Sorella Sbagliata

Capitolo 3 - Fottere la sorella maggiore pensando al culo della mocciosa

Le subdole provocazioni di Giulia spingono Franci oltre il limite, portandolo a sfogare la sua feroce e perversa eccitazione sul corpo ignaro di Erika. Ma un orgasmo sbagliato non basta a spegnere un'ossessione malata che, nel cuore della notte, tornerà a reclamare il suo vero premio.

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Alessia

3 ore fa

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Cazzo, ero su una spiaggia buia e gelida, ma stavo letteralmente andando a fuoco. Mi strusciavo contro il corpo morbido e caldo della sorellina della mia fidanzata, schiacciandola contro l'asciugamano, assecondando ogni suo movimento sgraziato. Il nostro bacio era un disastro bellissimo: Giulia non aveva tecnica, era goffa, mi stringeva la nuca con una foga disperata e mi riempiva la bocca di saliva, dischiudendo le labbra in modo disordinato. Ma proprio quell'inesperienza cruda, quel suo darsi a me senza filtri, era la droga più eccitante che avessi mai provato.

Ero annebbiato. Feci scivolare la mano destra dal suo fianco fino all'interno coscia. La pelle era bollente. Guidato da un istinto puramente animale, feci risalire le dita e premetti il palmo con decisione proprio lì, al centro della sua intimità, direttamente sopra il tessuto sottile dell'intimo che intravedevo sotto il vestito arricciato.

Appena sentì la pressione dura della mia mano contro la sua umidità, Giulia emise un gemito acuto, strozzato contro le mie labbra. L'intero suo corpo fu scosso da un tremito violento. Un fremito incontrollabile di puro shock e piacere che le fece inarcare la schiena.

E quel tremito mi svegliò. Fu come ricevere una secchiata di acqua gelida in faccia. Il cortocircuito finì, lasciando il posto a una lucidità agghiacciante.

Che cazzo sto facendo? La mia mente urlò, sovrastando il rumore del mare e dei nostri respiri. È Giulia. Cazzo, è la sua prima volta. È il suo primo bacio, è stesa sotto di me e io sono il fidanzato di sua sorella.

Mi staccai di scatto, ritraendo la mano come se mi fossi appena ustionato. Mi sollevai sulle ginocchia, allontanandomi dal suo corpo, e mi lasciai cadere seduto sulla sabbia di fianco a lei, passandomi freneticamente le mani sul viso e tra i capelli.

«Cazzo,» sibilai, il petto che mi si alzava e si abbassava a scatti. «Cazzo. Scusami, Giù. Scusa.»

Giulia rimase stesa sull'asciugamano per un paio di secondi, disorientata, il petto che le batteva all'impazzata. Si tirò su a fatica, appoggiandosi sui gomiti. Aveva i capelli spettinati dalla sabbia, le labbra gonfie, il rossetto sbavato ben oltre i contorni della bocca. Mi guardò, gli occhi scuri ancora dilatati dall'eccitazione.

«Franci...?» mormorò, la voce impastata e confusa. «Perché... perché ti sei fermato?»

Non feci in tempo a risponderle che lei si spinse in avanti. Si mise in ginocchio davanti a me, completamente priva della sua solita arroganza, mossa solo da un istinto nuovo che non sapeva gestire. Le sue mani piccole mi afferrarono la felpa, cercando di tirarmi di nuovo verso di sé.

«Non fermarti,» mi supplicò, arrossendo violentemente, un misto di imbarazzo e desiderio puro. «Ti prego, Franci. Mi stava piacendo... mi piaceva da impazzire. Fallo ancora.»

La bloccai, afferrandole dolcemente ma con estrema fermezza i polsi, impedendole di avvicinarsi al mio petto.

«No, Giulia. Fermati,» le dissi, la voce dura, anche se mi stava sanguinando il cuore a respingerla mentre mi guardava così. «È una cazzata. Una cazzata madornale. Sono un fottuto stronzo, non avrei mai dovuto toccarti. Ho perso la testa, ma non doveva succedere.»

Lei cercò di liberare le mani, scuotendo la testa. «Ma io lo voglio! E lo vuoi anche tu, l'ho sentito! Ti ho sentito prima, non dire che non è vero!»

«Non c'entra un cazzo quello che voglio io o quello che vuoi tu!» sbottai, forse con troppa foga, per poi abbassare subito il tono, mortificato. Fissai i miei occhi nei suoi, cercando di farle capire la gravità della situazione. «Io sto con Erika. È la mia ragazza. E tu sei mia cognata. Hai quattordici anni, Giù, era il tuo primo bacio. Non dovevo rubartelo io su una cazzo di spiaggia parcheggiati come dei randagi. Non te lo meriti e tua sorella non merita questo schifo.»

Giulia incassò il colpo. Smise di lottare contro la mia presa. Abbassò lo sguardo sulle mie mani che stringevano i suoi polsi, e l'espressione di puro desiderio si trasformò in una tristezza amara, infantile e profondamente ferita.

Le lasciai i polsi. Mi sporsi verso di lei, le presi il viso tra le mani – cercando di ignorare la morbidezza della sua pelle – e le diedi un bacio prolungato sulla fronte, per poi sfiorarle la guancia. Un gesto casto, protettivo. Tutto quello che avrei dovuto essere fin dall'inizio.

«Ti voglio bene, Giulia,» sussurrai, la voce rotta dal senso di colpa. «Te ne voglio tanto. Ma ti prego, per favore... dimentica quello che è successo. Non deve rovinare la vita a nessuno. Scusami. Scusami mille volte.»

Lei non rispose. Si voltò dall'altra parte, tirandosi giù quel vestitino minuscolo con un gesto nervoso, quasi rabbioso. L'aria intorno a noi si era fatta improvvisamente di ghiaccio.

Ci ricomponemmo in un silenzio tombale. Io mi pulii la bocca dal suo rossetto con il dorso della mano, lei si rimise a fatica le scarpe rosse di Erika, senza più lamentarsi del dolore. Piegai l'asciugamano e tornammo alla macchina.

Il tragitto verso casa fu una tortura. Il silenzio nell'abitacolo era così denso e carico di cose non dette che mi sembrava di soffocare. L'orologio sul cruscotto segnava le dieci meno un quarto. Avevamo il tempo perfetto per rientrare senza destare sospetti.

Quando fummo a un paio di chilometri dal suo palazzo, mi schiarii la voce. «Giulia.» Lei guardava ostinatamente fuori dal finestrino. «Giulia, guardami.»

Girò la testa a rallentatore. Aveva ripulito le sbavature del rossetto con un fazzoletto; ora sembrava solo una ragazza stanca di ritorno da una festa.

«Questo sarà il nostro segreto,» le dissi, cercando il suo sguardo. «Quello che è successo stasera... dalla sgridata, a Matteo, alla spiaggia. Resta tra noi due. Erika non saprà niente del tuo appuntamento e tua madre non ti vedrà in quello stato. Siamo d'accordo?»

Lei deglutì, annuendo lentamente con un cenno appena accennato del capo. «Va bene. È il nostro segreto.»

Accostai sotto casa sua. Il motore girava al minimo. Le luci del suo salotto, al secondo piano, erano spente, il che significava che sua madre era già andata a letto, come previsto. Il piano era perfetto.

Mi voltai verso di lei. Nonostante la tensione, sentii il bisogno di salutarla decentemente, di assicurarmi che non mi odiasse. Mi slacciai la cintura e mi sporsi in avanti per darle il classico bacio sulla guancia della buonanotte, quello che le davo sempre prima di stasera.

Ma Giulia fraintese, o forse decise di fare un ultimo, disperato tentativo per testare i miei limiti.

Appena mi vide avvicinare, girò il viso all'improvviso, alzando il mento e schiudendo le labbra, cercando la mia bocca con una fame che mi fece mancare un battito.

Fu una questione di riflessi. Mi ritrassi di scatto, voltando la testa appena in tempo. Le sue labbra calde sfiorarono a malapena l'angolo della mia bocca, finendo per posarsi goffamente sulla mia guancia, vicino all'orecchio.

Mantenni la posizione e le stampai io un bacio rapido e fermo sulla guancia.

«Buonanotte, Giù. Sali piano,» le dissi, allontanandomi e tornando dritto sul mio sedile, le mani ancorate al volante per impedirmi di cedere.

Giulia si pietrificò. L'umiliazione del mio rifiuto fu palese sul suo viso. Si passò due dita sul labbro, come se l'avessi appena schiaffeggiata. Il suo sguardo triste si indurì in un lampo, trasformandosi in una maschera di pura irritazione e orgoglio ferito. Mi lanciò un'occhiata tagliente, fredda, carica di risentimento.

Senza dire una parola, senza nemmeno rispondere alla buonanotte, aprì lo sportello con violenza. Uscì dalla macchina e sbatte la portiera con tutta la forza che aveva, per poi sparire nel portone del palazzo, lasciandomi solo nel buio dell'abitacolo, con il cuore a pezzi e la certezza matematica di aver appena rovinato tutto.

Però.

Quella sera, mentre tornavo a casa da solo, il telefono vibrò sul sedile passeggero. Era un messaggio di Erika. «Amore, turno finito. Sono un cadavere. Vado dritta a letto, ti chiamo domani. Ti amo.» Nessun accenno a Giulia. Nessun dramma. Nei giorni successivi la nostra routine riprese esattamente come prima: le telefonate della buonanotte, i baci rubati tra un suo turno e l'altro, i messaggi dolci. Mi convinsi di avercela fatta. Di essere salvo. Che quella follia sulla spiaggia fosse stata solo una parentesi chiusa e sigillata per sempre.

Ma mi sbagliavo di grosso. Me ne resi conto la prima volta che tornai a casa loro per cena, il giovedì seguente.

Appena varcai la soglia, l'aria mi sembrò improvvisamente pesante. Giulia era seduta sul divano, il telefono in mano. Quando alzai lo sguardo verso di lei per il solito saluto fraterno, mi si gelò il sangue. Non c'era traccia della sorellina minore. Il suo sguardo non era più quello di una ragazzina che faceva i dispetti al cognato. Era lo sguardo di una donna puntato sulla sua preda. Mi guardava con una sfacciataggine nuova, languida, come se tra noi ci fosse un filo invisibile e incandescente che solo lei si divertiva a tirare.

Mi trattava come la sua cotta, e lo faceva sotto il naso di tutti.

Le sue provocazioni iniziarono quasi subito, ed erano un crescendo di sfrontatezza che mi mandava letteralmente in cortocircuito il cervello. La prima volta accadde in cucina. Erika stava apparecchiando in sala da pranzo, io ero entrato per prendere l'acqua dal frigo. Giulia era appoggiata al bancone e preparava il caffè. Indossava un paio di pantaloncini di jeans così sfilacciati e corti che la curva inferiore dei glutei era perfettamente visibile. Appena mi sentì entrare, invece di girarsi, si piegò deliberatamente in avanti per prendere una tazzina dalla mensola più bassa, inarcando la schiena in un modo osceno. I pantaloncini si tesero.

Rimasi paralizzato, la bottiglia d'acqua a mezz'aria. «Ti piace la vista, Franci?» sussurrò lei, girando appena la testa, lanciandomi un'occhiata maliziosa da sopra la spalla. Feci per risponderle malamente, ma Erika entrò in quel preciso istante. «Giulia, per l'amor del cielo!» sbottò Erika, fermandosi sulla porta con i piatti in mano. «Ma ti sembra il modo di girare per casa? Copriti quel sedere, è inopportuno!» Giulia si raddrizzò con finta innocenza, passandosi una mano sui capelli. «Che c'è di male? Fa caldo. E poi c'è solo Franci, a lui non dà fastidio. Vero, Franci?» Erika sbuffò, irritata. «Sei sempre la solita esibizionista. Vai a cambiarti, mi dai ai nervi.» Io deglutii a fatica, annuendo debolmente a Erika, cercando disperatamente di nascondere il rigonfiamento doloroso che si stava formando nei miei jeans.

Ma quello fu solo l'inizio. Il dopocena fu una vera e propria tortura psicologica ed erotica. Ci sedemmo tutti e tre sul grande divano a L per guardare un film. Erika si rannicchiò contro il mio petto, la testa sulla mia spalla, la mia mano intrecciata alla sua. Era il quadretto perfetto. Ma Giulia si sedette sulla penisola del divano, perpendicolare a noi.

Mentre Erika guardava lo schermo, Giulia allungò le gambe nude. Sotto la coperta leggera che avevamo buttato sul divano, sentii il tocco freddo delle dita del suo piede sfiorarmi la caviglia. Mi irrigidii. Provai a spostare la gamba, ma lei mi seguì. Il suo alluce iniziò ad accarezzare lentamente l'interno del mio polpaccio, salendo con un movimento circolare, deliberato e fottutamente sensuale, fino ad arrivare dietro il mio ginocchio. Strinsi i denti, il cuore che mi batteva così forte nel petto che temetti Erika potesse sentirlo. Giulia si portò un dito alle labbra, fingendo di mordersi l'unghia, ma i suoi occhi scuri erano piantati nei miei, carichi di una sfida lussuriosa. Sapeva che non potevo dire nulla senza far scoppiare una bomba. Mi teneva in pugno.

«Giulia, ma si può sapere che hai stasera?!» sbottò improvvisamente Erika, spostandosi dal mio petto. «Continui a muoverti, a scalciare sotto questa coperta, non riesco a seguire una battuta del film! Sei insopportabile!» Giulia ritrasse il piede di scatto, mettendo il broncio. «Madonna, Eri, sei di una noia mortale. Non si respira in questa casa, sei sempre tesa.» «E tu sei una mocciosa inopportuna!» le rispose Erika, alzando la voce, esasperata dallo stress della giornata. «Fai i capricci per avere attenzioni, cresci un po'!»

Quando Erika pronunciò la parola mocciosa, Giulia non si arrabbiò. Anzi. Le sue labbra si incurvarono in un sorrisetto perverso, e piantò di nuovo gli occhi nei miei, ricordando perfettamente cosa le avevo fatto in macchina mentre le davo della mocciosa.

Ogni provocazione diventava più pesante. Era un gioco al massacro. Qualche sera dopo, la beccai da sola nel corridoio stretto mentre andavo in bagno. Le passai accanto cercando di non sfiorarla, ma lei fece un passo di lato, sbarrandomi la strada e premendosi fisicamente contro il mio petto. Il profumo dolciastro che indossava la notte della spiaggia mi invase i polmoni.

«Spostati, Giulia,» sibilai a denti stretti, guardandomi alle spalle per assicurarmi che Erika fosse in camera. «Perché? Hai fretta?» mormorò lei, alzando il viso verso di me. La sua mano si appoggiò sul mio stomaco, scivolando pericolosamente verso la cintura dei miei pantaloni. «Eri così coraggioso in spiaggia. Mi hai baciata come se volessi mangiarmi viva. E ora scappi?» Le afferrai il polso, stringendolo forte prima che potesse scendere più giù. Il tocco della sua pelle mi bruciava. «Ti ho detto che è stato uno sbaglio. Smettila di provocare. Sei fuori controllo.» «Non sono io quella fuori controllo,» sussurrò lei, facendo un passo in avanti finché i nostri bacini non si sfiorarono. Sentii il calore del suo corpo contro di me. Sentii il respiro mozzarlesi in gola quando si accorse di quanto fossi duro per lei. «Lo so che mi pensi, Franci. Lo so che muori dalla voglia di rifarlo.» «Piantala!» ringhiai a bassa voce, spingendola via con delicatezza ma con fermezza. «Vai in camera tua.»

Mi chiusi in bagno a chiave, appoggiando la fronte contro la porta di legno fredda. Respiravo a fatica. Cazzo, ero nei guai fino al collo. Ogni volta che si comportava in quel modo la odiavo. Mi faceva arrabbiare, mi mandava ai pazzi per l'imbarazzo e per il rischio costante di essere scoperti. Ma la verità, quella oscura e inconfessabile che mi stava consumando vivo, era che quel suo gioco proibito, quel suo sfidarmi sotto il naso della mia fidanzata, mi stava eccitando a un livello che non avevo mai provato in tutta la mia vita. Stavo perdendo la testa per la sorella minore di Erika, e lei lo sapeva benissimo.

Era una mocciosa che giocava a fare l'adulta, una ragazzina viziata che aveva scoperto il potere di sedurre un uomo e lo stava usando per torturarmi. Mi mandava ai matti. E il culmine di questa follia psicologica arrivò un sabato sera.

I genitori di Erika erano via per il weekend. Giulia aveva una gara di atletica fuori città e sarebbe tornata tardi, o almeno così credevo. L'idea era di passare la serata fuori, bere qualcosa e poi dormire da Erika, da soli, padroni di casa.

Ma quando varcai la soglia dell'appartamento e andai in salotto, il sangue mi si ghiacciò letteralmente nelle vene.

Erika era in piedi, di spalle, davanti allo specchio. E indossava esattamente lo stesso fottuto vestito aderente e nero che Giulia mi aveva sbattuto in faccia quella notte. Stessa scollatura. Stessa lunghezza oscena. Aveva persino ai piedi quei dannati tacchi rossi di vernice e i capelli lisciati a piombo, perfetti, esattamente come li portava sua sorella. E quando si voltò verso di me, l'odore di quel profumo dolciastro e stordente mi investì in pieno viso.

Ero pietrificato. Per una frazione di secondo, il mio cervello sovrappose le due immagini.

«Ti vedo a bocca aperta...» sorrise Erika, le guance arrossate, facendo una mezza giravolta sui tacchi. Venne verso di me e mi allacciò le braccia al collo. «Ti piace? Mi ha aiutato Giulia a scegliere cosa mettere prima di partire. Ha detto che con questo ti avrei fatto impazzire. Volevo farmi bella per te, amore.»

Mi diede un bacio dolce sulle labbra. Io ricambiai in automatico, ma dentro di me c'era il caos assoluto. Quella mocciosa di merda. Non aveva scrupoli. Aveva vestito sua sorella maggiore come il suo fottuto fantasma per ricordarmi esattamente cosa avevo fatto e cosa stavo desiderando. Mi aveva preparato una trappola perfetta e perversa.

«Sei... sei bellissima,» riuscii a balbettare, stringendole i fianchi. E lo era, ma la mia mente era già stata avvelenata.

Quella sera uscimmo. Andammo in un cocktail bar in centro, elegante, luci soffuse. Io bevevo gin tonic uno dietro l'altro, cercando di spegnere l'incendio che mi divorava da dentro. Erika era radiosa, flirtava con me in modo dolce, accarezzandomi la mano sul tavolo.

«Non so che le prende ultimamente,» stava dicendo Erika, sorseggiando il suo drink, tornando a parlare di sua sorella. «È completamente fuori controllo. Ieri le ho trovato una scatola di sigarette nello zaino. Vuole fare la donna vissuta, risponde male... è proprio nella fase della ribellione stupida.»

«Già...» mormorai, fissando il cubetto di ghiaccio nel mio bicchiere. «È solo una fase.»

In quel preciso istante, il mio telefono vibrò sul tavolo. Lo schermo si illuminò. Giulia. Un messaggio fotografico.

Sentii una morsa fredda allo stomaco. «Scusa amore, devo andare un secondo in bagno,» dissi alzandomi di scatto, prendendo il telefono.

Mi chiusi a chiave in uno dei bagni del locale. Il cuore mi martellava contro le costole. Aprii la chat.

La foto mi tolse il respiro. Giulia si era scattata un selfie allo specchio dello spogliatoio, dopo l'atletica. Era sudata, la pelle lucida. Si era sfilata la tuta, abbassandola fin sotto i fianchi per mettere in mostra il culetto tondo e sodo, fasciato solo da un perizoma sportivo minuscolo. Sopra, il top tecnico era tirato giù a metà, esponendo un seno piccolo, acerbo, ma perfetto, con il capezzolo turgido per il freddo o per l'eccitazione di inviarmi quello scatto.

Sotto la foto, il messaggio: «Piaciuta la mia sorpresa stasera? Stanotte potresti avere anche me.»

Cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo. Cosa diavolo le aveva fatto perdere la testa fino a questo punto? Il respiro mi si fece pesante, un'ondata di calore brutale mi investì l'inguine. Chiusi il telefono, appoggiando la fronte contro le piastrelle del bagno. Ero incastrato in una ragnatela malata. La rabbia per la sua manipolazione sfacciata si mescolò a un'eccitazione così violenta da farmi male fisicamente. Avevo bisogno di scopare. Adesso.

Tornai al tavolo, pagai il conto e feci di tutto per andarcene il prima possibile. Erika notò la mia fretta, ma la scambiò per desiderio verso di lei, e questo non fece altro che caricarmi ancora di più.

Arrivammo a casa che era notte fonda. Appena la porta si chiuse alle nostre spalle, non aspettai nemmeno di arrivare in camera. Afferrai Erika per i fianchi e la spinsi contro il muro del corridoio, schiacciando la mia bocca sulla sua con una fame animale.

«Mmh, Franci...» gemette lei, sorpresa ma eccitata dalla mia irruenza, stringendomi le spalle.

La baciai con violenza, assaggiando il rossetto, poi la presi quasi di peso e la portai in camera da letto, sbattendola sul materasso esattamente come avevo fatto con Giulia sul sedile della macchina. Mi strusciai contro di lei, premendo la mia erezione dura come la pietra contro il suo bacino.

«Sei bellissima con questo vestito,» le ringhiai all'orecchio, la voce roca e carica di una tensione che lei non poteva comprendere. «Voglio strappartelo di dosso.»

«Fallo...» sussurrò lei, ansimando, tirandomi per il colletto della camicia.

Ci spogliammo in modo frenetico, disordinato. Strappai via il vestito di Erika, facendolo cadere a terra, e le slacciai il reggiseno. Mi avventai sul suo petto. Ho sempre amato le curve generose di Erika, ma quella sera, mentre le palpavo i seni con foga e ci affondavo il viso, la mia mente mi tradiva in modo spietato. Riuscivo a pensare solo alla foto nel bagno del bar. Riuscivo a sentire sotto le dita il seno piccolo, acerbo e sudato di Giulia, e l'immagine di quel culetto sodo fasciato dallo slip sportivo mi martellava il cervello, mandandomi in un blackout di pura lussuria.

Non volevo guardarla in faccia, perché avevo paura che i miei occhi tradissero il nome della ragazza che stavo davvero desiderando.

Le afferrai i fianchi, ribaltandola sul letto con un gesto secco, mettendola a pecora, il viso affondato nei cuscini.

«Franci...» ansimò Erika, sorpresa da quella ruvidezza insolita per noi.

Senza risponderle, mi posizionai dietro di lei. Le mani scattarono sui suoi fianchi, stringendoli forte, e penetrai in lei con una spinta decisa, affondando completamente.

Erika lanciò un gemito acuto, strozzato contro le lenzuola. Le pareti calde e umide mi strinsero in una morsa perfetta. Iniziai a muovermi subito, spinto dalla rabbia, dalla frustrazione degli ultimi giorni e da un'eccitazione repressa che ora chiedeva il conto. Non c'era dolcezza. Ogni spinta era dura, profonda, ritmica e feroce.

«Dio, sei così stretta,» ansimai, le parole che mi uscivano spezzate, sporche. Mi chinai in avanti, il petto madido di sudore premuto contro la sua schiena nuda. Afferrai una ciocca dei suoi capelli, quei capelli lisciati apposta per assomigliare alla sorella e la tirai leggermente all'indietro, costringendola a inarcare il collo.

«Ah! Franci... sì...» piagnucolò Erika, la voce impastata di piacere, assecondando il mio ritmo violento, spingendo indietro il bacino per accogliermi più a fondo. «Più forte... ti prego...»

«Ti piace farti scopare così, eh?» le sussurrai all'orecchio, un ringhio cattivo che la fece tremare da capo a piedi. «Sei mia.»

E mentre lo dicevo, mentre affondavo in lei con colpi secchi e inesorabili che facevano sbattere i nostri corpi l'uno contro l'altro nel silenzio della stanza, chiusi gli occhi. Nel buio della mia mente, la schiena sotto le mie mani non era quella di Erika. Era quella di Giulia. Era la mocciosa che stavo punendo e dominando. La stavo prendendo come mi aveva sfidato a fare nel suo messaggio.

Il rumore della carne contro la carne rimbombava nella stanza, mescolato ai gemiti disperati di Erika soffocati nel cuscino. La tensione salì a un livello insostenibile. Il mio respiro si fece corto, le mani mi formicolavano mentre le stringevo i fianchi, lasciandole probabilmente dei segni rossi.

Sentii Erika irrigidirsi sotto di me, le sue unghie che graffiavano le lenzuola, la sua voce che si alzava in un pianto di piacere incontrollabile. «Sto venendo... Franci, amore, vengo!»

Il suo orgasmo, le contrazioni violente che mi strizzarono, furono la scintilla finale. Persi ogni residuo di controllo. Tirai i suoi capelli un'ultima volta, spingendo dentro di lei con tutta la forza che avevo in corpo, e mi lasciai andare con un gemito rauco, sordo, svuotandomi completamente mentre la fantasia malata che avevo in testa si fondeva con la realtà in un climax devastante, oscuro e fottutamente perfetto.

Mi accasciai di fianco a lei, il petto madido di sudore che si alzava e si abbassava faticosamente. Il silenzio della stanza fu rotto solo dai nostri respiri affannati. Erika si voltò verso di me, il viso arrossato e un sorriso pigro e soddisfatto sulle labbra. Mi accarezzò il petto con le dita, tracciando dei cerchi invisibili.

«Wow...» sussurrò, la voce ancora vibrante per l'orgasmo. Mi guardò negli occhi, con un'espressione mista tra la curiosità e l'adulazione. «Cosa c'era in quel gin tonic, Franci? O cos'è che ti ha eccitato così tanto stasera? Eri... eri un animale.»

Deglutii, sentendo una fitta di senso di colpa trafiggermi lo stomaco, subito soffocata da un'ondata di adrenalina malata. Non potevo dirle la verità. Non potevo dirle che per tutto il tempo avevo fottuto l'immagine di sua sorella quattordicenne in uno spogliatoio.

«Sei bellissima,» le mentii, la voce roca, tirandola a me per baciarle la fronte. «Quel vestito... come ti stava... mi ha fatto impazzire. Non riuscivo a pensare ad altro da quando ti ho vista.»

Lei sorrise, lusingata, e si strinse contro il mio fianco. Ma il demone che Giulia aveva risvegliato con quella foto non si era saziato. L'orgasmo mi aveva svuotato fisicamente, ma la mia mente bruciava ancora, avvelenata dal desiderio e dal divieto.

Mi girai su un fianco, sovrastando di nuovo Erika. Iniziai a baciarla, prima dolcemente, poi con sempre più foga. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, risalendo per accarezzarle la pelle accaldata. Scesi con la bocca lungo il suo collo, mordicchiandole la clavicola, fino ad arrivare al seno. Presi un capezzolo tra le labbra, succhiandolo e stuzzicandolo con la lingua, mentre con la mano impastavo l'altro.

«Mmh, Franci...» mormorò lei, inarcando appena la schiena, le mani tra i miei capelli.

La stimolavo con avidità, cercando disperatamente di placare quella fame oscura. Iniziai a strusciare di nuovo il mio bacino contro la sua coscia. In pochi istanti ero di nuovo duro, un'erezione di marmo, dolorosa e pulsante che premeva contro la sua pelle nuda. Volevo prenderla ancora. Ne avevo un bisogno viscerale.

Ma la mano di Erika scivolò dal mio collo al mio petto, fermandomi con una pressione leggera. Sbadigliò, chiudendo gli occhi e strofinando il viso contro il cuscino. «Amore, fermo...» biascicò, la voce impastata dal sonno. «Sono distrutta. È tardissimo e domani mattina devo studiare.»

Mi bloccai. L'eccitazione mi pulsava nelle vene, ma non potevo forzarla. «Dai, Eri... solo un po',» provai a sussurrare, baciandole il collo.

«No, cucciolo, davvero, non ce la faccio più,» mormorò, girandosi di spalle e rannicchiandosi contro di me, tirandosi su le lenzuola. Prese la mia mano e se la appoggiò sul ventre. «Coccole. Dormiamo.»

Rimasi lì. Immobile. Fissavo il soffitto nel buio, il respiro irregolare e un'erezione fottutamente dolorosa conficcata contro il materasso. I minuti passavano. Il respiro di Erika si fece profondo e regolare, sprofondando in un sonno pesante. E io stavo impazzendo.

La foto di Giulia nello specchio continuava a lampeggiare dietro le mie palpebre. Stanotte potresti avere anche me.

Con estrema cautela, scivolai via dalle braccia di Erika. Mi alzai dal letto in silenzio, recuperai i miei boxer da terra e me li infilai. La situazione era fuori controllo. Quella mocciosa si stava prendendo gioco di me, mi stava distruggendo la psiche. Dovevo fermare questa follia, subito. Dovevo andare di là, svegliarla, farle una ramanzina e intimarle di cancellare quella foto e smetterla con questi giochetti malati.

Questo era quello che mi ripetevo per giustificare il fatto che stessi camminando scalzo e silenzioso nel corridoio buio della loro casa. Ma la verità era che ero duro come la roccia, il cuore mi batteva nelle orecchie e non avevo nessuna intenzione di sgridarla.

La porta della camera di Giulia era socchiusa. La spinsi lentamente, pregando che i cardini non cigolassero.

La stanza era illuminata solo dalla luce fioca dell'abat-jour sul comodino. E la scena che mi si presentò davanti fu un fottuto colpo di grazia.

Giulia era stesa sul letto, esattamente come me l'ero immaginata. Non si era coperta con il piumone. Era a pancia in giù, con addosso solo una maglietta di cotone bianca, mezza arrotolata sulla schiena, e un paio di slip neri ridottissimi che mettevano in risalto i glutei perfetti che mi aveva mandato in foto. Le sue gambe nude e lisce erano piegate all'indietro dalle ginocchia, e i suoi piedi scalzi dondolavano pigramente a mezz'aria, seguendo il ritmo di chissà quale canzone.

Aveva delle grosse cuffie isolanti sulle orecchie. Stava ascoltando la musica ad alto volume, ignara del mondo. Non mi aveva sentito entrare. Era completamente alla mia mercé.

Rimasi fermo sulla soglia, a fissarla. Il contrasto tra l'innocenza della sua posa una quattordicenne sul suo letto che ascolta la musica e la sensualità oscena e provocatoria del suo corpo mezzo nudo mi mandò in cortocircuito. Il respiro mi si bloccò in gola.

Non ero venuto per farle la paternale. Ero venuto perché ne ero totalmente ossessionato.

Mi avvicinai al letto, i miei passi attutiti dal tappeto. Lei continuava a dondolare i piedi, persa nel suo mondo. Mi fermai ai piedi del materasso, sovrastandola. Il calore che emanava la sua pelle sembrava riempire la stanza. Abbassai lo sguardo sulla pianta dei suoi piedi nudi, le dita sottili, l'arco plantare perfetto. Quegli stessi piedi che mi avevano accarezzato sul divano, che mi avevano fatto impazzire sulla spiaggia.

Ero fuori di me. Il senso del limite non esisteva più.

Mi chinai in avanti, appoggiando lentamente le mani sul bordo del materasso, ai lati dei suoi polpacci. Sentivo l'erezione tendermi il tessuto dei boxer fino a farmi male. Mi sporsi, il viso a pochi centimetri dalla sua pelle. Chiusi gli occhi, inalai il suo profumo dolce, e poi... azzerai la distanza.

Senza far rumore, senza toccarla con le mani, tirai fuori la lingua e lasciai una leccata lenta, umida e rovente, partendo dal tallone per risalire lungo l'arco plantare del suo piede destro.

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