Rimasi paralizzato, la bottiglia d'acqua a mezz'aria. «Ti piace la vista, Franci?» sussurrò lei, girando appena la testa, lanciandomi un'occhiata maliziosa da sopra la spalla. Feci per risponderle malamente, ma Erika entrò in quel preciso istante. «Giulia, per l'amor del cielo!» sbottò Erika, fermandosi sulla porta con i piatti in mano. «Ma ti sembra il modo di girare per casa? Copriti quel sedere, è inopportuno!» Giulia si raddrizzò con finta innocenza, passandosi una mano sui capelli. «Che c'è di male? Fa caldo. E poi c'è solo Franci, a lui non dà fastidio. Vero, Franci?» Erika sbuffò, irritata. «Sei sempre la solita esibizionista. Vai a cambiarti, mi dai ai nervi.» Io deglutii a fatica, annuendo debolmente a Erika, cercando disperatamente di nascondere il rigonfiamento doloroso che si stava formando nei miei jeans.
Ma quello fu solo l'inizio. Il dopocena fu una vera e propria tortura psicologica ed erotica. Ci sedemmo tutti e tre sul grande divano a L per guardare un film. Erika si rannicchiò contro il mio petto, la testa sulla mia spalla, la mia mano intrecciata alla sua. Era il quadretto perfetto. Ma Giulia si sedette sulla penisola del divano, perpendicolare a noi.
Mentre Erika guardava lo schermo, Giulia allungò le gambe nude. Sotto la coperta leggera che avevamo buttato sul divano, sentii il tocco freddo delle dita del suo piede sfiorarmi la caviglia. Mi irrigidii. Provai a spostare la gamba, ma lei mi seguì. Il suo alluce iniziò ad accarezzare lentamente l'interno del mio polpaccio, salendo con un movimento circolare, deliberato e fottutamente sensuale, fino ad arrivare dietro il mio ginocchio. Strinsi i denti, il cuore che mi batteva così forte nel petto che temetti Erika potesse sentirlo. Giulia si portò un dito alle labbra, fingendo di mordersi l'unghia, ma i suoi occhi scuri erano piantati nei miei, carichi di una sfida lussuriosa. Sapeva che non potevo dire nulla senza far scoppiare una bomba. Mi teneva in pugno.
«Giulia, ma si può sapere che hai stasera?!» sbottò improvvisamente Erika, spostandosi dal mio petto. «Continui a muoverti, a scalciare sotto questa coperta, non riesco a seguire una battuta del film! Sei insopportabile!» Giulia ritrasse il piede di scatto, mettendo il broncio. «Madonna, Eri, sei di una noia mortale. Non si respira in questa casa, sei sempre tesa.» «E tu sei una mocciosa inopportuna!» le rispose Erika, alzando la voce, esasperata dallo stress della giornata. «Fai i capricci per avere attenzioni, cresci un po'!»
Quando Erika pronunciò la parola mocciosa, Giulia non si arrabbiò. Anzi. Le sue labbra si incurvarono in un sorrisetto perverso, e piantò di nuovo gli occhi nei miei, ricordando perfettamente cosa le avevo fatto in macchina mentre le davo della mocciosa.
Ogni provocazione diventava più pesante. Era un gioco al massacro. Qualche sera dopo, la beccai da sola nel corridoio stretto mentre andavo in bagno. Le passai accanto cercando di non sfiorarla, ma lei fece un passo di lato, sbarrandomi la strada e premendosi fisicamente contro il mio petto. Il profumo dolciastro che indossava la notte della spiaggia mi invase i polmoni.
«Spostati, Giulia,» sibilai a denti stretti, guardandomi alle spalle per assicurarmi che Erika fosse in camera. «Perché? Hai fretta?» mormorò lei, alzando il viso verso di me. La sua mano si appoggiò sul mio stomaco, scivolando pericolosamente verso la cintura dei miei pantaloni. «Eri così coraggioso in spiaggia. Mi hai baciata come se volessi mangiarmi viva. E ora scappi?» Le afferrai il polso, stringendolo forte prima che potesse scendere più giù. Il tocco della sua pelle mi bruciava. «Ti ho detto che è stato uno sbaglio. Smettila di provocare. Sei fuori controllo.» «Non sono io quella fuori controllo,» sussurrò lei, facendo un passo in avanti finché i nostri bacini non si sfiorarono. Sentii il calore del suo corpo contro di me. Sentii il respiro mozzarlesi in gola quando si accorse di quanto fossi duro per lei. «Lo so che mi pensi, Franci. Lo so che muori dalla voglia di rifarlo.» «Piantala!» ringhiai a bassa voce, spingendola via con delicatezza ma con fermezza. «Vai in camera tua.»
Mi chiusi in bagno a chiave, appoggiando la fronte contro la porta di legno fredda. Respiravo a fatica. Cazzo, ero nei guai fino al collo. Ogni volta che si comportava in quel modo la odiavo. Mi faceva arrabbiare, mi mandava ai pazzi per l'imbarazzo e per il rischio costante di essere scoperti. Ma la verità, quella oscura e inconfessabile che mi stava consumando vivo, era che quel suo gioco proibito, quel suo sfidarmi sotto il naso della mia fidanzata, mi stava eccitando a un livello che non avevo mai provato in tutta la mia vita. Stavo perdendo la testa per la sorella minore di Erika, e lei lo sapeva benissimo.
Era una mocciosa che giocava a fare l'adulta, una ragazzina viziata che aveva scoperto il potere di sedurre un uomo e lo stava usando per torturarmi. Mi mandava ai matti. E il culmine di questa follia psicologica arrivò un sabato sera.
I genitori di Erika erano via per il weekend. Giulia aveva una gara di atletica fuori città e sarebbe tornata tardi, o almeno così credevo. L'idea era di passare la serata fuori, bere qualcosa e poi dormire da Erika, da soli, padroni di casa.
Ma quando varcai la soglia dell'appartamento e andai in salotto, il sangue mi si ghiacciò letteralmente nelle vene.
Erika era in piedi, di spalle, davanti allo specchio. E indossava esattamente lo stesso fottuto vestito aderente e nero che Giulia mi aveva sbattuto in faccia quella notte. Stessa scollatura. Stessa lunghezza oscena. Aveva persino ai piedi quei dannati tacchi rossi di vernice e i capelli lisciati a piombo, perfetti, esattamente come li portava sua sorella. E quando si voltò verso di me, l'odore di quel profumo dolciastro e stordente mi investì in pieno viso.
Ero pietrificato. Per una frazione di secondo, il mio cervello sovrappose le due immagini.
«Ti vedo a bocca aperta...» sorrise Erika, le guance arrossate, facendo una mezza giravolta sui tacchi. Venne verso di me e mi allacciò le braccia al collo. «Ti piace? Mi ha aiutato Giulia a scegliere cosa mettere prima di partire. Ha detto che con questo ti avrei fatto impazzire. Volevo farmi bella per te, amore.»
Mi diede un bacio dolce sulle labbra. Io ricambiai in automatico, ma dentro di me c'era il caos assoluto. Quella mocciosa di merda. Non aveva scrupoli. Aveva vestito sua sorella maggiore come il suo fottuto fantasma per ricordarmi esattamente cosa avevo fatto e cosa stavo desiderando. Mi aveva preparato una trappola perfetta e perversa.
«Sei... sei bellissima,» riuscii a balbettare, stringendole i fianchi. E lo era, ma la mia mente era già stata avvelenata.
Quella sera uscimmo. Andammo in un cocktail bar in centro, elegante, luci soffuse. Io bevevo gin tonic uno dietro l'altro, cercando di spegnere l'incendio che mi divorava da dentro. Erika era radiosa, flirtava con me in modo dolce, accarezzandomi la mano sul tavolo.
«Non so che le prende ultimamente,» stava dicendo Erika, sorseggiando il suo drink, tornando a parlare di sua sorella. «È completamente fuori controllo. Ieri le ho trovato una scatola di sigarette nello zaino. Vuole fare la donna vissuta, risponde male... è proprio nella fase della ribellione stupida.»
«Già...» mormorai, fissando il cubetto di ghiaccio nel mio bicchiere. «È solo una fase.»
In quel preciso istante, il mio telefono vibrò sul tavolo. Lo schermo si illuminò. Giulia. Un messaggio fotografico.
Sentii una morsa fredda allo stomaco. «Scusa amore, devo andare un secondo in bagno,» dissi alzandomi di scatto, prendendo il telefono.
Mi chiusi a chiave in uno dei bagni del locale. Il cuore mi martellava contro le costole. Aprii la chat.
La foto mi tolse il respiro. Giulia si era scattata un selfie allo specchio dello spogliatoio, dopo l'atletica. Era sudata, la pelle lucida. Si era sfilata la tuta, abbassandola fin sotto i fianchi per mettere in mostra il culetto tondo e sodo, fasciato solo da un perizoma sportivo minuscolo. Sopra, il top tecnico era tirato giù a metà, esponendo un seno piccolo, acerbo, ma perfetto, con il capezzolo turgido per il freddo o per l'eccitazione di inviarmi quello scatto.
Sotto la foto, il messaggio: «Piaciuta la mia sorpresa stasera? Stanotte potresti avere anche me.»
Cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo. Cosa diavolo le aveva fatto perdere la testa fino a questo punto? Il respiro mi si fece pesante, un'ondata di calore brutale mi investì l'inguine. Chiusi il telefono, appoggiando la fronte contro le piastrelle del bagno. Ero incastrato in una ragnatela malata. La rabbia per la sua manipolazione sfacciata si mescolò a un'eccitazione così violenta da farmi male fisicamente. Avevo bisogno di scopare. Adesso.
Tornai al tavolo, pagai il conto e feci di tutto per andarcene il prima possibile. Erika notò la mia fretta, ma la scambiò per desiderio verso di lei, e questo non fece altro che caricarmi ancora di più.
Arrivammo a casa che era notte fonda. Appena la porta si chiuse alle nostre spalle, non aspettai nemmeno di arrivare in camera. Afferrai Erika per i fianchi e la spinsi contro il muro del corridoio, schiacciando la mia bocca sulla sua con una fame animale.
«Mmh, Franci...» gemette lei, sorpresa ma eccitata dalla mia irruenza, stringendomi le spalle.
La baciai con violenza, assaggiando il rossetto, poi la presi quasi di peso e la portai in camera da letto, sbattendola sul materasso esattamente come avevo fatto con Giulia sul sedile della macchina. Mi strusciai contro di lei, premendo la mia erezione dura come la pietra contro il suo bacino.
«Sei bellissima con questo vestito,» le ringhiai all'orecchio, la voce roca e carica di una tensione che lei non poteva comprendere. «Voglio strappartelo di dosso.»
