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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 5
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Capitolo 5 di 10 34 min di lettura

Fottere la fidanzata in cabina e far venire la mocciosa nel costume - ESTATE

Sotto il sole cocente, il sesso libero e sfacciato con Erika innesca la gelosia feroce e voyeuristica di Giulia, spingendola a cercare conferme. Un orgasmo rubato e strozzato nell'acqua del mare segna il punto di non ritorno, trasformando il capriccio di una ragazzina in un'ossessione di conquista.

Alessia
3 mesi fa · 2.5k letture · 2

«Vengo, Eri... cazzo, vengo!» sibilai, afferrandole le spalle. Lei si sfilò all'ultimo secondo, alzando il viso e offrendomi il petto nudo. Il mio orgasmo esplose, violento e liberatorio, sparando direttamente sui suoi seni perfetti, cospargendoli del mio piacere.

Rimanemmo lì per qualche minuto, ansimanti, appoggiati alle pareti di legno. Erika prese il doccino, ci sciacquammo alla meglio e lei si rimise il pezzo di sopra del costume. Uscì dalla cabina per prima, passandosi le mani tra i capelli spettinati, le guance ancora infuocate. Mi guardò e scoppiò a ridere, una risata cristallina e leggera. «Siamo due cretini,» disse, prendendomi sottobraccio mentre tornavamo verso la spiaggia.

Io sorrisi, sentendomi svuotato e stranamente in pace. Ma la pace, in quella famiglia, era un'illusione ottica.

Quando arrivammo al nostro ombrellone, la trovai ad aspettarci. Mentre eravamo via, Giulia aveva fatto finta di leggere una rivista e di ascoltare la musica. In realtà non aveva perso un secondo della nostra assenza. Aveva osservato le nostre risate in acqua. Aveva visto la sorella trascinarmi verso le cabine. Aveva calcolato il tempo esatto in cui eravamo spariti.

E ora stava guardando il modo in cui tornavamo. Non le serviva molta immaginazione. Le bastò guardare la faccia di Erika, la pelle lucida, l'andatura rilassata, e il rossore inconfondibile di chi ha appena scopato ed è fottutamente felice.

Le bruciò. Le bruciò come acido vivo versato su una ferita aperta. Si tirò su a sedere, abbassando la rivista sulle gambe, la mascella contratta in una smorfia che non riuscì a mascherare. Non cercò di fare la seduttrice. L'invidia la rese acida, infantile.

«Vi siete divertiti?» chiese, il tono tagliente come un rasoio.

«Sì,» sospirò Erika, buttandosi sul lettino, felice e totalmente ignara del veleno che impregnava l'aria. «Finalmente qualcuno che non si lamenta del mare e sa farsi un bagno decente.»

Giulia fece un sorriso freddo, tirato, assottigliando gli occhi scuri. «Già,» sibilò. «Che fortuna avere gusti così semplici.»

Erika aggrottò la fronte, non capendo il senso della frase, liquidandola come la solita risposta lunatica della sorella minore in piena fase adolescenziale.

Ma io capii. Giulia abbassò lo sguardo sul proprio petto. Guardò la lycra verde smeraldo che le copriva i seni piccoli, quel fottuto costume che aveva indossato come una promessa solo per me. Poi alzò lentamente gli occhi e li piantò nei miei.

Il suo messaggio era forte e chiaro, e mi arrivò dritto allo stomaco: Io sono qui, ho rispettato le tue regole, e tu hai appena scelto di scoparti lei davanti ai miei occhi.

Il sole picchiava implacabile sull'ombrellone. Erika si lasciò cadere sul suo lettino, un sospiro di totale appagamento che le sfuggì dalle labbra. La pelle era ancora umida per la doccia e il sudore del nostro sesso, i capelli un disastro meraviglioso. Infilò gli occhiali da sole, si sistemò gli auricolari nelle orecchie e, in meno di un minuto, si abbandonò al torpore estivo, solare e inconsapevole.

Giulia, invece, era una statua di sale sull'asciugamano. Non disse una parola. Non fece la sua solita battuta tagliente. Non cercò il mio sguardo. Era immobile, eppure l'aria attorno a lei sembrava vibrare. Sapeva. Forse non aveva visto tutto, ma aveva visto abbastanza da capire esattamente cosa fosse successo in quella cabina, e quanto tempo ci fosse voluto. E quel silenzio ostinato, con addosso quel costume verde smeraldo che ora sembrava un fottuto panno rosso per un toro, era una provocazione molto più pericolosa delle sue solite moine.

Poi, si alzò di scatto, raccogliendo i capelli in uno chignon disordinato. «Vado a fare il bagno,» annunciò, la voce secca.

Erika, senza aprire gli occhi e sollevando appena una cuffietta, biascicò: «Non affogare, stronza. Che non c'ho voglia di venirti a pescare.» «Che sorella premurosa,» le rispose Giulia, senza la minima traccia di ironia, e si avviò verso il bagnasciuga, voltandomi le spalle.

Rimasi sotto l'ombrellone. Aspettai dieci secondi. Venti. Fissai il petto di Erika che si alzava e si abbassava ritmicamente, la curva rilassata del suo collo. Poi, non ce la feci più. Mi alzai in silenzio e mi incamminai verso l'acqua.

Non la raggiunsi subito. Giulia si era allontanata dal gruppo di bagnanti, spingendosi verso l'estremità destra della baia, dove una fila di scogli bassi e frastagliati rompeva le onde creando una piccola insenatura. Lì, l'acqua le arrivava poco sopra la vita. Era abbastanza lontana per non farsi sentire, ma abbastanza vicina da permettermi, voltandomi, di distinguere perfettamente il nostro ombrellone rosso e le gambe di Erika allungate sul lettino.

Entrai in acqua, il fondale roccioso che mi pungeva le piante dei piedi. L'acqua era uno strato di brodo caldo in superficie e correnti gelide sotto. Le piccole alghe mi accarezzavano le caviglie mentre mi avvicinavo a lei. Il sole rimbalzava sull'acqua creando riflessi accecanti. Giulia mi dava le spalle, fissando l'orizzonte. Il sale le asciugava già sulle labbra e il costume verde era incollato alla sua pelle, svelando ogni dettaglio della sua schiena tesa.

Quando le arrivai alle spalle, non si girò. Sentiva la mia presenza. «Ti sei divertito con lei?» chiese. Non era la solita mocciosa che fa finta di essere superiore. Era una voce cruda, roca di rabbia e di qualcosa di molto più viscerale.

«Giulia,» sospirai, passandomi una mano tra i capelli bagnati.

«No, rispondi. Ti sei divertito?» si girò di scatto. I suoi occhi erano scuri, tempestosi.

La fissai. Non volevo darle appigli per i suoi giochetti. «Sì.»

Giulia incassò il colpo sbattendo le palpebre, ma tenne duro. «Almeno stavolta non hai mentito.»

Fece per girarsi e andarsene, camminando a fatica contro la corrente, ma la bloccai. Le afferrai il polso sotto l'acqua, stringendolo. L'energia tra noi era cambiata radicalmente. Non era più una ragazzina che mi provocava per capriccio. Era una donna ferita.

«Hai voluto guardare tu,» le dissi, freddo.

«No. Ho dovuto,» ribatté, la voce che si spezzava per un istante prima di indurirsi di nuovo.

«Potevi girarti, Giulia.»

Lei cercò di divincolarsi, ma la mia presa era salda. Mi guardò negli occhi, le pupille dilatate. «Non ci riuscivo.»

Quella frase era una condanna. Era l'ammissione totale della sua dipendenza, della sua ossessione voyeuristica per la coppia che formavamo io e sua sorella. Non dissi nulla. La tirai verso di me con uno strattone.

Giulia mi finì addosso. L'acqua si frappose tra i nostri corpi per un secondo prima di essere spinta via. Il tessuto verde smeraldo bagnato aderì completamente al mio petto nudo. Era fredda per l'acqua, ma bollente di rabbia. Non la baciai. Sarebbe stato troppo facile. Le feci scivolare le mani sui fianchi, tenendola bloccata contro di me sotto la superficie. Lei irrigidì la schiena, provando a spingermi via per orgoglio, ma non riuscì a staccarsi di un millimetro.

«Stai zitta e respira,» le sussurrai a un palmo dal viso, la mia voce quasi coperta dal rumore delle onde contro gli scogli.

«Non dirmi cosa devo fare,» ringhiò, le mani appoggiate sul mio petto.

«Allora torna all'ombrellone.» Aspettai. Le stavo dando l'uscita di sicurezza.

Giulia mi fissò, i denti stretti. «No.»

Eccola lì. La sua scelta. Proprio in quel momento, un'onda un po' più forte ci colpì sul fianco. Giulia perse l'equilibrio sui sassi del fondale e, per puro istinto, si aggrappò alle mie spalle, lasciando che l'acqua le togliesse gravità. Ne approfittai. La sollevai appena dai fianchi, quanto bastava perché potesse avvolgere le gambe nude attorno alla mia vita. Ora eravamo incastrati. Non mi tolsi il costume, e non le slacciai il suo. La vicinanza, l'attrito dei corpi bagnati separati solo dalla lycra sottile era mille volte più erotico di qualsiasi atto completo in quel momento.

Il suo bacino premeva esattamente contro la mia erezione dura come la pietra, nascosta dal mio costume. Sentii il calore della sua intimità attraverso i due strati di stoffa, e fu come prendere la scossa. Giulia chiuse gli occhi e, con una lentezza disperata, iniziò a cercare l'attrito, strusciando il suo inguine contro il mio, spingendo il pube contro di me con movimenti piccoli e decisi.

Io le bloccai i fianchi stringendole la pelle con forza. «Fermo,» le dissi, rallentando il suo ritmo fino a renderlo una tortura psicologica. «Piano.»

Le onde facevano il resto, alzandoci e abbassandoci, schiacciandoci l'uno contro l'altra a intervalli irregolari. Ogni urto involontario era un gemito soffocato. Giulia mi affondò il viso nel collo per non farsi sentire, le sue mani mi graffiavano la schiena disperatamente mentre l'attrito aumentava la pressione sul suo clitoride gonfiato.

Era completamente in balìa della frizione umida dei nostri costumi e delle mie mani che la tenevano ferma, impedendole di sfogarsi con la velocità che voleva. E fu in quel momento che decisi di iniettarle il vero veleno.

Con una mano, le afferrai i capelli madidi di sale, costringendola a staccare il viso dal mio collo e a voltare la testa verso la spiaggia, puntando dritto verso la fila centrale degli ombrelloni. «La vedi?» le sussurrai all'orecchio.

Giulia sbatté le palpebre contro il riverbero del sole, mettendo a fuoco l'ombrellone rosso. Vide Erika. Rilassata, inerme, mezza addormentata, ignara di tutto. Il corpo di Giulia si irrigidì tra le mie braccia. «Non farmi guardare,» piagnucolò, cercando di distogliere lo sguardo, la voce rotta dal piacere che le saliva in gola.

«Hai guardato prima,» le ricordai spietato, continuando a muovere il bacino contro di lei, una pressione sorda e costante, «mentre me la scopavo da dietro e lei godeva. Hai guardato mentre eravamo felici.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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