Giulia guardò la bustina argentata brillare nella penombra del neon. «Ti porti le munizioni anche per andare a prendere la Ferrarelle adesso?» mi prese in giro, il respiro già corto.
«Con te non si sa mai quando scatta l'imboscata,» risposi, srotolandomelo addosso in fretta.
La feci girare, piegandola in avanti sul banco da lavoro, con i gomiti appoggiati sul legno tra un vecchio cacciavite e dei fogli di giornale. Il suo culetto sodo era completamente esposto, la schiena inarcata alla perfezione. Mi misi dietro di lei,le afferrai le anche e spinsi. Anche se era bagnatissima, entrarle dentro fu una lotta meravigliosa: era così stretta che dovetti avanzare un centimetro alla volta, sentendo le sue pareti interne oppormi una resistenza calda e tenace prima di cedere e inghiottirmi fino alla base. Giulia strinse i denti, afferrando il bordo del tavolo con un gemito soffocato.
Iniziai a muovermi dentro di lei, prima con colpi corti per abituarla, poi prendendo ritmo, affondando con foga in quel calore strettissimo che mi stringeva il cazzo a ogni spinta.Clack. La luce si spense di nuovo, lasciandoci nel buio pesto proprio mentre stavo accelerando. Senza smettere di muovermi dentro di lei, staccai una mano dal suo fianco e la agitai furiosamente in aria come un pazzo. Il neon si riaccese, e nel girarmi urtai col gomito il manico di una scopa appoggiata al muro, che cadde colpendo uno scatolone vuoto, facendolo rovinare a terra con un fracasso assurdo.
Ci immobilizzammo all'istante. Io ancora completamente dentro di lei, lei piegata sul tavolo, entrambi in apnea totale, gli occhi sgranati puntati verso la porta, convinti di sentire da un secondo all'altro i passi di Erika sulle scale. Un secondo.Due. Tre. Silenzio tombale. Di sopra non avevano sentito nulla.
Giulia si portò una mano alla bocca per soffocare uno scoppio di risa, le spalle che le tremavano. «Siamo due deficienti totali,» sussurrò, voltando la testa verso di me.
«Tu sei una deficiente,» le risposi, trattenendo a stento una risata anch'io. «Io ero sceso solo per prendere dell'acqua minerale.»
«Sì, certo, si sente quanto ti stai sacrificando,» mi provocò, spingendo indietro il bacino contro di me per farmi riprendere.
Quella complicità assurda, il fatto che ci stessimo divertendo come due complici durante una rapina, mi fece perdere ogni freno. Le lasciai andare uno schiaffo secco, sonoro, sulla natica nuda, facendola sussultare con un versetto acuto. Poi le raccolsi i capelli neri in un pugno, tirandole leggermente la testa all'indietro, e ripresi a scoparla con una foga raddoppiata.Il banco da lavoro scricchiolava contro il muro a ogni mio colpo di reni. La tenevo ferma per i capelli e per il fianco,spingendo forte e veloce, sentendo le sue pareti stringersi sempre di più attorno a me, scivolose e bollenti. Giulia non rideva più; aveva la bocca aperta, i gemiti rotti che le uscivano a ogni impatto delle mie cosce contro il suo sedere, finché non la sentii irrigidirsi e tremare sotto le mie mani, contraendosi in un orgasmo silenzioso e violento che mi portò a venire un istante dopo, svuotandomi nel lattice con il cuore in gola e un sorriso idiota stampato sulla faccia.
Un minuto dopo, Giulia stava ancora cercando di rimettersi gli shorts, saltellando su un piede solo e passandosi le dita tra i capelli per ridargli una forma umana. Quando alzò la testa, mi vide in piedi davanti alla porta, già perfettamente ricomposto, con la cassa d'acqua blu stretta sotto il braccio e il pacco di birre nell'altra mano.
Rimase ferma a fissarmi, con il bottone dei jeans ancora slacciato. «Ma sei serio?»
«Che c'è?» chiesi, con la faccia più innocente del mondo.
«Hai già ripreso la cassa in mano. Non sono passati manco quaranta secondi.»
«È letteralmente il motivo per cui siamo scesi, Giù. Ho una missione da compiere.»
Giulia scoppiò a ridere, scuotendo la testa mentre finiva di abbottonarsi. «Tu sei completamente malato nella testa.»
Appoggiai le birre per un secondo, allungai la mano libera e le sistemai rapidamente una ciocca di capelli che le era rimasta incastrata nel colletto del top. «Parla quella che ha chiuso la porta a chiave.»
«Sì, e tu hai lottato tantissimo per aprire e scappare, ho visto,» ribatté lei, girando la chiave nella toppa.
Quando aprimmo la porta della cucina, l'odore di sugo ci investì insieme allo sguardo esasperato della mia ragazza. «Ma quanto cazzo ci avete messo?» chiese Erika, con le mani sui fianchi. «Pensavo foste andati a imbottigliarla alla fonte.»
Giulia mi superò con una calma olimpica, andando a prendere i bicchieri dalla credenza. «Franci non trovava l'acqua,» disse, senza battere ciglio.
Erika mi guardò come se avessi problemi cognitivi. «Franci, è una cassa blu enorme in mezzo al pavimento.»
«Gliel'ho detto anch'io,» rincarò la dose Giulia, voltandosi con una faccia da schiaffi monumentale. «Ma lui insisteva a cercare dietro gli armadi vecchi.»
La fulminai con lo sguardo mentre appoggiavo il fardello sul pavimento, e lei si morse l'interno della guancia per non esplodere a ridere davanti a sua madre, afferrando le posate per andare ad apparecchiare.
Dieci minuti dopo eravamo tutti a tavola. Io ero seduto al mio solito posto, accanto a Erika. Giulia era esattamente di fronte a me. A metà cena, mentre la madre raccontava qualcosa sul vicinato, Erika allungò la mano per prendere una bottiglia dalla famosa cassa blu appoggiata vicino al mobile.
Io alzai lo sguardo dal piatto. Giulia stava fissando la cassa. Poi spostò lentamente gli occhi scuri su di me. Le sue spalle ebbero un piccolo sussulto e le labbra le si contrassero nello sforzo disperato di trattenere una risata. Il contagio fu immediato. Sentii gli angoli della mia bocca tirare verso l'alto e dovetti abbassare di scatto gli occhi sulla pasta,tossicchiando dentro il tovagliolo per non scoppiare a ridere come un cretino.
Erika si fermò con la bottiglia a mezz'aria, guardando prima me e poi sua sorella. «Ma si può sapere che avete voi due stasera?»
Io e Giulia alzammo la testa nello stesso identico istante. «Niente,» rispondemmo in coro, perfettamente sincronizzati.
Poi tornammo a mangiare in silenzio. E mentre incrociavo di nuovo il suo sguardo sopra i bicchieri d'acqua, capii che il confine si era spostato ancora. Non stavamo più solo facendo sesso di nascosto. Stavamo costruendo un nostro linguaggio segreto, una complicità leggera e bastarda, proprio sotto il naso di chi avremmo dovuto proteggere.
Due giorni dopo ero di nuovo a casa loro. Erika e sua madre erano chiuse in veranda a litigare amichevolmente su come rinvasare delle piante che stavano morendo per il caldo. Io stavo salendo al bagno del primo piano quando, passando davanti alla camera di Giulia, vidi la porta socchiusa. Era sdraiata a pancia in giù sul letto, i piedi scalzi che dondolavano per aria e il telefono davanti alla faccia.
Senza pensarci, spinsi il legno ed entrai. Giulia abbassò subito lo schermo, mettendosi sui gomiti con uno scatto felino,già pronta all'azione. Guardò l'orologio alla parete. «Quanto abbiamo?» chiese a bassa voce.
Mi fermai a metà stanza, le mani in tasca. «Che?»
«Prima che salga Erika.»
«Non sono venuto per quello.»
Giulia inarcò un sopracciglio, studiandomi con un misto di diffidenza e confusione, come se le avessi appena parlato in aramaico. «E perché sei qui, allora?»
Tirai indietro la sedia della sua scrivania e mi ci lasciai cadere a cavalcioni, appoggiando le braccia sullo schienale. «Boh.Passavo.»
Rimanemmo lì. E per i cinque minuti successivi accadde la cosa più assurda di tutte: non facemmo assolutamente niente.Parlammo. Mi fece vedere un video demenziale su TikTok di un tizio che cadeva da uno skateboard, e ci ritrovammo a ridere col fiato trattenuto per non farci sentire di sotto. Mi raccontò della sua allenatrice che aveva sbroccato durante gli esercizi alla trave, io mi lamentai di un esame che non avevo la minima voglia di preparare. Niente mani addosso. Niente vestiti tirati via in fretta. Niente sguardi carichi di veleno. Solo due persone che chiacchieravano in una stanza fresca mentre fuori il pomeriggio bruciava.
A un certo punto, Giulia smise di scrollare sul display. Appoggiò il mento sul dorso delle mani incrociate sul materasso e mi fissò con un'espressione strana, quasi incredula.
«Sei entrato nella mia stanza solo per parlare,» constatò, come se stesse prendendo atto di un miracolo scientifico.
Alzai le spalle. «Pare.»
«Ti senti bene? Hai la febbre?»
«Mai stato meglio, mocciosa.»
Lei sorrise. Non il solito ghigno da predatrice che aveva appena segnato un punto contro sua sorella, ma un sorriso pulito,disarmato. Per lei, quei cinque minuti rubati senza nemmeno sfiorarci valevano più di tre ore passate a strapparci i vestiti nel mio letto.
Mi alzai dalla sedia per non tirare troppo la corda con i tempi. «Meglio se scendo prima che mandino i cani da ricerca.»
Ma mentre le passavo accanto, Giulia allungò il braccio dal letto, mi afferrò per l'orlo della t-shirt e mi tirò giù verso di sé.Stavolta partì tutto da lei, ma con un'urgenza diversa. Si mise in ginocchio sul materasso e mi baciò. Fu un bacio lento che diventò profondo in un secondo, le sue labbra morbide che si aprivano contro le mie, la lingua che cercava la mia con un desiderio denso, quasi riconoscente. Le misi le mani sui fianchi, stringendo il cotone leggero dei suoi pantaloncini,sentendo la tensione salire di colpo in tutta la stanza e il mio corpo reagire all'istante contro il suo addome.
