Quando finalmente l'ultimo orgasmo la devastò, lasciandola senza fiato e con le gambe tremanti, si lasciò cadere di lato sul letto. «Basta,» ansimò, il petto che si alzava e si abbassava furiosamente. Non mi guardò nemmeno in faccia. «Sparisci.»
Mi misi a sedere a fatica, passandomi il dorso della mano sulla bocca bagnata. Respiravo a pieni polmoni, ma il basso ventre era una gabbia di dolore. Ero al limite assoluto. L'adrenalina, la sottomissione e l'erezione granitica mi avevano ridotto a un animale implorante. «Sofi... ti prego,» sussurrai, la voce incrinata, la dignità ormai polverizzata. Mi avvicinai a lei a gattoni. «Fammi venire. Non ce la faccio più. Una sega... o usa la bocca, ti supplico. Sto impazzendo.»
Sofia girò la testa verso di me. Il suo sguardo, prima perso nel piacere, divenne improvvisamente una maschera di freddo disgusto. Si mise a sedere, incrociando le gambe. «Fai pena,» sibilò, scuotendo la testa. Allungò una mano e, con un gesto brusco, mi afferrò l'elastico dei boxer, abbassandoli fino alle ginocchia. Il mio cazzo turgido scattò in avanti. Lei lo guardò dall'alto in basso, arricciando il naso. «Che odore schifoso. Che aspetto grottesco. Siete veramente una razza disgustosa, voi uomini. Non riesco nemmeno a guardarlo senza che mi venga la nausea.»
Le mie guance bruciavano. «Ti prego...» ripetei, miserabile. Sofia fece un sorriso perfido, obliquo. «Magari vuoi che lo prenda in bocca, eh, Franci? Lo vuoi tanto?» «Sì...» balbettai.
Lei si chinò in avanti. Il mio cuore perse un battito. Sentii il suo respiro caldo sfiorare il mio glande. Socchiuse le labbra perfette. L'aspettativa mi fece inarcare il bacino verso di lei. Ma invece di accogliermi, le labbra di Sofia si ritrassero in una smorfia crudele. Appoggiò i denti incisivi esattamente sulla pelle ipersensibile della punta, e chiuse la mascella. Delicatamente, ma con una fermezza letale.
Un dolore acuto, elettrico, mi trafisse l'inguine. «Ahi! Cazzo, Sofi, smettila!» ansimai, cercando di ritrarmi, ma lei mi afferrò saldamente alla base con una mano, tenendomi bloccato mentre manteneva i denti piantati sul mio sesso. Non mi stava ferendo a sangue, ma la pressione del morso sulla carne così eccitata e sensibile era una tortura. Era un dolore sordo, umiliante, che mi faceva lacrimare gli occhi.
«Che c'è, non ti piace la mia bocca?» sussurrò contro di me, senza allentare la presa, godendo del mio spasmo di dolore. «Ferma, ti prego... fa male!» gemetti, stringendo i pugni nelle lenzuola.
Dopo dieci, interminabili secondi, aprì la bocca e mi lasciò andare. Si asciugò le labbra col dorso della mano, ridendo con disprezzo. «Rimettiti le mutande, schiavetto. Non meriti nient'altro stanotte,» decretò, indicandomi la porta con un cenno glaciale. Mi tirai su i boxer in fretta, piegato in due dal dolore alle palle e dall'umiliazione più totale.
Mentre aprivo la porta per uscire da quell'inferno, la sua voce vellutata mi colpì alle spalle come una frustata. «Domani... se fai esattamente quello che ti dico, forse ti farò venire,» sussurrò Sofia, sdraiandosi comodamente sui cuscini. «Non vedo l'ora di vedere la tua faccia quando scoprirai cosa dovrai fare per guadagnarti la sborrata, Franci. Buonanotte.»
Uscii nel corridoio buio, richiudendomi la porta alle spalle. Ero duro come la roccia, devastato dal dolore e dal terrore. E l'incubo era solo a metà. Avevo ben due motivi per avere il cazzo dolorante: la frustrazione per non essere venuto e quel fottuto morso sadico che ancora mi bruciava sulla pelle. La cosa peggiore, quella che mi faceva sentire più viscido, era che stavo tornando in camera mia con l'unico obiettivo di usare il corpo di Erika per placare un'erezione provocata dalle altre.
La nostra stanza era immersa nel buio più totale. Sarei voluto passare a controllare Lara e Sara, ma non ero decisamente nelle condizioni psicologiche per farlo. Mi limitai a spogliarmi e a scivolare sotto le lenzuola con cautela. C'era una sagoma distesa di schiena. Mi posizionai a cucchiaio dietro di lei, spingendo il bacino in avanti fino a piantare il cazzo duro come la roccia direttamente contro la rotondità del suo culo.
Le cinsi la vita con un braccio, avvicinando le labbra alla sua nuca. «Ehi, Eri, svegliati...» le sussurrai con voce roca, l'affanno ancora evidente. «Ho voglia di te, dai... giochiamo un po'.»
Mentre continuavo a strusciarmi con insistenza contro di lei, feci scivolare la mano verso l'alto, infilandola sotto la stoffa della canotta per palparle le tette. Le strinsi con foga, impastando la carne bollente tra le dita, anche se una parte remota del mio cervello, offuscata dall'ormone, registrò un dettaglio strano: sembravano più grandi, piene e pesanti del solito.
Non feci in tempo a capirne il motivo. La ragazza si girò di scatto nel letto, bloccandomi il polso con una forza disperata.
«Ma che cazzo stai facendo, Franci?!» esclamò una voce acuta, terrorizzata e del tutto allarmata.
Il cuore mi schizzò in gola. Cazzo. Quella non era Erika. Era Sara.
In quel preciso, fottutissimo istante, la porta del bagno in camera si aprì di colpo. Erika fece un passo nella stanza e premette l'interruttore, accendendo la luce principale. Il riverbero accecante dei fari ci illuminò impietosamente. La scena che si parò davanti ai suoi occhi era un incubo geometrico: io ero sul letto, completamente nudo a parte i boxer, con il cazzo palesemente duro che spuntava per metà dall'elastico delle mutande, vicinissimo a Sara che si stringeva le coperte al petto con gli occhi spalancati.
«Cosa sta succedendo qui?» chiese Erika, guardandoci con il viso stravolto dalla confusione e dalla stanchezza.
L'imbarazzo nella stanza era così denso che si poteva tagliare col coltello. Mi allontanai di scatto da Sara, sistemandomi i boxer alla rinfusa e balbettando la verità, o almeno la parte di verità che potevo dire. «Eri... mio dio, scusami! C'era buio pesto, pensavo fossi tu sul letto... ti giuro, pensavo fossi tu.»
Sara si passò una mano sul viso, ancora visibilmente scossa dagli eventi della serata e dall'alcol. «Sì, Eri, è vero... è entrato e mi ha scambiata per te,» confermò con voce tremante, cercando di gettare acqua sul fuoco.
Erika sospirò, passandosi una mano tra i capelli, troppo stanca e provata per fare una scenata. Guardò me e poi l'amica. «Le ho detto io di dormire qui, Franci. Dopo quello che ha fatto Sofia, era scoppiata a piangere in corridoio e non me la sentivo di lasciarla sola in camera con lei.»
Sara, con le guance ancora imporporate per l'incidente, si mise a sedere sul bordo del materasso. «Sentite, scusate il casino. Forse è meglio se torno di là, vado a dormire sul letto di Lara...»
«No, resta pure, Sara. Non muoverti,» la interruppi subito, afferrando il mio cuscino dal letto con una fretta dettata dalla pura vergogna e dal panico. Guardai Erika, che mi fissava ancora con un'espressione indecifrabile. «Vado io a dormire giù sul divano. Tanto fa caldo e ho bisogno di aria. State tranquille.»
Senza aspettare una replica, voltai le spalle e uscii di corsa dalla camera, richiudendomi la porta alle spalle. Raggiunsi il salone al piano di terra nel silenzio spettrale della villa, crollando sul divano di pelle. Il cazzo mi pulsava ancora, dolorante e teso come una corda di violino, mentre fissavo il soffitto al buio.
Sofia, Lara, Sara, Erika. Le stavo incastrando tutte in una rete di bugie e perversione. Sentii la nausea salirmi alla gola. Questa vacanza era ufficialmente diventata un fottuto, interminabile incubo.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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