Capitolo 6 - Soffocato nella Figa e Morso sul Cazzo
Un gioco alcolico degenera rapidamente in un teatro di crudele umiliazione pubblica e spietata sottomissione. Tra ordini perversi, torture fisiche e un grottesco scambio di persona al buio, la frustrazione sessuale raggiunge un limite insostenibile.
La cena era passata in una sorta di trance ipnotica. Avevamo mangiato pesce alla griglia nel patio, bevuto del vino bianco ghiacciato e finto che fossimo solo cinque amici in vacanza. Ma il vero pasto, quello che Sofia aveva pianificato per saziare la sua fame di controllo, stava per cominciare.
Ci spostammo al grande tavolo rotondo di teak a bordo piscina. La luce azzurrina dell'acqua si rifletteva sui nostri volti, creando ombre sinistre. Io e Sara eravamo seduti uno accanto all'altra, concentrati a chiudere la solita canna serale. Lei sbriciolava l'erba nel palmo della mano, mentre io leccavo la cartina per sigillarla. «Sei pronto a morire, Franci?» ridacchiò Sara, passandomi l'accendino. «Con quell'assenzio finiamo tutti a vomitare nell'aiuola prima di mezzanotte.» «Speriamo di arrivarci, a mezzanotte,» mormorai, accendendo il joint e aspirando la prima boccata amara per calmarmi i nervi.
Dall'altra parte del tavolo, Erika, Sofia e Lara stavano allestendo il campo di battaglia. Erika rideva, spensierata e complice, aiutando Sofia a versare il liquido verde smeraldo in una fila interminabile di cicchetti di vetro, totalmente ignara del fatto che stesse letteralmente preparando il veleno che l'avrebbe distrutta. Lara, invece, teneva lo sguardo basso, sistemando metodicamente le zollette di zucchero in un piattino, evitando accuratamente di guardarmi.
«Bene, signori e signore, ci siamo,» annunciò Sofia. Prese una bottiglia di birra vuota, la sciacquò rapidamente e la piazzò esattamente al centro del tavolo. Il tonfo del vetro sul legno zittì le risate di Erika e Sara.
Sofia si appoggiò allo schienale della sedia, accavallando le gambe chilometriche e incrociando le mani in grembo. I suoi occhi di ghiaccio brillarono nella penombra. «Il gioco è semplice, ma non è il solito Obbligo o Verità per ragazzini sfigati,» esordì, la voce vellutata ma affilata come un rasoio. «Si gira la bottiglia. Chi la fa girare fa una domanda a chi viene puntato. Una domanda vera. Scomoda. Intima. Niente cazzate del tipo 'qual è il tuo colore preferito'. Vogliamo i segreti, quelli che vi fanno sudare freddo.»
Fece una pausa teatrale, assicurandosi di avere l'attenzione di tutti. «Chi riceve la domanda ha due opzioni. La prima: risponde con l'assoluta, fottuta verità. La seconda: se si rifiuta di rispondere perché ha troppa paura... beve un cicchetto di assenzio liscio e deve sottostare a una penitenza fisica. Una penitenza scelta, ovviamente, da chi ha fatto la domanda. E non ci si può rifiutare. Chiaro?»
Le altre si scambiarono sguardi divertiti ed eccitati. Nessuna di loro aveva capito. Credevano fosse un modo per ravvivare la serata, per fare domande piccanti sui ragazzi o sulle fantasie nascoste. Non avevano idea che Sofia avesse già tutte le risposte, e che la bottiglia non fosse un gioco di fortuna, ma un'arma di distruzione di massa.
«A me va benissimo,» esclamò Sara, prendendomi la canna dalle mani e aspirando una nuvola di fumo, gli occhi che le brillavano per la sfida. «Non ho segreti io. Pronta a tutto.» «Idem,» fece eco Erika, stringendosi nelle spalle con un sorriso radioso, per poi allungare una mano per accarezzarmi il ginocchio sotto il tavolo. «Ci divertiamo un po'. Lara, ci stai?»
Lara si sistemò gli occhiali, stringendo le labbra in una linea sottile. Il suo sguardo saettò per un millesimo di secondo verso di me. «Sì... ci sto.» «Perfetto,» mormorai io, sentendo la cenere dell'erba bruciarmi la gola. Non avevo alternative.
«Meraviglioso,» sorrise Sofia, sporgendosi in avanti e afferrando il collo della bottiglia di birra vuota. «Visto che l'idea è mia... inizio io.» Diede un colpo secco al vetro. La bottiglia iniziò a girare vorticosamente sul legno, producendo un suono secco e ipnotico.
Tutti fissavamo quel pezzo di vetro verde girare, rallentare, e infine fermarsi inesorabilmente. La serata era appena cominciata.
La bottiglia di vetro scuro smise di girare con un cigolio sinistro. Il collo puntava dritto verso Sara.
Sofia sorrise, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita. «Perfetto. Iniziamo subito col botto,» sussurrò, la voce carica di malizia. «Dimmi, Sara... qual è la fantasia sessuale più inconfessabile che hai fatto su uno di noi seduti a questo tavolo?»
Sara sgranò gli occhi, colta alla sprovvista. Guardò prima me, poi Erika, poi Lara. Il suo proverbiale coraggio vacillò. «Cazzo, Sofi... ma sei stronza!» ridacchiò nervosamente, passandosi una mano tra i capelli biondi. «Non posso dirlo. Creerei un casino.» «Regola numero uno: niente scuse,» la incalzò Sofia, versando due dita di assenzio verde smeraldo nel cicchetto di fronte a lei. «Bevi. E preparati alla penitenza.»
Sara alzò gli occhi al cielo, afferrò il bicchierino e buttò giù l'assenzio tutto d'un fiato. Tossì, con gli occhi che le lacrimavano per la botta alcolica devastante, succhiando subito una zolletta di zucchero. «Penitenza,» decretò Sofia, i suoi occhi di ghiaccio che la squadravano dall'alto in basso, famelici. «Togliti il top. Subito.» Sara esitò un attimo, poi, spinta dall'orgoglio e dall'alcol, afferrò l'orlo della maglietta e se la sfilò, restando solo con quel minuscolo reggiseno di pizzo nero che le avevo allacciato in bagno poche ore prima. La luna illuminò il suo petto pieno e dorato. Notai lo sguardo di Sofia incollarsi sulle sue curve. Non era solo voglia di umiliarla. C'era un guizzo torbido, una fame predatrice che tradiva un'eccitazione palese. Sofia voleva metterla a nudo.
Sara fece girare la bottiglia. Toccò a me. «Ok, Franci,» disse Sara, leccandosi le labbra ancora sporche di zucchero. «Qual è il posto più sbagliato o estremo in cui hai sborrato in vita tua?»
Il cuore mi si fermò nel petto. Il ricordo del ventre di Sara macchiato dal mio seme la notte prima mi esplose nel cervello. Avevo il cicchetto di assenzio davanti, ma sapevo che se avessi iniziato a bere, Sofia mi avrebbe distrutto con le penitenze. Dovevo rispondere. «Addosso a una persona che dormiva,» dissi, la voce piatta, guardando fisso il centro del tavolo. Erika scoppiò a ridere, dandosi una manata sulla fronte. «Oddio, amore! Ti ricordi quel capodanno di tre anni fa? Ero ubriaca marcia e mi sono addormentata, e tu non ti sei fermato!» Annuii, forzando un sorriso. Erika era convinta parlassi di lei. Sara rise con gusto. Ma Lara, accanto a me, si strozzò con il fumo della canna, tossendo violentemente. Sofia mi lanciò un'occhiata carica di sadica approvazione. Ne ero uscito, ma a costo di un pezzo della mia anima.
Feci girare il vetro. Erika. Le feci una domanda soft, sui suoi segreti del liceo. Lei, pur di non bere l'assenzio, confessò di aver copiato l'esame di maturità, arrossendo vistosamente. Si salvò dalla penitenza, ma l'adrenalina del gioco la spinse a bere comunque un sorso "per solidarietà", cadendo lentamente nella trappola verde smeraldo.
Il gioco divenne rapidamente un tritacarne alcolico e psicologico. L'assenzio faceva il suo lavoro, sciogliendo le inibizioni e annebbiando le menti. In meno di tre giri, il tavolo di teak era ricoperto dai nostri vestiti. Lara, troppo terrorizzata per rispondere alle domande sulle sue perversioni, aveva bevuto tre cicchetti di fila. Era rimasta in mutandine e reggiseno, la pelle chiara madida di sudore, gli occhi lucidi e persi dietro le lenti. Io ero rimasto in boxer, costretto a rispondere alle peggiori nefandezze inventando scuse o usando mezze verità pur di mantenere la mente lucida e sfuggire alle penitenze di Sofia, anche se un paio di bicchierini me li ero dovuti calare, e il fuoco mi bruciava le vene.
Fu il turno di Lara a far girare la bottiglia. Il vetro puntò dritto su Sara, che ormai ciondolava leggermente sulla sedia, accaldata e su di giri. Lara si sistemò gli occhiali. Complice l'assenzio che l'aveva resa coraggiosa, sferrò il suo attacco. «Sara... hai mai avuto esperienze sessuali con una ragazza?» le chiese, la voce impastata ma curiosa.
Il tavolo ammutolì. Sara fece un sorrisetto sornione, passandosi la punta della lingua sulle labbra. «Cazzo, sì,» rispose, con una sincerità disarmante. «Al primo anno di università. Eravamo ubriache, è successo e basta. E devo dire che mi è piaciuto parecchio. Sanno usare le mani in modi che voi maschietti vi sognate, Franci, senza offesa.»
Sorrisi debolmente. Ma la mia attenzione fu catturata da Sofia. La "regina di ghiaccio" accusò il colpo. La sua mano si strinse a pugno attorno al bicchiere di vetro, le nocche sbiancarono. I muscoli della sua mascella si contrassero in un tic quasi impercettibile, e le sue narici si dilatarono. Non disse una parola, ma il suo sguardo verso Sara era un misto di gelosia feroce e lussuria possessiva. Non si aspettava quella risposta, e il fatto che Sara si fosse concessa a un'altra donna l'aveva mandata in tilt. Era eccitata e furiosa allo stesso tempo.
«Il gioco prosegue,» sibilò Sofia, afferrando brutalmente la bottiglia e facendola girare con una violenza inaudita. Il caso, o forse il modo in cui l'aveva impressa, la fece fermare di nuovo su Sara. Sofia non esitò. «Sara. Dimmi il nome della persona a questo tavolo con cui scoperesti stanotte, se non ci fossero regole.»
La tensione esplose. Erika, ormai brilla, ridacchiò. Sara sgranò gli occhi, guardò me, poi Lara, poi Sofia. «Io... cazzo, no. Questa non la rispondo.» «Allora bevi,» decretò Sofia, spingendole il quarto cicchetto di assenzio. Sara lo tracannò, facendo una smorfia disgustata e asciugandosi la bocca col dorso della mano. «Spara la penitenza, stronza.»
Gli occhi di Sofia brillarono di un buio primordiale. L'accanimento era totale. «Togliti quel cazzo di reggiseno. E rimani solo con il perizoma per il resto della sera.» «Sofi, dai, non esagerare!» farfugliò Erika, appoggiando la testa sulla mia spalla. «È il gioco, Eri. O si gioca o si va a nanna,» ribatté Sofia freddamente.
Sara, fottutamente ubriaca e sfidata, non si tirò indietro. Portò le mani dietro la schiena, slacciò il gancetto e lasciò cadere il pizzo nero sul tavolo. I suoi seni, tondi e pesanti, scattarono liberi, i capezzoli già turgidi per l'aria fresca della sera. Sofia ingoiò a vuoto. Le sue pupille si dilatarono, divorando la nudità della sua preda. «Non ho finito,» sussurrò Sofia, sporgendosi verso il centro del tavolo. «Questa è solo la prima parte. Ora, Franci... appoggia le tue mani su quelle tette.»
Il mio sangue si gelò. «Cosa?» «Hai sentito,» sibilò Sofia. «Penitenza fisica. Lei deve subire. Tu devi massaggiarle i seni per un minuto esatto. Davanti a noi.» Erika, completamente andata per l'alcol, iniziò a ridere, una risata isterica e sconnessa. «Oddio, Sofi, sei malata! Dai amore, fallo, è solo un gioco stupido!» mi incoraggiò Erika, battendomi una mano sul petto, troppo ubriaca per capire il vero orrore della situazione.
Non potevo rifiutarmi. Sofia aveva la mia vita in mano. Tremando, mi sporsi verso Sara. Lei era paonazza, il petto che si alzava e abbassava furiosamente. Posai i miei palmi sui suoi seni nudi. La carne era bollente, morbida da impazzire. Iniziai a impastare la sua pelle, muovendo i pollici sui suoi capezzoli induriti. Sara chiuse gli occhi, mordendosi il labbro inferiore per trattenere un gemito reale. Era eccitata. L'assenzio, il buio e il mio tocco proibito la stavano accendendo.
E mentre compievo quell'atto folle sotto gli occhi della mia ragazza ubriaca, incrociai lo sguardo di Sofia. Stava ansimando. Fissava le mie mani sui seni di Sara, le labbra dischiuse, un'espressione di pura, deviata lussuria dipinta in faccia. Era palese: non voleva solo umiliarci. Usava le mie mani perché in quel momento, fottutamente perversa, avrebbe voluto che fossero le sue.
Tirai via le mani di scatto, come se mi fossi bruciato, il cuore che mi rimbombava nel cranio. L'assenzio aveva completamente annientato i filtri di Erika. La mia fidanzata, invece di infuriarsi per quella scena oscena, scoppiò in una risata sguaiata, piegandosi in avanti sul tavolo.
«Beh? Coraggio, giudice!» esclamò Erika, le parole strascicate dall'alcol, puntandomi l'indice contro con aria di fida. «Sii sincero, Franci! Meglio le sue o le mie?» Rimasi pietrificato, il viso in fiamme. Non riuscivo a spiccicare parola, schiacciato tra l'umiliazione, il senso di colpa e il terrore che Sofia stesse registrando ogni mia reazione. Sara, intanto, si riscosse da quel torpore erotico indotto dall'alcol e dal mio tocco. Incrociò le braccia sul petto nudo, cercando goffamente di coprirsi i capezzoli turgidi, le guance violacee per l'imbarazzo e gli occhi lucidi. «Eri... sei completamente andata,» sibilai a denti stretti, cercando di non guardare né lei né Sara. «Sei un noioso, Franci!» ridacchiò Erika, prendendo il suo cicchetto vuoto e sbattendolo sul tavolo. «Avanti, Sofi. Gira quella cazzo di bottiglia!»
Il gioco riprese, ma la linea sottile tra goliardia e sadismo era stata irrimediabilmente superata. Le due bottiglie di assenzio erano quasi agli sgoccioli. L'aria attorno alla piscina era diventata pesante, tossica, carica di feromoni, sudore e segreti inesprimibili.
I round successivi furono un crescendo di degrado. Le domande si facevano sempre più invadenti, mirate a distruggere la dignità di ognuno di noi. Lara bevve ancora, rannicchiandosi sulla sedia in un mutismo quasi catatonico, la pelle coperta da un velo di sudore freddo.
La bottiglia si fermò di nuovo su di me. A farla girare era stata Lara. Da dietro le lenti appannate, mi lanciò uno sguardo torbido. «Franci... qual è il segreto più sporco che tieni nascosto a Erika in questo esatto momento?»
Il sangue mi si gelò. Lara lo stava facendo apposta. Mi stava mettendo all'angolo. Non potevo rispondere la verità, non potevo dire mi scopo lei e tu mi ricatti per un video. Afferrai il cicchetto traboccante di assenzio e lo ingolai. Il liquido verde mi bruciò l'esofago come acido solforico.
«Penitenza,» disse Lara, la voce tremante ma carica di una cattiveria inaspettata, indotta dalla gelosia. «Mettiti in ginocchio. E bacia i piedi di Erika. Leccale le dita una a una, davanti a noi.» Erika, ormai persa nei fumi dell'alcol, applaudì ridendo, per nulla stupita dalla richiesta. Noi giocavamo spesso a giochi del genere a casa, eravamo una comitiva senza filtri e piuttosto aperta quando si trattava di sfide "hot", ma non ci eravamo mai spinti così oltre, in un clima così tossico. «Sì! Il mio schiavetto!» esclamò Erika. Chiusi gli occhi, ingoiando la dignità. Mi alzai, feci il giro del tavolo e mi inginocchiai sulla pietra ruvida. Erika mi porse il piede nudo, ridacchiando divertita. Mi chinai in avanti e, con lo stomaco sottosopra per l'umiliazione di dover subire gli sguardi di Sofia e Lara, leccai la pelle salata delle sue dita. Lei emise un sospiro di finto piacere, accarezzandomi i capelli.
Il giro dopo toccò a Erika. La domanda di Sofia fu chirurgica: le chiese se avesse mai finto un orgasmo con me. L'orgoglio ubriaco di Erika le impedì di rispondere. Bevve il suo colpo di assenzio, tossendo violentemente. «Penitenza,» decretò Sofia, implacabile. «Vai da Franci, mettiti a cavalcioni su di lui in slip e strusciati sul suo pacco per un minuto intero. E devi farti sentire.» Erika, credendo fosse solo un'altra delle nostre solite goliardate alcoliche, si alzò barcollando. venne verso di me. Si calò sulle mie gambe, la stoffa sottile dei suoi slip premuta contro i miei boxer. Iniziò a muovere i fianchi, strusciandosi con forza, ridendo e gemendo in modo teatrale e sguaiato. Io la tenevo per i fianchi, imbarazzato a morte, ma il mio corpo reagì brutalmente a quell'attrito. Il mio cazzo si indurì contro di lei sotto gli sguardi di tutti. Sofia osservava la scena bevendo un sorso d'acqua, soddisfatta di aver trasformato la nostra intimità in un fottuto spettacolo da circo.
Poi, l'ultimo giro. L'ultima goccia di veleno. La bottiglia puntò Sara. Era distrutta. Seduta in topless, le braccia ancora incrociate, lo sguardo perso nel vuoto, la mente annebbiata dall'assenzio. Sofia si sporse sul tavolo. «Sara. Hai confessato di essere stata con una ragazza. Dimmi... hai mai pensato di farti me o Erika, mentre ci cambiavamo in camera in questi giorni?»
Sara scosse la testa, gli occhi sgranati. «No... cazzo, no. Siete mie amiche. Non rispondo a questo schifo.» Afferrò l'ultimo bicchierino rimasto e lo tracannò. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il suo corpo ebbe un sussulto.
Sofia si alzò in piedi. Si avvicinò a Sara, torreggiando su di lei con un'aura oscura e predatrice. «Penitenza,» sussurrò Sofia, la voce che era un sibilo tagliente. «Alzati. Togliti anche il perizoma. Mettiti a quattro zampe sulla tua sedia, dandoci le spalle. E masturbati. Infila le dita dentro di te e fammi sentire come godi, finché non ti dico io di smettere.»
Il gelo calò sul tavolo. L'atmosfera passò da goliardica a terrificante. «Sofi, cazzo dici? È troppo!» sbottai io, alzandomi a metà dalla sedia. «È impazzita. Sara, non farlo,» le fece eco Erika, cercando di mettere a fuoco la scena, il tono allarmato nonostante la sbronza. Si allungò sul tavolo e mi piantò due mani sugli occhi. «Tu non guardare!» «È il gioco,» sibilò Sofia, ignorandoci e puntando il suo sguardo letale dritto su Sara. «O forse la piccola principessa perfetta, quella che piace a tutti, non ha il coraggio di farsi vedere per la puttanella che è in realtà? Togliti quel coso.»
La provocazione personale, cattiva e mirata a colpire l'insicurezza di Sara di non essere mai abbastanza trasgressiva per quel gruppo, fu letale. L'assenzio le aveva annullato la volontà, trasformandola in una bambola senza fili. Tremando visibilmente, si alzò. Si sfilò il perizoma nero, rimanendo completamente nuda sotto la luna. Si voltò, dando la schiena al tavolo, e si mise a gattoni sulla sedia di teak.
Con le mani di Erika serrate sui miei occhi, fui avvolto nel buio, ma l'udito si affinò. Lara, accanto a me, si era voltata dall'altra parte, il respiro bloccato. Nessuno stava guardando. Tranne Sofia. L'unica cosa che si percepiva era il silenzio irreale della villa, rotto solo dal frinire dei grilli. E poi, i suoni. Sara, piangendo in silenzio, portò una mano tra le gambe. Iniziò a toccarsi. I suoni umidi delle sue dita che sfregavano contro se stessa riempirono la notte. Il suo respiro si fece affannoso, sottomessa a quell'ordine perverso, violata nella sua essenza più intima, mentre Sofia la divorava con lo sguardo.
«Più a fondo,» sussurrò Sofia, la voce carica di un'eccitazione torbida.
Ma proprio quando il ritmo delle dita si fece più concitato, l'illusione chimica dell'assenzio crollò. Un singhiozzo violento squassò il petto di Sara. Si fermò di colpo. Si rannicchiò su se stessa, togliendo la mano e coprendosi il viso. La realtà la investì con la violenza di un treno in corsa. Realizzò improvvisamente cosa stava facendo. Si stava masturbando a quattro zampe, completamente nuda, provocata e umiliata dalla sua stessa amica.
«No... no, basta,» pianse, la voce rotta da una vergogna insostenibile. Scese dalla sedia inciampando. Sentii i suoi passi leggeri sul pavimento di pietra. Non prese nemmeno il reggiseno o la maglietta. Afferrò solo il perizoma con una mano e, nuda, disperata e coperta di lacrime, corse verso la porta a vetri della villa. Si chiuse dentro, i suoi singhiozzi che si perdevano nel buio della casa.
Erika abbassò le mani dai miei occhi. Il tavolo era un campo di battaglia. Il gioco era finito. E Sofia aveva stravinto.
Il silenzio che seguì la fuga disperata di Sara fu rotto dalla sedia di teak che strisciò violentemente contro la pietra.
Erika si alzò di scatto, barcollando per i fumi dell'assenzio ma con gli occhi accesi da una rabbia feroce. Puntò il dito dritto in faccia a Sofia, che la guardava con malcelata noia. «Sei una fottuta sadica, Sofi,» le sputò addosso Erika, la voce tremante di sdegno. «Mi fai schifo. È la tua migliore amica e l'hai trattata come un pezzo di carne. Fai veramente schifo.» Non aspettò nemmeno una replica. Erika si voltò e corse all'interno della villa, inciampando sui propri passi, gridando il nome di Sara per andare a consolarla.
Lara cercò di fare lo stesso. Si appoggiò al tavolo per alzarsi, ma le sue gambe, fiaccate da almeno quattro cicchetti di assenzio, cedettero miseramente. La presi al volo prima che sbattesse il viso contro il legno. «Vieni qui, ti porto a letto,» le sussurrai, caricandomela in braccio. Pesava pochissimo, ma era completamente abbandonata. Mentre attraversavo il salone buio verso la sua camera, Lara mi cinse il collo, il fiato che sapeva di anice ed erba. «Franci...» farfugliò, strofinando il naso contro il mio petto nudo. «Volevo... volevo che sborrassi tu su di me, stasera... nella doccia è stato così bello...» «Shh, Lara, sei ubriaca marcia. Dormi,» le intimai, posandola sul suo letto e coprendola a malapena con un lenzuolo.
Uscii dalla sua stanza con il respiro corto. Il mio cervello mi urlava di andare al piano di sopra, di controllare Sara e di stare vicino a Erika. Ma non feci in tempo a fare due passi nel corridoio che una mano mi afferrò duramente per il bicipite, bloccandomi.
Sofia. I suoi occhi erano dilatati, il respiro pesante. Trasudava un'eccitazione oscura e primordiale che mi fece accapponare la pelle. «Fermo. Dove credi di andare?» sibilò, stringendo la presa. «Sei il mio cane, ricordi?» «Devo andare da loro,» risposi a denti stretti, cercando di divincolarmi. «Tu non vai da nessuna parte,» mi ordinò Sofia, schiacciandomi contro il muro. Il suo bacino si premette contro i miei boxer. «Quella scenetta... vedere Sara nuda, umiliata a quel modo, mi ha eccitata da morire. Il mio vibratore è rimasto a casa con Ross. Stasera, Franci, quel ruolo spetta a te.»
La rabbia mi esplose dentro. «Ma che cazzo dici!» sbottai, tenendo la voce bassa per non farmi sentire al piano di sopra. «Hai esagerato, cazzo! È una delle tue migliori amiche! Ma che cazzo di amica sei? Vuoi usare me? Vuoi umiliare me? Va bene, cazzo, fallo! Ma lascia stare loro!»
Sofia mi rise in faccia. Una risata crudele, priva di empatia. Mi afferrò per i capelli e mi strattonò verso la sua camera da letto, in fondo al corridoio. «Non mi interessa la tua morale da quattro soldi. Entra.»
Mi spinse dentro e chiuse la porta a chiave. La stanza era illuminata solo dalla luna che filtrava dalle persiane. Sofia non perse un secondo. Con movimenti febbrili e sprezzanti, si sfilò l'abito nero, lasciandolo cadere sul pavimento. Era nuda, statuaria, una dea vendicativa e perfetta. Mi spinse sul letto. Caddi all'indietro, restando supino, indossando solo i miei boxer.
«Stai zitto,» mi intimò, salendo sul materasso a gattoni, posizionandosi esattamente sopra di me. «E leccami. Finché non sarò soddisfatta.» Ero preoccupato a morte per Sara, per Erika, per il disastro che stava implodendo in quella casa. Ma cosa cazzo potevo fare? Ero il suo cane. Aveva il video. Ero costretto.
Sofia non mi diede il tempo di pensare. Si abbassò su di me, calando il suo bacino nudo direttamente sulla mia faccia. Il profumo del suo sesso, unito alla vaniglia della sua crema, mi invase i sensi. «Parti,» ordinò, afferrandomi i capelli con entrambe le mani per tenermi la testa bloccata contro il materasso.
Chiusi gli occhi e aprii la bocca. Feci scivolare la lingua contro la sua intimità. Era già fradicia, madida di un'eccitazione prepotente scaturita dall'aver distrutto psicologicamente Sara. Iniziai a leccarla con movimenti ampi, assaporando il suo sapore forte, poi mi concentrai sul clitoride, succhiandolo con la pressione delle labbra. Sofia emise un gemito profondo, roco, gutturale. Il suo bacino iniziò a muoversi in modo circolare contro la mia bocca.
Volutamente, spingeva il suo peso verso il basso, schiacciandomi il naso e la bocca contro la sua vulva, tagliandomi l'ossigeno. Quando cercavo di rallentare per prendere una misera boccata d'aria, la sua mano scattava. Mi colpì con uno schiaffo secco sulla guancia o sul petto. «Non ti ho detto di fermarti!» ringhiò, stringendomi i capelli con una forza dolorosa, tirandoli per forzare la mia bocca ancora più a fondo contro di lei. «Più veloce. Muovi quella lingua!»
Ubbidii, soffocando. Era una tortura fisica e psicologica. Il mio cazzo, rinchiuso nei boxer, era diventato un pezzo di marmo infuocato. L'umiliazione di essere usato letteralmente come un oggetto, la sua spietata dominazione, l'assenza di respiro... tutto si fondeva in un'eccitazione straziante e involontaria. Mi faceva male l'inguine per quanto ero duro, sfregando inutilmente contro il lenzuolo ogni volta che mi dimenavo per cercare aria.
La lingua mi doleva per lo sforzo, ma non potevo smettere. Sofia era una furia. I suoi fianchi sbattevano contro il mio viso. «Ah! Cazzo, sì...» ansimò, inarcando la schiena. Le sue cosce si strinsero come una morsa attorno alle mie orecchie. L'odore della sua venuta mi riempì i polmoni mentre il suo corpo veniva scosso dal primo climax. Tremò violentemente, schiacciandomi il viso con tutta la sua forza. Riuscii a malapena a girare la testa di lato per prendere un respiro disperato, i polmoni in fiamme.
Ma non era finita. Prima ancora che i suoi spasmi cessassero del tutto, mi tirò di nuovo i capelli, riportando la mia bocca sul suo centro. «Continua,» ordinò, la voce rotta dal piacere ma spietata.
Dovetti ricominciare. Ora era ipersensibile. Ogni tocco della mia lingua le provocava sussulti violenti. Iniziò a gemere più forte, senza alcun controllo, colpendomi la spalla con un pugno chiuso per impormi il ritmo forsennato che pretendeva. Era una discesa all'inferno. Le feci raggiungere il secondo climax in pochi minuti; questa volta urlò contro il soffitto, il corpo teso come un arco, i fluidi che mi inondavano le labbra e il mento. Poi, mi costrinse al terzo. Una sessione infinita, asfissiante. Ero stordito dalla mancanza d'ossigeno, la bocca intorpidita, il sesso che mi pulsava con un dolore lancinante per l'erezione inappagata.
Quando finalmente l'ultimo orgasmo la devastò, lasciandola senza fiato e con le gambe tremanti, si lasciò cadere di lato sul letto. «Basta,» ansimò, il petto che si alzava e si abbassava furiosamente. Non mi guardò nemmeno in faccia. «Sparisci.»
Mi misi a sedere a fatica, passandomi il dorso della mano sulla bocca bagnata. Respiravo a pieni polmoni, ma il basso ventre era una gabbia di dolore. Ero al limite assoluto. L'adrenalina, la sottomissione e l'erezione granitica mi avevano ridotto a un animale implorante. «Sofi... ti prego,» sussurrai, la voce incrinata, la dignità ormai polverizzata. Mi avvicinai a lei a gattoni. «Fammi venire. Non ce la faccio più. Una sega... o usa la bocca, ti supplico. Sto impazzendo.»
Sofia girò la testa verso di me. Il suo sguardo, prima perso nel piacere, divenne improvvisamente una maschera di freddo disgusto. Si mise a sedere, incrociando le gambe. «Fai pena,» sibilò, scuotendo la testa. Allungò una mano e, con un gesto brusco, mi afferrò l'elastico dei boxer, abbassandoli fino alle ginocchia. Il mio cazzo turgido scattò in avanti. Lei lo guardò dall'alto in basso, arricciando il naso. «Che odore schifoso. Che aspetto grottesco. Siete veramente una razza disgustosa, voi uomini. Non riesco nemmeno a guardarlo senza che mi venga la nausea.»
Le mie guance bruciavano. «Ti prego...» ripetei, miserabile. Sofia fece un sorriso perfido, obliquo. «Magari vuoi che lo prenda in bocca, eh, Franci? Lo vuoi tanto?» «Sì...» balbettai.
Lei si chinò in avanti. Il mio cuore perse un battito. Sentii il suo respiro caldo sfiorare il mio glande. Socchiuse le labbra perfette. L'aspettativa mi fece inarcare il bacino verso di lei. Ma invece di accogliermi, le labbra di Sofia si ritrassero in una smorfia crudele. Appoggiò i denti incisivi esattamente sulla pelle ipersensibile della punta, e chiuse la mascella. Delicatamente, ma con una fermezza letale.
Un dolore acuto, elettrico, mi trafisse l'inguine. «Ahi! Cazzo, Sofi, smettila!» ansimai, cercando di ritrarmi, ma lei mi afferrò saldamente alla base con una mano, tenendomi bloccato mentre manteneva i denti piantati sul mio sesso. Non mi stava ferendo a sangue, ma la pressione del morso sulla carne così eccitata e sensibile era una tortura. Era un dolore sordo, umiliante, che mi faceva lacrimare gli occhi.
«Che c'è, non ti piace la mia bocca?» sussurrò contro di me, senza allentare la presa, godendo del mio spasmo di dolore. «Ferma, ti prego... fa male!» gemetti, stringendo i pugni nelle lenzuola.
Dopo dieci, interminabili secondi, aprì la bocca e mi lasciò andare. Si asciugò le labbra col dorso della mano, ridendo con disprezzo. «Rimettiti le mutande, schiavetto. Non meriti nient'altro stanotte,» decretò, indicandomi la porta con un cenno glaciale. Mi tirai su i boxer in fretta, piegato in due dal dolore alle palle e dall'umiliazione più totale.
Mentre aprivo la porta per uscire da quell'inferno, la sua voce vellutata mi colpì alle spalle come una frustata. «Domani... se fai esattamente quello che ti dico, forse ti farò venire,» sussurrò Sofia, sdraiandosi comodamente sui cuscini. «Non vedo l'ora di vedere la tua faccia quando scoprirai cosa dovrai fare per guadagnarti la sborrata, Franci. Buonanotte.»
Uscii nel corridoio buio, richiudendomi la porta alle spalle. Ero duro come la roccia, devastato dal dolore e dal terrore. E l'incubo era solo a metà. Avevo ben due motivi per avere il cazzo dolorante: la frustrazione per non essere venuto e quel fottuto morso sadico che ancora mi bruciava sulla pelle. La cosa peggiore, quella che mi faceva sentire più viscido, era che stavo tornando in camera mia con l'unico obiettivo di usare il corpo di Erika per placare un'erezione provocata dalle altre.
La nostra stanza era immersa nel buio più totale. Sarei voluto passare a controllare Lara e Sara, ma non ero decisamente nelle condizioni psicologiche per farlo. Mi limitai a spogliarmi e a scivolare sotto le lenzuola con cautela. C'era una sagoma distesa di schiena. Mi posizionai a cucchiaio dietro di lei, spingendo il bacino in avanti fino a piantare il cazzo duro come la roccia direttamente contro la rotondità del suo culo.
Le cinsi la vita con un braccio, avvicinando le labbra alla sua nuca. «Ehi, Eri, svegliati...» le sussurrai con voce roca, l'affanno ancora evidente. «Ho voglia di te, dai... giochiamo un po'.»
Mentre continuavo a strusciarmi con insistenza contro di lei, feci scivolare la mano verso l'alto, infilandola sotto la stoffa della canotta per palparle le tette. Le strinsi con foga, impastando la carne bollente tra le dita, anche se una parte remota del mio cervello, offuscata dall'ormone, registrò un dettaglio strano: sembravano più grandi, piene e pesanti del solito.
Non feci in tempo a capirne il motivo. La ragazza si girò di scatto nel letto, bloccandomi il polso con una forza disperata.
«Ma che cazzo stai facendo, Franci?!» esclamò una voce acuta, terrorizzata e del tutto allarmata.
Il cuore mi schizzò in gola. Cazzo. Quella non era Erika. Era Sara.
In quel preciso, fottutissimo istante, la porta del bagno in camera si aprì di colpo. Erika fece un passo nella stanza e premette l'interruttore, accendendo la luce principale. Il riverbero accecante dei fari ci illuminò impietosamente. La scena che si parò davanti ai suoi occhi era un incubo geometrico: io ero sul letto, completamente nudo a parte i boxer, con il cazzo palesemente duro che spuntava per metà dall'elastico delle mutande, vicinissimo a Sara che si stringeva le coperte al petto con gli occhi spalancati.
«Cosa sta succedendo qui?» chiese Erika, guardandoci con il viso stravolto dalla confusione e dalla stanchezza.
L'imbarazzo nella stanza era così denso che si poteva tagliare col coltello. Mi allontanai di scatto da Sara, sistemandomi i boxer alla rinfusa e balbettando la verità, o almeno la parte di verità che potevo dire. «Eri... mio dio, scusami! C'era buio pesto, pensavo fossi tu sul letto... ti giuro, pensavo fossi tu.»
Sara si passò una mano sul viso, ancora visibilmente scossa dagli eventi della serata e dall'alcol. «Sì, Eri, è vero... è entrato e mi ha scambiata per te,» confermò con voce tremante, cercando di gettare acqua sul fuoco.
Erika sospirò, passandosi una mano tra i capelli, troppo stanca e provata per fare una scenata. Guardò me e poi l'amica. «Le ho detto io di dormire qui, Franci. Dopo quello che ha fatto Sofia, era scoppiata a piangere in corridoio e non me la sentivo di lasciarla sola in camera con lei.»
Sara, con le guance ancora imporporate per l'incidente, si mise a sedere sul bordo del materasso. «Sentite, scusate il casino. Forse è meglio se torno di là, vado a dormire sul letto di Lara...»
«No, resta pure, Sara. Non muoverti,» la interruppi subito, afferrando il mio cuscino dal letto con una fretta dettata dalla pura vergogna e dal panico. Guardai Erika, che mi fissava ancora con un'espressione indecifrabile. «Vado io a dormire giù sul divano. Tanto fa caldo e ho bisogno di aria. State tranquille.»
Senza aspettare una replica, voltai le spalle e uscii di corsa dalla camera, richiudendomi la porta alle spalle. Raggiunsi il salone al piano di terra nel silenzio spettrale della villa, crollando sul divano di pelle. Il cazzo mi pulsava ancora, dolorante e teso come una corda di violino, mentre fissavo il soffitto al buio.
Sofia, Lara, Sara, Erika. Le stavo incastrando tutte in una rete di bugie e perversione. Sentii la nausea salirmi alla gola. Questa vacanza era ufficialmente diventata un fottuto, interminabile incubo.
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