Vedere il terrore nei suoi occhi fu come ricevere una secchiata d'acqua gelata. La nebbia rossa della gelosia e della lussuria si diradò per un istante, lasciando il posto alla consapevolezza di quello che stavo facendo. Avevo perso il controllo. L'avevo aggredita.
Aprii la mano, lasciando andare la sua nuca, e mi ritrassi lentamente, passandomi le dita tra i capelli con frustrazione. Il mio respiro era ancora pesante. «Il mondo dei grandi è una merda, Giulia,» dissi, la voce roca e stanca. «E tu non sei fottutamente pronta per affrontarlo.»
Lei rimase a fissarmi. Aveva le labbra socchiuse, il rossetto leggermente sbavato dove il mio respiro l'aveva sfiorata, un'espressione sospesa tra lo shock totale e la paura. «Fammi scendere,» sussurrò, la voce che era poco più di un soffio. «Fammi scendere subito.»
Senza dire una parola, premei il pulsante sul cruscotto. Il clack delle sicure sbloccate risuonò nel silenzio.
Giulia aprì lo sportello e si buttò fuori. L'aria fredda della sera e il rumore della risacca invasero l'abitacolo. Avevo accostato in un parcheggio sterrato che dava su una piccola spiaggetta nascosta, uno di quei posti isolati e bui dove la notte le coppiette andavano a scopare in macchina. Il rumore dei suoi tacchi sulla ghiaia sembrava assordante.
La guardai allontanarsi. Faticava a camminare, le caviglie le tremavano sui tacchi vertiginosi di Erika, e in quel vestitino nero e succinto, illuminata solo dalla luna e in quel contesto squallido, sembrava ancora più indifesa. Una preda facile. Raggiunse il muretto basso che divideva il parcheggio dalla sabbia e si fermò lì, dandòmi le spalle. Tirò fuori il telefono dalla borsa e iniziò ad armeggiarci freneticamente, abbassando la testa, come se quello schermo fosse l'unica cosa in grado di proteggerla dal mondo reale.
Rimasi in macchina per qualche minuto. Le mani mi tremavano ancora mentre stringevo il volante. Ero un coglione. L'avevo spaventata a morte, ma la verità, quella che non volevo ammettere, era che stringerla in quel modo, sentirla piegarsi sotto la mia presa... mi aveva fatto impazzire.
Soffiai fuori l'aria, mi slacciai la cintura e scesi dall'auto.
I miei passi sulla ghiaia la fecero irrigidire. Mi fermai a un metro da lei. Le sue spalle strette e scoperte sussultavano a ritmo irregolare. Stava piangendo. Non il pianto capriccioso di poco prima, ma un pianto silenzioso e rotto.
Il mio cuore si strinse. Azzerai la distanza. Non feci movimenti bruschi stavolta; allungai le braccia e la avvolsi da dietro, attirandola contro il mio petto.
Giulia non si ritrasse. Anzi. Lasciò cadere le mani con il telefono lungo i fianchi e si appoggiò all'indietro contro di me, cedendo di schianto, come se non avesse più la forza di sorreggersi da sola.
«Scusa,» le mormorai all'orecchio, affondando il viso tra i suoi capelli. Il suo profumo mi invase i sensi, mescolandosi all'odore salmastro del mare. «Scusami, Giù. Sono un coglione. Ho esagerato.»
La strinsi un po' di più, chiudendo le braccia attorno alla sua vita sottile. Sotto le mie mani c'era solo il tessuto sottile di quel vestito minuscolo, sentivo il calore della sua pelle bruciare contro i miei palmi. Era un abbraccio di scuse, per consolarla, ma il contatto fisico tra noi era carico di una tensione elettrica impossibile da ignorare. Lei era praticamente nuda contro di me, morbida e vulnerabile.
Giulia tirò su col naso, portando le mani sulle mie braccia che la cingevano, aggrappandosi alle mie maniche. «Mi hai fatto paura, Franci,» sussurrò con la voce rotta, appoggiando la nuca sulla mia spalla. «Non ti avevo mai visto così. Sembravi... sembravi un pazzo.»
«Lo so. Lo so, mi dispiace,» le baciai i capelli, stringendola in modo protettivo, cullandola appena nel buio. «È che... quando ho visto la tua foto sul telefono di quel coglione, quando ho sentito le cose che diceva su di te, su quello che ti avrebbe fatto stasera in un posto esattamente come questo... mi si è spento il cervello. Non ci ho visto più dalla rabbia, Giulia. Il pensiero che uno del genere ti mettesse le mani addosso mi ha fatto impazzire.»
Lei smise di tremare a poco a poco, assorbendo il calore del mio corpo. Si girò lentamente tra le mie braccia, senza sciogliere l'abbraccio, finché non ci trovammo faccia a faccia. Aveva le guance rigate di mascara, l'espressione smarrita di una bambina, ma il corpo da donna premuto contro il mio.
«Volevo solo dimostrare che non sono più la piccola di casa,» mormorò, alzando gli occhi umidi verso i miei, la voce ora calma ma venata di malinconia. «Erika ha tutto, tu hai tutto sotto controllo. Siete perfetti. E io mi sento sempre uno schifo, bloccata a fare la liceale. Volevo un brivido. Volevo sentirmi desiderata da qualcuno che non mi vedesse solo come una mocciosa.»
Feci scivolare una mano dalla sua vita fino alla sua guancia fredda, asciugandole una lacrima con il pollice in una carezza lenta. I nostri petti si sfioravano a ogni respiro. Eravamo isolati dal mondo, soli nel buio di un parcheggio, i confini di ciò che era giusto o sbagliato ormai completamente sfumati.
«Non hai bisogno di metterti su una vetrina per farti desiderare, Giù,» sussurrai, la voce carica di un significato che andava ben oltre il ruolo del fidanzato di sua sorella. «E ti assicuro... che nessuno qui ti vede più come una mocciosa.»
Ci incamminammo verso l'auto, il rumore dei tacchi di Giulia sulla ghiaia che spezzava il silenzio della sera. Feci per allungare la mano verso la maniglia della portiera, quando i fari di un'altra macchina ci investirono in pieno.
Una vecchia Fiat Punto accostò bruscamente, parcheggiando esattamente nello stallo di fianco al mio. Il motore si spense, ma i fari rimasero accesi per qualche secondo di troppo, illuminando l'abitacolo. Il ragazzo al posto di guida non perse un istante. Tirò la ragazza verso di sé, facendole scavalcare il tunnel centrale. Lei gli stava già sbottonando i pantaloni.
Giulia si pietrificò, la mano a mezz'aria. I fari della Punto si spensero, ma la luce della luna e dei lampioni lontani era più che sufficiente. Potevamo vedere perfettamente le due sagome muoversi freneticamente. Il cigolio ritmico delle sospensioni iniziò quasi subito, accompagnato da un gemito femminile soffocato a malapena dai finestrini chiusi.
Guardai Giulia. Aveva le labbra dischiuse, gli occhi sgranati fissi oltre il vetro dell'altra auto. Lo shock iniziale sul suo viso si stava sciogliendo in tempo reale, sostituito da qualcos'altro. Il suo respiro si fece improvvisamente corto e pesante, il petto che le si alzava in modo irregolare sotto la scollatura stretta del vestito. La scena cruda e animale che si stava consumando a un metro da noi stava facendo esattamente quello che avevano fatto le mie parole poco prima: la stava eccitando da morire.
E vederla così, vederla guardare quella coppia con gli occhi scuri di desiderio, fu una tortura insopportabile per me. L'erezione contro i miei jeans si fece dolorosa.
«Non possiamo restare in macchina,» le sussurrai all'orecchio, afferrandole il gomito per risvegliarla da quella trance voyeuristica. «Ho un asciugamano nel bagagliaio. Scendiamo sulla spiaggetta.»
Lei annuì in silenzio, distogliendo lo sguardo dall'altra auto a fatica. Aprii il baule, presi il telo mare e la guidai verso il muretto che portava alla sabbia.
«Ah... cazzo,» sibilò lei, inciampando sulle pietre sconnesse. «Questi tacchi mi stanno uccidendo. Non sento più le dita.» «Ti avevo detto che non sapevi camminarci,» mormorai, offrendole il braccio per aiutarla a scendere la piccola duna al buio.
Stesi l'asciugamano sulla sabbia fredda, al riparo di una roccia, lontano dagli sguardi del parcheggio ma abbastanza vicini da sentire ancora, in lontananza, il cigolio di quelle sospensioni che lavoravano. Ci restavano una ventina di minuti prima di dover tornare indietro. Venti minuti di pura agonia.
Giulia si lasciò cadere sull'asciugamano con un sospiro pesante. La prima cosa che fece fu slacciare freneticamente i cinturini delle décolleté rosse di Erika, sfilandole e buttandole sulla sabbia con un gemito di sollievo.
«Dio, finalmente,» sospirò, allungando le gambe nude davanti a sé. Ci sedemmo vicini. Troppo vicini.
«Ci stanno dando dentro di brutto, là sopra,» commentò all'improvviso Giulia, una risatina nervosa che le sfuggì dalle labbra. Si tirò le ginocchia al petto, ma facendolo il vestitino si ritirò fino a scoprire l'inizio delle cosce.
«Hai già dimenticato il panico di dieci minuti fa?» le chiesi, cercando di guardare le onde nere del mare e non le sue gambe.
Lei inclinò la testa, guardandomi con una scintilla di quella sua solita, dannata malizia. «È diverso quando lo fanno gli altri. È... intenso.» Si morse il labbro inferiore, esitando solo un secondo prima di spingersi oltre. «Tu ed Erika venite mai in posti così a scopare?»
