Capitolo 9 - Il Gioco Del Tradimento
La partenza di Erika apre una crepa nella doppia vita di Franci. Tra provocazioni proibite, sesso colpevole e una giornata rubata, Giulia pretende finalmente di non essere solo un segreto.
In due settimane, il tradimento aveva smesso di sembrare una caduta. Era diventato un’agenda.
All'inizio credevo che l'ansia mi avrebbe ucciso, che sarei imploso sotto il peso dei miei stessi segreti. Invece, con una rapidità che mi faceva ribrezzo, il mio cervello si era semplicemente adattato alla schizofrenia. Avevo diviso la mia vita in compartimenti stagni, calcolando tempi, distanze e alibi con una precisione chirurgica.
Erika aveva i suoi turni, le cene semplici ordinate d'asporto, i suoi messaggi della buonanotte e il suo posto fisso, legittimo, nel mio letto. Giulia aveva tutto il resto: gli orari rubati, i parcheggi bui, i bagni chiusi a chiave, i vocali ascoltati di nascosto e cancellati prima ancora di riprendere a respirare.
Con Giulia, la routine era un montaggio frenetico di adrenalina e carne. Non avevamo serate intere, avevamo frammenti. Schegge di tempo in cui la fame repressa esplodeva. Un martedì, mentre ero in biblioteca a studiare, lo schermo si era illuminato con una foto a tempo. Un primo piano delle sue labbra socchiuse, macchiate dal bianco denso e sciolto di un gelato alla vaniglia, un dito che ne raccoglieva una goccia all'angolo della bocca. Sotto, il testo: «Mi hai pensata?» Ero dovuto correre in bagno per calmarmi, l'eccitazione che mi martellava le tempie.
Gli incontri erano diventati nervosi, disperati. Scendevo per buttare la spazzatura e lei mi aspettava dietro i cassonetti. Le dicevo «solo due minuti», ma finiva sempre che la schiacciavo contro la lamiera fredda della mia macchina parcheggiata. Le mie mani le cercavano la pelle nuda sotto la maglietta, le sfilavano l'intimo in un attimo per affondare le dita nella sua intimità già bagnata e pronta, mentre le nostre bocche si divoravano, attenti al minimo rumore di passi sull'asfalto.
La sua ossessione per il rischio non conosceva limiti. Una sera, ero andato a prendere Erika a casa loro. Giulia mi aveva aperto il portone, scalza e con un paio di shorts cortissimi. Mi aveva spinto nel sottoscala buio per trenta secondi, strusciando il suo bacino contro la mia erezione, infilandomi la lingua in gola. Poi, sentendo i passi di Erika sulle scale, si era staccata, sorridendo in modo diabolico, e mi aveva sistemato il colletto della camicia un attimo prima che sua sorella comparisse sul pianerottolo. O quella domenica a pranzo, con la loro madre seduta a capotavola e Erika alla mia sinistra. Giulia, di fronte a me, aveva sfilato il piede dalla scarpa e aveva fatto scivolare l'alluce risalendo l'interno della mia coscia, fino a premere esattamente contro il mio inguine, mantenendo un'espressione annoiata mentre masticava l'insalata.
Non voleva solo il sesso. Voleva avvelenarmi la mente. Mi scriveva nei momenti peggiori, quando sapeva che ero con l'altra. «Oggi l’hai baciata prima o dopo aver pensato a me?»
E la cosa davvero disturbante, la cosa che mi faceva orrore guardandomi allo specchio, era che ero diventato fottutamente bravo. Il primo giorno mi tremavano le mani per cancellare una singola chat. Al decimo, lo facevo con una naturalezza disarmante, disattivando notifiche e ripulendo la cronologia esattamente mentre Erika mi chiedeva, sorridendo dalla cucina, cosa volessi per cena. Il mio telefono era sterile. La mia faccia, di marmo.
Ma con Erika, le cose erano diverse. Non dovevo farla sembrare stupida, perché non lo era. Erika era una donna intelligente, intuitiva, ma stava correndo a trecento all'ora per tenere in piedi la sua vita e il suo lavoro in pronto soccorso.
Una sera, dopo un doppio turno massacrante, si era addormentata sul mio divano, la testa appoggiata sul mio petto. Indossava i miei pantaloni della tuta, il respiro lento e profondo. Io le accarezzavo i capelli, con gesti meccanici e misurati, ma la mia mente proiettava le immagini di quello che avevo fatto a sua sorella minore in macchina appena tre ore prima. Il contrasto tra l'innocenza stanca di Erika e la perversione del mio tradimento era una morsa allo stomaco.
Ad un certo punto, Erika si era mossa, aprendo a metà gli occhi azzurri. Aveva sollevato il viso, fissandomi per qualche secondo nel buio del salotto. Non c'era accusa nel suo sguardo, ma c'era una vibrazione irrequieta, un'ombra. «Sei strano ultimamente, Franci,» aveva mormorato, la voce impastata di sonno.
Non avevo distolto lo sguardo. Non avevo esitato. Avevo usato la voce calda, rassicurante, quella del fidanzato perfetto che lei pensava di avere. «Sono solo stanco, piccola. Il caldo, lo studio... non preoccuparti.» Le avevo baciato la fronte, sentendomi il Giuda perfetto.
Lei aveva sospirato, chiudendo gli occhi. Non aveva insistito. Ma non si era nemmeno rilassata del tutto. Mi aveva guardato un secondo di troppo, come se il suo istinto stesse cercando disperatamente di decifrare un codice a barre sbiadito.
Erika non era cieca. Era solo fottutamente stanca. E io, con una crudeltà che non pensavo di possedere, stavo imparando a confondere la sua stanchezza con il mio alibi.
Il giorno prima della partenza
La valigia rigida di Erika era spalancata sul letto, un caos ordinato di costumi da bagno, vestiti leggeri e beauty case. Io ero seduto sul bordo del materasso, a guardarla fare la spola tra l'armadio e il letto. Era la solita, rassicurante routine da fidanzati. Non vivevo lì, ma la quantità di sere passate su quel divano, o a dormire tra quelle lenzuola, aveva assottigliato i confini.
«Partiamo domani mattina. Due giorni,» sospirò Erika, piegando una maglietta con precisione. «Ti giuro, mi serve spegnere il cervello. L'ospedale mi sta prosciugando.»
«Te lo meriti,» le dissi, sorridendo.
«Mi prendi il caricatore piccolo?» mi chiese poi, indicando il comò. «È nel secondo cassetto, quello sotto le creme.»
Non chiesi spiegazioni. Mi alzai, andai dritto al mobile, aprii il secondo cassetto, scansai un paio di trousse e presi il filo bianco. Glielo porsi senza la minima esitazione. Erika lo prese e fece un sorriso radioso. «Vedi? Ormai conosci la mia stanza meglio di me.»
Fu in quel momento che sentii una presenza sulla porta. Giulia era appoggiata allo stipite, una bottiglia d'acqua fredda in mano. Fissava la scena. Fissava la naturalezza con cui mi muovevo nello spazio intimo di sua sorella.
Erika, ignara della corrente ad alta tensione che stava attraversando la stanza, chiuse la zip della valigia e sospirò di nuovo. «Mi fa quasi strano partire e lasciarti qui.»
«Non resto qui, Eri. Ho casa mia,» le ricordai, cercando di alleggerire il peso dello sguardo di Giulia che mi bruciava la nuca.
«Lo so, scemo,» rise Erika, avvicinandosi per stamparmi un bacio veloce sulle labbra. «Però sei sempre qui. Ormai fai parte dell’arredamento.»
Per Erika era una frase dolcissima. La consacrazione del nostro rapporto. Ma per Giulia, in piedi sulla porta, fu una coltellata in pieno petto. La sera prima era tutto incentrato sul suo disperato bisogno di entrare nel mio spazio; ora, vedeva sua sorella maggiore regalarmi le chiavi del proprio, inserendomi nella sua famiglia, nella sua routine, nella sua normalità. Giulia bevve un sorso d'acqua, si voltò e sparì nel corridoio, silenziosa come un'ombra velenosa.
Poi, Il telefono di Erika squillò: era una delle amiche del viaggio. Prese la chiamata e uscì sul balcone della cucina per parlare con più calma, chiudendo a metà la porta a vetri.
Io mi alzai per andare a recuperare una felpa che avevo lasciato in lavanderia il giorno prima. Mentre attraversavo il corridoio, incrociai Giulia. Mi passò accanto, troppo vicina, sfiorandomi il braccio con la spalla.
«Carino,» sussurrò.
Mi fermai. «Cosa?»
Lei si voltò, gli occhi neri e taglienti. «Tu che sai dove stanno le creme di Erika.» Incrociò le braccia sotto il seno. «Sembri proprio il fidanzato perfetto.»
«Non iniziare, Giulia.»
«No. Sto imparando.» La frase mi colpì. Stava studiando il nemico. Stava prendendo appunti su come si faceva la fidanzata alla luce del sole.
Ripresi a camminare, entrando nel piccolo stanzino della lavanderia, saturo dell'odore di detersivo e ammorbidente. Presi la mia felpa dallo stendino. Non feci in tempo a voltarmi che Giulia era già dentro con me. Con un colpo secco del tallone, spinse la porta, chiudendola quasi del tutto, lasciando solo uno spiraglio che faceva filtrare la luce del corridoio.
Il rischio era folle. Erika era a quindici metri di distanza, sul balcone. Giulia mi bloccò il passaggio. Mi si piantò davanti, impedendomi di uscire. Non provò a baciarmi. Fece qualcosa di molto più estremo, fisico e spaventoso.
Mi afferrò il polso sinistro. Con un movimento rapido, sollevò il bordo della sua maglietta e infilò la mia mano sotto il tessuto, costringendomi a premere il palmo aperto contro il suo fianco nudo. La sua pelle era bollente, liscia, percorsa da un brivido immediato al mio tocco. Trattenni il respiro. Sentire la sua carne nuda, lì, nella casa di sua madre, con sua sorella che rideva al telefono a pochi passi di distanza, mi diede una vertigine mostruosa.
Provai a ritirare la mano, ma lei la schiacciò più forte contro il proprio addome, sollevandosi sulle punte dei piedi per avvicinare la bocca al mio orecchio. Il suo respiro mi solleticò il collo.
«Domani è facile,» mi sussurrò, la voce carica di un'eccitazione scura e perversa. «Domani non rischi niente. Io voglio sapere se mi vuoi adesso, con lei nella stanza accanto.»
Il mio cervello andò in corto circuito. La razionalità svanì, fagocitata dal vizio. Senza rendermene conto, la mia mano, invece di allontanarsi, si chiuse in una morsa attorno al suo fianco sottile. Il pollice scivolò pericolosamente verso il bordo dei suoi jeans.
Giulia se ne accorse. Capì di avermi acceso, di aver spezzato la mia finta compostezza. Sorrise contro la pelle del mio collo. Sfiorò con le labbra la linea della mia mascella, non un bacio vero, ma un tocco umido, leggerissimo, appena sporco del suo burrocacao, lasciandomi un marchio invisibile che mi avrebbe costretto a strofinarmi la faccia come un colpevole.
Il sangue mi pulsava nelle orecchie. L'adrenalina mi spingeva a sbatterla contro la lavatrice, a tapparle la bocca con la mia e a farle pagare quella provocazione con tutta la fame e la rabbia che mi stava scatenando dentro. Strinsi la presa sulla sua vita.
Poi, la voce di Erika arrivò dal fondo del corridoio, limpida come una secchiata di ghiaccio.
«Franci? Hai trovato la felpa?»
Mi staccai da Giulia di colpo, come se avessi preso la scossa. Ritirai la mano da sotto la sua maglietta, il respiro irregolare, il cuore che minacciava di sfondarmi le costole.
Giulia si sistemò l'orlo della maglia con una lentezza snervante. Mi guardò. I suoi occhi brillavano di un trionfo assoluto, malato e bellissimo.
«Vai,» mi sussurrò, con un sorriso crudele. «Ti chiama la tua ragazza.»
La fulminai con lo sguardo, aprendo la porta. Ma prima che potessi uscire, la sua voce, bassissima e graffiante, mi piantò l'ultimo coltello nella schiena.
«Tanto stanotte pensi a me.»
Uscii dalla lavanderia con il fiato corto, la pelle del fianco che formicolava ancora esattamente dove la mano di Giulia mi aveva schiacciato. Mi strofinai la mascella con il dorso della mano, come se potessi cancellare fisicamente il fantasma delle sue labbra, e tornai in camera da letto.
Erika era lì. Aveva chiuso la valigia e l'aveva messa a terra. Si stava sistemando i capelli davanti allo specchio. Quando mi vide entrare attraverso il riflesso, si voltò. Il suo sguardo, abituato a leggermi, notò subito qualcosa. La tensione mi irrigidiva le spalle, il mio respiro era troppo pesante per uno che era andato solo a prendere una felpa.
«Che hai?» mi chiese, aggrottando appena la fronte.
«Niente,» risposi in fretta, forse troppo in fretta, buttando la felpa su una sedia.
Erika fece un passo verso di me, assottigliando gli occhi azzurri con un mezzo sorriso incuriosito. «Hai quella faccia.»
Deglutii. «Quale faccia?»
«Quella di quando cerchi di fare il bravo e ti riesce malissimo.»
Era una provocazione innocente, la battuta di una fidanzata che pensa di conoscere i pensieri sporchi del suo ragazzo. Ma in quel momento, carica dell'adrenalina oscura che mi aveva appena iniettato Giulia, fu la scintilla che fece saltare tutto in aria.
Erika si avvicinò e mi diede un bacio. Si aspettava un tocco dolce, domestico. Invece, il mio controllo si spezzò. Le afferrai la nuca, intrecciando le dita nei suoi capelli, e schiacciai la mia bocca sulla sua con una forza brutale. Le morsi il labbro inferiore, spingendola all'indietro fino a farle sbattere le spalle contro l'anta dell'armadio.
Uscii dalla lavanderia con il fiato corto, la pelle del fianco che formicolava ancora esattamente dove la mano di Giulia mi aveva schiacciato. Mi strofinai la mascella con il dorso della mano, come se potessi cancellare fisicamente il fantasma delle sue labbra, e tornai in camera da letto.
Erika era lì. Aveva chiuso la valigia e l'aveva messa a terra. Si stava sistemando i capelli davanti allo specchio. Quando mi vide entrare attraverso il riflesso, si voltò. Il suo sguardo, abituato a leggermi, notò subito qualcosa. La tensione mi irrigidiva le spalle, il mio respiro era troppo pesante per uno che era andato solo a prendere una felpa.
«Che hai?» mi chiese, aggrottando appena la fronte.
«Niente,» risposi in fretta, forse troppo in fretta, buttando la felpa su una sedia.
Erika fece un passo verso di me, assottigliando gli occhi azzurri con un mezzo sorriso incuriosito. «Hai quella faccia.»
Deglutii. «Quale faccia?»
«Quella di quando cerchi di fare il bravo e ti riesce malissimo.»
Era una provocazione innocente, la battuta di una fidanzata che pensa di conoscere i pensieri sporchi del suo ragazzo. Ma in quel momento, carica dell'adrenalina oscura che mi aveva appena iniettato Giulia, fu la scintilla che fece saltare tutto in aria.
Erika si avvicinò e mi diede un bacio. Si aspettava un tocco dolce, domestico. Invece, il mio controllo si spezzò. Le afferrai la nuca, intrecciando le dita nei suoi capelli biondi, e schiacciai la mia bocca sulla sua con una forza brutale. Le morsi il labbro inferiore, spingendola all'indietro fino a farle sbattere le spalle contro l'anta dell'armadio.
Erika sussultò per la sorpresa, un gemito strozzato contro la mia bocca. «Oh,» ansimò, staccandosi di un millimetro, gli occhi sgranati.
Rinvenni per un secondo, il senso di colpa che mi assaliva. «Scusa...» mormorai, allentando la presa.
Ma lei mi afferrò per la maglietta, tirandomi di nuovo verso di sé, gli occhi che le si accendevano di una lussuria improvvisa. «No. Rifallo.»
E io lo rifeci. Usai il corpo caldo, reale e familiare di Erika per cercare disperatamente di spegnere l'incendio che Giulia mi aveva appiccato nelle vene. Le sfilai la maglietta con un gesto brusco, quasi violento, tirandola su dalla testa senza curarmi di aggrovigliarle i capelli. Le slacciai i jeans con dita tremanti per l'urgenza, spingendoglieli giù lungo i fianchi.
«Franci... cazzo, che impeto,» ansimò lei, sorpresa ma eccitata dalla mia foga, mentre le mie mani si chiudevano sui suoi seni. Li strinsi forte, impastando la sua carne nuda e soda, premendole il corpo contro il mio. Erika si lasciò andare, inebriata da quella passione ruvida.
Ma la mia testa stava collassando. Mentre la baciavo, chiudendo gli occhi, la voce di sua sorella minore mi rimbombava nel cranio come una sentenza. Tanto stanotte pensi a me. La rabbia per quella verità mi fece stringere la presa.
Erika capì la mia urgenza. Si inginocchiò davanti a me, slacciandomi i pantaloni. Quando mi prese in bocca, il contrasto tra l'umidità calda della sua saliva e il gelo del mio senso di colpa mi fece inarcare la schiena. La sua lingua era esperta, le sue labbra morbide e avvolgenti. Succhiava con dedizione, e io, incapace di gestire la frustrazione, le afferrai i capelli con entrambe le mani. Guidai la sua testa con foga, dettando un ritmo spietato, spingendo a fondo contro l'interno della sua bocca, fino a farla quasi strozzare, ma lei assecondava ogni mio movimento, emettendo suoni osceni e bagnati che mi facevano impazzire.
Quando sentii che stavo per perdere il controllo, la tirai su. La sollevai di peso e la buttai sul materasso, mettendomi sopra di lei. Le allargai le gambe e la penetrai con una spinta unica, secca, brutale.
Erika urlò, un grido acuto di puro piacere, inarcando la schiena per accogliermi fino in fondo. Le pareti della sua intimità erano strettissime, calde e scivolose. Iniziai a muovermi con una foga disperata, le nostre pelli sudate che sbattevano l'una contro l'altra generando un rumore osceno che riempiva la stanza. Con una mano le tenni entrambi i polsi premuti sopra la testa contro le lenzuola; con l'altra, feci scivolare le dita alla base del suo collo. Non per farle del male, ma per bloccarla, per dominarla, una presa ferma e brutale che le fece rovesciare la testa all'indietro.
«Così... Dio, Franci, sì...» gemeva Erika, graffiandomi dove riusciva a liberarsi.
Più lei godeva, più io spingevo forte. Volevo cancellare la lavanderia. Volevo cancellare lo sguardo trionfante di Giulia. Ma ogni volta che affondavo dentro Erika, sentivo la pelle del mio fianco bruciare, e il sesso diventava più nervoso, più rabbioso, più fottutamente colpevole.
Erika notò l'intensità mostruosa delle mie spinte. «Mi sei mancato così tanto?» ansimò, guardandomi con gli occhi lucidi di piacere e amore.
Aprii la bocca, ma non riuscii a emettere un suono. Non potevo rispondere. Lei interpretò il mio silenzio come un'ammissione muta di passione travolgente. Rise, una risata spezzata dal fiato corto. «Allora... ah... allora devo partire più spesso.»
Boom. La frase mi colpì al centro del petto, devastante. Per lei era la battuta di una fidanzata appagata. Per me era una fottuta condanna. Se Giulia avesse potuto ascoltarla, se avesse saputo che sua sorella mi stava dicendo questo mentre io la scopavo con in testa le sue provocazioni, sarebbe stata la sua vittoria finale.
Questa consapevolezza contorta mi diede la spinta finale. Persi ogni controllo, accelerando il ritmo fino allo spasmo. Erika venne prima di me, stringendomi in una morsa bollente e urlando il mio nome. Subito dopo esplosi anch'io, un climax intenso, violento e liberatorio sul piano fisico, ma vuoto, nero e colpevole su quello emotivo. Mi accasciai su di lei, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo, il cuore che mi rimbombava come un tamburo di guerra.
Dieci minuti dopo, la tempesta era passata. Erika era appoggiata al mio petto, le coperte tirate su per coprire i corpi nudi che si stavano raffreddando. Era appagata, addolcita, convinta di aver ritrovato il suo Franci nella sua versione più passionale.
«Ecco,» sussurrò, accarezzandomi il petto umido di sudore. «Questo mi serviva prima di partire. Adesso sono pronta.»
Feci un mezzo sorriso, una maschera che mi pesava sul viso.
Lei si tirò su appoggiandosi sul gomito. Mi accarezzò la guancia con il dorso della mano, gli occhi azzurri pieni di un affetto che non meritavo. «Promettimi che quando torno mi fai trovare ancora questo.»
Sostenni il suo sguardo, sentendo l'anima marcire in tempo reale. «Te lo prometto,» risposi. Una bugia tremenda, sputata con la voce più rassicurante che avevo.
Erika mi sorrise, mi diede un bacio leggero e si alzò dal letto. «Vado a farmi una doccia veloce e poi finisco di chiudere tutto,» disse, infilandosi l'accappatoio.
Appena la porta del bagno si chiuse e sentii il rumore dell'acqua scrosciare, l'illusione della normalità svanì. Mi allungai verso i miei pantaloni gettati a terra. Dalla tasca, si vedeva la luce intermittente del led di notifica.
Presi il telefono. Lo sbloccai. Tre notifiche di WhatsApp. Giulia.
Aprii la chat, il respiro che mi si faceva di nuovo corto. Giulia: «Avevo ragione?»
Fissai lo schermo, i muscoli contratti. Non risposi. Subito sotto, il secondo messaggio, inviato esattamente nel momento in cui ero dentro sua sorella. Giulia: «Hai pensato a me?»
Alzai gli occhi dal display. Guardai verso la porta chiusa del bagno, ascoltando lo scroscio dell'acqua. Poi riportai lo sguardo sul telefono. Ero in trappola. Aveva vinto lei. Non risposi nemmeno a quello.
I puntini di sospensione danzarono sullo schermo per due secondi. Poi, arrivò l'ultimo messaggio, quello che sanciva l'inizio della fine, agganciando la mia rovina al giorno successivo.
Giulia: «Domani non avrai scuse.»
Fissai l'ultimo messaggio di Giulia: «Domani non avrai scuse.» Il pollice rimase sospeso sulla tastiera per una manciata di secondi. Ero svuotato, sporco, con l'odore del sesso con Erika ancora addosso, ma la mia mente era già stata trascinata via, sequestrata da quella ragazzina. Digitai una risposta, cercando di riprendere il controllo. «Che cosa vuoi, Giulia?»
I tre pallini della digitazione comparvero quasi subito. Non stava dormendo. Stava aspettando.
Giulia: «Domani non voglio un parcheggio.»
Chiusi gli occhi, massaggiandomi le tempie. «Giulia...»
Giulia: «Non voglio cinque minuti. Non voglio una mano sotto il tavolo. Non voglio una porta chiusa mentre lei è nell’altra stanza a sistemare una valigia.» La pausa durò un minuto intero, pesante come un macigno. Poi, la richiesta esplose sullo schermo. «Voglio una giornata.»
Il mio cuore fece uno scatto sordo. «Una giornata?»
Giulia: «Sì. Una giornata da fidanzata. Doccia, cena, uscire, tornare tardi. Quelle stronzate lì. Fatte alla luce del sole. Senza guardarti le spalle.»
Era la sintesi perfetta del suo disastro emotivo: il capriccio infantile mescolato a una pretesa tossica e inamovibile. Voleva rubare la normalità.
Giulia: «Con lei lo fai senza pensarci. Con me sembra sempre che ti sto chiedendo un crimine.»
Le risposi d'istinto, crudo. «Perché lo è.»
La sua replica arrivò come una coltellata nel buio della mia stanza, tagliando a metà tutte le mie ipocrisie. Giulia: «No. Il crimine è che mi vuoi disperatamente, e poi mi tratti come se fossi solo una conseguenza.»
Non risposi più. Spensi il telefono e lo lanciai sul comodino.
Il giorno dopo, Erika partì presto. A metà mattinata, il mio telefono vibrò. Era una foto di lei sul treno, sorridente, con due amiche dell'università che facevano il segno della pace dietro di lei. «Siamo partite! Mi raccomando, sopravvivi senza di me per due giorni.»
Risposi con un cuore e una frase da copione: «Divertiti, piccola. Mancherai da morire, ci sentiamo stasera.» Il bravo fidanzato aveva fatto il suo dovere. L'alibi era in cassaforte.
Poi, aprii la chat di Giulia. L'ultimo messaggio era quello della notte precedente. Nessun "buongiorno", nessuna provocazione, nessuna foto rubata. Silenzio totale.
Passò mezzogiorno. Passarono le due del pomeriggio. Il suo silenzio iniziò a scavarmi dentro. Ero abituato a essere cercato, braccato, provocato. Ero io quello che doveva arginare la sua piena. Quel vuoto improvviso mi innervosì più di mille messaggi minatori. Stava usando la mia stessa tattica: mi stava togliendo l'ossigeno per vedere come avrei reagito.
Alle cinque del pomeriggio, cedetti. Ma non con un messaggio. Presi le chiavi della macchina e uscii di casa. Non stavo più solo reagendo ai suoi ricatti. La stavo cercando. E questa consapevolezza era più pericolosa di qualsiasi bugia detta a Erika.
Parcheggiai a qualche decina di metri dall'ingresso del palazzetto dello sport, sotto l'ombra di un pino che nascondeva l'abitacolo. Abbassai il finestrino, lasciando entrare l'aria tiepida, e aspettai.
Mezz'ora dopo, le doppie porte a vetri si aprirono. Uscì un gruppo di ragazze, e in mezzo a loro c'era Giulia. Il respiro mi si bloccò per una frazione di secondo. Aveva un pesante borsone nero su una spalla. I capelli, di solito perfetti, erano raccolti in una coda disordinata, umidi di sudore alla radice. Il viso era arrossato dallo sforzo, privo di trucco. Indossava un paio di leggings neri aderentissimi che fasciavano ogni curva del suo sedere sodo e delle gambe toniche, e una felpa grigia aperta sul petto, rivelando un top sportivo bianco. Il suo corpo trasudava stanchezza, giovinezza e un'energia selvaggia e viva che Erika, purtroppo, non aveva mai avuto.
Giulia si guardò intorno. Il suo sguardo spazzò la strada e, quasi per istinto animale, intercettò la mia auto nascosta nell'ombra. Per un singolo, infinitesimale secondo, la sua maschera crollò. Vidi un lampo di gioia pura, disarmata, illuminarle il viso. Era felice davvero. Il suo "crimine" era venuto a prenderla.
Ma durò un attimo. Non appena realizzò che ero rimasto seduto al volante, rintanato nell'abitacolo come un ladro, il sorriso si spense. L'armatura tornò su.
Si avvicinò alla macchina, a passi lenti e decisi. Non salì. Si appoggiò al finestrino aperto, guardandomi dall'alto in basso, il petto che si alzava e si abbassava ritmicamente. Odorava di sudore pulito, di palestra e di pelle calda. Era un odore inebriante.
«Sei venuto a prendermi o a controllare che nessuno ti vedesse?» chiese, la voce piatta e tagliente.
La guardai negli occhi. «Volevo farti una sorpresa.»
Lei non abbassò lo sguardo. «Le sorprese si fanno scendendo dalla macchina, Franci.»
Era una sfida. Un test per capire se avrei continuato a trattarla come un segreto sporco. Spensi il motore. Aprii la portiera e scesi, piantandomi davanti a lei. Eravamo alla luce del sole, davanti alla sua palestra, dove chiunque avrebbe potuto vederci. Senza dire una parola, allungai la mano, le sfilai il borsone pesante dalla spalla e me lo caricai sulla mia. Poi, con l'altra mano, aprii lo sportello del passeggero e feci un passo indietro.
Un piccolo, stupido gesto di galanteria. Un gesto da fidanzato. Gli occhi di Giulia brillarono. Si morse il labbro inferiore per nascondere un sorriso che le stava nascendo a forza, e scivolò sul sedile. «Visto?» mormorò, guardandomi mentre le chiudevo la portiera. «Non sei morto.»
Entrai in macchina e gettai il borsone sui sedili posteriori. L'abitacolo si riempì istantaneamente del calore del suo corpo e del suo respiro. Misi in moto, allontanandomi velocemente dalla zona della palestra, sentendo l'adrenalina pomparmi nelle vene. L'avevo presa. Era lì.
«Dove mi porti?» mi chiese, sistemandosi sul sedile e girandosi a guardarmi.
«Da me,» risposi, fissando la strada.
«E poi?»
«Doccia. Magari cena. Poi vediamo.»
Giulia si irrigidì. L'aria nell'abitacolo cambiò pressione in un istante. «Magari?»
Capii subito di aver sbagliato parola. "Magari" era la parola che si usava per gli avanzi di tempo, per le opzioni secondarie, per le cose che si potevano cancellare all'ultimo minuto.
«Con Erika non dici magari,» sentenziò, la voce che si induriva, fredda e precisa. «Prenoti, passi a prenderla, le dici che è bella, le apri la porta e la porti fuori. Non la nascondi in casa con la scusa di una doccia sperando di scopartela e basta.»
Strinsi il volante. «Giulia, per favore...»
«Oggi voglio quello,» mi interruppe, avvicinandosi a me, invadendo il mio spazio vitale fino a farmi sentire il calore del suo viso contro la mia spalla. Non stava urlando. Era un sussurro disperato e ferreo. «Non tutto. Ma abbastanza da non sentirmi una fottuta pausa tra due bugie.»
Mi voltai a guardarla a un semaforo rosso. Era stanca, bellissima, e mi stava chiedendo di portarla fuori nel mondo reale. Mi stava chiedendo di rischiare tutto, non in un parcheggio, non dietro una porta chiusa, ma sotto gli occhi di tutti. E la cosa più devastante, quella che mi faceva battere il cuore all'impazzata, era che in quel preciso momento, volevo darglielo.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

