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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 3
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Capitolo 3 di 10 21 min di lettura

Fottere la sorella maggiore pensando al culo della mocciosa

Le subdole provocazioni di Giulia spingono Franci oltre il limite, portandolo a sfogare la sua feroce e perversa eccitazione sul corpo ignaro di Erika. Ma un orgasmo sbagliato non basta a spegnere un'ossessione malata che, nel cuore della notte, tornerà a reclamare il suo vero premio.

Alessia
5 mesi fa · 2.1k letture · 1

Cazzo, ero su una spiaggia buia e gelida, ma stavo letteralmente andando a fuoco. Mi strusciavo contro il corpo morbido e caldo della sorellina della mia fidanzata, schiacciandola contro l'asciugamano, assecondando ogni suo movimento sgraziato. Il nostro bacio era un disastro bellissimo: Giulia non aveva tecnica, era goffa, mi stringeva la nuca con una foga disperata e mi riempiva la bocca di saliva, dischiudendo le labbra in modo disordinato. Ma proprio quell'inesperienza cruda, quel suo darsi a me senza filtri, era la droga più eccitante che avessi mai provato.

Ero annebbiato. Feci scivolare la mano destra dal suo fianco fino all'interno coscia. La pelle era bollente. Guidato da un istinto puramente animale, feci risalire le dita e premetti il palmo con decisione proprio lì, al centro della sua intimità, direttamente sopra il tessuto sottile dell'intimo che intravedevo sotto il vestito arricciato.

Appena sentì la pressione dura della mia mano contro la sua umidità, Giulia emise un gemito acuto, strozzato contro le mie labbra. L'intero suo corpo fu scosso da un tremito violento. Un fremito incontrollabile di puro shock e piacere che le fece inarcare la schiena.

E quel tremito mi svegliò. Fu come ricevere una secchiata di acqua gelida in faccia. Il cortocircuito finì, lasciando il posto a una lucidità agghiacciante.

Che cazzo sto facendo? La mia mente urlò, sovrastando il rumore del mare e dei nostri respiri. È Giulia. Cazzo, è la sua prima volta. È il suo primo bacio, è stesa sotto di me e io sono il fidanzato di sua sorella.

Mi staccai di scatto, ritraendo la mano come se mi fossi appena ustionato. Mi sollevai sulle ginocchia, allontanandomi dal suo corpo, e mi lasciai cadere seduto sulla sabbia di fianco a lei, passandomi freneticamente le mani sul viso e tra i capelli.

«Cazzo,» sibilai, il petto che mi si alzava e si abbassava a scatti. «Cazzo. Scusami, Giù. Scusa.»

Giulia rimase stesa sull'asciugamano per un paio di secondi, disorientata, il petto che le batteva all'impazzata. Si tirò su a fatica, appoggiandosi sui gomiti. Aveva i capelli spettinati dalla sabbia, le labbra gonfie, il rossetto sbavato ben oltre i contorni della bocca. Mi guardò, gli occhi scuri ancora dilatati dall'eccitazione.

«Franci...?» mormorò, la voce impastata e confusa. «Perché... perché ti sei fermato?»

Non feci in tempo a risponderle che lei si spinse in avanti. Si mise in ginocchio davanti a me, completamente priva della sua solita arroganza, mossa solo da un istinto nuovo che non sapeva gestire. Le sue mani piccole mi afferrarono la felpa, cercando di tirarmi di nuovo verso di sé.

«Non fermarti,» mi supplicò, arrossendo violentemente, un misto di imbarazzo e desiderio puro. «Ti prego, Franci. Mi stava piacendo... mi piaceva da impazzire. Fallo ancora.»

La bloccai, afferrandole dolcemente ma con estrema fermezza i polsi, impedendole di avvicinarsi al mio petto.

«No, Giulia. Fermati,» le dissi, la voce dura, anche se mi stava sanguinando il cuore a respingerla mentre mi guardava così. «È una cazzata. Una cazzata madornale. Sono un fottuto stronzo, non avrei mai dovuto toccarti. Ho perso la testa, ma non doveva succedere.»

Lei cercò di liberare le mani, scuotendo la testa. «Ma io lo voglio! E lo vuoi anche tu, l'ho sentito! Ti ho sentito prima, non dire che non è vero!»

«Non c'entra un cazzo quello che voglio io o quello che vuoi tu!» sbottai, forse con troppa foga, per poi abbassare subito il tono, mortificato. Fissai i miei occhi nei suoi, cercando di farle capire la gravità della situazione. «Io sto con Erika. È la mia ragazza. E tu sei mia cognata. Hai quattordici anni, Giù, era il tuo primo bacio. Non dovevo rubartelo io su una cazzo di spiaggia parcheggiati come dei randagi. Non te lo meriti e tua sorella non merita questo schifo.»

Giulia incassò il colpo. Smise di lottare contro la mia presa. Abbassò lo sguardo sulle mie mani che stringevano i suoi polsi, e l'espressione di puro desiderio si trasformò in una tristezza amara, infantile e profondamente ferita.

Le lasciai i polsi. Mi sporsi verso di lei, le presi il viso tra le mani – cercando di ignorare la morbidezza della sua pelle – e le diedi un bacio prolungato sulla fronte, per poi sfiorarle la guancia. Un gesto casto, protettivo. Tutto quello che avrei dovuto essere fin dall'inizio.

«Ti voglio bene, Giulia,» sussurrai, la voce rotta dal senso di colpa. «Te ne voglio tanto. Ma ti prego, per favore... dimentica quello che è successo. Non deve rovinare la vita a nessuno. Scusami. Scusami mille volte.»

Lei non rispose. Si voltò dall'altra parte, tirandosi giù quel vestitino minuscolo con un gesto nervoso, quasi rabbioso. L'aria intorno a noi si era fatta improvvisamente di ghiaccio.

Ci ricomponemmo in un silenzio tombale. Io mi pulii la bocca dal suo rossetto con il dorso della mano, lei si rimise a fatica le scarpe rosse di Erika, senza più lamentarsi del dolore. Piegai l'asciugamano e tornammo alla macchina.

Il tragitto verso casa fu una tortura. Il silenzio nell'abitacolo era così denso e carico di cose non dette che mi sembrava di soffocare. L'orologio sul cruscotto segnava le dieci meno un quarto. Avevamo il tempo perfetto per rientrare senza destare sospetti.

Quando fummo a un paio di chilometri dal suo palazzo, mi schiarii la voce. «Giulia.» Lei guardava ostinatamente fuori dal finestrino. «Giulia, guardami.»

Girò la testa a rallentatore. Aveva ripulito le sbavature del rossetto con un fazzoletto; ora sembrava solo una ragazza stanca di ritorno da una festa.

«Questo sarà il nostro segreto,» le dissi, cercando il suo sguardo. «Quello che è successo stasera... dalla sgridata, a Matteo, alla spiaggia. Resta tra noi due. Erika non saprà niente del tuo appuntamento e tua madre non ti vedrà in quello stato. Siamo d'accordo?»

Lei deglutì, annuendo lentamente con un cenno appena accennato del capo. «Va bene. È il nostro segreto.»

Accostai sotto casa sua. Il motore girava al minimo. Le luci del suo salotto, al secondo piano, erano spente, il che significava che sua madre era già andata a letto, come previsto. Il piano era perfetto.

Mi voltai verso di lei. Nonostante la tensione, sentii il bisogno di salutarla decentemente, di assicurarmi che non mi odiasse. Mi slacciai la cintura e mi sporsi in avanti per darle il classico bacio sulla guancia della buonanotte, quello che le davo sempre prima di stasera.

Ma Giulia fraintese, o forse decise di fare un ultimo, disperato tentativo per testare i miei limiti.

Appena mi vide avvicinare, girò il viso all'improvviso, alzando il mento e schiudendo le labbra, cercando la mia bocca con una fame che mi fece mancare un battito.

Fu una questione di riflessi. Mi ritrassi di scatto, voltando la testa appena in tempo. Le sue labbra calde sfiorarono a malapena l'angolo della mia bocca, finendo per posarsi goffamente sulla mia guancia, vicino all'orecchio.

Mantenni la posizione e le stampai io un bacio rapido e fermo sulla guancia.

«Buonanotte, Giù. Sali piano,» le dissi, allontanandomi e tornando dritto sul mio sedile, le mani ancorate al volante per impedirmi di cedere.

Giulia si pietrificò. L'umiliazione del mio rifiuto fu palese sul suo viso. Si passò due dita sul labbro, come se l'avessi appena schiaffeggiata. Il suo sguardo triste si indurì in un lampo, trasformandosi in una maschera di pura irritazione e orgoglio ferito. Mi lanciò un'occhiata tagliente, fredda, carica di risentimento.

Senza dire una parola, senza nemmeno rispondere alla buonanotte, aprì lo sportello con violenza. Uscì dalla macchina e sbatte la portiera con tutta la forza che aveva, per poi sparire nel portone del palazzo, lasciandomi solo nel buio dell'abitacolo, con il cuore a pezzi e la certezza matematica di aver appena rovinato tutto.

Però.

Quella sera, mentre tornavo a casa da solo, il telefono vibrò sul sedile passeggero. Era un messaggio di Erika. «Amore, turno finito. Sono un cadavere. Vado dritta a letto, ti chiamo domani. Ti amo.» Nessun accenno a Giulia. Nessun dramma. Nei giorni successivi la nostra routine riprese esattamente come prima: le telefonate della buonanotte, i baci rubati tra un suo turno e l'altro, i messaggi dolci. Mi convinsi di avercela fatta. Di essere salvo. Che quella follia sulla spiaggia fosse stata solo una parentesi chiusa e sigillata per sempre.

Ma mi sbagliavo di grosso. Me ne resi conto la prima volta che tornai a casa loro per cena, il giovedì seguente.

Appena varcai la soglia, l'aria mi sembrò improvvisamente pesante. Giulia era seduta sul divano, il telefono in mano. Quando alzai lo sguardo verso di lei per il solito saluto fraterno, mi si gelò il sangue. Non c'era traccia della sorellina minore. Il suo sguardo non era più quello di una ragazzina che faceva i dispetti al cognato. Era lo sguardo di una donna puntato sulla sua preda. Mi guardava con una sfacciataggine nuova, languida, come se tra noi ci fosse un filo invisibile e incandescente che solo lei si divertiva a tirare.

Mi trattava come la sua cotta, e lo faceva sotto il naso di tutti.

Le sue provocazioni iniziarono quasi subito, ed erano un crescendo di sfrontatezza che mi mandava letteralmente in cortocircuito il cervello. La prima volta accadde in cucina. Erika stava apparecchiando in sala da pranzo, io ero entrato per prendere l'acqua dal frigo. Giulia era appoggiata al bancone e preparava il caffè. Indossava un paio di pantaloncini di jeans così sfilacciati e corti che la curva inferiore dei glutei era perfettamente visibile. Appena mi sentì entrare, invece di girarsi, si piegò deliberatamente in avanti per prendere una tazzina dalla mensola più bassa, inarcando la schiena in un modo osceno. I pantaloncini si tesero.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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