Capitolo 5 - Sfondare la Fidanzata per Coprire l'Amante
La tensione esplode trasformandosi in una pericolosa roulette russa di incontri clandestini tra i sedili dell'auto e il box doccia. Per nascondere i propri peccati e sfogare la frustrazione, Franci si affida all'istinto più crudo e animale.
Il viaggio di ritorno verso la villa fu un'agonia silenziosa, scandita dal rumore degli pneumatici sull'asfalto rovente e dall'aria condizionata che mi gelava il sudore addosso.
Mentre fissavo dal finestrino i cespugli di mirto scorrere veloci, una frase continuava a rimbombarmi nel cranio come una campana a morto: E userò te, Franci, per distruggerla fino all'ultimo pezzo. Cosa cazzo intendeva Sofia? Fino a che punto si sarebbe spinta la sua sadica vendetta contro Erika? Il terrore di ferire la ragazza che amavo, di vederle crollare il mondo addosso per colpa del mio stupido errore, mi stava logorando vivo. Non volevo farle del male, avrei fatto qualsiasi cosa per evitarlo, eppure mi sentivo un passeggero impotente su un treno lanciato verso un burrone.
L'abitacolo del fuoristrada era diviso in due mondi. Davanti, una normalità stucchevole. Sofia guidava con una mano sola sul volante, gli occhiali da sole scuri a coprirle lo sguardo indecifrabile, mentre Sara, seduta sul sedile del passeggero, chiacchierava ininterrottamente. «No, ma hai visto le storie di Ele?» stava dicendo Sara, scorrendo il feed del telefono. «Da quando ha partorito è diventata monotematica. Solo foto di tutine sporche, tiralatte e occhiaie. Un incubo.» «La maternità spegne i neuroni,» sentenziò Sofia con una freddezza clinica. «E annienta la vita sessuale. Chissà come è felice il suo povero compagno.» «Mah, ha scritto che non dormono da tre mesi. Io impazzirei,» ridacchiò Sara.
Dietro, il clima era radicalmente diverso. Erika si era addormentata quasi subito, rannicchiata contro la portiera sinistra, la testa appoggiata a un asciugamano arrotolato. Il suo respiro era lento e pacifico. Io ero seduto sul lato destro, lo sguardo perso nel vuoto, la mente in fiamme. Al centro, incastrata tra me e la mia fidanzata, c'era Lara.
Eravamo ancora tutti in costume, i vestiti infilati alla rinfusa sopra la lycra umida di salsedine. Lara se ne stava apparentemente tranquilla, ma con la coda dell'occhio notai che mi stava fissando. Aveva colto la mia espressione devastata. Evidentemente, il cortocircuito emotivo che le era scattato la notte prima non si era affatto spento, anzi, stava covando sotto la cenere.
All'improvviso, sentii una pressione calda sulla coscia. Sussultai, irrigidendomi. La mano di Lara era scivolata dal suo grembo alla mia gamba. Le sue dita risalirono con una lentezza esasperante, finché il palmo non si posò esattamente sopra il rigonfiamento del mio cavallo, avvolto dal costume ancora bagnato. Sgranai gli occhi e mi voltai di scatto verso di lei. Lara aveva le guance imporporate, un misto evidente di imbarazzo e di una perversa, incontenibile eccitazione. Guardava dritto davanti a sé, fingendo di ascoltare la conversazione di Sara e Sofia, ma le sue dita iniziarono a impastare la mia carne attraverso il tessuto ruvido.
Cazzo. Non potevo parlare. Erika dormiva a trenta centimetri dalla mia spalla sinistra, e davanti c'erano le altre due.
Con le mani che mi tremavano, sfilai lo smartphone dalla tasca del sedile anteriore. Aprii l'applicazione delle Note, creai un nuovo foglio bianco e digitai velocemente, per poi inclinare lo schermo verso di lei.
Che cazzo fai? Ci vedono! Fermati.
Lara sbirciò lo schermo. Con l'indice della mano sinistra, si allungò verso il mio telefono, cancellando la mia frase per scriverne un'altra, con estrema lentezza per non farsi notare dalle ragazze davanti.
Hai una faccia tristissima. Volevo tirarti su il morale. Si morse il labbro, poi aggiunse: E poi... fare una cosa del genere qui, col rischio che ci scoprano, mi fa impazzire.
Ero senza fiato. La suora del gruppo era diventata una ninfomane drogata di adrenalina. Scrissi di nuovo: Sei impazzita. Erika è qui accanto.
Lara prese il telefono un'ultima volta. Il suo sguardo, da dietro le lenti, era carico di una determinazione oscura. Metti lo zaino sopra.
Il mio zaino era incastrato tra il mio fianco e la portiera. Deglutii a vuoto, il cuore che mi martellava nel petto come un tamburo. L'istinto di sopravvivenza mi urlava di rifiutare, ma la tensione asfissiante dell'abitacolo e il ricordo della masturbazione punitiva di Sofia mi avevano lasciato in un limbo di frustrazione e bisogno di rilascio. Con un movimento a scatti, afferrai lo zaino e me lo piazzai sulle ginocchia, creando una barriera visiva perfetta.
Lara non se lo fece ripetere due volte. Sgattaiolò con la mano sotto il tessuto spesso dello zaino. Infilò le dita sotto l'elastico del mio costume. La sensazione fu un cortocircuito sensoriale: la rete interna del costume era fredda e bagnata, intrisa di sale, mentre la mano di Lara era piccola, morbida e bollente. Mi afferrò il cazzo, che in pochi secondi era scattato sull'attenti, turgido e intrappolato in quell'umidità salmastra.
Iniziò a segarmi. I suoi movimenti erano ancora un po' scomposti, limitati dallo spazio angusto tra i sedili e dalla necessità di non muovere la spalla, ma aveva imparato qualcosa. La presa era salda, scivolava su e giù sfruttando l'umidità dell'acqua di mare rimasta sulla mia pelle e sul tessuto come un lubrificante improvvisato.
«...e poi le ha comprato una carrozzina da duemila euro, roba da matti,» continuava a blaterare Sara davanti, mentre la macchina imboccava una curva stretta. «I soldi non comprano il sonno,» replicò Sofia.
Il contrasto tra la conversazione banale a un metro di distanza e l'atto profondamente osceno che si stava consumando sotto il mio zaino era inebriante. Sentivo il respiro di Lara farsi impercettibilmente più corto e pesante. Si stava eccitando nel compiere quell'abominio a pochi centimetri dalla mia ragazza addormentata.
Eppure, non era tutto perfetto. A causa della posizione scomoda, il polso di Lara era piegato in un'angolazione innaturale. Ogni tanto, nella foga, stringeva troppo, e le sue unghie raschiavano contro la pelle ipersensibile del mio glande, causandomi fitte di un dolore acuto che si mescolava a un piacere brutale. Il costume bagnato creava un attrito fastidioso alla base, tirando i peli e irritando la pelle, ma quella crudezza, quell'imperfezione ruvida, rendeva il tutto ancora più sporco e proibito.
Schiacciai la nuca contro il poggiatesta, serrando la mascella fino a farmi male ai denti per non emettere il minimo suono. L'auto sobbalzò su una buca dell'asfalto sardo. La mano di Lara scivolò male, stringendomi con forza eccessiva, e io dovetti mordermi l'interno guancia a sangue per non gemere per il colpo improvviso. Lara se ne accorse, mi lanciò un'occhiata di scuse da sotto gli occhiali e allentò la presa, per poi riprendere con un ritmo più dolce e mirato. Il calore si stava accumulando rapidamente all'inguine. Il sangue mi pulsava nelle orecchie, coprendo la voce della radio e le chiacchiere delle ragazze. Ero teso come una corda di violino, in bilico sul precipizio, in balia di quella mano invisibile.
Mancava pochissimo. Ero a un passo dal lasciarmi andare nel buio angusto del mio stesso zaino.
Improvvisamente, Erika emise un verso impastato di sonno. «Mmh...» Alla mia sinistra, il sedile scricchiolò. Erika si stiracchiò, muovendo le gambe, e sollevò lentamente la testa dal finestrino, sbadigliando. «Siamo... siamo già arrivati?» sbiascicò, stropicciandosi un occhio.
La mano di Lara si ritrasse alla velocità della luce, come un serpente che scatta indietro. Uscì da sotto lo zaino, tornando a posarsi innocentemente sulle sue ginocchia in una frazione di secondo.
Rimasi paralizzato, il cazzo duro e dolorante per l'eccitazione troncata di netto, il fiato bloccato nei polmoni e il cuore che minacciava di sfondarmi la gabbia toracica. «Quasi, tesoro,» rispose Sofia dal posto di guida, fissandomi per un attimo dallo specchietto retrovisore con un cipiglio sospettoso. «Ancora dieci minuti.» «Hai dormito bene, amore?» riuscii a balbettare verso Erika, stringendo i pugni sullo zaino per mascherare il tremore delle mie mani e l'erezione furiosa che ancora pulsava disperatamente sotto il tessuto umido.
Il supplizio di quel viaggio giunse finalmente al termine. Quando il fuoristrada parcheggiò nel vialetto della villa, l'aria condizionata lasciò il posto al calore della sera sarda. Scesi dall'auto con le gambe molli, l'adrenalina che scemava lasciandomi addosso un senso di vuoto e una stanchezza infinita.
Erika mi venne incontro e mi cinse il collo con le braccia, lasciandomi un bacio stanco sulla guancia. «Mio dio, sono cotta,» sospirò, mentre le altre entravano in casa lanciando le borse mare sul divano. «Io mi prendo la doccia in camera nostra,» annunciò Erika, staccandosi da me. «Mi do una rinfrescata e poi crollo a dormire un'oretta prima di cena. Sono a pezzi.» «Ottima idea, amore,» le risposi, accarezzandole un braccio. «Vai pure, io mi rilasso due minuti e ti raggiungo a breve.»
Mentre Sara si avviava verso il bagno principale nel corridoio e Lara si chiudeva in camera sua senza dire una parola, Sofia si fermò sulla soglia della porta d'ingresso, facendo tintinnare le chiavi dell'auto a noleggio. «Io faccio un salto in paese,» annunciò con una calma serafica. «Devo comprare alcune cose che ci serviranno per stasera. Torno tra poco.» Si voltò a guardarmi. Solo un secondo. Ma quegli occhi di ghiaccio, uniti a quel "ci serviranno per stasera", mi fecero scorrere un brivido freddo lungo la spina dorsale.
Rimasto solo, mi lasciai cadere sul divano del soggiorno, tolsi la maglia per il troppo caldo. Chiusi gli occhi per dieci minuti esatti, cercando di rallentare il battito cardiaco e di spegnere l'erezione pulsante che Lara mi aveva provocato in macchina. Quando mi sentii di nuovo padrone del mio corpo, mi alzai per raggiungere la mia stanza da letto e la mia ragazza.
Mentre camminavo lungo il corridoio, la porta del bagno principale si aprì di uno spiraglio. Una nuvola di vapore caldo uscì dallo stipite, seguita dalla testa bionda e bagnata di Sara. «Uh, Franci, sei tu! Meno male,» esclamò, con un sorriso radioso. Mi fermai, confuso. «Dimmi, Sara.» «Mi spalmeresti il dopo sole sulla schiena? Non ci arrivo proprio e mi tira da morire la pelle. Entra dai.»
Rimasi interdetto. Che me lo chiedesse con questa naturalezza mi spiazzò, ma non volendo sembrare strano o esitante, le dissi di sì e spinsi la porta.
L'aria all'interno del bagno era densa, satura del calore della doccia appena fatta e di un profumo inebriante di bagnoschiuma alla vaniglia e fiori di loto. Ma fu l'impatto visivo a paralizzarmi. Sara non era in asciugamano. Indossava solo un completino intimo di pizzo nero. Il contrasto tra la sua pelle dorata dall'abbronzatura e le trame scure del pizzo era un pugno nello stomaco. Il pezzo di sotto era un tanga sottilissimo che le fasciava i fianchi, valorizzando in modo osceno la rotondità perfetta del suo culo sodo.
«Wow, Sara... scusami, sei in intimo!» sbottai, portandomi istintivamente una mano a coprire gli occhi, convinto di essere entrato con troppa foga. Sentii la sua risata squillante e cristallina riempire il bagno. «Ma va, Franci, sticazzi!» mi liquidò con i suoi soliti modi schietti e disinvolti. «Mi hai vista in costume tutto il giorno, non cambia assolutamente nulla. Anzi, il costume copre di meno!»
Abbassai la mano, riluttante. Era girata di schiena. Con un movimento fluido e senza un briciolo di malizia, allungò le braccia all'indietro e slacciò il gancetto del reggiseno. Lo lasciò morbido, tenendo ferme le coppe premute contro il petto con una mano per non scoprirsi davanti, offrendomi la schiena completamente nuda. «La crema è sul lavandino,» mi indicò con un cenno della testa bagnata, spostandosi i capelli su una spalla.
Deglutii un groppo grande quanto un macigno. Presi il flacone di crema fresca, ne versai una dose generosa sui palmi e mi avvicinai. Appena le mie mani toccarono la sua pelle calda, il mio cervello andò in corto circuito. La stavo toccando. Stavo massaggiando con ampi movimenti circolari quelle stesse scapole, quella stessa curva dolce della schiena che la notte prima avevo spiato al buio. Il ricordo della mia sborrata sul suo ventre mentre dormiva ignara mi invase la mente, mescolandosi al profumo del suo intimo di pizzo nero e all'umidità del bagno. Era un contrasto di una perversione inaudita: io mi sentivo il peggior predatore del mondo, mentre lei si affidava a me con una fiducia totale, platonica.
«Mmh, che sollievo,» sospirò lei, rilassando le spalle sotto il mio tocco. «Comunque, Franci... ti vedo spento.» Le mie mani si fermarono per una frazione di secondo. «In che senso?» «Rispetto a quando siamo arrivati,» continuò lei, girando leggermente il viso verso di me per guardarmi con la coda dell'occhio. «Sei silenzioso. Teso. Con Erika va tutto bene, vero? Non avete litigato?» «No, no, figurati. Con Eri va tutto a meraviglia,» mentii, riprendendo a massaggiarle il centro della schiena, scendendo pericolosamente vicino all'orlo del pizzo nero sui glutei per stendere bene la crema, pregando che la mia voce non tremasse. «È solo... un po' di stress accumulato dalla sessione prima di partire, e il sole di oggi mi ha dato la mazzata finale.»
Sara sbuffò una risata, scuotendo la testa. «Sei un nonno, Franci! Dai, stasera ti facciamo bere un paio di shot e ti facciamo resuscitare. E non fare quella faccia da cane bastonato, che hai la ragazza più bella del mondo che pende dalle tue labbra.»
Le sue parole, il suo tono leggero e il suo tentativo genuino di tirarmi su il morale mi colpirono dritto al petto. Continuai a massaggiarle dolcemente la pelle dorata, e in quel momento realizzai una verità assoluta e dolorosa. Mentre Sofia era la strega cattiva, la sadica manipolatrice che si nutriva dei nostri segreti, Sara ed Erika erano la luce di quel gruppo. Erano due ragazze solari, pure, innamorate della vita e dell'amicizia. Erano le uniche anime candide di quella fottuta vacanza. E io, intrappolato nella rete di Sofia e cedendo alle tentazioni di Lara. Stavo sprofondando, rischiando di non meritare più questo trattamento.
«Ecco fatto, ho steso tutto,» le dissi, ritraendo le mani e facendo un passo indietro, pregando che il momento finisse lì.
Ma Sara, con la sua solita, devastante spontaneità, si voltò di scatto con un sorriso enorme. «Grazie mille, Franci! Mi hai salvato la vita.» Si slanciò in avanti per abbracciarmi. Un abbraccio al volo, tra amici, per fare la scema come al solito. Ma nella foga del movimento, dimenticò un dettaglio fondamentale: non aveva riallacciato il reggiseno.
Le coppe di pizzo nero scivolarono via. Quando si strinse a me, il suo petto nudo e bollente si schiacciò direttamente contro il mio torace nudo. Sentii la morbidezza assoluta dei suoi seni e la punta dura dei suoi capezzoli premere contro la mia pelle. Trattenni il fiato, pietrificato. Il mio cervello si spense, mentre il sangue si fiondò violentemente verso il basso.
«Cazzo!» squittì Sara, arrossendo improvvisamente, ma non si staccò subito per l'imbarazzo. «Ops... scusa, Franci, me ne ero dimenticata!» «Non... non ti preoccupare,» balbettai, chiudendo gli occhi di scatto e girando la faccia verso il muro. «Non sto guardando, te lo giuro.» Rimanendo in quell'abbraccio goffo e fottutamente erotico, feci scivolare le mani dietro la sua schiena. A tentoni, sentendo il calore della sua pelle appena spalmata di crema, trovai i due lembi di pizzo, li tirai e agganciai i ferretti.
«Fatto,» dissi, la voce che mi tremava. Lei si staccò, sistemandosi le spalline con una risatina nervosa, ma con gli occhi che le brillavano per la gaffe. «Mio dio, che figura di merda. Ti prego, non dirlo a Erika o mi ammazza!» «Sarà il nostro segreto,» risposi, cercando di sorridere mentre indietreggiavo verso la porta. «Vado... vado a lavarmi. A dopo.»
Uscii dal bagno principale con il cuore in gola e un'erezione così dolorosa e dura da sembrare di marmo. L'odore della sua vaniglia ce l'avevo stampato addosso. Speravo disperatamente di entrare in camera, trovare Erika sveglia, buttarmi su di lei e farmi una scopata per sfogare tutta quella tensione accumulata e togliermi dalla testa quel contatto proibito. Ma quando aprii la porta, la stanza era in penombra. Erika era sprofondata tra i cuscini, il respiro pesante, immersa in un sonno profondo.
Imprecai mentalmente. Non volevo svegliarla. Andai dritto nel bagno in camera, chiusi la porta senza fare rumore e aprii l'acqua della doccia. Mi spogliai in fretta, intenzionato a farmi una sega veloce sotto il getto caldo. Ero consapevole che non potevo e non volevo usare Lara. Non c'era modo.
Eppure, a lei del rischio non importava un cazzo.
Ero appena entrato sotto l'acqua quando la porta del bagno si aprì ed entrò lei. Chiuse la serratura a chiave con un piccolo scatto metallico. «Lara, ma che cazzo fai?!» sussurrai, sgranando gli occhi oltre il vetro del box. «Sei impazzita? C'è Erika che dorme a tre metri da qui!» Lara si avvicinò, gli occhi accesi da una febbre scura. «Ha il sonno pesante, lo sai bene,» bisbigliò, togliendosi gli occhiali. «E poi in macchina mi è piaciuto troppo. Sono troppo eccitata, Franci. Non ce la faccio più.»
Senza aspettare una mia risposta, si sfilò il costume intero, lasciandolo cadere sul pavimento bagnato, e aprì l'anta della doccia, infilandosi dentro con me. «Lavami,» mi implorò, la voce che era un sussurro roco e disperato.
L'acqua calda ci investì entrambi. La razionalità andò a farsi fottutamente benedire. Presi la spugna insaponata e iniziai a passarla sul suo corpo. I miei movimenti, all'inizio attenti, si fecero subito intensi, possessivi. Le insaponai il collo, scendendo sui seni piccoli ma turgidi, strofinando i capezzoli che si indurirono istantaneamente sotto il mio tocco. Lei chiuse gli occhi, gemendo piano. Passai le mani piene di schiuma sui suoi fianchi, scendendo lungo le cosce, per poi risalire e sfiorarle l'inguine.
Presi il doccino in mano. Con uno sguardo da indemoniato, accesi il getto a pressione e lo diressi esattamente in mezzo alle sue gambe. Lara inarcò la schiena, spalancando la bocca in un gemito soffocato. L'acqua bollente le martellava il clitoride, facendola tremare come una foglia. La stuzzicai, spostando il getto, facendola impazzire di desiderio. Si aggrappò alle mie spalle, le unghie che mi graffiavano la pelle bagnata.
Ero su di giri. L'eccitazione di quel tradimento silenzioso, a due passi dalla mia fidanzata, mi aveva trasformato in un animale. Buttai via il doccino, lasciando che l'acqua tornasse a spiovere dal soffione grande. La afferrai per i fianchi e la sbattei contro la parete a vetri della doccia. Il rumore sordo della sua schiena contro il cristallo fu coperto dallo scroscio dell'acqua. Le sollevai la coscia destra, incastrandola attorno al mio fianco. Senza preliminari, senza dolcezza, spinsi il bacino in avanti e la penetrai con un colpo solo.
Lara emise un lamento acuto. Era stretta. Strettissima. La sensazione della sua figa bollente e contratta che accoglieva il mio cazzo di marmo, combinata con l'acqua scivolosa che ci scorreva addosso, mi fece rovesciare gli occhi all'indietro. Iniziai a scoparla in modo rude, violento. Il mio bacino sbatteva contro il suo producendo un rumore osceno, slap, slap, slap, ritmico e bagnato. La parete di vetro tremava a ogni mio affondo.
Lara non riusciva a trattenersi. I suoi gemiti stavano diventando troppo forti. «Franci... mio dio... ah!» «Zitta, cazzo! Abbassa la voce!» le ringhiai contro la bocca. Ma lei era in pieno delirio sensoriale. Così, spostai la mano sinistra dal suo fianco e le avvolsi il collo, stringendo appena per farle alzare il mento. Con la mano destra, presi quattro dita e gliele infilai in bocca con prepotenza. «Succhiale. E sta' zitta,» le ordinai.
Lara obbedì, sgranando gli occhi. Afferrò le mie dita con le labbra, succhiando avida, mentre i suoi gemiti si trasformarono in suoni strozzati, umidi e ovattati contro il mio palmo. Ripresi a stantuffare dentro di lei con una forza spietata. La sentivo stringermi sempre di più. L'interno della sua figa era un forno che pulsava a ogni mia spinta. La combinazione del mio dominio, la mano sul collo, le dita in bocca a zittirla, la forza con cui la sbattevo contro il vetro, la stava mandando oltre il limite.
«Mmh! Mmmmh!» mugugnò contro la mia mano. Il suo corpo fu scosso da un tremito violento. Le pareti interne della sua intimità iniziarono a spasimare attorno al mio glande, mungendomi con una forza incredibile. Stava venendo, duramente e intensamente. Ma io non mi fermai. Anche se sapevo che ora era ipersensibile, continuai a scoparla con la stessa ferocia. Lara piangeva quasi di piacere, strizzando gli occhi, sopraffatta da quelle sensazioni estreme.
Quando vidi che le gambe le stavano cedendo e non riusciva più a reggere il ritmo, mi fermai di colpo. Sfilai il mio cazzo da lei con uno schiocco bagnato. Ero madido di sudore e acqua, il petto che si alzava e abbassava furiosamente. Non ero ancora venuto, cazzo. Mi pulsava tutto. La lasciai respirare per un secondo, tirando fuori le dita dalla sua bocca. Poi, con arroganza, le sbattei il mio sesso turgido e lucido contro la guancia. «Succhialo,» ansimai. «Fammi venire. Sbrigati.»
Lei aprì gli occhi, stordita, leccandosi le labbra pronta ad accontentarmi. Ma in quell'esatto, fottutissimo millesimo di secondo...
BEEP. BEEP. BEEP.
La suoneria acuta e inconfondibile della sveglia del telefono di Erika squarciò il silenzio della camera da letto, rimbombando fino al bagno. Il sangue mi si gelò all'istante. L'erezione subì un colpo da maestro.
«Porca troia!» sibilai, il panico che mi afferrava per la gola. Lara sgranò gli occhi, terrorizzata. «Mio dio... Franci, mio dio!» «Zitta! Muoviti!»
Chiuse l'acqua con un colpo secco. Il silenzio nel box doccia fu assordante, rotto solo dalla sveglia che continuava a suonare di là. Uscimmo dal box annaspando. Quanto cazzo di tempo avevamo perso? Cinque minuti? Dieci? Afferrammo gli asciugamani come se ne andasse della nostra vita. «E ora che cazzo facciamo?!» bisbigliò Lara, pallida come un lenzuolo, cercando di asciugarsi i capelli alla cieca. «Se viene qui mi ammazza!» «Fermati qui. Non fare il minimo rumore,» le ordinai, avvolgendomi un asciugamano bianco attorno alla vita. Il cervello mi lavorava a mille. «Esco io per primo. La distraggo. Tu aspetta che abbia la visuale coperta e scappa fuori dalla stanza, cazzo!»
Non le diedi il tempo di rispondere. Spalancai la porta del bagno e uscii nella camera. Erika stava proprio allungando la mano per spegnere la sveglia sul comodino. Aveva i capelli arruffati e un'aria deliziosamente intontita.
«Mmh... sei già lavato?» mormorò, stropicciandosi gli occhi. Senza darle il tempo di mettere a fuoco la stanza, feci tre passi veloci e mi buttai a peso morto sul letto, esattamente sopra di lei, schiacciandola sotto il mio petto umido e bloccandole la visuale verso il bagno con le mie spalle.
«Buongiorno, raggio di sole,» le sussurrai con una voce roca, sfoderando il sorriso più seducente e falso che fossi mai riuscito a creare, mentre il cuore mi batteva a duecento all'ora. «Ehi... ma sei bagnato,» ridacchiò lei, cingendomi il collo, ignara di tutto. «E profumo di buono,» replicai, iniziando a baciarle il collo, riempiendola di attenzioni.
Ero ancora divorato dall'eccitazione. L'adrenalina del rischio sventato e il fatto di non essere riuscito a svuotarmi con Lara mi lasciavano con un'erezione dolorosa e prepotente sotto l'asciugamano. Mentre la stuzzicavo con dolci parole all'orecchio, feci scivolare una mano verso il basso. Superai l'elastico dei pantaloncini di cotone con cui dormiva, infilando le dita calde e audaci direttamente tra le sue cosce, deciso a usare la mia ragazza per finire quello che l'altra aveva iniziato.
«Oggi addirittura un secondo round?» mi prese in giro, inarcando leggermente il bacino per assecondare la mia mano. «Vuoi distruggermi, amore? Pensavo fossi stanco...» «Non sono mai stanco di te,» le sussurrai a un millimetro dalla bocca, la voce roca e carica di un'urgenza che lei interpretò come pura passione, ignorandone la genesi torbida.
Non le diedi il tempo di ribattere. La baciai in modo selvaggio, quasi animalesco, divorandole la bocca con una foga che la fece gemere di sorpresa. Le mie mani scattarono sui suoi fianchi. Sfruttando l'effetto sorpresa, la feci girare con un movimento rapido e deciso, facendola ritrovare a pancia in giù sul materasso. Le afferrai i fianchi, sollevandole il bacino verso di me, mentre le spingevo dolcemente ma con fermezza le spalle verso il basso, costringendola ad affondare la faccia e la voce contro il cuscino morbido.
Era la mossa perfetta. Erika ridacchiò, eccitata da quella prepotenza inaspettata, ma soprattutto aveva la visuale completamente bloccata. Sopra la sua schiena nuda, il mio sguardo saettò verso la porta del bagno. Si aprì in un soffio. Lara scivolò fuori, avvolta in un asciugamano bianco, pallida e tremante. I nostri occhi si incrociarono per una frazione di secondo: i suoi erano spalancati per il terrore. Le feci un cenno fulmineo con la testa. Senza fare il minimo rumore, Lara sgattaiolò verso la porta della camera, la aprì di uno spiraglio e si dileguò nel corridoio come un fantasma.
L'adrenalina del rischio sventato si mescolò all'eccitazione bestiale che mi martellava nelle vene. Ero salvo, e avevo la mia ragazza pronta e inerme sotto di me. «Franci...» mormorò Erika contro la federa del cuscino, la voce ovattata ma carica di desiderio. «Dobbiamo essere veloci... tra poco si mangia e ci aspettano giù.» «Sarò velocissimo,» le promisi, afferrando l'orlo dei suoi pantaloncini e degli slip in un colpo solo, tirandoglieli giù fino alle ginocchia.
Il suo culo rotondo e perfetto si offrì alla mia vista. Mi sfilai l'asciugamano dalla vita, liberando finalmente il mio cazzo turgido, lucido e dolorante per l'attesa. Mi inginocchiai dietro di lei. Invece di penetrarla subito, mi spinsi in avanti, facendo scivolare la cappella bollente esattamente tra le sue natiche, strofinandola contro le sue labbra socchiuse e umide. Erika sussultò, inarcando la schiena come un arco teso. Sfregai la punta del mio sesso sul suo clitoride, muovendomi avanti e indietro. Era già bagnatissima, complice il sonno interrotto e la mia aggressione sensuale.
«Cazzo, amore... mettilo...» gemette lei, dimenando i fianchi contro di me, implorando l'ingresso. Non aspettai oltre. Afferrai saldamente i suoi fianchi con entrambe le mani e spinsi in avanti. La penetrai con un colpo secco e profondo, fino alla base.
Erika lanciò un gemito acuto, subito soffocato dal cuscino. Le pareti della sua figa, strette e lubrificate, mi avvolsero come un guanto di seta rovente. Era una sensazione paradisiaca, il sollievo assoluto dopo la tortura psicologica e fisica della doccia. Iniziai a muovermi con una forza e una velocità che di solito non usavamo. L'istinto animale aveva preso il sopravvento. I miei fianchi sbattevano contro i suoi glutei con un rumore umido e ritmico, uno slap carnale che rimbombava nella stanza silenziosa. Ogni mia spinta era rude, profonda, un modo per scaricare l'ansia, la colpa e quella maledetta energia oscura che Sofia mi aveva iniettato sotto pelle.
«Mio dio, Franci... così, cazzo... più forte!» ansimava Erika, assecondando il mio ritmo frenetico, stringendomi da dentro a ogni affondo. Non l'avevo mai scopata con tanta ferocia. Sentivo le sue unghie graffiare le lenzuola.
Il calore del suo interno mi stava portando rapidamente al limite. L'attrito perfetto, il profumo della sua pelle mischiato a quello del nostro sesso, la visione della sua schiena che si inarcava a ogni mia spinta violenta... fu un'escalation devastante. «Eri... ci sono,» ringhiai, i denti stretti, i muscoli delle cosce tesi allo spasimo. «Vieni... vieni dentro di me, amore!» urlò lei contro il cuscino, il suo corpo che si contraeva improvvisamente in uno spasmo violento e incontrollabile. Il suo orgasmo mi strizzò il cazzo con una forza pazzesca.
Fu la scintilla finale. Chiusi gli occhi, spingendomi dentro di lei un'ultima, disperata volta, e il mio corpo esplose. Venni con una potenza che mi lasciò senza fiato, svuotando tutto il mio seme, la mia frustrazione e la mia follia direttamente nel suo grembo caldo.
Rimasi schiacciato contro la sua schiena per lunghi istanti, ansando come se avessi corso una maratona, il mio petto madido di sudore incollato alla sua pelle. Lentamente, mi sfilai da lei, lasciandomi cadere di lato sul materasso, tirandola subito contro il mio petto per stringerla in un abbraccio.
Erika si voltò verso di me, i capelli arruffati e il viso acceso da un rossore bellissimo. Mi guardò con un misto di adorazione e stupore. «Cazzo, Franci...» sussurrò, posandomi una mano sul petto per sentire il mio cuore impazzito. «Non so cosa ti sia preso oggi, ma non smettere mai di fare così. Sei stato pazzesco.» Le sorrisi, baciandole la fronte sudata. La colpa tornò a bussare debolmente, ma il senso di liberazione era troppo forte. «È l'aria sarda,» scherzai, accarezzandole il fianco. «Mi fa un bell'effetto.» «Si vede,» ridacchiò lei, rannicchiandosi per un minuto contro di me. «Però ora dobbiamo davvero alzarci, o le altre ci vengono a bussare e ci trovano così.»
Ci ricomponemmo in fretta. Una sciacquata veloce, vestiti puliti e un filo di profumo. Erika era radiosa, leggera, convinta di essere l'unica donna nei miei pensieri. E in un certo senso malato, lo era.
Scendemmo le scale mano nella mano. Dal piano di sotto proveniva della musica a basso volume. Quando entrammo nella grande cucina a vista, Sara stava affettando del pane, vestita con un abitino leggero. Lara era seduta sullo sgabello dell'isola centrale: indossava i suoi soliti occhiali e una maglietta over-size, intenta a scorrere il feed di Instagram con un'espressione neutra, ma quando incrociò il mio sguardo notai un lievissimo rossore salirle sulle guance. Era incredibile come riuscisse a mascherare il degrado che avevamo sfiorato mezz'ora prima.
Ma la mia attenzione fu subito catturata da Sofia. Era appoggiata al piano di marmo, appena uscita dalla doccia, con un vestito nero aderente che le scivolava addosso come una seconda pelle. Davanti a lei c'erano dei bicchierini da cicchetto, delle zollette di zucchero, un accendino e, soprattutto, due bottiglie alte, slanciate, ripiene di un liquido verde smeraldo.
Assenzio.
Sofia alzò lo sguardo su di noi, un sorriso gelido e calcolatore le piegò le labbra. Non guardava Erika. Guardava dritto dentro di me, sventrandomi l'anima. Appoggiò le unghie laccate sul vetro della bottiglia, tamburellando un ritmo macabro.
«Ben svegliati, piccioncini,» disse, la sua voce vellutata che risuonò nella stanza come una condanna a morte. «Prendete posto. Niente vinello stasera. Stasera si gioca sul serio.»
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