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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 5
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Capitolo 5 di 10 34 min di lettura

Fottere la fidanzata in cabina e far venire la mocciosa nel costume - ESTATE

Sotto il sole cocente, il sesso libero e sfacciato con Erika innesca la gelosia feroce e voyeuristica di Giulia, spingendola a cercare conferme. Un orgasmo rubato e strozzato nell'acqua del mare segna il punto di non ritorno, trasformando il capriccio di una ragazzina in un'ossessione di conquista.

Alessia
3 mesi fa · 2.5k letture · 2

«Prima era diverso...» gemette, stringendo le gambe attorno a me per cercare più pressione.

«No. Prima eri solo fottutamente gelosa. Adesso sei mia, sei qui a strusciarti su di me, guardi lei, e devi stare zitta.»

Quella frase fu la condanna definitiva. Il mix devastante tra il guardare la sorella addormentata e il piacere umido e ruvido che la consumava nell'acqua la mandò oltre il limite. Giulia si mosse contro di me attraverso il costume con disperazione, incapace di fermarsi. Quando provava ad accelerare spinta dal bisogno, le stringevo i fianchi, costringendola al mio ritmo lento, punitivo. Non poteva permettersi di urlare. Non poteva abbandonarsi. L'acqua copriva gran parte dei suoi movimenti, il costume verde era diventato una prigione di lycra e sale che la stuzzicava senza sosta.

«Non basta...» singhiozzò a fior di labbra, mordendomi violentemente la spalla per soffocare un grido, le unghie conficcate nei miei muscoli. «Franci, ti prego, non basta...»

«Per oggi sì,» le risposi, inflessibile, premendo il bacino contro di lei in modo continuo.

«Con lei... con lei non ti fermi!» protestò, una rabbia disperata nella voce, mentre le ondate di piacere cominciavano ad accendersi nel suo bacino.

«Lei non deve nascondersi.»

La frase calò tra noi come una mannaia. «Allora prima o poi... smetto anch'io,» sibilò Giulia contro il mio collo.

E poi esplose. Ma non fu un climax teatrale, non ci furono urla o spasmi selvaggi come nella sua camera. Arrivò al climax in modo quasi muto, come un animale in trappola. Si irrigidì completamente, i muscoli delle cosce tesi attorno ai miei fianchi come corde d'acciaio. Tremò nell'acqua, scossa da brividi profondi che sentivo attraverso il petto, restando attaccata a me come una cozza allo scoglio, con la bocca premuta così forte contro il mio collo da farmi male, soffocando ogni traccia di gemito.

Erika aveva avuto tutto, in piena luce, ridendo. Giulia era lì, costretta a godere strozzata, di nascosto, con addosso un costume bagnato e la vergogna di essere la seconda scelta.

Quando i tremiti si placarono, rimase inerte contro di me per qualche secondo. L'acqua ci cullava indifferente. Provai a staccarmi, ad allentare la presa sui suoi fianchi per farle rimettere i piedi sul fondo, ma Giulia restò aggrappata a me un secondo di troppo.

Si allontanò appena, posando i piedi sui sassi, l'acqua che le arrivava di nuovo alla vita. Il suo viso era pallido sotto l'abbronzatura, gli occhi lucidi, il respiro ancora corto. Non c'era soddisfazione nel suo sguardo. C'era un senso di incompiutezza, di umiliazione bruciante.

«L'hai fatto apposta,» mormorò, la voce che tremava appena.

«Cosa?»

«Farmela guardare mentre succedeva. Umiliarmi.»

«Hai detto che volevi fare la brava, Giù.»

«No!» esplose a mezza voce, colpendomi l'acqua con un palmo, mandandomi uno spruzzo salato in faccia. «Io volevo essere scelta!»

Quella frase rimase sospesa tra noi, molto più pesante dell'acqua, molto più grande del sesso rubato. Mi colpì dritto al petto, perché sapevo che era la verità. Voleva disperatamente che io rinunciassi a Erika per lei, almeno per un secondo.

La guardai, e il mio istinto di protezione lottò per l'ennesima volta contro il mostro che avevo nutrito. «Allora impara a non comportarti come una bambina infastidita ogni volta che non sei al centro dell'attenzione,» le dissi, duro, cercando di mantenere il controllo della situazione.

Giulia alzò il mento, gli occhi neri che mi trafiggevano. «Io voglio essere al centro.»

«Non oggi.»

Fece mezzo passo indietro, l'acqua che si increspava attorno al costume verde. Un sorriso sghembo, affilato e pericolosissimo le piegò le labbra. «Allora la prossima volta.» E senza dire una parola di più, si voltò e iniziò a nuotare lentamente verso riva.

La guardai allontanarsi, il sangue che mi gelava nelle vene nonostante i quaranta gradi. Aveva gettato il guanto di sfida, e non era più un gioco da ragazzini.

Tornammo all'ombrellone separati. Arrivai per primo, scuotendomi l'acqua dai capelli. Erika si era appena tolta gli auricolari e mi vide arrivare. Sbadigliò, tirandosi su gli occhiali da sole. «Dov'è Giulia?» chiese, stiracchiandosi.

Mi sedetti sul bordo del mio lettino, prendendo un asciugamano. «In acqua. Si lamentava del caldo,» risposi, cercando di mantenere il tono il più piatto possibile.

Erika sorrise, un po' ironica. «Strano. Lei che si lamenta. È una novità.»

Due minuti dopo, Giulia ci raggiunse. Aveva i capelli neri bagnati e incollati al viso. Il costume verde aderiva come una seconda pelle, mettendo in evidenza i capezzoli ancora turgidi per il calore e il piacere non del tutto sfogato. La sua faccia era una maschera di freddezza assoluta. Troppo seria per essere lei.

Erika la guardò mentre prendeva il suo telo dal lettino. «Ti sei calmata?» le chiese la sorella, senza cattiveria.

Giulia non si fermò. Prese il telo, se lo buttò su una spalla e fissò Erika. «No.»

Erika ridacchiò. «Beh, almeno sei onesta.»

Giulia si stese a pancia in giù sull'asciugamano, nascondendo il viso sulle braccia incrociate, ignorando completamente sia me che lei. Non aggiunse altro. Per tutto il resto del pomeriggio, non fece una battuta. Non provocò. Non mi lanciò uno sguardo. Non fece nulla per attirare l'attenzione di Erika. Si limitò a prendere il sole in un silenzio tombale.

Mentre asciugavo le braccia con il telo, sentii un brivido freddo risalirmi lungo la spina dorsale. Giulia che faceva la sfacciata era pericolosa, ma Giulia in silenzio era fottutamente inquietante. Perché non stava pensando al sesso in mare o al piacere rubato. Stava pensando: perché lei sì, e io no? E sapevo che, per avere la risposta a quella domanda, era disposta a fare qualsiasi cosa.

Il resto del pomeriggio scivolò via con una lentezza appiccicosa, come certe domeniche d’estate che sembrano non voler finire mai solo per il gusto sadico di lasciarti marcire nei tuoi pensieri.

Il sole iniziò ad abbassarsi appena, ma non abbastanza da concederci pietà. La sabbia era ancora bollente sotto le piante dei piedi, gli ombrelloni proiettavano ombre corte e storte, e l’aria sapeva di crema solare cotta, sale, plastica calda e ghiaccioli sciolti sulle dita dei bambini.

La madre di Erika tornò dalla casa con una borsa di acqua fresca, il telefono in mano e l’espressione di chi aveva appena litigato venti minuti con una zia al vivavoce.

«Vostra zia è ufficialmente pazza,» annunciò, buttando la borsa frigo sotto l’ombrellone. «E io ho bisogno di un ghiacciolo.»

«Finalmente una frase sensata,» commentò Erika, ancora sdraiata sul lettino, con gli occhiali da sole calati sul naso e il costume nero che le aderiva addosso come una seconda pelle stanca e felice

Io mi limitai ad annuire, seduto sul bordo dell’asciugamano, cercando di sembrare un normale fidanzato in una normale domenica al mare, e non un pezzo di merda con ancora il sapore di due sorelle diverse incastrato nella testa.

Giulia era rimasta a pancia in giù per quasi un’ora.

Immobilizzata.

Troppo ferma per essere lei

Aveva il viso nascosto tra le braccia incrociate, i capelli neri sparsi sulle spalle, la pelle della schiena lucida di sale e sudore. Il costume verde smeraldo, asciugandosi al sole, aveva perso quella trasparenza bagnata e feroce dell’acqua, ma non la sua cattiveria. Anzi. Da asciutto sembrava più innocente, e quindi peggio. Due triangoli di stoffa, due nodi sui fianchi, abbastanza poco da farmi ricordare tutto e abbastanza normale da non insospettire nessuno.

Ogni tanto il vento caldo le muoveva appena i capelli sulla nuca. Lei non reagiva. Non faceva commenti. Non insultava Erika. Non si lamentava del caldo, della sabbia, dei bambini, dell’universo o del fatto che sua madre respirasse troppo forte.

Niente.

E Giulia senza rumore era una minaccia.

«Giù,» la chiamò sua madre, porgendole un ghiacciolo all’amarena. «Lo vuoi o sei morta?»

Giulia sollevò appena la testa. Aveva una guancia arrossata per il sole e gli occhi scuri ancora impastati di qualcosa che non era sonno. Guardò il ghiacciolo, poi me. Un secondo soltanto. Abbastanza.

«Lo voglio,» disse.

Si tirò su lentamente, sedendosi sui talloni. Il costume le tirò sulla pelle, il nodo sinistro dello slip leggermente storto dopo il bagno. Io lo notai. Lei notò che lo avevo notato. E per la prima volta da quando era tornata dall’acqua, le passò sulla bocca un accenno di sorriso.

Piccolo.

Cattivo.

Subito spento.

Prese il ghiacciolo dalla madre e iniziò a mangiarlo in silenzio, con una lentezza così studiata da sembrare quasi casuale. Erika, mezza addormentata e ancora appagata, non ci fece caso. Sua madre stava frugando nella borsa alla ricerca delle chiavi. Io invece dovetti guardare altrove, fissando il mare con la concentrazione disperata di un uomo che tentava di non mandare al diavolo quel che restava della sua vita per un ghiacciolo all’amarena.

«Che avete tutti oggi?» domandò Erika, togliendosi gli occhiali. «Siete strani.»

Il cuore mi diede un calcio nello sterno.

«Il caldo,» risposi subito.

«Il caldo rende scemi,» aggiunse sua madre, pratica.

Giulia succhiò via una goccia rossa dal pollice e abbassò gli occhi, obbediente come una santa di provincia appena uscita da un peccato mortale.

«Sì,» disse piano. «Sarà il caldo.»

Avrei voluto annegarla.

Oppure portarla di nuovo dietro gli scogli.

Il che, ormai, nella mia scala morale, era più o meno la stessa cosa.

Verso le cinque e mezza smontammo l’ombrellone. La spiaggia stava cambiando faccia. I bambini frignavano esausti, i padri trascinavano borse enormi come muli da soma, le madri scuotevano teli pieni di sabbia con una violenza domestica perfettamente socialmente accettabile. Il mare, invece, sembrava più calmo, più scuro, come se avesse deciso di tenersi per sé tutti i segreti della giornata.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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