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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 9
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Capitolo 9 di 10 20 min di lettura

Il Gioco Del Tradimento

La partenza di Erika apre una crepa nella doppia vita di Franci.
Tra provocazioni proibite, sesso colpevole e una giornata rubata, Giulia pretende finalmente di non essere solo un segreto.

Alessia
2 mesi fa · 1.1k letture · 0

In due settimane, il tradimento aveva smesso di sembrare una caduta. Era diventato un’agenda.

All'inizio credevo che l'ansia mi avrebbe ucciso, che sarei imploso sotto il peso dei miei stessi segreti. Invece, con una rapidità che mi faceva ribrezzo, il mio cervello si era semplicemente adattato alla schizofrenia. Avevo diviso la mia vita in compartimenti stagni, calcolando tempi, distanze e alibi con una precisione chirurgica.

Erika aveva i suoi turni, le cene semplici ordinate d'asporto, i suoi messaggi della buonanotte e il suo posto fisso, legittimo, nel mio letto. Giulia aveva tutto il resto: gli orari rubati, i parcheggi bui, i bagni chiusi a chiave, i vocali ascoltati di nascosto e cancellati prima ancora di riprendere a respirare.

Con Giulia, la routine era un montaggio frenetico di adrenalina e carne. Non avevamo serate intere, avevamo frammenti. Schegge di tempo in cui la fame repressa esplodeva. Un martedì, mentre ero in biblioteca a studiare, lo schermo si era illuminato con una foto a tempo. Un primo piano delle sue labbra socchiuse, macchiate dal bianco denso e sciolto di un gelato alla vaniglia, un dito che ne raccoglieva una goccia all'angolo della bocca. Sotto, il testo: «Mi hai pensata?» Ero dovuto correre in bagno per calmarmi, l'eccitazione che mi martellava le tempie.

Gli incontri erano diventati nervosi, disperati. Scendevo per buttare la spazzatura e lei mi aspettava dietro i cassonetti. Le dicevo «solo due minuti», ma finiva sempre che la schiacciavo contro la lamiera fredda della mia macchina parcheggiata. Le mie mani le cercavano la pelle nuda sotto la maglietta, le sfilavano l'intimo in un attimo per affondare le dita nella sua intimità già bagnata e pronta, mentre le nostre bocche si divoravano, attenti al minimo rumore di passi sull'asfalto.

La sua ossessione per il rischio non conosceva limiti. Una sera, ero andato a prendere Erika a casa loro. Giulia mi aveva aperto il portone, scalza e con un paio di shorts cortissimi. Mi aveva spinto nel sottoscala buio per trenta secondi, strusciando il suo bacino contro la mia erezione, infilandomi la lingua in gola. Poi, sentendo i passi di Erika sulle scale, si era staccata, sorridendo in modo diabolico, e mi aveva sistemato il colletto della camicia un attimo prima che sua sorella comparisse sul pianerottolo. O quella domenica a pranzo, con la loro madre seduta a capotavola e Erika alla mia sinistra. Giulia, di fronte a me, aveva sfilato il piede dalla scarpa e aveva fatto scivolare l'alluce risalendo l'interno della mia coscia, fino a premere esattamente contro il mio inguine, mantenendo un'espressione annoiata mentre masticava l'insalata.

Non voleva solo il sesso. Voleva avvelenarmi la mente. Mi scriveva nei momenti peggiori, quando sapeva che ero con l'altra. «Oggi l’hai baciata prima o dopo aver pensato a me?»

E la cosa davvero disturbante, la cosa che mi faceva orrore guardandomi allo specchio, era che ero diventato fottutamente bravo. Il primo giorno mi tremavano le mani per cancellare una singola chat. Al decimo, lo facevo con una naturalezza disarmante, disattivando notifiche e ripulendo la cronologia esattamente mentre Erika mi chiedeva, sorridendo dalla cucina, cosa volessi per cena. Il mio telefono era sterile. La mia faccia, di marmo.

Ma con Erika, le cose erano diverse. Non dovevo farla sembrare stupida, perché non lo era. Erika era una donna intelligente, intuitiva, ma stava correndo a trecento all'ora per tenere in piedi la sua vita e il suo lavoro in pronto soccorso.

Una sera, dopo un doppio turno massacrante, si era addormentata sul mio divano, la testa appoggiata sul mio petto. Indossava i miei pantaloni della tuta, il respiro lento e profondo. Io le accarezzavo i capelli, con gesti meccanici e misurati, ma la mia mente proiettava le immagini di quello che avevo fatto a sua sorella minore in macchina appena tre ore prima. Il contrasto tra l'innocenza stanca di Erika e la perversione del mio tradimento era una morsa allo stomaco.

Ad un certo punto, Erika si era mossa, aprendo a metà gli occhi azzurri. Aveva sollevato il viso, fissandomi per qualche secondo nel buio del salotto. Non c'era accusa nel suo sguardo, ma c'era una vibrazione irrequieta, un'ombra. «Sei strano ultimamente, Franci,» aveva mormorato, la voce impastata di sonno.

Non avevo distolto lo sguardo. Non avevo esitato. Avevo usato la voce calda, rassicurante, quella del fidanzato perfetto che lei pensava di avere. «Sono solo stanco, piccola. Il caldo, lo studio... non preoccuparti.» Le avevo baciato la fronte, sentendomi il Giuda perfetto.

Lei aveva sospirato, chiudendo gli occhi. Non aveva insistito. Ma non si era nemmeno rilassata del tutto. Mi aveva guardato un secondo di troppo, come se il suo istinto stesse cercando disperatamente di decifrare un codice a barre sbiadito.

Erika non era cieca. Era solo fottutamente stanca. E io, con una crudeltà che non pensavo di possedere, stavo imparando a confondere la sua stanchezza con il mio alibi.

Il giorno prima della partenza

La valigia rigida di Erika era spalancata sul letto, un caos ordinato di costumi da bagno, vestiti leggeri e beauty case. Io ero seduto sul bordo del materasso, a guardarla fare la spola tra l'armadio e il letto. Era la solita, rassicurante routine da fidanzati. Non vivevo lì, ma la quantità di sere passate su quel divano, o a dormire tra quelle lenzuola, aveva assottigliato i confini.

«Partiamo domani mattina. Due giorni,» sospirò Erika, piegando una maglietta con precisione. «Ti giuro, mi serve spegnere il cervello. L'ospedale mi sta prosciugando.»

«Te lo meriti,» le dissi, sorridendo.

«Mi prendi il caricatore piccolo?» mi chiese poi, indicando il comò. «È nel secondo cassetto, quello sotto le creme.»

Non chiesi spiegazioni. Mi alzai, andai dritto al mobile, aprii il secondo cassetto, scansai un paio di trousse e presi il filo bianco. Glielo porsi senza la minima esitazione. Erika lo prese e fece un sorriso radioso. «Vedi? Ormai conosci la mia stanza meglio di me.»

Fu in quel momento che sentii una presenza sulla porta. Giulia era appoggiata allo stipite, una bottiglia d'acqua fredda in mano. Fissava la scena. Fissava la naturalezza con cui mi muovevo nello spazio intimo di sua sorella.

Erika, ignara della corrente ad alta tensione che stava attraversando la stanza, chiuse la zip della valigia e sospirò di nuovo. «Mi fa quasi strano partire e lasciarti qui.»

«Non resto qui, Eri. Ho casa mia,» le ricordai, cercando di alleggerire il peso dello sguardo di Giulia che mi bruciava la nuca.

«Lo so, scemo,» rise Erika, avvicinandosi per stamparmi un bacio veloce sulle labbra. «Però sei sempre qui. Ormai fai parte dell’arredamento.»

Per Erika era una frase dolcissima. La consacrazione del nostro rapporto. Ma per Giulia, in piedi sulla porta, fu una coltellata in pieno petto. La sera prima era tutto incentrato sul suo disperato bisogno di entrare nel mio spazio; ora, vedeva sua sorella maggiore regalarmi le chiavi del proprio, inserendomi nella sua famiglia, nella sua routine, nella sua normalità. Giulia bevve un sorso d'acqua, si voltò e sparì nel corridoio, silenziosa come un'ombra velenosa.

Poi, Il telefono di Erika squillò: era una delle amiche del viaggio. Prese la chiamata e uscì sul balcone della cucina per parlare con più calma, chiudendo a metà la porta a vetri.

Io mi alzai per andare a recuperare una felpa che avevo lasciato in lavanderia il giorno prima. Mentre attraversavo il corridoio, incrociai Giulia. Mi passò accanto, troppo vicina, sfiorandomi il braccio con la spalla.

«Carino,» sussurrò.

Mi fermai. «Cosa?»

Lei si voltò, gli occhi neri e taglienti. «Tu che sai dove stanno le creme di Erika.» Incrociò le braccia sotto il seno. «Sembri proprio il fidanzato perfetto.»

«Non iniziare, Giulia.»

«No. Sto imparando.» La frase mi colpì. Stava studiando il nemico. Stava prendendo appunti su come si faceva la fidanzata alla luce del sole.

Ripresi a camminare, entrando nel piccolo stanzino della lavanderia, saturo dell'odore di detersivo e ammorbidente. Presi la mia felpa dallo stendino. Non feci in tempo a voltarmi che Giulia era già dentro con me. Con un colpo secco del tallone, spinse la porta, chiudendola quasi del tutto, lasciando solo uno spiraglio che faceva filtrare la luce del corridoio.

Il rischio era folle. Erika era a quindici metri di distanza, sul balcone. Giulia mi bloccò il passaggio. Mi si piantò davanti, impedendomi di uscire. Non provò a baciarmi. Fece qualcosa di molto più estremo, fisico e spaventoso.

Mi afferrò il polso sinistro. Con un movimento rapido, sollevò il bordo della sua maglietta e infilò la mia mano sotto il tessuto, costringendomi a premere il palmo aperto contro il suo fianco nudo. La sua pelle era bollente, liscia, percorsa da un brivido immediato al mio tocco. Trattenni il respiro. Sentire la sua carne nuda, lì, nella casa di sua madre, con sua sorella che rideva al telefono a pochi passi di distanza, mi diede una vertigine mostruosa.

Provai a ritirare la mano, ma lei la schiacciò più forte contro il proprio addome, sollevandosi sulle punte dei piedi per avvicinare la bocca al mio orecchio. Il suo respiro mi solleticò il collo.

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