi, la feci girare. Si mise a carponi, la schiena inarcata, offrendosi completamente a me. Mi posizionai dietro di lei. Le afferrai i capelli con una mano, tirandole la testa appena all'indietro per esporre il collo, e con un colpo secco e preciso la penetrai fino in fondo.

«Ah! Franci... Dio!» urlò Giulia. I suoi interni erano strettissimi, caldi e pulsanti. Iniziai a muovermi con foga, le mie anche che sbattevano contro i suoi glutei nudi producendo un rumore schioccante e carnale. La tenevo ferma per i capelli, dominandola, assecondando la violenza della nostra passione. I movimenti erano profondi, inesorabili. Giulia gemeva a voce alta, le mani aggrappate alle lenzuola, rispondendo a ogni mia spinta con un colpo di reni che mi faceva sprofondare ancora di più in lei.

Sentii che era vicina, i suoi muscoli tremavano. Ma all'improvviso lei si puntellò sui gomiti. «Girati...» ansimò, divincolandosi appena. «Voglio guardarti. Voglio la tua bocca.»

Uscii da lei per un istante, la feci voltare sulla schiena e mi gettai di nuovo sopra di lei, penetrandola in posizione missionaria, affondando il mio bacino contro il suo. Giulia mi cinse la vita con le gambe, incrociando le caviglie dietro la mia schiena per tirarmi ancora più dentro. La nostra bocca si unì in un bacio disperato, vorace, mentre il ritmo delle mie spinte diventava frenetico. L'intensità era accecante. I nostri sudori si mescolarono.

«Sono tua...» mi sussurrò contro le labbra. «Franci, vengo... vengo!» Le sue gambe iniziarono a tremare violentemente. Le pareti della sua vagina si contrassero attorno a me in una morsa d'acciaio, uno spasmo così intenso che le strappò un urlo strozzato. Fu un orgasmo potentissimo, ma io non mi fermai. Continuai a spingere, mantenendo il ritmo implacabile, e pochi secondi dopo, il suo corpo si tese di nuovo come una corda di violino. Venne per la seconda volta, urlando il mio nome senza alcun timore, le unghie conficcate nella mia schiena. Quel secondo climax di Giulia mi trascinò oltre il limite. Svuotai tutto me stesso dentro di lei con un lamento gutturale, collassando sul suo petto, mentre i nostri cuori martellavano all'unisono nel silenzio improvviso della stanza.

La mattina dopo, la luce dorata del sole filtrava attraverso le tapparelle semichiuse, disegnando strisce luminose sul parquet. Giulia si svegliò prima di me. Aprì gli occhi e, per la prima volta nella sua vita, non dovette scappare, non dovette rivestirsi in fretta in un bagno o sgattaiolare fuori da un'auto. Era lì, distesa nel mio letto, dopo una notte intera.

Si mosse piano, per non svegliarmi. Guardò la stanza con occhi nuovi. Vide la sua felpa sulla sedia. Vide la porta del bagno socchiusa, sapendo che lì dentro c'era il suo spazzolino. E poi guardò me, che dormivo profondamente al suo fianco, con un braccio ancora mollemente abbandonato sul suo fianco nudo. Il suo petto si gonfiò di una felicità immensa, pura, ma subito incrinata dal terrore acuto che potesse svanire tutto.

Il silenzio fu interrotto da una vibrazione sul comodino. Giulia allungò il braccio, prendendo il suo telefono dal caricabatterie.

Un messaggio da sua madre. Mamma: «Buongiorno tesoro, tutto bene da Marta?»

Giulia guardò me che dormivo. Poi guardò lo schermo, con un piccolo, segreto sorriso sulle labbra. «Sì, mamma, tutto benissimo.»

Posò il telefono, ma vibrò di nuovo quasi subito. Un'altra notifica. Il nome sul display le fece fermare il cuore per un secondo.

Erika: «Giuli, mamma mi ha appena detto che stanotte hai dormito da Marta. Divertiti, ma cercate di non fare troppo casino come al solito.»

Giulia fissò quelle parole. Sua sorella, in viaggio, convinta che lei fosse in una stanzetta a fare pettegolezzi con un'amica. E lei, nuda, marchiata, appagata, tra le lenzuola del fidanzato di quella stessa sorella. Era il paradosso perfetto della sua vita.

Giulia sorrise piano. Un sorriso bellissimo, malinconico e spietato. Le sue dita volarono sulla tastiera, digitando la risposta con una calma assoluta.

«Tranquilla, Eri. Stanotte ho fatto la brava.» Poi bloccò il telefono, si rannicchiò contro il mio petto caldo e chiuse gli occhi.

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