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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 2
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Capitolo 2 di 10 25 min di lettura

L'educazione di Giulia

franci con delle buone intenzioni si lancia in un rapporto oltre il proibito.

Alessia
5 mesi fa · 2k letture · 2

Mi irrigidii. «Giulia, piantala.»

«Che c'è? È una domanda normale,» incalzò, sporgendosi verso di me. Il suo profumo mi invase di nuovo le narici. «Lo fate? Porti la mia perfetta sorella maggiore in un parcheggio buio e le salti addosso in macchina? O lo fate solo a letto, al buio, nella posizione del missionario?»

Serrai la mascella. L'idea di parlare della mia vita sessuale con lei era fottutamente sbagliata, ma il modo in cui mi provocava, cercando di farmi cedere, era inebriante. «Non sono affari tuoi. E comunque no, non lo facciamo.»

«Noioso,» mormorò lei, con un sorrisetto. Poi cambiò posizione, muovendo le dita dei piedi nudi. «I piedi mi pulsano, Franci. Sono distrutti. Massaggiameli.»

La guardai incredulo. «Cosa? Scordatelo.»

«Dai, Franci. Ti prego. Me lo devi dopo avermi terrorizzata in quel modo in macchina.» Non aspettò una mia risposta. Allungò la gamba destra e, con una sfacciataggine assoluta, appoggiò il piede nudo direttamente sulla mia coscia.

Il contrasto della sua pelle fresca e liscia contro il tessuto ruvido dei miei jeans mi mandò una scossa dritta all'inguine. Abbassai lo sguardo sul suo piede, poi alzai gli occhi sul suo viso. Mi stava guardando con le palpebre socchiuse, in attesa.

Sospirai, cedendo a quella che sapevo essere una pessima idea. Avvolsi le mani attorno al suo piede. Era piccolo, delicato. Iniziai a premere i pollici sulla pianta, proprio sotto l'arco plantare.

Giulia lasciò andare un respiro lungo e tremante. «Oh, mio dio... sì. Lì.»

La sua voce non esprimeva solo sollievo; era roca, spessa dell'eccitazione che stava covando da quando aveva visto la coppia in auto. Cercai di mantenere il massaggio innocente, ma il modo in cui si abbandonò al mio tocco lo rese impossibile. Le mie mani si muovevano lente, tracciando la curva del tallone, sfiorando la pelle morbida della caviglia.

Lei lasciò cadere la testa all'indietro, esponendo la linea lunga del collo pallido al buio, chiudendo gli occhi. Ogni volta che applicavo un po' più di pressione, un gemito debole e involontario le vibrava in fondo alla gola. Quel suono mi stava facendo uscire di testa.

Spostai la presa, le mie dita che le accarezzavano il dorso del piede, i pollici che premevano con forza. I miei movimenti avevano preso un ritmo lento, deliberato, quasi a specchiare le spinte ritmiche della coppia che continuavamo a sentire in sottofondo. Senza che me ne rendessi conto, il massaggio si era trasformato in un atto di possesso fisico. Non stavo solo alleviando il dolore; stavo mappando la sua pelle, sentendo il calore del suo corpo aumentare sotto i miei polpastrelli.

La mia mano sinistra scivolò inesorabilmente un po' più su, superando la caviglia per stringere il suo polpaccio nudo, il pollice che accarezzava la pelle liscia appena sotto il ginocchio.

Il respiro di Giulia si spezzò. Aprì gli occhi, piantandoli nei miei attraverso la penombra. La ragazzina sbruffona era sparita di nuovo, sostituita da una donna completamente sopraffatta dalle sensazioni che le stavo dando, il petto che si alzava e si abbassava pesantemente, la gamba che le tremava appena sotto le mie mani. I venti minuti che ci restavano sembravano improvvisamente un lasso di tempo troppo breve, e al tempo stesso un'eternità insostenibile.

La mia mano destra superò la linea del ginocchio. Sfiorai l'interno della sua coscia, dove la pelle era assurdamente morbida e calda.

Giulia emise un verso strozzato, un gemito spezzato che le morì in gola. Il suo finto atteggiamento da donna vissuta si stava sgretolando sotto i miei polpastrelli. I suoi muscoli si tesero, ma invece di allontanarmi, lasciò cadere la testa all'indietro. Le sue spalle cedettero, e scivolò lentamente all'indietro, fino a stendersi completamente con la schiena sull'asciugamano.

Il vestitino nero, già oscenamente corto, le salì fin quasi sui fianchi. La luce pallida della luna illuminava la curva del suo collo esposto, il petto che si alzava e si abbassava in modo frenetico, e le labbra dischiuse in cerca d'aria. Nel sottofondo, il rumore del mare si mescolava ancora a quello della macchina nel parcheggio sopra di noi.

«Franci...» sussurrò. Era una supplica, ma non per farmi fermare.

Non ragionai più. L'ultimo filo di lucidità che mi legava a Erika, alla mia vita ordinata e a ciò che era giusto, si spezzò di netto. Lasciai la presa sulla sua gamba e, muovendomi a gattoni sulla sabbia, mi spostai per sovrastarla. Mi posizionai esattamente sopra di lei, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi snelli, ingabbiandola con le braccia premute sull'asciugamano ai lati della sua testa.

Giulia spalancò gli occhi. Il panico tornò a mischiarsi all'eccitazione nel vedere la mia ombra coprirla del tutto. Sentiva il mio calore, sentiva il respiro pesante che le infrangevo sul viso.

«Hai giocato col fuoco per settimane, mocciosa,» le mormorai contro la bocca, la mia voce un ringhio roco, carico di un bisogno che mi stava spaccando il petto. «Vediamo se sei capace di bruciare.»

E poi azzerai la distanza.

Schiacciai la mia bocca sulla sua. Non ci fu niente di dolce, niente di cauto o da "bravo ragazzo". Fu un bacio ruvido, possessivo, nato da mesi di frustrazione e fantasie sbagliate. Le mie labbra presero le sue con una prepotenza assoluta, esigendo tutto.

Giulia sussultò violentemente sotto di me. Le sue mani scattarono verso l'alto, afferrando il tessuto della mia felpa all'altezza delle spalle, stringendolo in due pugni disperati.

E in quell'istante, appena le nostre labbra si scontrarono e la mia lingua cercò di farsi strada per assaporarla, capii tutto.

I denti di Giulia sbatterono contro i miei in modo goffo. Le sue labbra erano serrate per la tensione, non sapeva come muoverle, non sapeva come assecondare la pressione del mio bacio. Era rigida, impacciata, travolta da una fisicità che non sapeva assolutamente come gestire. Tutte le parole sfacciate, i vestiti da troia, gli sguardi maliziosi... era tutta una gigantesca, disperata farsa.

Cazzo. Era il suo primo bacio.

La consapevolezza mi colpì come una coltellata, ma invece di farmi allontanare, mi fece impazzire ancora di più. La sfrontata, intoccabile e arrogante Giulia era lì, vergine delle labbra, e io ero il primo a violare quello spazio. Il senso di possesso che mi esplose dentro fu devastante.

Rallentai. Maledizione, rallentai per lei. Spostai una mano, affondando le dita nei suoi capelli setosi per sorreggerle la nuca e inclinarle la testa nel modo giusto. Addolcii la pressione della bocca, iniziando a muovere le labbra con una lentezza disarmante, succhiando il suo labbro inferiore sporco di rossetto, invitandola ad aprirsi.

«Respira, Giù,» le sussurrai a un millimetro dalla sua bocca. «Apriti per me.»

Lei emise un piagnucolio debole e obbedì. Dischiuse le labbra e io scivolai dentro con la lingua.

L'esplosione di sapore e calore fu indescrivibile. Giulia mi accolse con una foga cruda, grezza, totalmente inesperta. La sua lingua cercava la mia in modo disordinato, quasi disperato, come se stesse affogando e io fossi l'ossigeno. Le sue mani lasciarono la mia felpa per allacciarsi dietro il mio collo, tirandomi ancora più giù, schiacciando il suo petto contro il mio con una foga che non aveva nulla della grazia di una donna adulta, ma che bruciava di un'intensità adolescenziale purissima.

Limonammo lì, sulla sabbia fredda, nascondendoci nell'ombra di una roccia. Era un bacio caotico, bagnato, sporco del suo rossetto scuro che ormai ci aveva impiastricciato le facce. Lei ansimava contro la mia bocca, perdendo il ritmo, stringendomi con le unghie conficcate nella nuca, ed io la divoravo, perdendomi completamente in quel sapore dolce e acerbo che avevo sognato di rubare per troppo tempo.

Mi premetti contro il suo bacino, facendole sentire esattamente in che stato mi avesse ridotto. Giulia gemette forte contro le mie labbra alla pressione del mio inguine duro contro il suo, un suono talmente eccitato e sorpreso che mi fece stringere lo stomaco in una morsa di lussuria accecante.

Mentre le mie mani scivolavano lungo i suoi fianchi bollenti, accarezzando la pelle scoperta dalle calze, la mia mente mi urlava contro.

È sbagliato. È la sorella della tua fidanzata. Ho ventuno anni, lei quattordici, le stai rubando il primo bacio su una cazzo di spiaggia al buio. Stai rovinando la tua vita, la sua, e quella di Erika.

Era lo sbaglio più grande, imperdonabile e distruttivo che avessi mai fatto. Ma mentre Giulia mi baciava con quella disperazione inesperta e assoluta, stringendomi a sé come se le appartenessi da sempre, capii che non mi sarei fermato. Non stasera, e probabilmente mai più. Eravamo appena precipitati oltre il punto di non ritorno.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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