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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 11
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Capitolo 11 di 12 33 min di lettura

Scopate di Nascosto

Tra stanze chiuse, garage e occasioni rubate a Erika, Franci smette lentamente di resistere a Giulia e comincia a cercarla lui. Ma proprio quando il desiderio diventa abitudine, Giulia decide di togliergliela.

Alessia
15 ore fa · 69 letture · 0

Il sabato successivo fu un ritorno al passato che quasi mi stordì. Io ed Erika avevamo deciso di passare una serata vera, di quelle che non facevamo da settimane, senza l'ansia di una porta chiusa o di una telefonata che poteva interromperci da un momento all'altro.

Cena in un ristorantino in centro, una passeggiata lenta lungo il corso affollato, il gelato mangiato camminando. Erika mi teneva per mano, le dita intrecciate alle mie con una naturalezza disarmante. Mi raccontava dei suoi esami, rideva delle mie battute stupide, mi tirava per un braccio per farmi vedere una vetrina. C'era una dolcezza così solida, così pulita in quel momento, che per un paio d'ore mi sembrò di essere tornato esattamente il ragazzo che ero sei mesi prima, prima che tutto andasse in pezzi.

Mentre ci fermammo a guardare la facciata illuminata di una chiesa, Erika si appoggiò con la schiena al mio petto, le mie braccia avvolte attorno alla sua vita.

Sospirò, guardando il cielo estivo. «Mi piace questo periodo, Franci.»

Ero con la guancia vicina alla sua testa, a respirare il profumo del suo shampoo. «Quale periodo?»

Lei si girò parzialmente, sorridendomi nel buio con quella luce morbida negli occhi. «Noi. Mi sembri... non so. Più preso.Più presente.»

Sentii una fitta improvvisa, tagliente, farsi strada sotto le costole. Era una fitta di colpa, ma anche di amara verità: in un certo senso, era vero. Ero più attento, più morbido, più disposto a darle quello che voleva. Solo che quel surplus di energia non arrivava da un improvviso ritorno di fiamma; arrivava dal fatto che avevo la coscienza sporca fino ai capelli e stavo cercando di compensare.

Quella notte, a casa sua, facemmo l'amore. Non fu il sesso furioso, disperato e sporco che consumavo con Giulia in un garage o in una mansarda. Fu un atto d'amore adulto, intimo e bellissimo. Erika era sopra di me, i capelli biondi sciolti a cascata sul cuscino, gli occhi socchiusi per il piacere mentre la tenevo per i fianchi, guidando i suoi movimenti con una dolcezza che le strappava gemiti lunghi e vellutati. Le baciai il collo, le leccai le clavicole, poi la ribaltai con delicatezza,infilandomi tra le sue cosce aperte.

Mentre entravo in lei con spinte profonde, lente e ritmate, sentendo il calore avvolgente e familiare del suo corpo che mi accoglieva senza riserve, il mio cervello fece una deviazione bastarda. Guardavo la sua espressione appagata, sentivo le sue mani che mi artigliavano la schiena in cerca di tenerezza, ma per un millisecondo, mentre cercavo il suo sguardo, mi immaginai di avere sotto di me la pelle olivastra e i capelli neri di sua sorella.

E quella consapevolezza mi fece accelerare il ritmo, cercando disperatamente di coprire quel pensiero con una botta di lussuria fisica e reale. Erika, ignara di tutto, pensò che fossi preso da un'ondata d'amore irrefrenabile; mi strinse più forte,inarcando la schiena e venendo con un grido soffocato contro la mia spalla. Io la seguii subito dopo, svuotandomi dentro di lei con un brivido che aveva il sapore amaro dell'inganno.

Un'ora dopo, Erika dormiva profondamente, con un braccio gettato sul mio petto. Sveglio nel buio della stanza, con il ticchettio della sveglia a segnare il tempo, allungai la mano sul comodino. Presi il telefono. Lo sbloccai senza fare rumore. Aprii la chat di Giulia. L'ultima visualizzazione risaliva al pomeriggio.

Digitai lentamente, il cuore che batteva a un ritmo innaturale.«Sei sveglia?»

Passarono due minuti. Tre. Pensavo che non avrebbe risposto. Poi lo schermo si illuminò.Giulia:«Ti manca già qualcosa?»

Fissai le parole nel buio, sentendo il peso di quella domanda schiacciarmi lo sterno.«Forse.»

La risposta arrivò istantanea, spietata e tagliente come un bisturi.Giulia:«Brutto segno.»

La bomba vera, tuttavia, scoppiò a cena due giorni dopo. Eravamo a tavola tutti insieme a casa loro. La madre stava servendo i piatti quando Giulia, con la nonchalance di chi sta parlando del tempo, annunciò: «Domattina devo finire di preparare lo zaino.»

Alzai lo sguardo dal piatto. «Che zaino?»

Giulia mi lanciò un'occhiata veloce, quasi infastidita dalla mia ignoranza. «Il campo.»

Aggrottaì la fronte, sentendo un campanello d'allarme iniziare a suonare nella mia testa. «Quale campo?»

«Scout,» rispose lei, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.

«Quando parti?»

«Domani.»

«Quanto?»

«Quindici giorni,» disse lei, afferrando una fetta di pane.

Il silenzio che cadde sulla cucina fu tombale. Mi bloccai con la forchetta a mezz'aria. «QUINDICI?» sbottai, forse con troppa enfasi, alzando la voce più del dovuto.

Erika scoppiò a ridere, dandosi una pacca sulla gamba. «Ma calmati, Franci! Mica la mandano in Afghanistan, sono solo le attività estive del clan.»

Giulia non rise. Non si scompose neanche. Rimase in silenzio, ma i suoi occhi scuri si piantarono sui miei con un'intensità pericolosa. Aveva notato la mia reazione sproporzionata. Aveva visto il panico tradirmi in diretta mondiale davanti a sua madre e sua sorella.

Dopo cena, riuscii a intercettarla per trenta secondi scarsi mentre andava a buttare la spazzatura in giardino. La strattonai per un braccio, tirandola dietro il muretto della veranda, fuori dalla vista delle finestre.

«Quindici giorni?» le dissi sottovoce, con una rabbia fredda che non sapevo di avere. «Non mi avevi detto niente.»

«Sì che te l'ho detto,» rispose lei, incrociando le braccia e guardandomi dall'alto in basso con una sufficienza irritante.

«Quando?»

«Settimane fa, genio.»

«Non è vero, me lo ricorderei.»

Giulia sorrise, un ghigno sottile e crudele. «Probabilmente in quel momento avevi i vestiti addosso e stavi pensando a qualcos'altro, quindi non stavi ascoltando.»

«Sei una stronza,» le ringhiai contro, facendo un passo avanti.

Lei indietreggiò appena, ma la sicurezza nella sua voce si incrinò per la prima volta, lasciando spazio a una punta di fredda amarezza. «Quindici giorni passano in fretta, Franci.» Fece una pausa, abbassando lo sguardo per un secondo. «Hai Erika. Non ti annoierai.»

E in quel tono non c'era più la provocazione della ragazzina viziata. C'era la consapevolezza disillusa di chi, forse per la prima volta, stava iniziando a pensare che senza di lei, in fondo, la mia vita sarebbe continuata esattamente uguale. E questa cosa faceva male a entrambi.

Quella sera stessa provai a trovarla in ogni modo possibile. Impossibile. La madre l'aveva blindata in camera a fare e disfare borsoni, Erika continuava a girarle intorno per salutarla prima della partenza, e la sveglia per l'indomani era fissata all'alba.

Ruscii a isolarla solo per trenta secondi netti nel sottoscala, mentre lei scendeva a prendere un detersivo. La intrappolai contro il muro, le mani sui fianchi, e mi chinai a baciarla con una fame disperata, cercando di prenderci tutto quello che ci stavamo negando. Giulia rispose al bacio, ma durò lo spazio di un battito di ciglia.

Quando provai a trattenerla, stringendole la vita per tirarla ancora più contro di me, lei mi appoggiò le mani sul petto e si staccò con decisione.

«No,» disse, scuotendo la testa.

«Che hai?» le chiesi, il fiato corto.

«Niente.»

«Allora perché ti scosti?»

Lei abbozzò un sorriso amaro, voltandosi verso la porta della cantina. «Così impari.»

«Cosa?»

«A non avermi sempre quando vuoi, Franci.» Mi diede un bacio rapidissimo sulla guancia, di quelli che si danno agli sconosciuti, e sparì su per le scale prima che potessi ribattere. Era il primo, vero no deliberato che mi rifilava da quando era iniziato tutto. E bruciava da matti.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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