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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 12
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Capitolo 12 di 12 27 min di lettura

Astinenza dalla Sua Figa

Quindici giorni senza Giulia dovrebbero riportare Franci da Erika. Invece l'assenza trasforma il desiderio in dipendenza, finché nel bosco Giulia scopre di poterlo lasciare affamato e pretendere finalmente qualcosa di più.

Alessia
13 ore fa · 58 letture · 0

Il Giorno 1 senza Giulia iniziò con una strana sensazione di vuoto misto a un perverso sollievo. Partì alle sette del mattino con il pulmino degli scout. Per le prime ore, mi ritrovai a pensare: beh, è finita. Niente chat da cancellare in preda al panico. Niente stanze da controllare prima di entrare. Niente rischi assurdi dietro le porte o nei garage. Nessuna occasione da creare col cronometro in mano. La mia vita era tornata a essere un blocco monolitico e sicuro. Passai l'intera giornata con Erika, la cercai, la baciai, uscii con lei nel pomeriggio. Erika era al settimo cielo, radiosa, convinta che il nostro rapporto stesse vivendo una seconda giovinezza. E io, mentre la guardavo ridere in un bar del centro, pensai: forse questi quindici giorni mi faranno davvero bene.

Il Giorno 2 la teoria sembrò reggere. Io ed Erika avemmo un altro momento intimo nel pomeriggio, a casa sua.Funzionava tutto alla perfezione. Ero concentrato, presente, la desideravo. Ma appena finimmo, mentre lei era in bagno a rinfrescarsi, rimasi a fissare il soffitto con una sensazione strana, sgradevole, appiccicata allo stomaco. Non era insoddisfazione. Era una mancanza opaca, informe. Mancava il brivido dell'errore, mancava la tensione di dover camminare sui carboni ardenti. Mancava qualcos'altro che non riuscivo ancora a identificare con precisione.

Il Giorno 3 feci l'errore di cercare Erika ancora di più. La chiamai tre volte in un giorno, le proposi programmi continui, la baciavo con un'intensità quasi compulsiva, come se stessi cercando di saturare un buco nero con la normalità. A un certo punto, Erika mi guardò con un sorriso divertito e perplesso, incrociando le braccia. «Ma che ti è preso ultimamente?Sembri un cagnolino inacidito.»

Cercai di buttarla sul ridere, stringendola per i fianchi. «Non posso avere voglia della mia ragazza?»

«Puoi, puoi, continua pure, non mi lamento di certo,» rise lei, felicissima di quell'attenzione extra. Ma dentro di me, capii esattamente cosa stavo facendo: stavo cercando di anestetizzarmi. Stavo cercando di usare Erika per cancellare il vuoto che una ragazzina aveva lasciato in giro per casa mia in soli tre giorni.

Fu lì che il mio cervello iniziò a fare il paragone più pericoloso del mondo. Non stavo confrontando le due donne in senso astratto; stavo confrontando le due esperienze.

Da una parte c'era Erika: affetto, sicurezza, complicità, conoscenza reciproca, il comfort di un letto caldo e di una domenica sul divano. Dall'altra c'era Giulia: imprevedibilità, rischio costante, provocazione, una fame carnale che non si spegneva mai, il modo specifico in cui reagiva a ogni mia mossa, il modo in cui mi sfidava a non darle quello che voleva,la compatibilità fisica devastante e quel senso perenne che ogni incontro potesse essere l'ultimo, il definitivo, quello che ci avrebbe fatto esplodere in faccia al mondo. Il mio sistema nervoso si era abituato a quella scarica di adrenalina pura. E senza di essa, la normalità cominciava a sapere di minestra riscaldata.

Il Giorno 4 ero di nuovo con Erika. Stavamo guardando un film sul divano. Andava tutto bene, come sempre. Poi, finito il film, mentre lei era distratta a rispondere a un messaggio delle amiche, allungai la mano verso il tavolino, presi il mio telefono e aprii la chat di Giulia. Ultimo accesso: ore prima. Nessun messaggio. Nessuna foto. Niente di niente. Chiusi l'applicazione con rabbia. Cinque minuti dopo, senza un motivo logico, la riaprii. Fissai la schermata vuota, sentendomi profondamente, pateticamente ridicolo.

Il Giorno 5 arrivò la prima foto dal campo. Erika la ricevette sul telefono e me la mostrò ridendo, facendosi scudo con la mia spalla. «Guarda mia sorella, sembra una profuga di guerra.»

Mi porsi in avanti per guardare lo schermo. Giulia era in mezzo a un prato boschivo, accanto a un falò spento. Era completamente struccata, con i capelli neri legati alla bell'e meglio in una coda storta, la pelle leggermente arrossata e segnata dal sole, una felpa scout larga tre taglie e i calzettoni alti di spugna. Non c'era posa, non c'era trucco, non c'era quella sfacciataggine studiata che usava per farmi impazzire. Era semplicemente lì, stanca morta, ma con un sorriso sghembo e vivo stampato in faccia. Risi insieme a Erika, facendo una battuta stupida per depistare. Ma più tardi, quando Erika andò a dormire, presi il mio telefono. Riaprii quella foto. E la guardai da solo, nel buio, per cinque minuti buoni.

Poco dopo, mandai un messaggio di prova.«Come va?»

La risposta arrivò dopo un'ora intera.Giulia:«Viva.»

«Segnale?»

Giulia:«Una tacca ogni tre alberi.»

«Divertente?»

Giulia:«Sì. Sono stanca morta.»

E poi, silenzio radio. Sparita di nuovo nel nulla dei boschi. Io rimasi con la chat aperta a fissare le bolle grigie, con una voglia matta di scriverle altre diecimila cose che non le avrebbero mai preso il telefono.

Il Giorno 6 arrivò la seconda foto. Questa volta era uno scatto rubato da un'altra ragazza del clan: Giulia con gli scarponi impolverati, la borraccia alla cintura, le gambe muscolose fasciate da quei pantaloncini corti e la pelle del viso completamente nuda. La trovai tremendamente, fastidiosamente attraente. E la cosa che mi faceva più paura era che non stava facendo niente per sedurmi. Non sapeva nemmeno che io stessi guardando quello schermo. Eravamo a cento chilometri di distanza, ma lei continuava a occupare ogni singolo spazio libero del mio cervello.

Quella notte, con Erika che respirava regolarmente, rannicchiata contro il mio fianco, ebbi la mia epifania. Mi passai una mano sulla faccia nel buio, facendo mente locale.Mi manca farlo con Giulia. Ci vollero cinque secondi esatti perché quella frase mi sembrasse troppo riduttiva, una cazzata colossale creata solo per giustificare il mio istinto animale. Non era solo il sesso. O meglio: non era soltanto quello.

Mi mancava la sua voce roca quando mi insultava la mattina. Mi mancavano le sue battute acide, la faccia che faceva quando si arrabbiava sul serio, il modo in cui mi prendeva per il culo davanti a sua madre fingendo di non avermi appena quasi fatto venire in un garage buio. Mi mancavano le risate in mansarda, e persino, dio mi perdoni, quando mi rompeva i coglioni pretendendo di avere una giornata intera.

La conclusione mi cadde addosso come una pietra tombale:Non mi mancava soltanto il sesso con Giulia. Mi mancava Giulia. E quella, ne ero assolutamente certo, era una condanna a morte molto peggiore.

Il Giorno 7 o 8, la madre di Erika irruppe in cucina mentre stavamo facendo colazione, agitando un foglio di carta come se avesse vinto alla lotteria. «Ragazzi! Domenica prossima c'è la giornata aperta al campo scout! Possiamo andare a trovarli, c'è la messa all'aperto e poi si mangia tutti insieme nelle aree comuni.»

Erika, entusiasta, batté le mani. «Che carino! Dobbiamo assolutamente andare, così salutiamo anche Giulia, chissà come sta ridotta dopo una settimana tra i boschi.»

Io mi bloccai con la tazza di caffè a un centimetro dalla bocca. Prima ancora che il mio cervello potesse elaborare una strategia difensiva sensata, la mia bocca si mosse da sola. «Vengo anch'io.»

Erika si girò di scatto verso di me, sgranando gli occhi in un'espressione di puro shock. «Tu? Al campo scout?»

Capii subito di essere stato troppo rapido, troppo entusiasta, troppo fuori personaggio. Tossiccii, cercando di rimediare in fretta. «Che c'è? È una giornata all'aperto, si mangia, cambiamo aria.»

Erika mi fissò con un sorriso ironico, assottigliando lo sguardo. «Pensavo ti facessero schifo queste cose. L'anno scorso hai inventato una crisi intestinale galattica pur di non venire al compleanno di mia cugina in agriturismo.»

«Mi evolvo,» tagliai corto io, abbozzando un sorriso tirato.

Erika rise, scuotendo la testa e tornando a parlare con la madre dei dettagli logistici. Ma io dentro di me avevo già deciso.Mancavano ancora sei giorni a quella domenica, e non avevo la minima intenzione di aspettare così a lungo per vederla.

Il viaggio in macchina verso la montagna fu una lenta discesa nel mio personale girone dei ridicoli. Guidavo sui tornanti tenendo gli occhi fissi sull'asfalto, mentre sul sedile del passeggero Erika chiacchierava a ruota libera con sua madre,seduta dietro insieme a tre teglie di parmigiana avvolte nella stagnola. Parlavano di zanzare, di quanto Giulia si sarebbe lamentata dei bagni da campo, del tempo che forse avrebbe retto fino a sera.

Io annuivo a intervalli regolari, ma la mia testa era altrove. Quasi due settimane. Due settimane che non la toccavo, che non sentivo la sua voce dal vivo, che mi riducevo a fissare due foto sgranate sullo schermo del telefono come un demente. Mentre scalavo in seconda per affrontare l'ennesima salita in mezzo ai boschi, mi colpì tutta l'assurdità della situazione: mi ero letteralmente autoinvitato a un raduno domenicale di scout, rinunciando al mio unico giorno libero e al divano col climatizzatore, solo per riuscire a vedere la sorellina della mia ragazza. E questa consapevolezza mi piaceva pochissimo. Anzi, mi faceva sentire un povero stronzo completamente in balia degli eventi.

Quando parcheggiammo nello spiazzo sterrato all'ingresso del campo, venimmo subito investiti da un altro mondo. Niente asfalto, niente rumore di traffico. Solo alberi altissimi, terra battuta, costruzioni di legno legate con le corde, il vociare confuso di decine di persone e quell'odore denso, inconfondibile, di legna bruciata e resina che ti si appiccica ai vestiti dopo tre secondi.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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