Sganciò impercettibilmente la tensione delle spalle. Si girò verso di me, piegando una gamba sul sedile in modo che il ginocchio nudo puntasse verso la leva del cambio. La cintura di sicurezza le si tese diagonalmente sul petto, evidenziando la forma del seno acerbo sotto il top bianco. L'odore del suo profumo dolce, mischiato al calore della sua pelle dopo la mattinata di scuola, mi invase le narici.
«Mamma è fuori città,» esordì, la voce che improvvisamente si faceva più vellutata, strascicata. «Erika fa il doppio turno in reparto fino a stasera. La casa è vuota, Franci.»
«Bene. Così puoi studiare in pace,» risposi rigido, guardando dritto davanti a me, cercando di ignorare il lembo di pelle scoperta sulla sua pancia che si alzava e si abbassava a ritmo regolare.
«Studiare? Con questo caldo?» piagnucolò dolcemente. Allungò una mano. L'indice con l'unghia laccata di rosso scivolò lungo la plastica della console centrale, fino a sfiorare il tessuto dei miei jeans, proprio a due dita dalla mia coscia. «Dai... mi lasci a casa a mangiare un'insalata triste da sola? Portami a pranzo fuori. Voglio il sushi.»
«Giulia, devo tornare a studiare in biblioteca.»
«Solo un pranzo veloce,» insistette, sporgendosi leggermente verso di me. Il suo seno sfiorò il mio braccio mentre cambiavo marcia. Lo fece apposta, lo sapevamo entrambi. Mi lanciò un'occhiata da sotto in su, le labbra socchiuse. «E poi... ho bisogno di un favore. Devo andare al centro commerciale. Mi serve un costume nuovo per il mare. Potresti accompagnarmi... magari mi aiuti a sceglierlo. Voglio sapere cosa ti piace.»
Cazzo. La sola immagine mentale di lei chiusa nel camerino di un negozio, mentre si sfilava i vestiti per provarsi un bikini davanti a me, mi fece accendere il sangue. Feci appello a tutto il mio autocontrollo per non inchiodare la macchina in mezzo alla strada.
«Non se ne parla,» dissi, la voce leggermente più roca di prima. «Non sono il tuo autista personale, né il tuo cameriere.»
«Non ti ho chiesto di fare il cameriere,» sussurrò lei, le dita che ora tracciavano piccoli cerchi invisibili sul tessuto del mio jeans, pericolosamente vicine al mio inguine. Si stava comportando come la mia fottuta fidanzata. Voleva un appuntamento in piena regola. Voleva portarmi in giro, farsi comprare le cose, farsi guardare.
Afferrai il suo polso prima che la mano potesse spingersi dove non doveva, stringendolo appena. «Smettila. Ti porto a casa.»
Giulia non si ritrasse. Anzi, usò la mia presa per tirarsi ancora più vicina al mio viso. Il suo respiro caldo mi solleticò il collo. Gli occhi le brillavano di una furbizia diabolica. Sapeva di avere un'arma di ricatto potentissima, e decise di usarla.
«Abbiamo fatto un patto l'altra notte, Franci,» mormorò, il tono basso e roco, carico di promesse oscene. «Io rispetto le tue regole. Nessun altro ragazzo, massima discrezione. Ma... se vuoi che continui a fare la brava... se vuoi che tenga la bocca chiusa con Erika su quello che mi hai fatto nel mio letto... devi farmi contenta ogni tanto. Devi viziarmi.»
Era un ricatto in piena regola. Una manipolazione così sfacciata e perfida che mi fece arrabbiare ed eccitare in egual misura. Era un mostro bellissimo che stavo nutrendo con le mie stesse mani.
La guardai negli occhi. Vidi la sfida, la voglia di dominio nascosta dietro quell'aria da ragazzina viziata. E sentii la mia erezione premere contro la cerniera dei pantaloni, tradendo ogni mia logica.
Rilasciai il suo polso con un movimento secco. Sospirai, passandomi una mano tra i capelli, consapevole di star precipitando in un burrone senza fondo.
«Va bene,» ringhiai a denti stretti, mettendo la freccia per cambiare direzione verso l'autostrada. «Mangiamo e poi andiamo a prendere questo cazzo di costume. Ma se provi a fare un'altra scenata davanti a qualcuno, ti giuro che ti riporto a casa a calci.»
Giulia fece un sorriso radioso, vittorioso, ritirandosi sul suo sedile come una gatta soddisfatta. «Sapevo che avresti ceduto,» cinguettò, allungando le gambe sul cruscotto con una sfrontatezza assoluta. «Sarà un pomeriggio bellissimo, amore.»
L'uso di quella parola, amore, buttata lì con finta noncuranza mentre andavamo al centro commerciale, mi rimbombò nella testa per tutto il tragitto. Avevo accettato le sue condizioni. E ormai non sapevo più chi dei due stesse davvero conducendo il gioco.
Misi la mano sulla leva del cambio, pronto a ingranare la prima e toglierci da quel piazzale rovente, ma la mano di Giulia scattò sulla mia, fermandomi.
Mi voltai a guardarla. Aveva un'espressione indecifrabile, a metà tra il broncio di una bambina e la pretesa di una donna viziata. Picchiettò l'indice sulle proprie labbra, lucide di burrocacao alla fragola. «Hai dimenticato qualcosa,» sussurrò, inclinando la testa. «I fidanzati veri si salutano quando si vedono. Non accendo il motore finché non mi saluti come si deve.»
Cazzo, era così fottutamente sexy quando faceva l'esigente. La razionalità mi urlava di dirle di smetterla, di ricordarle che eravamo nel parcheggio della sua scuola, ma la vicinanza, il suo profumo e la sfrontatezza con cui mi sfidava spazzarono via ogni buon senso. Sospirai, un suono roco e sconfitto, e mi sporsi verso di lei.
Non le diedi un bacio a stampo. Afferrai la sua nuca, intrecciando le dita nei capelli neri, e schiacciai la mia bocca sulla sua. Giulia emise un gemito sorpreso contro le mie labbra, spalancandole all'istante. La sua inesperienza era ancora palese: la sua lingua scattò in avanti in modo goffo, irruento, cercando la mia con una foga disordinata, quasi affamata. Ma stava imparando. Sentii come cercava di assecondare il mio ritmo, come succhiava il mio labbro inferiore imitando quello che le avevo fatto nel suo letto. Le nostre salive si intrecciarono in un bacio bagnato, intenso, un contrasto assurdo con la luce del giorno che inondava l'abitacolo. Quando mi staccai, il suo respiro era corto e il lucidalabbra era sbavato su entrambi.
Lei sorrise, le guance rosse, gli occhi brillanti. «Così va meglio,» mormorò, leccandosi le labbra.
Passammo al drive-thru del McDonald's, mangiando hamburger e patatine nell'abitacolo con l'aria condizionata a palla, parcheggiati in una zona d'ombra. Sembrava una scena di una normalità disarmante, se non fosse per la tensione elettrica che ci legava.
Giulia intinse una patatina nel ketchup e me la sventolò davanti. «Comunque, questo fine settimana mamma ed Erika hanno deciso che andiamo tutti alla casa al mare. Da venerdì sera a domenica.» Fece una pausa, masticando lentamente. «Vieni anche tu, vero?»
«Sì,» risposi, pulendomi le mani con un tovagliolo. «Erika me l'ha chiesto ieri.»
Giulia sorrise, un guizzo di pura malizia le attraversò lo sguardo. «Perfetto. Allora il costume che andremo a comprare tra poco dovrà essere molto sexy. Se dobbiamo stare in spiaggia tutto il giorno, e in casa la sera... voglio assicurarmi che tu faccia una gran fatica a guardare altrove.»
Scossi la testa, cercando di mascherare l'impatto di quell'immagine sul mio cervello. «Sei diabolica.» «Sono solo previdente,» ribatté lei, finendo la sua bibita.
Mezz'ora dopo, il mio inferno personale prese la forma di un negozio di abbigliamento mare al centro commerciale. L'ambiente era tutto ciò che odiavo: luci bianche al neon che sparavano negli occhi, musica reggaeton orrenda e assordante, odore di plastica nuova mescolato a un vago sentore di cocco sintetico. C'erano famiglie, commesse indaffarate e gruppetti di ragazzine che ridacchiavano tra gli stand. Io ero totalmente fuori posto, piantato come un palo davanti alla zona dei camerini, le mani in tasca, mentre Giulia mi usava come suo personale spettatore.
Ed era fastidiosissima. Usciva dal camerino ogni tre minuti, provando bikini sempre più striminziti, e faceva domande fatte apposta per mettermi in difficoltà. Voleva disperatamente che reagissi, che facessi la bava, che perdessi il controllo davanti a tutti. Ma avevo deciso di non darle questa soddisfazione. Restavo freddo come il ghiaccio, e questo la stava facendo letteralmente impazzire.
Uscì per l’ennesima volta, indossando un bikini verde smeraldo a triangolo, tenuto insieme da due laccetti sottilissimi dietro il collo e sulla schiena. Lo slip era basso sui fianchi, brasiliano, con due nodi laterali così piccoli che sembravano messi lì più per sfidare la gravità che per coprire qualcosa. Su un’altra ragazza sarebbe stato soltanto un costume audace, uno di quelli comprati per sentirsi un po’ più bella in spiaggia. Su Giulia era una minaccia. Il verde le accendeva la pelle chiara, faceva risaltare il nero disordinato dei capelli e sottolineava ogni contrasto del suo corpo minuto: la vita stretta, i fianchi morbidi, il sedere sodo che lo slip lasciava intuire con una crudeltà quasi scientifica. Il triangolo del sopra copriva appena il necessario, ma non abbastanza da impedirti di immaginare il resto; anzi, sembrava costruito apposta per trasformare ogni respiro in una provocazione. In quel momento capii con una lucidità agghiacciante che, se avesse indossato quel costume al mare davanti a Erika, sua madre e mezzo stabilimento, il problema non sarebbe stato guardarla. Sarebbe stato riuscire a smettere. «Questo mi fa sembrare piccola?» chiese, con una finta espressione innocente.
