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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 3
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Capitolo 3 di 10 21 min di lettura

Fottere la sorella maggiore pensando al culo della mocciosa

Le subdole provocazioni di Giulia spingono Franci oltre il limite, portandolo a sfogare la sua feroce e perversa eccitazione sul corpo ignaro di Erika. Ma un orgasmo sbagliato non basta a spegnere un'ossessione malata che, nel cuore della notte, tornerà a reclamare il suo vero premio.

Alessia
5 mesi fa · 2.1k letture · 1

«Fallo...» sussurrò lei, ansimando, tirandomi per il colletto della camicia.

Ci spogliammo in modo frenetico, disordinato. Strappai via il vestito di Erika, facendolo cadere a terra, e le slacciai il reggiseno. Mi avventai sul suo petto. Ho sempre amato le curve generose di Erika, ma quella sera, mentre le palpavo i seni con foga e ci affondavo il viso, la mia mente mi tradiva in modo spietato. Riuscivo a pensare solo alla foto nel bagno del bar. Riuscivo a sentire sotto le dita il seno piccolo, acerbo e sudato di Giulia, e l'immagine di quel culetto sodo fasciato dallo slip sportivo mi martellava il cervello, mandandomi in un blackout di pura lussuria.

Non volevo guardarla in faccia, perché avevo paura che i miei occhi tradissero il nome della ragazza che stavo davvero desiderando.

Le afferrai i fianchi, ribaltandola sul letto con un gesto secco, mettendola a pecora, il viso affondato nei cuscini.

«Franci...» ansimò Erika, sorpresa da quella ruvidezza insolita per noi.

Senza risponderle, mi posizionai dietro di lei. Le mani scattarono sui suoi fianchi, stringendoli forte, e penetrai in lei con una spinta decisa, affondando completamente.

Erika lanciò un gemito acuto, strozzato contro le lenzuola. Le pareti calde e umide mi strinsero in una morsa perfetta. Iniziai a muovermi subito, spinto dalla rabbia, dalla frustrazione degli ultimi giorni e da un'eccitazione repressa che ora chiedeva il conto. Non c'era dolcezza. Ogni spinta era dura, profonda, ritmica e feroce.

«Dio, sei così stretta,» ansimai, le parole che mi uscivano spezzate, sporche. Mi chinai in avanti, il petto madido di sudore premuto contro la sua schiena nuda. Afferrai una ciocca dei suoi capelli, quei capelli lisciati apposta per assomigliare alla sorella e la tirai leggermente all'indietro, costringendola a inarcare il collo.

«Ah! Franci... sì...» piagnucolò Erika, la voce impastata di piacere, assecondando il mio ritmo violento, spingendo indietro il bacino per accogliermi più a fondo. «Più forte... ti prego...»

«Ti piace farti scopare così, eh?» le sussurrai all'orecchio, un ringhio cattivo che la fece tremare da capo a piedi. «Sei mia.»

E mentre lo dicevo, mentre affondavo in lei con colpi secchi e inesorabili che facevano sbattere i nostri corpi l'uno contro l'altro nel silenzio della stanza, chiusi gli occhi. Nel buio della mia mente, la schiena sotto le mie mani non era quella di Erika. Era quella di Giulia. Era la mocciosa che stavo punendo e dominando. La stavo prendendo come mi aveva sfidato a fare nel suo messaggio.

Il rumore della carne contro la carne rimbombava nella stanza, mescolato ai gemiti disperati di Erika soffocati nel cuscino. La tensione salì a un livello insostenibile. Il mio respiro si fece corto, le mani mi formicolavano mentre le stringevo i fianchi, lasciandole probabilmente dei segni rossi.

Sentii Erika irrigidirsi sotto di me, le sue unghie che graffiavano le lenzuola, la sua voce che si alzava in un pianto di piacere incontrollabile. «Sto venendo... Franci, amore, vengo!»

Il suo orgasmo, le contrazioni violente che mi strizzarono, furono la scintilla finale. Persi ogni residuo di controllo. Tirai i suoi capelli un'ultima volta, spingendo dentro di lei con tutta la forza che avevo in corpo, e mi lasciai andare con un gemito rauco, sordo, svuotandomi completamente mentre la fantasia malata che avevo in testa si fondeva con la realtà in un climax devastante, oscuro e fottutamente perfetto.

Mi accasciai di fianco a lei, il petto madido di sudore che si alzava e si abbassava faticosamente. Il silenzio della stanza fu rotto solo dai nostri respiri affannati. Erika si voltò verso di me, il viso arrossato e un sorriso pigro e soddisfatto sulle labbra. Mi accarezzò il petto con le dita, tracciando dei cerchi invisibili.

«Wow...» sussurrò, la voce ancora vibrante per l'orgasmo. Mi guardò negli occhi, con un'espressione mista tra la curiosità e l'adulazione. «Cosa c'era in quel gin tonic, Franci? O cos'è che ti ha eccitato così tanto stasera? Eri... eri un animale.»

Deglutii, sentendo una fitta di senso di colpa trafiggermi lo stomaco, subito soffocata da un'ondata di adrenalina malata. Non potevo dirle la verità. Non potevo dirle che per tutto il tempo avevo fottuto l'immagine di sua sorella quattordicenne in uno spogliatoio.

«Sei bellissima,» le mentii, la voce roca, tirandola a me per baciarle la fronte. «Quel vestito... come ti stava... mi ha fatto impazzire. Non riuscivo a pensare ad altro da quando ti ho vista.»

Lei sorrise, lusingata, e si strinse contro il mio fianco. Ma il demone che Giulia aveva risvegliato con quella foto non si era saziato. L'orgasmo mi aveva svuotato fisicamente, ma la mia mente bruciava ancora, avvelenata dal desiderio e dal divieto.

Mi girai su un fianco, sovrastando di nuovo Erika. Iniziai a baciarla, prima dolcemente, poi con sempre più foga. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, risalendo per accarezzarle la pelle accaldata. Scesi con la bocca lungo il suo collo, mordicchiandole la clavicola, fino ad arrivare al seno. Presi un capezzolo tra le labbra, succhiandolo e stuzzicandolo con la lingua, mentre con la mano impastavo l'altro.

«Mmh, Franci...» mormorò lei, inarcando appena la schiena, le mani tra i miei capelli.

La stimolavo con avidità, cercando disperatamente di placare quella fame oscura. Iniziai a strusciare di nuovo il mio bacino contro la sua coscia. In pochi istanti ero di nuovo duro, un'erezione di marmo, dolorosa e pulsante che premeva contro la sua pelle nuda. Volevo prenderla ancora. Ne avevo un bisogno viscerale.

Ma la mano di Erika scivolò dal mio collo al mio petto, fermandomi con una pressione leggera. Sbadigliò, chiudendo gli occhi e strofinando il viso contro il cuscino. «Amore, fermo...» biascicò, la voce impastata dal sonno. «Sono distrutta. È tardissimo e domani mattina devo studiare.»

Mi bloccai. L'eccitazione mi pulsava nelle vene, ma non potevo forzarla. «Dai, Eri... solo un po',» provai a sussurrare, baciandole il collo.

«No, cucciolo, davvero, non ce la faccio più,» mormorò, girandosi di spalle e rannicchiandosi contro di me, tirandosi su le lenzuola. Prese la mia mano e se la appoggiò sul ventre. «Coccole. Dormiamo.»

Rimasi lì. Immobile. Fissavo il soffitto nel buio, il respiro irregolare e un'erezione fottutamente dolorosa conficcata contro il materasso. I minuti passavano. Il respiro di Erika si fece profondo e regolare, sprofondando in un sonno pesante. E io stavo impazzendo.

La foto di Giulia nello specchio continuava a lampeggiare dietro le mie palpebre. Stanotte potresti avere anche me.

Con estrema cautela, scivolai via dalle braccia di Erika. Mi alzai dal letto in silenzio, recuperai i miei boxer da terra e me li infilai. La situazione era fuori controllo. Quella mocciosa si stava prendendo gioco di me, mi stava distruggendo la psiche. Dovevo fermare questa follia, subito. Dovevo andare di là, svegliarla, farle una ramanzina e intimarle di cancellare quella foto e smetterla con questi giochetti malati.

Questo era quello che mi ripetevo per giustificare il fatto che stessi camminando scalzo e silenzioso nel corridoio buio della loro casa. Ma la verità era che ero duro come la roccia, il cuore mi batteva nelle orecchie e non avevo nessuna intenzione di sgridarla.

La porta della camera di Giulia era socchiusa. La spinsi lentamente, pregando che i cardini non cigolassero.

La stanza era illuminata solo dalla luce fioca dell'abat-jour sul comodino. E la scena che mi si presentò davanti fu un fottuto colpo di grazia.

Giulia era stesa sul letto, esattamente come me l'ero immaginata. Non si era coperta con il piumone. Era a pancia in giù, con addosso solo una maglietta di cotone bianca, mezza arrotolata sulla schiena, e un paio di slip neri ridottissimi che mettevano in risalto i glutei perfetti che mi aveva mandato in foto. Le sue gambe nude e lisce erano piegate all'indietro dalle ginocchia, e i suoi piedi scalzi dondolavano pigramente a mezz'aria, seguendo il ritmo di chissà quale canzone.

Aveva delle grosse cuffie isolanti sulle orecchie. Stava ascoltando la musica ad alto volume, ignara del mondo. Non mi aveva sentito entrare. Era completamente alla mia mercé.

Rimasi fermo sulla soglia, a fissarla. Il contrasto tra l'innocenza della sua posa una quattordicenne sul suo letto che ascolta la musica e la sensualità oscena e provocatoria del suo corpo mezzo nudo mi mandò in cortocircuito. Il respiro mi si bloccò in gola.

Non ero venuto per farle la paternale. Ero venuto perché ne ero totalmente ossessionato.

Mi avvicinai al letto, i miei passi attutiti dal tappeto. Lei continuava a dondolare i piedi, persa nel suo mondo. Mi fermai ai piedi del materasso, sovrastandola. Il calore che emanava la sua pelle sembrava riempire la stanza. Abbassai lo sguardo sulla pianta dei suoi piedi nudi, le dita sottili, l'arco plantare perfetto. Quegli stessi piedi che mi avevano accarezzato sul divano, che mi avevano fatto impazzire sulla spiaggia.

Ero fuori di me. Il senso del limite non esisteva più.

Mi chinai in avanti, appoggiando lentamente le mani sul bordo del materasso, ai lati dei suoi polpacci. Sentivo l'erezione tendermi il tessuto dei boxer fino a farmi male. Mi sporsi, il viso a pochi centimetri dalla sua pelle. Chiusi gli occhi, inalai il suo profumo dolce, e poi... azzerai la distanza.

Senza far rumore, senza toccarla con le mani, tirai fuori la lingua e lasciai una leccata lenta, umida e rovente, partendo dal tallone per risalire lungo l'arco plantare del suo piede destro.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

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