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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 2
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Capitolo 2 di 10 25 min di lettura

L'educazione di Giulia

franci con delle buone intenzioni si lancia in un rapporto oltre il proibito.

Alessia
5 mesi fa · 2k letture · 2

Qualche giorno dopo, in un locale con i miei amici…

Il locale era pieno, il solito rumore di sottofondo di un venerdì sera. Matteo stava tenendo banco, come al solito. Ventotto anni, sempre in mezzo a noi ventenni per sentirsi il maschio alfa della situazione. Si vendeva come il grande startupper di successo, anche se la sua famosa app faceva talmente cagare che nemmeno noi del gruppo l'avevamo mai scaricata. Ma con le ragazzine più piccole, la farsa dell'imprenditore col macchinone e i soldi facili funzionava sempre.

Ero distratto, fissavo la mia birra pensando ad altro, finché la voce di Matteo non sovrastò la musica.

«Oh, guardate qua,» esordì, sbloccando lo schermo dello smartphone e sbattendolo al centro del tavolino. «Matchata un'ora fa. Diciotto anni da poco. Guardate che foto... questa stasera vuole farsi distruggere.»

Abbassai lo sguardo sul display per inerzia. Il sangue mi si gelò nelle vene per un secondo, per poi ricominciare a scorrere a una velocità folle, pulsandomi nelle tempie in un mix accecante di rabbia e di un'eccitazione oscura e malata.

Non era una ragazzina a caso. Era Giulia.

Nella foto indossava un top nero scollatissimo che riconobbi all'istante: era di Erika. Le stringeva il seno in modo quasi osceno. Aveva un rossetto scuro, i capelli lisciati perfetti e quello sguardo di sfida, arrogante e sfacciato, che mi stava tormentando la testa da giorni.

L'idea delle mani viscide di Matteo su quella pelle, l'idea che lei si fosse messa su Tinder a cercare un uomo più grande per farsi distruggere... mi mandò in cortocircuito il cervello. Strinsi il bicchiere fino a farmi sbiancare le nocche.

«Lasciala perdere,» dissi. La mia voce uscì bassa, ruvida e fottutamente fredda, tagliando di netto le risatine del tavolo.

Matteo si voltò verso di me, alzando un sopracciglio, con quel sorrisetto da schiaffi. «Eh? Che cazzo dici, Franci?»

«Ho detto di lasciarla perdere,» ripetei, alzando gli occhi per piantarglieli addosso. «È la sorella minore di Erika. Cancellala. Subito.»

Lui sbuffò una risata nervosa, riprendendosi il telefono come per proteggerlo. «E allora? Non è mica tua sorella. Se sta su Tinder sa quello che vuole. Non è mica colpa mia se la sorellina della tua ragazza è una troietta in cerca di attenzioni. E a giudicare dalla chat, non vede l'ora di salire in macchina mia.»

Non so nemmeno come feci a non tirargli un pugno. Mi alzai dallo sgabello. Non feci un gesto plateale, non urlai, ma azzerai la distanza tra noi sovrastandolo. In quel momento non me ne fregava un cazzo di fare il "bravo fidanzato" responsabile. Quello che sentivo era un istinto animale, un senso di possesso totale e ingiustificabile verso una ragazzina che non era nemmeno mia.

«Matteo, non te lo sto chiedendo per favore,» sibilai, appoggiando le mani sul tavolo e chinandomi verso di lui. «Non ti avvicinerai a lei. Dimmi dove e a che ora vi siete dati appuntamento. Adesso.»

Lui fece il gradasso per un altro paio di secondi, incrociando le braccia e gonfiando il petto. Ma vide qualcosa nei miei occhi, un'ombra di violenza repressa che lo fece desistere. Sapeva benissimo che non stavo scherzando e che gli avrei spaccato la faccia lì, davanti a tutti.

«Va bene, minchia, datti una calmata! Siete tutti dei puritani,» borbottò alla fine, alzando le mani in segno di resa e indietreggiando con la sedia. «Sotto casa sua. Tra venti minuti. Vacci tu a farle da babysitter, sai che gran divertimento.»

Non gli risposi nemmeno. Buttai una banconota sul bancone per la birra che non avevo finito, afferrai le chiavi della macchina e uscii dal locale a passo svelto.

L'aria fredda della sera mi investì in pieno viso, ma non servì a spegnere l'incendio che mi divorava lo stomaco. Aprii la portiera e misi in moto con un gesto secco.

Parcheggiai a fari spenti un paio di decine di metri prima del suo portone, confuso tra le auto in sosta. Non aspettai molto. Quando il portone del palazzo si aprì, sentii l'aria mancarmi di colpo nei polmoni.

Giulia uscì sul marciapiede. Era vestita in un modo che non lasciava il minimo spazio all'immaginazione. Indossava un abitino nero aderente che le fasciava i fianchi, talmente corto che a ogni passo rischiava di scoprire tutto. E poi li vidi: i tacchi. Erano le décolleté rosse di vernice di Erika, quelle costosissime che sua sorella teneva come una reliquia. Su Giulia, abbinate a quel trucco pesante e al rossetto scuro, sembravano un invito esplicito. Voleva sembrare una femme fatale, ma ai miei occhi era solo una ragazzina bellissima che stava per buttarsi dritta in un mare di guai.

Misi in moto e feci scivolare la macchina silenziosamente fino a fermarmi proprio davanti a lei. Abbassai il finestrino.

«Giulia.»

La chiamai senza alzare la voce. Lei si voltò di scatto. La posa da dura le crollò addosso in un millesimo di secondo. Sbiancò. Guardò la mia auto come se avesse visto un fantasma, poi si guardò freneticamente intorno, terrorizzata che Erika o sua madre potessero essere lì con me.

Rassegnata, trascinando i passi su quei tacchi troppo alti per lei, si avvicinò alla portiera. «Franci...» balbettò, la voce che tremava. «Che... che ci fai qui?»

Provai a usare un tono fermo e autoritario, ma non sono mai stato capace di fare il duro con lei. Mi uscì solo una voce stanca e tesa. «Sali in macchina, Giù. Muoviti.»

Lei esitò, poi aprì lo sportello e si lasciò cadere sul sedile passeggero, portando con sé nell'abitacolo un'ondata di profumo dolce, troppo forte per la sua età. Si tirò giù convulsamente l'orlo del vestito, coprendosi a malapena a metà coscia. Chiuse la portiera e il silenzio nella macchina divenne opprimente.

«Che succede? Erika sta bene?» mi chiese subito, mangiandosi le unghie finte per l'ansia.

Sospirai, passandomi una mano sul viso. «Erika sta bene. Sta tornando a casa adesso dal tirocinio, è distrutta.» Mi voltai a guardarla. La luce fioca del cruscotto illuminava la sua scollatura, e dovetti fare uno sforzo disumano per tenere gli occhi fissi sui suoi. «Quella che stava per finire male stasera eri tu. Il tuo appuntamento non verrà, Giulia. Matteo non si farà vedere.»

Lei sgranò gli occhi. Il respiro le si fermò in gola. «Cosa... come sai di...»

«Ero al bar con lui,» la interruppi, la voce che ora tremava per la rabbia repressa. «Si stava vantando con mezzo locale, Giù. Mostrava a tutti la tua foto su Tinder. Diceva in giro come ti avrebbe distrutta stasera su qualche sedile, vantandosi di essersi rimorchiato una diciottenne convinta di uscire con un imprenditore pieno di soldi.»

Vidi il suo viso passare dal bianco al rosso scarlatto. La cruda realtà delle mie parole fece a pezzi la sua fantasia da donna vissuta. Si rese conto di essere stata trattata come carne da macello da uno sbruffone di ventotto anni.

Le labbra scure iniziarono a tremarle. Si coprì il viso con le mani, e un singhiozzo strozzato ruppe il silenzio dell'abitacolo. La sua maschera di arroganza era sparita; ora era solo una ragazzina terrorizzata dalle conseguenze di una cazzata enorme.

Il mio istinto protettivo, mescolato a un'attrazione che mi faceva sentire uno schifo, prese il sopravvento, ma mi costrinsi a restare immobile, le mani ancora salde sul volante.

«Franci...» piagnucolò, scoprendosi il viso rigato da una lacrima nera di mascara. Si sporse verso di me, afferrandomi la manica della felpa con una disperazione che mi strinse lo stomaco. Il suo profumo, dolce e pesante, mi invase le narici, mentre sporgendosi in avanti la scollatura del vestito di Erika si piegava pericolosamente verso di me, offrendomi una visuale che mi incendiò il sangue.

«Ti prego,» sussurrò, la voce rotta, stringendomi il braccio. «Ti prego, non dirlo a mamma. Mi ammazza, Franci, mi ammazza sul serio.»

«Giulia, ti rendi conto di cosa stavi per fare?» le chiesi, la voce bassa e dura. «Di chi è quel coglione?»

«Lo so, lo so! Ho fatto una cazzata, volevo solo... volevo solo fare un giro, sentirmi grande, non pensavo che lui...» Tirò su col naso, stringendo ancora più forte la mia manica, come se fossi la sua unica ancora di salvezza. I suoi occhi grandi e lucidi mi supplicavano dal basso verso l'alto. «Ti scongiuro, Franci. Erika ha passato una giornata infernale in reparto. Se le dici che mi hai trovata su Tinder, vestita così... se le fai vedere che ho preso le sue scarpe rosse senza chiederglielo, le viene un esaurimento. E mi odierà per sempre. Ti prego, Franci. Sii buono come sempre. Ti supplico, fa' che resti un segreto. Tra me e te.»

Fissai la sua piccola mano stretta sul mio braccio, le unghie finte che quasi affondavano nel tessuto. Poi guardai il suo viso, rovinato dal trucco sbavato, e quelle labbra rosse e tremanti.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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