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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 12
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Capitolo 12 di 12 27 min di lettura

Astinenza dalla Sua Figa

Quindici giorni senza Giulia dovrebbero riportare Franci da Erika. Invece l'assenza trasforma il desiderio in dipendenza, finché nel bosco Giulia scopre di poterlo lasciare affamato e pretendere finalmente qualcosa di più.

Alessia
14 ore fa · 59 letture · 0

Aveva capito tutto. Aveva annusato il sangue, e da quel preciso istante iniziò a giocare al gatto col topo. Si accorse perfettamente che non facevo altro che seguirla con lo sguardo, e decise di farmela pagare con gli interessi. Per l'ora successiva, ogni volta che provavo ad avvicinarmi al suo raggio d'azione, lei si blindava in mezzo a un capannello di altri rover, mettendosi a ridere forte, scherzando, rendendo fisicamente impossibile qualsiasi approccio. Poi, quando io desistevo e tornavo a sedermi vicino a Erika, Giulia trovava una scusa per passarmi a mezzo metro di distanza, mi lanciava un'occhiata complice, accennava un sorriso bastardo e spariva di nuovo dietro una tenda.

Stavo impazzendo. Avevo i nervi a fior di pelle, rispondevo a monosillabi a Erika e continuavo a battere il piede per terra.Ed era esattamente la stessa identica tortura psicologica che avevo inflitto io a Giulia per mesi: farle vedere che ero lì, a portata di mano, negandole qualsiasi contatto. Le parti si erano appena invertite del tutto.

Verso le cinque riuscimmo finalmente a incastrare un terzo tentativo, dietro la fila dei cassoni dell'acqua potabile, coperti da un telone mimetico. Non ci fu nessuna battuta preliminare. Appena fummo fuori vista, l'afferrai per la camicia scout e le schiacciai la bocca contro la mia. Fu un contatto molto più violento dei precedenti: le aprii le labbra con la lingua,stringendole il viso tra le mani mentre lei mi artigliava i fianchi. Ero affamato, completamente privo di dignità, e spingevo il bacino contro il suo con una foga tale che Giulia se ne accorse subito, emettendo un gemito basso in fondo alla gola.

Ma proprio mentre la mia mano scivolava sotto l'elastico dei suoi pantaloncini di velluto, un coro di risate e il rumore di passi pesanti sulla ghiaia spuntarono da dietro l'angolo delle docce. Dovemmo staccarci di colpo. Rimasi appoggiato alla cisterna di plastica, con il petto che si alzava e si abbassava come un mantice e una frustrazione feroce che mi contorceva lo stomaco.

Giulia si passò il dorso della mano sulle labbra arrossate e trattenne una risata vedendo la mia faccia. «hai resistito quasi due settimane, e adesso dieci minuti di attesa ti ammazzano?» mi prese in giro a bassa voce.

«Ti odio quando fai così,» ringhiai tra i denti.

Lei fece un passo avanti, si alzò sulle punte e mi stampò un bacio rapidissimo, quasi schioccante, sulle labbra. «No,» mormorò, staccandosi di un centimetro. Fece una piccola pausa, fissandomi con gli occhi che brillavano. «È proprio quello il tuo problema.»

L'occasione vera arrivò nel tardo pomeriggio, quando il sole iniziò a scendere dietro la cresta della montagna, tingendo il bosco di un arancione denso e caldissimo. Sentii una ragazza dello staff dire a Giulia di andare a chiudere la vecchia baita degli attrezzi, una costruzione di legno e pietra usata dal gruppo adulto come deposito per le tende invernali, situata in fondo a una mulattiera a trecento metri dal campo, completamente isolata dal resto delle attività.

Quando vidi Giulia incamminarsi da sola lungo il sentiero sterrato con il mazzo di chiavi in mano, non mi preoccupai nemmeno di inventare una grande scusa. Dissi semplicemente a Erika che andavo a fare due passi per sgranchirmi le gambe e mi mossi.

Camminai veloce tra gli alberi finché il rumore delle voci del campo non diventò un ronzio lontano. Giulia sentì lo scricchiolio dei miei passi sui sassi e sulle foglie secche. Si fermò davanti alla porta di legno della baita e si girò.

«Mi stai seguendo,» disse, ma non sembrava una domanda.

Mi fermai a due passi da lei, il respiro corto per la salita e per l'adrenalina. «Sì.»

Per un istante rimase quasi spiazzata da quella mia totale assenza di filtri o giustificazioni. Non fece battute. Girò la chiave nella serratura arrugginita, spinse la porta ed entrò.

Appena il chiavistello scattò alle nostre spalle, chiudendoci nella penombra calda della baita, le quasi due settimane di astinenza esplosero tutti insieme. Non ci fu spazio per i dialoghi. Le andai addosso con una furia cieca, e la differenza rispetto a tutte le altre volte fu lampante fin dal primo secondo: non ero più io quello che dettava i tempi cercando di mantenere il controllo. Ero completamente fuori di testa.

Giulia rispose con la stessa identica fame. L'ambiente selvaggio ci rimase incollato addosso: faceva un caldo boia sotto il tetto di legno, l'aria sapeva di resina, terra secca e di quel fumo di falò che impregnava i suoi vestiti e i suoi capelli. Le sbottonai la camicia scout strappando quasi un bottone, facendola scivolare giù dalle spalle sudate, e le abbassai di colpo i pantaloncini e gli slip, lasciandole addosso solo gli scarponi slacciati e i calzettoni spessi fino al polpaccio. E proprio mentre le passavo le mani sulle cosce per sollevarla sul grande tavolo di legno grezzo, vidi nei suoi occhi un lampo di stupore: sapeva di essere stanca, sudata, senza un filo di trucco, con la pelle arrossata dal sole e persino quella leggerissima ricrescita naturale sulle gambe perché non aveva minimamente previsto che sarei piombato lì. Eppure la stavo divorando come se fosse la cosa più erotica sulla faccia della terra.

La feci stendere sul bordo del tavolo, tra i teli ripiegati, e mi aprii i pantaloni con le mani che tremavano. Le afferrai il seno nudo a piene mani, stringendo la carne soda con una presa pesante, quasi brutale, che lasciava i segni rossi delle mie dita sulla sua pelle chiara, mentre le leccavo il collo e il petto, bagnandola di saliva, soffocando i suoi primi gemiti con baci profondi e disperati.

Quando mi posizionai tra le sue cosce e spinsi dentro di lei, la sensazione fu così paradisiaca che dovetti chiudere gli occhi e appoggiare la fronte contro la sua spalla per non venire all'istante. Dopo quasi due settimane, la sua figa sembrava ancora più stretta, un canale bollente, bagnatissimo e tenace che mi stringeva il cazzo in una morsa quasi dolorosa per quanto era intensa. Giulia inarcò la schiena sul legno duro, mordendosi il labbro inferiore fino a farselo sbiancare per trattenere le urla di piacere che le salivano in gola. Le afferrai il fondoschiena con entrambe le mani, affondando le dita nella carne viva, tirandola contro di me a ogni colpo di reni. Mi muovevo con una foga selvaggia, sbattendo contro di lei a un ritmo forsennato; il tavolo scricchiolava, il sudore ci colava addosso mescolandosi alla polvere del legno, e i nostri respiri rotti rimbombavano tra le pareti della baita mentre la scopavo come un dannato, cercando di placare una sete che sembrava non passare mai.

Ma fu proprio lì, nel pieno di quella tempesta carnale, che successe qualcosa. All'inizio Giulia si era lasciata trascinare dalla mia stessa urgenza, graffiandomi la schiena e venendo quasi subito con un tremore violento delle cosce. Ma mentre io continuavo a spingere dentro di lei, perso, con gli occhi fissi sul suo corpo e il viso contratto dal bisogno disperato di averla, lei smise di chiudere gli occhi.

Cominciò a osservarmi. Guardava la foga con cui la tenevo stretta, la frustrazione accumulata in una settimana che mi traspariva da ogni muscolo, il modo in cui cercavo la sua bocca, quanto poco riuscissi a nascondere il fatto che mi fosse mancata da impazzire. Per mesi era stata lei quella che doveva elemosinare una prova, quella che si sentiva il ripiego, lo scarto rispetto alla sorella perfetta. Ora la prova vivente del suo potere le stava ansimando addosso, completamente in sua balia. E in quel preciso istante, Giulia smise per sempre di sentirsi inferiore.

Proprio quando il ritmo delle mie spinte era arrivato al massimo, a un passo dal farmi esplodere dentro di lei, Giulia mi puntò entrambe le mani sul petto.

«Fermati,» disse, con voce ferma.

Mi bloccai all'istante, i muscoli tesi come corde di violino, ancora piantato fino in fondo dentro di lei. «Che c'è? Hai sentito qualcuno?» ansimai, il cuore che mi martellava nei timpani.

Giulia respirava forte, il petto lucido di sudore che si alzava e si abbassava sotto i miei occhi, ma non c'era traccia di paura sul suo viso. Anzi, sembrava quasi divertita. «Ti sono mancata,» affermò, fissandomi.

Cercai di riprendere a muovermi i fianchi, annebbiato dal desiderio. «Giulia, ti prego...»

«No.» Stringendo le gambe, mi spinse indietro con decisione, costringendomi a uscire da lei e a sedermi sulla panca di legno attaccata al tavolo. Mi guardò dall'alto, con le cosce ancora aperte e l'aria di chi ha appena scoperto di avere in mano le chiavi della cella. «Guardati, Franci,» mormorò dopo una pausa. «Ti sono mancata davvero.»

Ero seduto lì sulla panca, i pantaloni abbassati sulle cosce, il respiro pesante e l'erezione che pulsava a vuoto, lucida dei suoi umori, dolente per l'interruzione improvvisa. Giulia non si ricompose subito. Decise di testare fino a che punto poteva tirare la corda. Rimase seduta sul bordo del tavolo davanti a me e sollevò le gambe, appoggiandomi entrambi i piedi, ancora infilati nei calzettoni spessi da scout, sfilate le scarpe, direttamente sull'inguine.

Iniziò a muoverli lentamente, chiudendomi il cazzo tra le piante dei piedi rivestite dalla lana grezza e umida dei calzettoni. La frizione ruvida del tessuto contro la pelle ipersensibile e bagnata mi strappò un gemito strozzato; era una tortura erotica lenta, calcolata per tenermi esattamente sull'orlo del precipizio senza però darmi la spinta necessaria per cadere. Mi accarezzava l'asta con le dita dei piedi attraverso la stoffa, stringendo e poi allentando la presa ogni volta che vedeva i miei fianchi contrarsi per cercare più attrito.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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