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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 10
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Capitolo 10 di 10 24 min di lettura

La Prima Notte da Fidanzata

Con Erika lontana, Giulia si prende la sua prima notte intera da Franci: doccia, appuntamento, letto e risveglio.
Ma ciò che nasce come una bugia da fidanzata diventa una nuova verità impossibile da cancellare.

Alessia
2 mesi fa · 1.9k letture · 2

Il rumore del traffico fuori dai finestrini sembrava ovattato. L'abitacolo della mia macchina era saturo del respiro di Giulia, dell'odore della sua pelle sudata dopo l'allenamento, mescolato a quel suo profumo dolce che ormai mi perseguitava anche nel sonno.

Cercai di riprendere le redini della serata, di arginare la sua fame incanalandola in qualcosa che potessi gestire. Un perimetro sicuro. «Ti porto da me,» le dissi, tenendo gli occhi fissi sulla strada. «Ti fai una doccia, ti togli di dosso la palestra, e poi vediamo cosa ordinare da mangiare.»

Giulia si voltò verso di me. Si sistemò meglio sul sedile, tirandosi le ginocchia contro il petto. «Non devo tornare.»

Il mio piede si alleggerì impercettibilmente sull'acceleratore. «Che significa?»

«Significa che ho detto a mamma che dormo da Marta,» rispose, con una naturalezza disarmante, guardando dritta davanti a sé.

Una scossa di panico mi attraversò la spina dorsale. Frenai al semaforo giallo con un po' troppa forza. «Giulia.» La mia voce era un avvertimento duro.

«No. Non fare quella faccia,» scattò lei, mettendosi subito sulla difensiva.

Mi girai a guardarla. «Tu non dormi da me.»

I suoi occhi neri si piantarono nei miei. Non c'era esitazione, non c'era vergogna. C'era solo una pretesa feroce e logica.«Perché? Lei sì.»

Boom. L'abitacolo divenne improvvisamente privo di ossigeno. Quella non era la richiesta di un appuntamento. Non era una scopata furtiva sul divano prima di riportarla a casa. Era una notte intera. Era il mio letto. Era il sonno. Era la colazione del mattino dopo. Era il risveglio con la luce del sole che filtrava dalle tapparelle. Era l'intimità più assoluta, la cosa più fottutamente da fidanzata che potesse mai chiedermi. E non avevo argomenti per dirle di no, perché la sua obiezione era inattaccabile. Lei sì.

«È diverso...» provai a mormorare, ma la frase mi morì in gola per quanto suonasse patetica.

Giulia abbassò lo sguardo sulle proprie mani, iniziando a torturarsi le pellicine. La spavalderia di un attimo prima si incrinò, lasciando trasparire un'emozione disordinata, goffa, terribilmente vulnerabile. «Io non voglio solo uscire, Franci,» sussurrò, la voce che le tremava appena.

«E cosa vuoi?» le chiesi, sentendo il cuore martellarmi nel petto.

«Voglio tornare tardi,» iniziò, le parole che le uscivano in fretta, come se avesse paura di essere fermata. «Voglio lasciare lo spazzolino nel tuo bagno, anche se poi domani mattina me lo fai portare via di nascosto. Voglio dormire con una tua maglietta addosso, di quelle larghe che sanno di te. Voglio svegliarmi prima di te e... e fare finta di sapere cosa si fa. Preparare il caffè. Quelle cose lì.»

Rimasi pietrificato. Il volante stretto tra le mani. La stavo ascoltando, e la nudità del suo desiderio mi faceva più paura di qualsiasi minaccia o ricatto mi avesse mai fatto. Non voleva distruggere il mio mondo; voleva abitarci. Anche solo per dodici ore.

Il mio silenzio prolungato le fece scattare i nervi. La sua insicurezza si tramutò istantaneamente in aggressività. Si voltò verso il finestrino, incrociando le braccia. «Non guardarmi così,» sibilò.

«Così come?»

«Come se avessi appena chiesto troppo.»

Rimisi la prima e ripartii. E non presi la strada per casa sua.

Quando aprii la porta di casa mia, Giulia entrò in modo diverso dal solito. Non c'era la sfida strafottente dell'ultima volta. C'era un'appropriazione metodica. La sua sacca da ginnastica, che prima mi era sembrata un semplice accessorio, ora pesava come un macigno. Non era una borsa di passaggio. Era una borsa da notte.

Andò dritta in camera da letto, e io la seguii, appoggiandomi allo stipite della porta. Giulia posò il borsone sul materasso. Il suono della zip che si apriva fu forte, definitivo. E poi iniziò a tirare fuori le sue cose.

Lo fece troppo in fretta. Con gesti nervosi, scattanti, come una che ha bisogno di sparpagliare i propri oggetti per dimostrare, a me e a se stessa, di avere il diritto di stare lì. Tirò fuori l'intimo pulito — un completino di pizzo nero, comprato chiaramente per l'occasione, non certo per un allenamento di ginnastica. Poi un deodorante. Il caricabatterie del telefono, che srotolò e attaccò subito alla presa vicino al mio lato del letto. Un flacone di profumo. E, in fondo, uno spazzolino da denti nuovo, ancora nel suo blister di plastica trasparente.

Vedere quello spazzolino sul mio copriletto mi diede una vertigine. Era la prova materiale della premeditazione. Lei ci aveva pensato. Aveva preparato tutto prima ancora di sapere se l'avrei davvero portata lì.

«Giulia,» la richiamai, la voce bassa, tesa.

Lei si fermò con una maglietta di ricambio a mezz'aria. «Che c'è?»

Mi staccai dallo stipite e feci due passi nella stanza. «Non devi sistemarti a casa mia.»

Giulia strinse la maglietta tra le mani. I suoi occhi saettarono sui miei, fieri ma feriti. «Sto solo tirando fuori le cose.»

«È per una notte.» Glielo dissi per proteggere i confini che lei stava sgretolando a colpi di spazzolini e intimo di pizzo.

Lei sostenne il mio sguardo. Respirò a fondo, il petto sudato che si alzava sotto la felpa aperta. «Lo so,» rispose, con una calma che mi spezzò in due. Fece una pausa, abbassando gli occhi sul letto coperto dalle sue tracce, e poi sussurrò: «Ma una notte ha comunque bisogno di cose.»

Rimasi senza fiato. La guardai. Era accaldata, stanca, eppure l'erotismo che emanava in quel momento non derivava dalla pelle scoperta. Derivava dal possesso. Dal modo in cui aveva preso il mio letto e lo aveva reso suo, rivendicando uno spazio che le avevo sempre negato.

Mi avvicinai lentamente. Senza dire una parola, allungai la mano e le sfilai la maglietta di ricambio dalle dita, facendola cadere sul materasso. Poi le presi i fianchi. Affondai le dita nel tessuto dei suoi leggings aderenti, tirandola contro di me. Il calore del suo corpo dopo l'allenamento irradiò contro il mio addome. Alzò il viso verso il mio, le labbra socchiuse, il respiro che si faceva improvvisamente corto. «Vai a farti questa doccia,» le sussurrai a un millimetro dalla bocca, la voce roca e carica di una promessa che non potevo più rimangiare. «Oppure non ci arriviamo vivi a cena.»

Il bagno di casa mia era piccolo, e il caldo di agosto lo rendeva una specie di incubatore. Quando chiusi la porta alle nostre spalle, l'aria divenne subito densa, satura del suo odore: un misto di sudore da allenamento, pelle surriscaldata e quel fondo dolciastro del suo profumo che le era rimasto sul collo.

Giulia rimase in piedi al centro delle piastrelle. Teneva il borsone stretto in una mano, guardandosi intorno con un'incertezza che non le avevo mai visto addosso. Non c'era la ragazzina sfacciata dei parcheggi o del sottoscala. C'era una ragazzina al suo primo, vero e terrorizzante sconfinamento domestico.

Si guardò i piedi, poi il lavandino, poi la lavatrice. «Dove metto le cose?» chiese, la voce insolitamente piccola.

«Dove vuoi,» risposi, appoggiandomi alla porta chiusa.

Giulia strinse la cinghia del borsone, le nocche bianche. «Non lo so dove voglio.»

Era una frase goffa, purissima, disarmante. La femme fatale era crollata, lasciando il posto a una ragazza che non aveva la minima idea di come si occupasse lo spazio di un uomo senza sembrare un'intrusa.

Lasciò cadere il borsone a terra. Provò a sfilarsi la felpa, ma il sudore le faceva aderire il tessuto sportivo alla pelle. Sbuffò, tirando il colletto con un gesto di stizza infantile. Mi avvicinai. Senza dire una parola, le presi i lembi della felpa e l'aiutai a sfilarla da sopra la testa. Poi passai ai leggings. Erano incollati alle sue gambe toniche, umidi di fatica. Mi inginocchiai davanti a lei, agganciando i pollici all'elastico in vita, e li tirai giù lentamente. Lei si appoggiò con una mano alla mia spalla per non perdere l'equilibrio. Era un gesto intimo, pratico, privo di malizia, che ci espose più di una scopata furiosa.

Rimase solo con l'intimo sportivo e la pelle lucida di sudore. Incrociò le braccia sul petto, un riflesso condizionato per coprirsi. Mi guardò dall'alto in basso, esitando.

«Tu… resti?» domandò.

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