Giulia camminava davanti a noi, scalza, con le infradito in mano e il telo buttato sulle spalle. Il costume verde spuntava sotto, a tratti, ogni volta che il vento le sollevava il tessuto. Erika mi camminava accanto, il braccio infilato nel mio, la testa appoggiata alla mia spalla con quella naturalezza che mi faceva sempre venire voglia di essere migliore di quello che ero.
«Mi piace quando vieni al mare con noi,» mormorò.
«Anche a me,» risposi.
Non era nemmeno una bugia.
Era quello il problema.
Alla villetta, il rientro fu un’esplosione di caos estivo: sabbia sul pavimento, ciabatte lanciate in ingresso, bottiglie vuote da riempire, la madre di Erika che urlava di non sedersi sul divano con i costumi bagnati, Erika che rideva mentre cercava un asciugamano pulito, Giulia che spariva in bagno senza chiedere il permesso a nessuno.
«Giulia!» gridò Erika. «Io devo farmi la doccia!»
Da dietro la porta chiusa arrivò la sua voce piatta.
«Dovevi pensarci prima di nascere più lenta.»
Erika alzò gli occhi al cielo. «La solita stronza è tornata. Mi stavo preoccupando.»
Io ridacchiai, ma male.
Perché la solita stronza non era tornata affatto. Stava solo rimettendosi la maschera.
La sentii aprire l’acqua della doccia. Un getto forte, freddo, che rimbombò nelle tubature sottili della casa. Per un secondo immaginai il costume verde scivolarle lungo le gambe, la pelle arrossata dal sole, il sale che spariva nello scarico, la sua faccia ancora seria mentre ripensava a quello che mi aveva detto in acqua.
Io volevo essere scelta.
Mi appoggiai al lavello della cucina e bevvi un bicchiere d’acqua troppo in fretta.
Erika mi raggiunse da dietro e mi abbracciò, premendo il viso tra le mie scapole.
«Sei stanco?»
«Un po’.»
«Stasera guidi tu?»
«Sì.»
«Mi dispiace che tu debba andare via.»
Mi voltai verso di lei. Aveva i capelli umidi, il viso senza trucco, la pelle ancora calda di sole. Era bella in un modo semplice, aperto, ingiustamente pulito. Mi accarezzò il petto con due dita, seguendo una goccia d’acqua che mi scendeva dal collo.
«Se restavi anche stanotte era meglio,» disse, con un mezzo sorriso. «Mamma dorme come un sasso quando prende il sole.»
Il sangue mi si gelò per motivi completamente diversi da quelli che lei immaginava.
«Domani devo studiare,» risposi.
Erika fece una smorfia. «Che palle. Sei diventato responsabile proprio quando non serviva.»
Mi baciò. Un bacio morbido, stanco, da fidanzata felice. Io lo ricambiai, perché la volevo. Perché le volevo bene. Perché ero una contraddizione con le gambe e una discreta erezione morale al contrario.
Quando Giulia uscì dal bagno, aveva addosso un vestitino leggero color sabbia, i capelli bagnati pettinati all’indietro e la pelle ancora lucida di doccia. Il costume verde non si vedeva più. Eppure io lo vedevo lo stesso. Come una ferita sotto la stoffa.
Ci incrociammo nel corridoio stretto mentre lei andava verso la camera.
Non mi sfiorò.
Non sussurrò nulla.
Passò dritta, con gli occhi bassi.
E quella sua obbedienza silenziosa mi fece più male di qualsiasi provocazione.
La cena fu fredda, veloce, estiva. Pomodori, mozzarella, tonno, pane, pesche tagliate in una ciotola, birra per me ed Erika, acqua frizzante per sua madre che continuava a ripetere di essere “disidratata a livello cellulare”, qualunque cosa volesse dire.
Mangiammo in veranda, sotto una lampadina gialla piena di moscerini suicidi. Da lontano arrivava il rumore del mare e qualche motorino che passava sulla strada litoranea. L’aria della sera era ancora calda, ma più sopportabile, con quel vento leggero che ti asciuga il sudore e ti fa credere per dieci minuti che vivere non sia un errore amministrativo.
Erika rideva. Sua madre raccontava della zia pazza. Io rispondevo quando dovevo. Giulia mangiava poco, infilzando i pomodori con la forchetta come se avessero colpe personali.
A un certo punto, sua madre si alzò per prendere altra acqua.
Erika guardò la sorella. «Giù, ma oggi che hai? Sei inquietante.»
Giulia non alzò subito gli occhi dal piatto.
«Niente.»
«Hai detto “niente” con la faccia di una che vuole incendiare un villaggio.»
«Magari sono stanca.»
«Tu non sei mai stanca. Tu sei fastidiosa con riserva energetica nucleare.»
Giulia finalmente sorrise appena. «Mi manchi quando fai la sorella intelligente.»
«Succede raramente, goditelo.»
Risero entrambe.
Per un istante sembrarono solo quello: due sorelle al mare, abbronzate, stanche, cresciute nello stesso sangue e nella stessa casa, con la stessa madre che urlava dalla cucina perché nessuno aveva rimesso l’acqua in frigo.
Per un istante mi sembrò tutto normale.
Poi Giulia sollevò gli occhi su di me.
E il normale finì lì.
Non c’era provocazione nel suo sguardo. Non c’era nemmeno desiderio, non nel modo semplice e sporco in cui lo avevo visto prima. C’era una decisione. Una cosa quieta, già presa. Come se dentro di lei, in quelle ore di silenzio, qualcosa si fosse spostato definitivamente.
La versione capricciosa di Giulia voleva essere guardata.
Quella che avevo davanti, invece, voleva essere inevitabile.
Alle otto e mezza caricai lo zaino in macchina. Il cielo era diventato viola sopra i tetti bassi delle villette, e l’asfalto restituiva ancora il calore accumulato durante il giorno. La madre di Erika mi salutò dal balcone con un bicchiere in mano.
«Guida piano, Francesco! E grazie per essere passato!»
«Certo, buonanotte!»
Erika mi accompagnò al cancello. Aveva indossato una maglietta larga sopra il costume e profumava di doposole. Mi abbracciò forte, come se dovessi partire per la guerra e non per un’ora e mezza di tangenziale sudata.
«Mi scrivi quando arrivi?»
«Sì.»
«Promesso?»
«Promesso.»
Mi baciò. Prima dolce. Poi un po’ meno. Le sue mani salirono al mio collo, le mie le finirono sui fianchi, e per un secondo il cancello, la strada, sua madre al piano di sopra, tutto sparì. C’era solo Erika, la sua bocca calda, il suo corpo stanco di sole contro il mio.
Quando si staccò, aveva gli occhi lucidi di quella tenerezza che mi faceva sentire ancora più sporco.
«Ti amo,» disse.
Mi si chiuse qualcosa nello stomaco.
«Ti amo anch’io.»
Non so se Giulia sentì.
So solo che, quando alzai lo sguardo verso la casa, lei era alla finestra della camera. Mezza nascosta dalla tenda. Immobile.
Non salutò.
Non sorrise.
Guardò Erika baciarmi. Guardò me ricambiare. Guardò il posto che non era suo.
Poi la tenda si mosse appena e lei sparì.
Salii in macchina con il cuore che batteva troppo forte. Misi in moto. Erika rimase sul marciapiede a salutarmi con la mano, bellissima e ignara sotto la luce arancione del lampione.
Feci retromarcia, uscii dal vialetto e imboccai la strada verso la statale.
Il telefono vibrò prima ancora che superassi il secondo incrocio.
Non era Erika.
Giulia: «Oggi l’ho guardata.»
Tenni gli occhi sulla strada, le mani strette sul volante.
Franci: «Lo so.»
Passarono dieci secondi.
Giulia: «Tu hai guardato me.»
Non risposi subito. Il mare scorreva alla mia destra, nero e immenso dietro le case basse. Le luci degli stabilimenti balneari si riflettevano sull’acqua come promesse sporche.
Franci: «Dovevi fare la brava.»
Giulia: «L’ho fatta.»
Franci: «A tratti.»
Giulia: «A tratti mi hai fatto tua.»
Mi mancò un respiro.
Rallentai senza accorgermene. Un motorino mi superò suonando il clacson e mandandomi elegantemente a fanculo con la mano.
Giulia: «La prossima volta non voglio guardare.»
Il pollice rimase sospeso sullo schermo.
Sapevo cosa avrei dovuto scrivere. Qualcosa di freddo. Di duro. Una regola. Un confine. Una di quelle frasi da uomo che finge di avere ancora il controllo perché non ha il coraggio di ammettere di averlo perso da settimane.
Franci: «La prossima volta forse devi stare ancora più brava.»
La risposta arrivò quasi subito.
Giulia: «No.»
Poi un altro messaggio.
Giulia: «La prossima volta voglio stare in mezzo.»
Il mare, fuori dal finestrino, continuava a muoversi nel buio. Indifferente. Nero. Enorme.
Io non risposi.
Perché alcune frasi non sono messaggi.
Sono porte che si aprono.
E io, ormai, avevo già messo un piede dentro.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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