Odiavo vederla piangere, ma al tempo stesso un brivido oscuro, fottutamente sbagliato, mi percorse la spina dorsale nel vederla così disperatamente sottomessa alla mia decisione. Fino a dieci minuti prima faceva la donna inarrivabile, la femme fatale pronta a farsi mettere le mani addosso da uno sconosciuto. Ora era rannicchiata sul mio sedile, mezza nuda, a supplicarmi di salvarla.
Avevo il suo destino tra le mani. E il silenzio che calò nell'abitacolo era così denso che avrei potuto tagliarlo con un coltello. Non le risposi subito. La lasciai cuocere in quell'attesa agonizzante, guardandola dall'alto in basso, sentendo il potere scivolare completamente dalla sua parte alla mia.
«Va bene,» dissi alla fine, la voce piatta e monocorde. «Non dirò niente a tua madre. E nemmeno a Erika.»
Giulia rilasciò un respiro tremante, abbassando le spalle. «Grazie... grazie, Franci, te lo giuro, non lo farò mai più, io–»
Non la feci finire. Con un movimento secco, premei il pulsante della chiusura centralizzata. Il clack delle sicure rimbombò nell'abitacolo come il rumore di una cella che si chiude. Giulia sussultò.
Ingranai la prima e partii sgommando, lasciandomi il suo palazzo alle spalle. Non girai verso il centro. Presi la strada che portava fuori, verso il buio della periferia e delle colline, dove le uniche luci sarebbero state quelle del cruscotto.
«Franci? Che fai? Dove andiamo?» chiese lei, aggrappandosi alla maniglia sopra il finestrino, la voce di nuovo incrinata dal panico.
«Faccio in modo che non ci veda nessuno, Giulia,» risposi freddo, gli occhi fissi sulla strada buia davanti a noi. «Stiamo via un'ora. Fino alle nove. Non puoi tornare a casa vestita così mentre tua madre è in salotto e tua sorella torna stanca dal lavoro. Se ti beccano ora, la mia promessa non vale un cazzo.»
Lei si morse il labbro, annuendo piano, rendendosi conto che avevo ragione. Rimase in silenzio, ma vedevo con la coda dell'occhio che si torturava le mani.
Cercai di calmarmi. Respirai a fondo. Volevo parlarle da adulto, spiegarle con calma il rischio enorme che aveva corso. «Senti, Giù,» iniziai, abbassando un po' il tono. «Io capisco che tu voglia sentirti grande. Hai diciotto anni, è normale. Ma non puoi buttarti su quell'app, incontrare uno sconosciuto di dieci anni più vecchio e pensare di avere il controllo della situazione. Matteo non è il ragazzino del liceo che puoi gestire con un sorriso o una scollatura. Quelli come lui non cercano una chiacchierata o una ragazza da corteggiare. Vogliono solo usarti. È pericoloso, cazzo.»
Mi voltai a guardarla un istante. Speravo di vedere comprensione, magari un po' di vergogna. Invece, la sua espressione era cambiata. La paura del castigo stava passando e il suo ego sfrontato stava tornando a galla. Incrociò le braccia sotto il seno, spingendo in su quella scollatura oscena, e alzò il mento.
«Non ho bisogno che tu mi faccia la paternale, Franci. So difendermi benissimo da sola. E poi non mi avrebbe fatto niente che io non volessi, ok? Se fossi salita in macchina con lui, avrei saputo come gestirlo. Siete voi che mi trattate sempre come una bambina scema!»
Fu come benzina sul fuoco. L'immagine di lei in macchina con Matteo, di lui che le metteva le mani addosso mentre lei pensava di poterlo "gestire", mi fece esplodere una vena nel cervello.
Scalai la marcia con un colpo violento, facendo ruggire il motore, e inchiodai la macchina in uno spiazzo sterrato e buio, al riparo di un filare di alberi, lontano da tutto.
Spegni i fari. Spensi il motore. Nel silenzio tombale che seguì, il mio respiro pesante sembrava quello di un animale in gabbia. Mi slacciai la cintura e mi girai completamente verso di lei.
«Credi di saperlo gestire?» ringhiai, la voce così bassa e minacciosa che lei si rannicchiò contro lo sportello. La calma era finita. L'avevo avvisata. «Sei una ragazzina stupida, Giulia. Ecco cosa sei. Stupida e arrogante.»
«Franci, smettila...» sussurrò, perdendo di colpo tutta la sua spavalderia.
«Hai idea di chi cazzo è quello con cui dovevi vederti?» continuai implacabile, sporgendomi verso di lei finché non sentii il suo respiro sul viso. «Hai idea di cosa ci fa uno di ventotto anni con una ragazzina vestita in questo modo in un parcheggio buio? Pensi che si fermerà perché tu glielo chiedi? Pensi di avere il controllo solo perché ti sei messa un rossetto da puttana e hai le tette in fuori?»
Le mie parole erano coltelli. Volevo smontarla pezzo per pezzo. Volevo distruggere quella sua finta aria da donna adulta, schiacciarla sotto il peso della sua stessa incoscienza.
«Credi di saper gestire il mondo dei grandi, eh?» sussurrai, abbassando lo sguardo sulle sue cosce scoperte e poi di nuovo sui suoi occhi, neri e terrorizzati nel buio. «Non sai un cazzo, Giulia. E stasera stavi per scoprirlo nel modo peggiore possibile.»
Le mie parole non sortirono l'effetto sperato. Invece di farla riflettere, fecero esplodere il suo ego ferito. Non sopportava di essere trattata da bambina, specialmente da me.
Con un gesto stizzito e fulmineo, Giulia si slacciò la cintura di sicurezza. Si girò di scatto verso di me, invadendo il mio spazio nell'abitacolo stretto, il viso deformato dalla frustrazione.
«Fammi scendere!» mi urlò in faccia, la voce che tremava di rabbia e umiliazione. «Tu non sei mio padre! Sei solo il fidanzatino noioso di mia sorella! Ho diciotto anni e faccio quello che cazzo mi pare!»
Ero a un millimetro dal risponderle a tono, ma lei prese fiato e sputò fuori l'unica cosa che non avrebbe mai dovuto dire.
«Volevo vedermi con lui perché è un uomo vero, non uno sfigato che fa sempre la cosa giusta come te!» gridò, gli occhi lucidi di sfida, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente. «Magari volevo che mi mettesse le mani addosso, ti è passato per la testa?!»
Silenzio. Un silenzio assoluto, pesante, assordante.
Era la frase fatale. Mi aveva provocato nel punto esatto in cui non doveva. Aveva appena preso l'ultima catena che teneva a bada la mia razionalità e il mio autocontrollo e l'aveva spezzata di netto.
Non ci fu nessun preavviso. Non urlai. Non mi giustificai. La mia mano destra scattò in avanti con una velocità e una forza disarmanti. Le afferrai la nuca, le dita che si intrecciavano brutalmente tra i suoi capelli lisciati, bloccandola sul posto per impedirle di indietreggiare. Con la mano sinistra le presi il mento, stringendo appena la mascella, costringendola ad alzare il viso verso il mio.
L'impatto fisico fu devastante. Giulia emise un gemito strozzato, sgranando gli occhi. La rabbia svanì dal suo sguardo in un millesimo di secondo, inghiottita da un panico totale e da qualcos'altro... un'ondata di eccitazione istantanea e travolgente che le fece dischiudere le labbra tinte di rosso.
«Volevi che un uomo ti mettesse le mani addosso?» sibilai, il viso a un centimetro dal suo. La mia voce non era più la mia. Era un ringhio viscerale, oscuro, carico di tutta la lussuria e la gelosia che stavo reprimendo da mesi. «Vuoi sapere cosa fa un uomo vero a una ragazzina sfacciata che si veste in questo modo per giocare col fuoco?»
Giulia era paralizzata. Sentivo il suo cuore esploderle nel petto, rimbombando contro il mio braccio. Il suo fiato caldo, irregolare, mi accarezzava le labbra. Non cercò minimamente di divincolarsi. Sotto la mia presa ferrea, il suo corpo iniziò a tremare in un modo completamente diverso da prima: la sua finta arroganza si stava sciogliendo in pura sottomissione.
Abbassai lo sguardo sulla sua bocca socchiusa, poi sulla scollatura che aveva esibito per farsi guardare da un coglione qualunque. Feci scivolare il pollice della mano sinistra giù dal suo mento, accarezzandole il collo con una lentezza agonizzante, fino a premerlo esattamente al centro del suo petto nudo e bollente.
«Non hai bisogno di Tinder per farti rovinare, Giulia,» le sussurrai addosso, la voce roca, sbavandole appena il rossetto scuro con il mio stesso respiro. «Sei già chiusa in macchina con la persona sbagliata. E se non chiudi quella bocca e non inizi a fare la brava, ti assicuro che stanotte a casa non ci torni.»
L'incantesimo oscuro che si era creato nell'abitacolo si spezzò all'improvviso.
Giulia sbatté le palpebre, come risvegliandosi da uno stato di trance. La paura, quella vera, prese il sopravvento sull'eccitazione. Con uno scatto disperato, piantò le mani contro il mio petto e mi spinse via, ritraendosi contro lo sportello freddo.
«Ma che cazzo ti è preso?!» sbottò, la voce acuta e tremante, strozzata dal panico. Si portò una mano al petto, il respiro corto che le faceva alzare e abbassare la scollatura in modo frenetico. Mi guardava come se fossi un estraneo, un predatore da cui doveva scappare.
