«Franci? Sei su?» La voce di Erika rimbombò dal fondo delle scale.
Ci staccammo di colpo, il respiro già spezzato. Feci un passo indietro verso la porta, passandomi una mano sulle labbra.Giulia rimase in ginocchio sul letto, i capelli neri un po' scompigliati. «Vai,» sussurrò.
Uscii nel corridoio, ma mi rimase addosso lo sguardo con cui mi aveva accompagnato alla porta. Era delusa, e non perché le avessero interrotto una scopata. Era delusa perché quei cinque minuti normali stavano diventando nostri, e la realtà era appena entrata a riprenderseli.
La sera successiva tornai da loro per guardare un film, e il karma decise di punirmi. Non successe niente. Zero. Per due ore filate rimanemmo tutti inchiodati in salotto: io, Erika, Giulia e la madre. Nessuno andava in garage, nessuno faceva docce lunghe, nessuno usciva a buttare l'immondizia. Passò la prima mezz'ora. Passò un'ora. Erika aveva la testa appoggiata sulla mia spalla, ma io avevo un'irrequietezza assurda sotto la pelle. Tamburellavo con le dita sul ginocchio,cambiavo continuamente posizione sul cuscino, insofferente come un fumatore a cui hanno nascosto l'accendino, senza nemmeno voler ammettere a me stesso il motivo.
Alla fine, approfittando di una scena rumorosa del film, presi il telefono con la mano libera, tenendo lo schermo inclinato lontano dagli occhi di Erika. Aprii la chat di Giulia, che era seduta sulla poltrona a tre metri da me.
«Esci un attimo.»
Vidi con la coda dell'occhio lo schermo di Giulia illuminarsi. Lei lesse, non mosse un muscolo della faccia, e digitò.Giulia:«Perché?»
Strinsi i denti.«Giulia.»
Giulia:«Dillo.»
Rimasi con i pollici sospesi sulla tastiera per dieci secondi. Voleva farmelo ammettere. Voleva che fossi io a buttare giù la maschera.«Ho voglia di te.»
Le doppie spunte blu comparvero subito. Giulia abbassò il telefono sulle gambe senza rispondere. Mi fece cuocere nel mio stesso brodo per due minuti interminabili, poi il mio telefono vibrò sul divano.
Giulia:«Finalmente.»
Si alzò dalla poltrona stiracchiandosi. «Io vado a stendere il bucato in soffitta che sennò puzza di chiuso,» annunciò a tutta la stanza, e sparì su per le scale. Cinque minuti dopo, con la scusa di dover fare una telefonata importante a mio fratello senza il rumore della TV, salii anch'io.
La mansarda che usavano come lavanderia secondaria era calda, bassa di soffitto e illuminata solo dalla luce dei lampioni che entrava dal lucernario. Appena chiusi la porta a chiave, non le diedi nemmeno il tempo di posare la cesta dei panni.La differenza rispetto al garage o al bagno non stava nella meccanica di quello che facemmo, ma nell'origine: non era successo perché lei mi aveva teso una trappola. L'avevo convocata io perché non riuscivo più a stare seduto sul divano a tre metri da lei senza toccarla.
La spinsi contro la parete inclinata, sollevandole la gonna leggera che indossava fino alla vita. Lei mi allacciò subito le gambe attorno ai fianchi, il respiro bollente contro il mio collo mentre le sfilavo gli slip di lato e le entravo dentro con una spinta secca, quasi rabbiosa per l'attesa. Giulia strinse le braccia attorno al mio collo, soffocando i gemiti contro la stoffa della mia spalla mentre la tenevo sospesa per i glutei sodi, sbattendola contro il muro a un ritmo serrato, cieco, sentendo il suo calore umido stringermi fino a togliermi il fiato. Venimmo quasi insieme nel giro di pochi minuti, una scarica violenta e silenziosa nel buio della soffitta, con i nostri respiri che rimbombavano sotto il tetto basso.
La rimisi giù che le tremavano ancora le ginocchia. Mi sistemai i pantaloni in fretta, già con la mano sulla maniglia per tornare di sotto prima che Erika si insospettisse.
«Aspetta,» mi fermò Giulia, afferrandomi per l'avambraccio. Aveva ancora la gonna alzata sui fianchi e il petto che saliva e scendeva rapidamente.
«Che c'è? Devo scendere.»
«Dimmelo.»
«Cosa?»
Mi guardò dritta negli occhi nella penombra. «Che stasera mi hai cercata tu.»
Sospirai, sconfitto, passandole il pollice sul labbro inferiore arrossato. «Ti ho cercata io, Giù.»
Lei fece un sorriso pieno, soddisfatto, e ritirò la mano. «Okay. Ora puoi andare.»
Da quella sera, nei tre giorni successivi, la nostra routine smise di essere un caso e diventò una compulsione pura. Un pomeriggio ci incrociammo nel corridoio stretto; feci per allungare una mano e tirarla dentro lo sgabuzzino, ma sua madre spuntò dalla cucina con il ferro da stiro in mano. Io mi congelai facendo finta di guardare un quadro al muro, mentre Giulia mi passò oltre trattenendo a stento una risata. Il giorno dopo, Erika uscì per un paio d'ore per fare delle commissioni in centro. Io e Giulia ci ritrovammo con un pomeriggio intero davanti: ci chiudemmo in camera sua,facemmo l'amore con una lentezza disarmante, senza l'ansia dei passi sulle scale, e dopo rimanemmo stesi nudi sotto il ventilatore a parlare del più e del meno per mezz'ora, come due fidanzati qualsiasi. Altre volte avevamo solo cinque minuti scarsi prima che rientrasse qualcuno, e non provavamo nemmeno a spogliarci: ci chiudevamo dietro la porta del balcone solo per baciarci fino a farci mancare il fiato e ridere piano contro le rispettive bocche.
Ma la dipendenza aveva un prezzo. Il terzo giorno, approfittando di Erika sotto la doccia, intercettai Giulia all'ingresso mentre si stava mettendo le scarpe. La presi per un fianco, cercando il suo collo con le labbra. Lei si scostò. «Non posso adesso.»
Mi irritai all'istante, una fitta di fastidio assurdo. «Perché?»
Giulia mi guardò come se fossi impazzito, allacciandosi la borsa. «Perché sto uscendo con le mie amiche e ho una vita fuori da questa casa, Franci. Ci vediamo.» Aprì la porta e se ne andò. Rimasi lì nel corridoio vuoto, sorpreso io stesso da quanto mi avesse dato ai nervi quel rifiuto. Due ore dopo, come per farsi perdonare, mi mandò una foto dallo spogliatoio della palestra. Niente di provocante o svestito: solo lei allo specchio, in tuta, con una smorfia buffa e i capelli legati.Durante la serata con Erika, aprii quella stupida foto almeno dieci volte.
Il segnale che avevo perso definitivamente la bussola arrivò il giovedì pomeriggio. Entrai a casa loro con le buste della spesa. Erika mi venne incontro in cucina per darmi un bacio, ma io, guardandomi intorno nella stanza vuota e silenziosa,parlai prima ancora di ricambiare il saluto.
«Giulia?» chiesi, quasi d'istinto.
Erika si fermò a metà gesto, aggrottando appena le sopracciglia. «È in palestra fino alle sette. Perché?»
Il sangue mi si gelò per un decimo di secondo. Posai le buste sul tavolo per nascondere l'impaccio. «No, niente. C'era...silenzio, mi sembrava strano.»
Erika scrollò le spalle e iniziò a tirare fuori le cose dalle buste, riprendendo a parlarmi della sua giornata. Ma io non la stavo più ascoltando. Fissavo il bancone della cucina, colpito dalla consapevolezza di quello che avevo appena fatto. Non aspettavo più che Giulia mi capitasse davanti per caso. Controllavo che ci fosse. Era diventata la prima cosa che i miei occhi cercavano quando entravo in una stanza.
Più tardi quella sera, ero a casa mia. Le avevo scritto verso le nove, ma lei aveva risposto dopo più di un'ora.
«Dove sei?» digitai subito.
Giulia:«Perché?»
«Niente.»
Giulia:«E allora perché mi cerchi?»
Fissai lo schermo illuminato nel buio della mia camera. Potevo inventare una scusa, fare il cinico, buttarla sullo scherzo.Invece le mie dita scrissero la verità nuda e cruda.«Perché ho voglia di vederti.»
Giulia:«Di vedermi o di scopare?»
«Tutte e due.»
Passarono trenta secondi prima che comparisse la sua risposta.Giulia:«Stai migliorando.»
Era una battuta delle sue, leggera, scherzosa. Ma sapevo perfettamente che dall'altra parte dello schermo aveva appena incassato anche quella confessione, mettendola da parte insieme a tutto il resto.
Ma più io cedevo terreno, più lo spazio angusto dei nostri incontri rubati iniziava a starle stretto. Il venerdì sera riuscimmo a ritagliarci venti minuti nella taverna giù da loro mentre Erika era al telefono sul terrazzo con una collega. Fu intenso,disperato, consumato sul divano vecchio giù al fresco. Ma non appena finimmo, la solita sirena d'allarme mi scattò nel cervello: mi rialzai subito, allacciandomi la cintura in fretta, già proiettato a risalire le scale.
Mentre facevo per girarmi verso la porta, la mano di Giulia scattò dal bracciolo del divano e mi afferrò il polso.
«Resta,» mi disse, senza tirarmi, solo tenendomi fermo.
Mi voltai a guardarla. Aveva ancora la maglietta sollevata sopra il seno e le gambe nude distese sui cuscini. «Giuli, non iniziare.»
«Cinque minuti. Solo cinque minuti qui seduto con me.»
«Su c'è Erika, può chiudere la chiamata da un momento all'altro.»
Giulia non abbassò gli occhi. La sua voce si fece piatta, quasi atona. «Lo so che c'è Erika.»
«Non posso rischiare così, lo sai.»
Lei mi fissò per due lunghi secondi. Poi, lentamente, aprì le dita e lasciò andare il mio polso. Si tirò giù la maglietta,ricomponendosi in silenzio. «Certo.»
Quel tono mi fece suonare un campanello d'allarme. «Che hai adesso?»
«Niente. Vai su.»
Mi chinai per darle un bacio veloce sulle labbra prima di uscire, cercando di chiudere la cosa come al solito. Ma Giulia non aprì la bocca. Non mi strinse la maglietta, non mi morse il labbro con la solita fame rabbiosa, non fece nessuna battuta acida per prendersi l'ultima parola. Mi lasciò fare, ferma, con le labbra morbide ma immobili, e poi girò la testa dall'altra parte. Non fece nessuna scenata. Ed era proprio quel silenzio calmo e rassegnato, mentre risalivo le scale verso sua sorella, a dirmi che il gioco dei cinque minuti si era appena rotto.
