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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 12
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Capitolo 12 di 12 27 min di lettura

Astinenza dalla Sua Figa

Quindici giorni senza Giulia dovrebbero riportare Franci da Erika. Invece l'assenza trasforma il desiderio in dipendenza, finché nel bosco Giulia scopre di poterlo lasciare affamato e pretendere finalmente qualcosa di più.

Alessia
14 ore fa · 59 letture · 0

Strinsi i bordi della panca, esasperato. «Giulia.»

«Che c'è?» chiese lei con finta innocenza, continuando a passarmi il tallone lungo la vena pulsante.

«Lo sai benissimo che c'è.»

Lei accennò un sorriso lento, ma i suoi occhi restarono serissimi. Premette un piede contro la base della mia erezione, bloccandomi contro lo schienale, e mi buttò addosso la domanda a bruciapelo: «Hai scopato con Erika mentre ero via?»

Mi irrigidii di colpo. «Non sono cazzi tuoi.»

«Quindi sì,» dedusse lei senza battere ciglio, continuando a muovere piano i piedi su e giù.

Rimasi in silenzio, fissando le sue gambe sporche di terra.

«Più di una volta?» insistette, la voce tagliente.

«Giulia, basta.»

Lei sfilò i piedi dal mio inguine, lasciandomi lì a soffrire con i muscoli contratti, e si sporse in avanti sul tavolo, portando il viso a venti centimetri dal mio. «E allora spiegami perché cazzo sei qui ridotto così,» mi sussurrò in faccia.

Aprii la bocca, ma non mi uscì mezzo suono. Non avevo una risposta. O meglio, non ne avevo una che potessi pronunciare ad alta voce senza far crollare tutta la mia vita.

Feci per alzarmi dalla panca, allungando le mani verso i suoi fianchi per rimetterla giù sul tavolo e finire quello che avevamo iniziato. Qualche giorno prima, Giulia mi avrebbe lasciato fare; portarmi al limite e farmi venire dopo avermi fatto ammettere la sua superiorità su Erika l'avrebbe fatta sentire invincibile.

Stavolta no. Appena le mie mani le sfiorarono la vita, lei scese dal tavolo con un salto leggero e fece un passo indietro,mettendosi fuori portata. «Basta così,» disse.

Rimasi in piedi, con il sangue che mi pulsava dolorosamente tra le gambe e la mascella serrata. «Mi stai prendendo per il culo?»

«Un pochino,» ammise lei, raccogliendo gli slip da terra.

«Sei una stronza.»

«Lo so.» Ma mentre lo diceva, il sorriso di sfida le morì sulle labbra. La sua espressione cambiò, facendosi improvvisamente adulta, quasi malinconica.

Si fermò con i pantaloncini di velluto in mano e mi guardò. «Sai qual è la cosa davvero triste, Franci?»

«Cosa?» chiesi, ancora accecato dalla frustrazione fisica.

«Che una settimana fa questa scena mi avrebbe fatta sentire Dio,» disse piano, con una lucidità disarmante.

La guardai senza capire.

«Sapere che a casa hai Erika,» spiegò lei, scandendo ogni parola. «Sapere che ci sei andato a letto tutta la settimana. E vedere che comunque, dopo quasi due settimane, ti fai due ore di macchina per venire in mezzo a un bosco a guardarmi così e a tremare come un ragazzino.» Fece una pausa, abbassando gli occhi sulla fibbia della sua cintura. «Una settimana fa avrei pensato di aver vinto tutto.»

Il silenzio nella baita divenne pesante come il piombo. Mi abbottonai i pantaloni a fatica, sentendo il cuore rallentare in un tonfo sordo. «E adesso?» le chiesi.

Giulia alzò gli occhi nei miei. «Adesso non mi basta più.»

Eccolo lì. Non c'era nessun orgasmo a chiudere la scena: il vero climax era quella frase buttata lì in mezzo alla polvere,che spostava l'asse terrestre di tutto il nostro rapporto.

«Che cosa vuoi allora?» le chiesi, facendo un passo incerto verso di lei.

Giulia scosse la testa, infilandosi i pantaloncini. «Non lo so.» Poi si bloccò, tirando su la zip con uno strattone, e mi guardò dritta in faccia. «Ma so che non voglio più essere soltanto quella che vieni a cercare quando ti manca il modo in cui scopiamo.»

«Non è solo quello, Giù. Lo sai.»

«Ah no? E allora cos'è?» mi sfidò, aprendo le braccia. «Dimmi cos'è.»

Rimasi muto. Il silenzio mi si incollò alla lingua. Non potevo dirle che mi mancava lei, che la cercavo nelle stanze vuote,perché dirlo significava ammettere cose che non ero pronto a gestire.

Giulia mi fissò per cinque lunghi secondi, poi annuì lentamente, con un sorriso amaro. «Appunto.»

Quello che seguì fu l'esatto capovolgimento di tutta la nostra storia. Per settimane ero stato io quello che, appena finito, si rivestiva in fretta e furia per correre da Erika, lasciando Giulia nuda e spettinata su un letto o in un garage a guardarmi andare via. Stavolta rimasi io fermo in mezzo alla stanza a guardare lei.

Con una calma metodica, Giulia si infilò la camicia scout e la abbottonò fino al collo. Si chinò a tirarsi su i calzettoni spessi, allacciò gli scarponi impolverati e si passò le dita tra i capelli per rifarsi lo chignon alla cieca. Ogni gesto con cui si copriva la pelle mi sembrava una porta che mi veniva sbattuta in faccia.

«Dove vai?» le chiesi mentre raccoglieva le chiavi dal tavolo.

«Torno indietro. Dagli altri.»

«Giulia, aspetta.»

Lei mise la mano sulla maniglia della porta, voltandosi appena sopra la spalla. «Mi hai cercata per quasi due settimane nella tua testa, Franci,» disse con una freddezza tranquilla. «Puoi benissimo aspettarne altri sette.»

Stava per aprire la porta, quando ci ripensò. Lasciò la maniglia, tornò indietro di due passi e mi si parò davanti. Per un secondo patetico sperai che avesse cambiato idea, che stesse per buttarmi di nuovo le braccia al collo.

Invece mi prese il viso con una mano sola e mi diede un bacio. Un bacio lento, profondo, umido, lungo esattamente quanto bastava per riaccendere tutto il dolore fisico che avevo nei pantaloni e peggiorare drasticamente la situazione.

Si staccò lasciandomi senza fiato. «Quando torno a casa tra una settimana voglio vedere una cosa,» sussurrò a un millimetro dalle mie labbra.

«Cosa?»

«Voglio vedere se mi vuoi ancora anche quando sono vestita.»

Aggrottai la fronte. «Che cazzo significa?»

«Significa che la prossima volta non mi basta più sapere che hai voglia di scoparmi,» concluse, fissandomi con una maturità che mi fece quasi paura. «La prossima volta voglio sapere che cosa vuoi da me.»

Aprì la porta della baita, uscì nella luce arancione del tramonto e se la richiuse alle spalle.

Rimasi lì dentro da solo per dieci minuti buoni, appoggiato al tavolo di legno, fisicamente dolorante, frustrato all'inverosimile, ma soprattutto completamente destabilizzato. Per la prima volta da quando era iniziato quel delirio,Giulia aveva avuto l'occasione perfetta su un piatto d'argento, aveva visto con i suoi occhi quanto fossi ridotto male per lei, aveva avuto il controllo totale del mio corpo e della mia mente... e aveva deciso di rivestirsi e andarsene. La vecchia Giulia non lo avrebbe mai fatto nemmeno sotto tortura. Quella che era appena uscita da quella porta era un problema infinitamente più grande.

Quando finalmente tornai allo spiazzo principale del campo, le ombre si erano allungate sull'erba. Erika mi venne incontro vicino alle macchine, con un maglioncino sulle spalle. «Ma dove eri finito? Stavo per mandare i soccorsi,» mi chiese,sorridendo.

«A fare due passi nel bosco, avevo bisogno di aria,» mentii con la voce roca, sentendo ancora l'odore di sua sorella incollato alla mia pelle.

Erika non fece domande; allungò le dita e mi prese la mano, intrecciandola alla sua. A una ventina di metri da noi, vicino al fuoco che stavano iniziando ad accendere per la sera, c'era Giulia. Stava parlando con due ragazzi del suo clan, un bicchiere di plastica in mano, e rideva di gusto con la testa buttata all'indietro.

E lì, in mezzo al campo, si cristallizzò l'immagine perfetta del mio disastro: Erika che mi stringeva la mano guardandomi con amore, io che fissavo Giulia da lontano con lo stomaco annodato, e Giulia che rideva guardando altrove, senza degnarmi più nemmeno di uno sguardo.

Il viaggio di ritorno in macchina, col buio pesto fuori dai finestrini, fu un calvario silenzioso. Questa volta volle guidare la madre di Erika per non addormentarsi; Erika crollò sul sedile posteriore dopo venti minuti di curve, e io rimasi seduto davanti, nel posto del passeggero, illuminato solo dal cruscotto.

Ogni dieci minuti tiravo fuori il telefono dalla tasca. Sbloccavo lo schermo. Niente. Aspettavo altri dieci minuti. Riaprivo WhatsApp. Ancora niente. La cosa davvero grottesca era pensare che fino a una settimana prima ero io quello che doveva silenziare il telefono perché Giulia mi bombardava di messaggi, foto e provocazioni a ogni ora del giorno. Adesso ero io il deficiente che fissava uno schermo muto nel buio, aspettando un segnale di vita da una ragazzina.

Arrivato a casa mia, a mezzanotte passata, mi buttai sul letto ancora vestito. Guardai il soffitto per mezz'ora, poi l'orgoglio andò definitivamente a farsi fottere. Presi il telefono, aprii la sua chat e scrissi:«Sei una stronza.»

Il messaggio rimase con una spunta sola per venti minuti, poi due grigie. Visualizzò quasi all'una di notte.Giulia:«Lo so.»

Digitai subito, senza più provare a fare il superiore:«Sette giorni sono lunghi.»

Passò un minuto intero prima che comparissero i puntini della scrittura.Giulia:«Allora pensa.»

«A cosa?»

La risposta arrivò tre secondi dopo, accendendo il display nel buio della mia camera come una lama:Giulia:«A cosa vuoi da me quando non puoi scoparmi.»

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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