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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 11
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Capitolo 11 di 12 33 min di lettura

Scopate di Nascosto

Tra stanze chiuse, garage e occasioni rubate a Erika, Franci smette lentamente di resistere a Giulia e comincia a cercarla lui. Ma proprio quando il desiderio diventa abitudine, Giulia decide di togliergliela.

Alessia
13 ore fa · 69 letture · 0

Il contatto freddo del telefono che poggiava sul legno del comodino fu il primo rumore della mia giornata. Subito dopo, il materasso si abbassò leggermente e sentii il corpo nudo e tiepido di Giulia scivolare di nuovo sotto il lenzuolo, incollandosi al mio fianco come una seconda pelle.

Mi svegliai lentamente, emergendo dal sonno con il suo profumo, un misto di bagnoschiuma mio, sudore della notte prima e vaniglia, direttamente nelle narici. Aveva una gamba incastrata tra le mie e il viso premuto contro la mia clavicola. Aspettai la solita fitta allo stomaco. Aspettai l'ondata di panico, il gelo nelle vene, la voce nella testa che urlava oddio, cosa cazzo abbiamo fatto. Non arrivò nulla. Solo il calore pesante della stanza e il battito lento del suo cuore contro le mie costole. Ed era proprio quella totale assenza di allarme la cosa più pericolosa di tutte.

Giulia non aprì gli occhi, ma sentii le sue labbra muoversi contro la mia pelle. «Hai russato,» biascicò, la voce ancora impastata di sonno.

«Mai russato in vita mia,» risposi a occhi chiusi, passandole pigramente una mano sulla schiena nuda.

«Certo. E io stanotte ero a dormire da Marta.»

Aprii gli occhi di scatto, fissando il soffitto. «Questa non dirla mai ad alta voce. Nemmeno per scherzo.»

Giulia rise. Una vibrazione bassa, calda, che si propagò direttamente sul mio petto. Non allungò le mani, non cercò di provocarmi, non iniziò a strusciarsi come faceva quando avevamo i minuti contati. Rimase semplicemente lì, accoccolata nell'incavo del mio braccio, a respirarmi addosso per cinque lunghissimi minuti. Nessuna fretta. Nessun confine da violare, perché ormai li avevamo rasi al suolo tutti.

Quando mi alzai, dieci minuti dopo, seguii il rumore di ferraglia che proveniva dalla cucina. Mi appoggiai allo stipite della porta, incrociando le braccia. Giulia era di spalle, davanti ai fornelli. Indossava la mia vecchia maglietta dei Nirvana,che le cadeva storta su una spalla e le copriva a malapena la curva inferiore dei glutei, lasciando completamente scoperte le gambe lunghe e toniche. Aveva i capelli neri raccolti in un groviglio assurdo sulla testa, zero trucco, gli occhi ancora un po' gonfi di sonno. Stava lottando con la moka da tre tazze, stringendo la caldaia con troppa forza e spargendo polvere di caffè su metà del piano cottura.

«Che cazzo stai facendo?» chiesi, trattenendo a stento un sorriso.

Lei sussultò, senza però voltarsi. «Colazione.»

«Quella moka non ti ha fatto niente di male, Giù. Non serve strangolarla.»

«Le fidanzate fanno colazione,» ribatté acida, cercando di avvitare la parte superiore che, ovviamente, era entrata storta nella filettatura.

«Quelle capaci,» la punzecchiai.

Giulia si girò di scatto, afferrò lo strofinaccio poggiato sul bancone e me lo lanciò dritto in faccia. Lo presi al volo,ridendo, mentre lei sbuffava e tornava a concentrarsi sul suo disastro domestico. Rimasi lì a guardarla mentre trafficava con i cucchiaini e le tazzine, muovendosi a piedi nudi sul pavimento della mia cucina. E mi colpì una realizzazione talmente semplice da risultare disarmante: mi piaceva vederla lì. Mi piaceva guardarla anche quando era goffa, spettinata,e non stava facendo assolutamente nulla per cercare di essere sexy.

Presi il barattolo dello zucchero dallo scaffale in alto e lo appoggiai sul tavolo. Mentre Giulia mi passava davanti per buttare un tovagliolo sporco, il mio braccio si mosse da solo. Senza pensarci, le afferrai il fianco, le dita che affondavano nel cotone leggero della maglietta, e la tirai indietro, schiacciandola contro il mio addome.

Giulia si bloccò a metà passo. Abbassò lo sguardo sulla mia mano stretta attorno alla sua vita, poi ruotò lentamente la testa verso di me. Non era sorpresa dal contatto fisico; ormai conosceva le mie mani a memoria. Era spiazzata dal fatto che, per la prima volta, l'iniziativa fosse partita da me. Senza una sua provocazione, senza un ricatto, senza un gioco di sguardi.

«Che fai?» mormorò, studiandomi.

«Niente,» risposi, facendo scivolare il pollice sotto l'orlo della maglietta, fino a toccare la pelle calda dell'anca.

«Mi hai cercata tu.»

«E quindi?»

Un sorriso lento, quasi incredulo, le piegò le labbra. Si girò completamente tra le mie braccia, appoggiando i palmi sul mio petto nudo. «Di solito devo romperti il cazzo per mezz'ora prima che tu decida di toccarmi.»

«Parli troppo anche di mattina,» le dissi, e mi chinai a baciarla solo per farla stare zitta.

Lei schiuse le labbra all'istante, lasciandomelo fare, abbandonandosi contro di me con un sospiro morbido. I ruoli si erano appena invertiti, silenziosamente, tra una moka chiusa male e il profumo di caffè bruciato.

Il bacio cambiò consistenza in pochi secondi. La lentezza mattutina lasciò spazio a quel calore familiare e denso che ci prendeva ogni volta che eravamo troppo vicini. Le infilai una mano sotto la maglietta, salendo lungo la schiena fino a stringerle la carne nuda sotto le scapole, mentre con l'altra le afferrai una coscia, sollevandola per farla incastrare contro il mio bacino. Ero già duro, premuto contro il suo ventre, e dal modo in cui Giulia inarcò il collo, offrendosi ai miei morsi leggeri sulla mandibola, sembrava che fossimo pronti a buttare all'aria la colazione e tornare dritti a letto.

Sentivo il suo respiro accelerare, le sue dita che mi graffiavano piano le spalle. Ma c'era una nota divertita nel modo in cui ricambiava la mia foga, come se si stesse godendo lo spettacolo di vedermi perdere il controllo per primo.

Infatti, proprio mentre la spingevo contro il bordo del tavolo, cercando di sfilarle la maglietta, Giulia puntò le mani sul mio petto e mi fermò.

«No,» ansimò, le labbra gonfie e rosse, staccandosi di qualche centimetro.

La guardai, confuso, con il respiro corto e le mani ancora incollate alla sua pelle. «No cosa?»

«Devo andare davvero. Mia madre pensa che io torni da Marta per ora di pranzo.»

«Ieri sera volevi praticamente trasferirti qui,» le feci notare, cercando di baciarle di nuovo il collo.

Lei sgusciò via dalla mia presa con una risatina bassa, sistemandosi l'orlo della maglietta. «Ieri era ieri.» Si appoggiò al lavello, guardandomi dall'alto in basso con quell'aria da ragazzina terribile che le riusciva così bene. «E poi vedi di non diventare dipendente già dopo una sola notte, Franci. Fai quasi tenerezza.»

Scoppiai a ridere, scuotendo la testa e passandomi una mano sul viso. «Vattene a casa, va'. Prima che ti chiuda sul balcone.»

«Guarda come sei contento quando ti do corda,» mi provocò, facendomi l'occhiolino prima di sparire in corridoio.

Dieci minuti dopo era vestita. La seguii mentre faceva il giro della camera per cancellare le tracce del suo passaggio.Staccò il caricatore dalla presa, recuperò il profumo dal comodino, infilò l'intimo sporco e la mia maglietta nel borsone da palestra. Ogni oggetto che spariva nella borsa restituiva la stanza alla sua solita, ipocrita normalità.

L'ultima tappa fu il bagno. Giulia si fermò davanti al lavandino. Io rimasi sulla soglia, osservandola dallo specchio. Il suo sguardo era fisso sul bicchiere di vetro, dove il suo spazzolino nuovo spuntava accanto al mio. Allungò la mano, lo prese tra le dita, ma non lo mise subito via. Rimase immobile per un paio di secondi, soppesandolo.

«Prima o poi questo non lo porto più via,» disse, con un tono a metà tra la minaccia e il desiderio, guardandomi attraverso il riflesso.

Non mi irrigidii come avevo fatto la sera prima. Invece di alzare il muro, decisi di stare al gioco. «La prossima volta ti compro direttamente il bicchiere tuo, così non fai confusione,» buttai lì, scherzando.

Giulia rise, infilando lo spazzolino nella tasca laterale del borsone e chiudendo la zip con uno strattone secco. Ma dal modo in cui mi guardò subito dopo, con quella luce feroce e improvvisamente vulnerabile negli occhi scuri, capii che per lei quella battuta stupida non era affatto uno scherzo. L'aveva appena registrata come una promessa.

Si caricò il borsone in spalla, mi passò accanto nell'ingresso e mi lasciò un ultimo bacio veloce, quasi casto, sull'angolo della bocca. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, la casa piombò nel silenzio, ma per la prima volta non mi sentii sollevato. Mi sentii solo fottutamente solo.

Due giorni dopo il ritorno di Erika, il mondo aveva ripreso a girare sui suoi binari legittimi. Eravamo a casa sua, la madre era uscita da un'ora e noi eravamo immersi fino al collo nella nostra vecchia, rassicurante routine. Erika era appena rientrata dal turno pomeridiano, portando con sé due buste di cartone unte della nostra rosticceria preferita. Si era sfilata le scarpe all'ingresso lanciandole in due direzioni opposte e si era lasciata cadere di peso sul divano del soggiorno con un sospiro teatrale.

«Se oggi qualcuno mi chiede ancora “quanto manca?” giuro che lo ricovero io personalmente in ortopedia,» borbottò,affondando i denti in un supplì bollente.

Risi, sedendomi accanto a lei e rubandole una crocchetta dal sacchetto. «Così tragica?»

«Peggio. C'era un tizio in codice verde convinto di avere un principio di infarto perché gli formicolava il mignolo sinistro dopo aver dormito sul braccio per tre ore. Voleva la TAC d'urgenza.» Mentre raccontava, gesticolando con la stanchezza comica che le veniva sempre a fine giornata, mi tirai le sue gambe sulle ginocchia. Iniziai a massaggiarle il polpaccio destro, sciogliendo i muscoli contratti dalle ore passate in piedi in corsia. Lei emise un mugolio di puro sollievo,abbandonando la testa contro lo schienale. Accesi la TV su una serie che stavamo seguendo da settimane. Nel giro di venti minuti, il respiro di Erika si fece lento e regolare; era crollata, mezza addormentata, con la guancia schiacciata contro la mia spalla. Abbassai la testa e le baciai i capelli biondi, inalando il suo odore familiare. Non stavo fingendo. Con Erika stavo bene. C'era una pace solida, costruita nel tempo, che mi faceva sentire al sicuro. Ed era proprio questo a rendere tutto il resto completamente folle.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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