Scesi dall'auto stiracchiandomi la schiena, ed eccola lì. La vidi a una trentina di metri, vicino a una fila di tende verdi. Ed era completamente, radicalmente diversa dalla Giulia di città.
Non c'era traccia della ragazzina che passava mezz'ora a scegliere un completino di pizzo per farmi perdere la testa. Non aveva un filo di trucco in faccia. I capelli neri erano raccolti alla cieca in uno chignon disordinato che stava perdendo pezzi da tutte le parti. Indossava i pantaloncini di velluto blu e la camicia scout con le maniche arrotolate male sopra i gomiti, i calzettoni spessi tirati su fino a metà polpaccio e gli scarponi impolverati. Era sudata, aveva il viso arrossato dal sole e dalla fatica, le occhiaie di chi dorme in un sacco a pelo da una settimana e persino una leggerissima ricrescita naturale sulle gambe, segno evidente che non si era minimamente preparata per vedermi. Non le importava di essere perfetta.
Eppure, mentre la guardavo camminare in mezzo alla polvere con una cassa di legno tra le braccia, venni investito da un'ondata di desiderio così violenta e improvvisa che mi tolse quasi il fiato. Fu molto più forte di quanto avessi messo in conto. Capire che mi faceva impazzire anche così, sporca di terra, stanca, struccata e selvaggia, spazzò via il mio ultimo alibi mentale: non ero fissato con il gioco perverso che aveva costruito per sedurmi. Volevo Giulia. Qualsiasi versione di Giulia.
La madre agitò un braccio chiamandola a gran voce. Giulia si girò, ci vide, posò la cassa su un tavolo e corse verso di noi.Si buttò al collo della madre, poi strinse forte Erika, ridendo e lamentandosi contemporaneamente del cibo del campo.
Io rimasi lì a un passo di distanza, con il cuore che mi batteva in gola, aspettando il mio turno. Mi aspettavo tutto: uno sguardo assassino dei suoi, una mano che scivolava troppo in basso sulla mia schiena, un'unghia piantata nel fianco di nascosto. Giulia si staccò da Erika, si voltò verso di me e mi diede un abbraccio rapidissimo, a mezzo busto, tenendo un metro di aria tra i nostri bacini. Una pacca sulla spalla da cugini di terzo grado a Natale.
«Ciao Franci,» disse, con un sorriso neutro, socialmente inattaccabile.
Tutto lì. Nemmeno il tempo di ricambiare la stretta o di sentire il calore della sua pelle che si era già girata, richiamata a gran voce da due ragazzi del suo gruppo adulto che stavano montando un telone. La guardai trotterellare via e rimasi piantato nella terra battuta come un imbecille, quasi offeso. Era assurdo, ridicolo e totalmente irrazionale, ma ci ero rimasto malissimo.
La prima ora fu una tortura cinese a cielo aperto. Io, Erika e sua madre ci sistemammo su una delle lunghe panche di legno nella zona comune, mentre attorno a noi il campo ferveva di preparativi per il pranzo. E io non riuscii a staccare gli occhi di dosso a Giulia nemmeno per cinque minuti consecutivi.
La guardavo mentre trasportava tavoli pieghevoli, mentre scherzava e rideva dando spintoni amichevoli agli altri ragazzi del clan, mentre si sedeva a gambe incrociate sull'erba secca per addentare un pezzo di focaccia. Il mio sguardo continuava a zoomare sui dettagli più stupidi: il bordo dei calzettoni che le stringeva il polpaccio tonico, una striscia di terra secca sul ginocchio nudo, il collo umido di sudore sotto la coda di cavallo che continuava a sciogliersi. A un certo punto passò proprio dietro la nostra panca per portare delle brocche d'acqua, sfiorandomi la schiena con il gomito; lasciò dietro di sé una scia calda che sapeva di fumo di legna, sapone neutro e pelle viva.
Strinsi la bottiglietta di plastica che avevo in mano facendola scricchiolare, sentendo i pantaloni diventare improvvisamente troppo stretti.
Erika, seduta accanto a me, si girò vedendomi passarmi una mano sul collo per la terza volta in due minuti. «Tutto bene?Hai caldo?» mi chiese, premurosa.
Deglutii, distogliendo a forza gli occhi dal culo di sua sorella che si stava chinando per raccogliere uno zaino. «Un po',» mentii, con la gola secca come la ghiaia. «Non c'è un filo d'aria qui in mezzo.»
La prima mezza occasione arrivò poco prima di pranzo. Vidi Giulia staccarsi dal gruppo e dirigersi da sola verso un capanno di legno un po' defilato, dietro le cucine da campo, dove tenevano le scorte e i materiali dello staff adulto. Non ci pensai due volte. Mi alzai dalla panca borbottando a Erika che andavo a cercare una fontanella per sciacquarmi la faccia, e seguii la sua ombra tra gli alberi.
Spinsi la porta socchiusa del capanno ed entrai. Dentro c'era penombra, un odore fortissimo di corda di canapa, tela cerata e pino, e soprattutto non c'era nessun altro. Giulia era in fondo, china su uno scatolone. Sentendo i passi, si raddrizzò e si voltò. Quando vide che ero io, non sembrò minimamente sorpresa. Appoggiò il fianco a una pila di casse, incrociando le braccia.
«Ti sei perso?» mi chiese, con quella sua mezza piega ironica sulle labbra.
Chiusi la porta alle mie spalle e feci tre passi lunghi verso di lei. «Sì.»
«Che sfortuna.»
Non le diedi il tempo di aggiungere altro. L'afferrai per i fianchi, sentendo sotto i palmi il tessuto grezzo della cintura e il calore bollente del suo corpo, e la schiacciai contro lo scaffale di legno. Giulia non si ritrasse; alzò il mento, gli occhi scuri che le brillavano nella penombra mentre il suo respiro si spezzava all'istante. Mi chinai sul suo viso, sentendo già l'odore di fumo e sudore sulla sua pelle, le labbra a un millimetro dalle sue, pronto a riprendermi con gli interessi tutte le quasi due settimane di astinenza.
La maniglia della porta scattò all'improvviso. Ci staccammo alla velocità della luce. Quando un ragazzo con gli occhiali e il fazzolettone al collo spalancò la porta entrando nel capanno, io ero a due metri da lei che mi guardavo le scarpe, e Giulia aveva già sollevato con disinvoltura un rotolo di spago dallo scatolone.
«Eccoti Giù, servono anche i picchetti grandi,» disse il tipo. «Arrivo subito,» rispose lei tranquilla. Raccattò una scatola di metallo, mi passò accanto per uscire e, proprio mentre mi superava sulla soglia, senza nemmeno guardarmi, sussurrò a fior di labbra: «Che peccato.»
Rimasi lì in mezzo agli attrezzi da campeggio con una voglia matta di prendere a pugni la parete di legno. La odiavo.Giuro che in quel momento la odiavo dal profondo del cuore.
Ma lei sapeva benissimo a che gioco stava giocando, e nel pomeriggio rincarò la dose. Dopo mangiato, i capi organizzarono una breve passeggiata lungo il sentiero nel bosco per mostrare ai genitori la zona vicino al fiume.Camminavamo in fila indiana o a piccoli gruppi tra i faggi. Erika era una decina di metri più avanti, presa a chiacchierare fitto con sua madre e con una ragazza del clan.
Io rallentai il passo, lasciandomi superare dagli altri, finché non mi ritrovai esattamente in coda al gruppo, fianco a fianco con Giulia. Appena il sentiero fece una curva stretta dietro una parete di rocce e arbusti fitti, coprendoci del tutto alla vista di chi ci precedeva, allungai il braccio e la presi per il polso.
La tirai indietro con uno strattone deciso, facendola fermare all'ombra di una quercia enorme. Lei si girò di scatto, finendo con il petto direttamente contro il mio. Eravamo vicinissimi, i respiri che si mescolavano nell'aria calda del bosco. Le feci scivolare la mano dal polso fino alla schiena nuda sotto lo zainetto, stringendola contro di me per farle sentire chiaramente in che stato mi aveva ridotto da quando ero sceso dalla macchina. Lei schiuse le labbra, abbassando lo sguardo per un istante sulla mia bocca, con le guance che si accendevano di rosso.
«Giulia! Muoviti che devi aprire il cancello giù al guado!» urlò una voce maschile da dietro la curva del sentiero.
Chiusi gli occhi, imprecando mentalmente contro l'intero movimento scout mondiale. Giulia non si mosse subito. Rimase ancora per due secondi incollata al mio petto, fissandomi da sotto le ciglia con un sorrisetto lento, bastardo e perfettamente consapevole.
«Sei nervoso,» mi sussurrò, sfiorandomi appena la cintura dei jeans con il dorso delle dita.
«No,» ringhiai a denti stretti.
«Sei pessimo a mentire, Franci.» Si sfilò dalla mia presa con una piroetta leggera, mi lasciò lì in mezzo agli alberi con il sangue che mi bolliva nelle vene e corse via lungo il sentiero, gridando al suo amico che stava arrivando.
Tornati dal sentiero al campo base, il pomeriggio si trasformò in un lento supplizio sotto il sole delle quattro. Ero appoggiato a una staccionata di legno all'ombra dei pini, fingendo di ascoltare un capo reparto che spiegava a mia suocera come funzionavano i turni di cucina, quando Giulia mi passò accanto con una cesta di pane vuoto.
Non rallentò nemmeno. Guardando dritto davanti a sé, lasciò cadere la domanda a mezza voce, solo per le mie orecchie:«Ti sono mancata?»
Strinsi le dita sulla traversa di legno della staccionata. «Un po'.»
A quel punto si fermò. Ruotò sui talloni e mi guardò dritto negli occhi per due secondi netti, scavandomi dentro con quelle iridi scure che sembravano passarmi ai raggi X. «Bugiardo,» sussurrò, con l'ombra di un sorriso sulle labbra. Poi riprese a camminare verso le tende della cambusa.
