La giornata proseguì in un crescendo di sole, sale e tensione psicologica devastante. Verso mezzogiorno, l'afa divenne insopportabile. «Chi si fa il bagno?» esclamò Erika, alzandosi di scatto e correndo verso il bagnasciuga. «Dai, Franci! Giù, muoviti!»
Giulia scattò in piedi, l'energia esplosiva e ci tuffammo tutti e tre nell'acqua gelida e cristallina. Fu in mare che il gioco di equilibri divenne un filo sottilissimo. Eravamo immersi fino al petto, le onde leggere che ci cullavano. Erika era aggrappata al mio collo, ridendo mentre un'onda più alta le bagnava il viso. Giulia nuotò verso di noi, emergendo dall'acqua come una sirena. I capelli neri le si incollavano al viso e al petto, e il costume verde, da bagnato, era diventato quasi una seconda pelle, oscenamente aderente sui capezzoli intirizziti dal freddo.
Faceva la sorella minore che voleva giocare, che voleva essere inclusa nella coppia. Iniziò a schizzarci l'acqua con le mani. «Ah, sei morta!» le urlò Erika, ridendo. «Franci, prendila! Buttala sotto!»
Era un ordine della mia fidanzata. Non potevo rifiutarmi. Mi staccai da Erika e nuotai verso Giulia con un paio di bracciate veloci. Lei strillò, facendo finta di scappare, ma non nuotò abbastanza veloce. L'afferrai per la vita. La sua pelle bagnata sotto le mie mani era scivolosa e bollente nonostante l'acqua fredda.
Mentre la sollevavo di peso, fingendo di volerla lanciare in acqua, i nostri corpi si scontrarono pesantemente. Sentii la consistenza dei suoi seni contro il mio petto nudo e, sotto la superficie dell'acqua, fuori dalla vista di Erika e di sua madre a riva, le gambe di Giulia si intrecciarono istantaneamente attorno alla mia coscia.
«Attento a dove metti le mani, cognatino,» sussurrò lei, a un millimetro dal mio orecchio, la voce nascosta dal rumore di uno spruzzo, mentre premeva volontariamente la sua intimità bagnata, protetta solo dallo slip verde, contro la mia gamba.
Strinsi le dita sui suoi fianchi, le unghie che affondavano leggermente nella sua carne, un monito silenzioso a stare al suo posto, prima di lasciarla ricadere in acqua con un tonfo rumoroso. Giulia riemerse tossicchiando, sputando acqua salata, ma con gli occhi che brillavano di un trionfo diabolico.
«Non fate comunella contro di me!» urlò Erika, arrivando a nuoto e gettandoci le braccia al collo di entrambi, abbracciandoci in un groviglio di corpi scivolosi, risate ed estate.
Rimanemmo lì a mollo, a scherzare, a parlare del liceo di Giulia e dei turni di Erika. Sembrava il quadretto familiare perfetto. Il fidanzato premuroso, la bella infermiera, la sorellina vivace. Ma sotto la superficie dell'acqua increspata, lontano dagli sguardi di tutti, il segreto pesava come un macigno. Sentivo l'adrenalina pulsarmi nelle vene a ogni sguardo rubato di Giulia, a ogni doppiosenso buttato lì con finta innocenza. Era un campo minato, e noi ci stavamo ballando sopra a piedi nudi, ubriachi di sole e di pericolo.
Verso le due del pomeriggio, il sole era allo zenit e la spiaggia vibrava di calore. La madre di Erika iniziò a raccogliere le sue cose dalla borsa di paglia. «Io salgo un attimo in casa,» annunciò, scuotendo la sabbia dal pareo. «Ho dimenticato il telefono in carica stamattina e devo assolutamente chiamare vostra zia. Voi restate qui, torno tra una mezz'oretta.»
Non appena la donna si allontanò verso la passerella di legno, Erika si alzò dal lettino, stiracchiandosi come una gatta. Si voltò verso di me, gli occhi azzurri che brillavano sotto la luce estiva, e mi prese per mano, intrecciando le dita alle mie. «Vieni a fare il bagno con me,» mi disse, tirandomi leggermente verso il bagnasciuga.
Giulia, stesa sull'asciugamano accanto a noi, non si mosse di un millimetro. Si abbassò gli occhiali da sole sul naso e ci guardò. «Io passo,» decretò con una smorfia disgustata. «L'acqua a quest'ora è un brodo ed è pieno di bambini che pisciano.»
Erika scoppiò a ridere, scuotendo la testa. «Sei sempre pura poesia, Giù.» Giulia si rimise dritta a pancia in su, apparentemente disinteressata, ma da dietro le lenti scure sapevo perfettamente che i suoi occhi erano incollati su di noi.
Io ed Erika entrammo in acqua. Il contrasto tra il calore della sabbia e il fresco del mare fu una scossa piacevole. Ci allontanammo da riva, dove l'acqua ci arrivava alle spalle e le onde ci cullavano. Erika mi si aggrappò addosso ridendo per un'onda improvvisa, e io la presi al volo. Le passai le mani sulla schiena nuda e bagnata, scivolosa di sale e crema solare. Lei mi strinse i fianchi con le gambe, fingendo di voler restare a galla, ma il movimento fece scontrare i nostri bacini sotto la superficie. Le onde ci spingevano, facendoci urtare l'uno contro l'altra in una frizione continua. L'acqua fredda non fece nulla per placare il calore che mi si stava accendendo all'inguine.
«Mi sei mancato da morire,» mi sussurrò Erika all'orecchio, le labbra che mi sfioravano il collo bagnato.
E in quel momento, la desiderai davvero. Non era una copertura, non era un trucco psicologico. Con Erika tutto era alla luce del sole, era la mia donna, era bellissima, e il sesso con lei era fluido, complice, senza i pesi malati che mi trascinavo dietro con sua sorella.
Ci baciammo tra le onde, assaporando il sale. Quando ci staccammo, Erika aveva il respiro leggermente corto e uno sguardo inequivocabile. «Ho sale dappertutto,» mormorò, con un sorriso malizioso, prendendomi per mano per trascinarmi verso riva. «Vieni ad aiutarmi a sciacquarmi.»
Attraversammo la spiaggia velocemente, puntando verso la fila di cabine in legno dello stabilimento, dove c'erano le docce calde chiuse.
Appena entrammo in una delle cabine vuote, Erika chiuse la porta, girando la mandata. Lo spazio era stretto, l'aria sapeva di legno umido, bagnoschiuma e mare. Non ci furono esitazioni, niente imbarazzi o giochi di potere. Erika si sfilò i laccetti dietro il collo e abbassò la parte alta del costume, liberando i seni gonfi e perfetti.
La spinsi contro la parete umida, schiacciando la bocca sulla sua. Iniziai a baciarla sul collo, sulle clavicole, scendendo giù. Presi una delle sue tette tra le mani, impastandola con forza, e affondai il viso nel suo petto. Le leccai e le succhiai i capezzoli, mordicchiandoli dolcemente. Il sapore salmastro della sua pelle bagnata, unito al profumo della crema, rese tutto fottutamente eccitante. Erika ansimava, le mani tra i miei capelli, inarcando la schiena per offrirsi di più alla mia bocca.
Mentre la divoravo, lei portò le mani sul cordino del mio costume. Lo allentò e lo tirò giù quanto bastava per liberare la mia erezione, dura e pulsante.
Senza smettere di baciarle il collo, le afferrai i fianchi e la feci girare su se stessa, schiacciandole il petto nudo contro la parete della doccia. Le diedi uno schiaffo secco sul culo bagnato, facendola sussultare con un gemito, e poi glielo strinsi con entrambe le mani, godendomi la consistenza della sua carne fredda di mare ma bollente di desiderio. Le afferrai una ciocca di capelli biondi e gliela tirai leggermente all'indietro, scoprendole il collo. Mi abbassai sul suo orecchio, strusciando prepotentemente il mio cazzo turgido contro la fessura dei suoi glutei scivolosi.
«Vorrei proprio provare a scoparti il culo, lo sai?» le sussurrai, la voce roca, carica di una lussuria matura e sfacciata che con lei potevo permettermi senza filtri.
Erika fece una risatina bassa, vibrante di eccitazione, spingendo il sedere contro di me. «Mmh... potrei dirti di sì,» ansimò, girando appena il viso verso di me, «ma non senza lubrificante. La prossima volta lo compriamo.»
«Affare fatto,» ringhiai. Le spostai di lato il lembo dello slip nero, mi posizionai all'ingresso della sua figa e con una spinta decisa penetrai in lei da dietro.
Erika lanciò un gemito acuto, subito soffocato mordendosi il dorso della mano. Le pareti della sua intimità, calde e strettissime, avvolsero il mio cazzo in una morsa perfetta. Iniziai a scoparla con ritmo serrato. Non c'era bisogno di andarci piano. Eravamo due adulti che si conoscevano alla perfezione. Il suono osceno dei nostri corpi bagnati che sbattevano l'uno contro l'altro – uno schiocco umido di carne contro carne – rimbombava nella piccola cabina. Tenevo la presa salda sui suoi capelli con una mano, mentre con l'altra allungai il braccio in avanti per afferrarle una tetta, stringendola e massaggiandola mentre spingevo dentro di lei fino in fondo.
«Ah... Franci, sì... cazzo, così...» ansimava Erika, il viso schiacciato contro il legno, assecondando le mie spinte violente.
Il piacere montò in fretta, rabbioso. Erika iniziò a tremare sotto le mie mani, le pareti della sua figa che si contraevano in spasmi ritmici attorno a me. Lanciò un ultimo gemito tremante, lungo e liberatorio, venendo con un'intensità che la lasciò senza fiato.
Io mi fermai, sfilandomi lentamente mentre lei recuperava il respiro. Ma il gioco non era finito. Erika si voltò verso di me. Aveva il viso arrossato, i capelli spettinati incollati alle guance. Senza dire una parola, si inginocchiò sul pavimento umido della cabina, proprio davanti a me. Mi guardò negli occhi, con una malizia adorante, e sputò la sua saliva direttamente sul mio cazzo.
Poi lo prese in mano, iniziando a segarlo, mentre la sua bocca si abbassava su di me. Lo prese tutto, succhiandolo intensamente, con una passione che mi fece piegare le ginocchia. La sua lingua calda e ruvida lavorava alla perfezione, unita al movimento esperto delle dita bagnate di saliva. Mi leccava, mi ingoiava, accelerando il ritmo in un crescendo che mi portò oltre il limite della sopportazione in pochissimi secondi.
