Dal corridoio arrivò il rumore leggero di passi scalzi. Giulia passò davanti all'apertura del soggiorno. Indossava un paio di pantaloncini larghi e una canottiera stinta, i capelli sciolti sulle spalle. Il suo sguardo cadde su di noi: sua sorella accoccolata contro il mio petto, le mie mani ancora posate sulla caviglia di Erika. Non si fermò. Non fece battute acide,non lanciò occhiatacce.
«Notte,» disse semplicemente, la voce bassa e neutra.
Erika aprì un occhio a fatica. «Notte, Giuli.»
«Notte,» feci eco io.
Giulia proseguì verso le scale per salire in camera sua. Io, senza nemmeno accorgermene, ruotai leggermente il mento per seguirla con gli occhi finché la sua schiena non sparì dietro l'angolo del muro. Un movimento di due secondi. Poi riportai lo sguardo sullo schermo del televisore. Minuscolo, invisibile, ma l'ingranaggio si era già rimesso in moto.
Un'ora dopo, Erika si stiracchiò, svegliandosi del tutto. «Vado a farmi una doccia veloce e mi metto a letto, sono distrutta,» mormorò, dandomi un bacio veloce sulla guancia prima di chiudersi nel bagno del piano terra.
Appena sentii il rumore dell'acqua scorrere, mi alzai per portare i cartoni vuoti della rosticceria in cucina. Spingendo la porta socchiusa, mi bloccai. Giulia era lì, appoggiata al lavello, illuminata solo dalla luce fioca della cappa. Aveva un bicchiere d'acqua in mano. Ci guardammo nel silenzio della stanza, rotto solo dal ronzio del frigorifero e dallo scroscio lontano della doccia di sua sorella.
«Che vuoi?» sussurrò lei, ma non c'era ostilità nella sua voce. Solo quella strana elettricità statica che ormai ci portavamo dietro.
«Niente. Buttavo la roba.»
«E allora perché mi guardi così?»
Non le risposi. Posai i cartoni sul tavolo e, per la seconda volta in tre giorni, fui io ad azzerare la distanza. Le andai addosso in tre passi, le tolsi il bicchiere dalle mani appoggiandolo alla cieca sul marmo e la schiacciai contro il mobile della cucina. Non c'era niente di programmato. Era un'urgenza animalesca, stupida e cieca.
Iniziai a baciarla con una foga famelica, divorandole la bocca, scendendo subito lungo la mandibola e sul collo. Le leccai la pelle calda, lasciandole la gola umida della mia saliva, mordicchiando fino a farla ansimare a denti stretti. Spinsi il mio bacino contro il suo, strusciando l'erezione già dura attraverso il tessuto dei miei jeans direttamente contro il suo ventre.Giulia rispose con la stessa furia, aggrappandosi alle mie spalle e inarcandosi per massimizzare l'attrito.
Le nostre mani si mossero in preda alla frenesia. Le tirai giù i pantaloncini di cotone e gli slip fino a metà coscia con uno strattone, mentre lei mi sbottonava i jeans con dita tremanti, tirandomi fuori dai boxer. Mi strusciai contro la sua pelle nuda, sentendo il calore umido della sua intimità bagnarmi l'inguine. La voglia di scoparla lì, in piedi contro i cassetti delle posate, ci stava togliendo il cervello. Giulia chiuse la mano attorno al mio cazzo, iniziando a masturbarmi con movimenti rapidi, un po' goffi e nervosi per la fretta, il pollice che sfregava sulla punta già madida. Io le afferrai un fianco e la sollevai di qualche centimetro, puntando il glande esattamente contro il suo ingresso bollente, pronto a spingere dentro con un colpo solo.
Clack. Il rumore dell'acqua nel bagno accanto si interruppe di colpo. Il silenzio che seguì fu una secchiata di azoto liquido.
Ci congelammo entrambi, con il respiro bloccato in gola e io letteralmente a un millimetro dall'entrarle dentro. Giulia sgranò gli occhi e mi spinse via per il petto con tutte le sue forze. «Vai,» sibilò nel panico.
«Aspetta...» provai a sussurrare, il sangue che mi martellava nelle tempie e il cervello completamente annebbiato.
«Franci, corri, cazzo!»
Mi infilai tutto nei pantaloni alla velocità della luce, chiudendo la zip a fatica per quanto ero ancora duro, mentre lei si tirava su i pantaloncini. Prima di sgattaiolare fuori dalla cucina, mi voltai a guardarla. Aveva i capelli arruffati, le labbra gonfie e il collo arrossato dai miei morsi. Mi squadrò da capo a piedi, trattenendo il fiato. «Madonna, sembri uno che ha appena rubato in chiesa.»
«Infatti,» mormorai, e mi catapultai fuori.
Trenta secondi esatti dopo ero seduto sul divano, con il telecomando in mano e il battito cardiaco a centottanta. La porta del bagno si aprì ed Erika uscì avvolta in una nuvola di vapore, con i capelli raccolti in una pinza e una maglietta pulita. Si avvicinò al divano, si sedette accanto a me e appoggiò di nuovo la testa sulla mia spalla, esattamente dove l'aveva lasciata prima.
«Che guardiamo?» chiese, sbadigliando.
Avevo ancora l'odore di sua sorella sulle dita e la pelle dell'inguine umida. Deglutii a fatica. «Quello che vuoi, Eri.»
In quel preciso istante, alle spalle del divano, Giulia attraversò il corridoio per tornare al piano di sopra. Passò a un metro dalla nuca di Erika. Mentre camminava, girò il viso verso di me, incrociando il mio sguardo. Sulle sue labbra si aprì un minuscolo, impercettibile sorriso complice. Poi sparì su per le scale. La sporcizia di quel momento non stava in quello che avevamo rischiato di fare in cucina, ma nella mostruosa naturalezza con cui ero tornato a fare da cuscino alla mia ragazza mezzo minuto dopo.
Il pomeriggio seguente, il destino decise di avere un pessimo senso dell'umorismo. Ero rimasto a cena da loro. Erika e sua madre stavano spadellando in cucina nel caldo torrido delle sette di sera, quando si accorsero che il frigo era deserto.
«Franci, mi scendi a prendere una cassa d'acqua e le bibite in garage?» chiese Erika, asciugandosi le mani sul grembiule.Poi, vedendo Giulia spalmata sulla poltrona del salotto a scrollare il telefono, aggiunse: «Giuli, muoviti, accompagnalo.Da solo in quel buco non trova mai un cazzo.»
Io e Giulia alzammo gli occhi contemporaneamente. Ci fu un decimo di secondo di silenzio carico di significato.
«Che culo,» borbottò Giulia, fingendo uno sbuffo teatrale.
«Tranquilla, faccio da solo,» mi affrettai a dire io, cercando di evitare la trappola.
«No, andate insieme e prendete anche il pacco grande di birre, che pesa,» tagliò corto Erika, spedendoci letteralmente fuori dalla porta con un gesto del cucchiaio di legno.
Scendemmo le scale di cemento che portavano al seminterrato. Il garage era un labirinto umido, pieno di scaffali metallici arrugginiti, vecchi mobili coperti da teli, biciclette sgonfie e scatoloni accumulati dal millenovecentonovanta. Come previsto, il contributo di Giulia alla missione fu pari a zero. Camminava ciondolando dietro di me, con le mani nelle tasche degli shorts di jeans.
«Secondo me sono dietro quel mobile,» disse, indicando un vecchio armadio in fondo. Spostai due scatoloni pesantissimi,sudando sette camicie, solo per trovare tre barattoli di vernice secca. Quando mi girai a fulminarla con lo sguardo, lei aveva sollevato con due dita una bustina di plastica con dentro tre limoni, guardandomi soddisfatta.
«Sei venuta ad aiutarmi o solo a rompermi il cazzo?» le chiesi, passandomi l'avambraccio sulla fronte.
«Erika ha detto "accompagnalo". Non ha mai usato il verbo "aiutare",» rispose lei con precisione legale.
Clack. Il temporizzatore della luce automatica scattò, facendoci piombare nel buio più totale. Rimasi fermo, agitando un braccio in aria come un naufrago per far scattare il sensore di movimento. La neon sfarfallò e si riaccese, illuminando Giulia che si teneva la pancia dal ridere.
«Sei ridicolo, sembri un vigile urbano.»
«Illumina tu la prossima volta, allora.»
«Io sono bassa, il sensore manco mi calcola,» ribatté, salendo a sedere sul cofano impolverato della vecchia utilitaria di sua madre.
«Una vera tragedia nazionale.»
Dopo altri due minuti di ricerche inutili, finalmente vidi la plastica blu spuntare dietro una pila di pneumatici invernali.«Eccola,» annunciai, chinandomi per afferrare il fardello da sei bottiglie.
«Complimenti, Indiana Jones. Ce l'hai fatta.»
Sollevai la cassa d'acqua, bilanciandomela contro il fianco, e mi avviai verso la porta di ferro per risalire. Ma Giulia scese dal cofano. Mi superò con due passi felpati e, invece di uscire, appoggiò la mano sulla porta e la spinse fino a far scattare la serratura.Click.
Il rumore metallico rimbombò tra il cemento. Mi fermai e mi girai lentamente verso di lei. «Giulia.»
«Che c'è?» chiese, appoggiando la schiena alla porta chiusa e incrociando le braccia sotto il top.
«Dobbiamo salire. Ci stanno aspettando.»
«Saliamo tra cinque minuti.»
«Per fare cosa, esattamente?»
Lei alzò gli occhi al cielo, scuotendo la testa con finta compassione. «Giuro, hai otto neuroni nel cervello e li usi tutti quanti per studiare informatica. Posa quell'acqua, scemo.»
Posai la cassa a terra con un tonfo sordo. Non ci fu bisogno di altre parole. L'afferrai per i fianchi e la sollevai di peso,facendola sedere sul bordo di un vecchio banco da lavoro in legno massiccio, sgombro a metà. L'ambiente era squallido,odorava di polvere, gomma e benzina vecchia, ma l'adrenalina e la voglia rimasta in sospeso dalla sera prima in cucina resero tutto incandescente.
Ci baciammo ridendo contro le nostre stesse bocche, sfilandoci i vestiti di fretta e furia, con la goffaggine di chi sa di avere i minuti contati ma stavolta non ha intenzione di fermarsi. Le abbassai gli shorts e le mutandine fino alle caviglie,facendole sfilare una gamba sola per non perdere tempo, mentre io mi aprivo i pantaloni e tiravo fuori un preservativo dalla tasca posteriore.
