Capitolo 7 - Pompino a Cazzo Moscio e Scopata a Comando
Un incontro intimo e rubato si trasforma in un grottesco spettacolo voyeuristico sotto la spietata minaccia del ricatto. La tensione psicologica annienta il corpo, trasformando l'atto sessuale in una brutale condanna che lascia dietro di sé solo umiliazione e macerie.
Quella mattina il risveglio fu pessimo. Il divano del salotto mi aveva letteralmente spezzato la schiena, ma il torpore muscolare non era nulla in confronto al macigno psicologico che mi schiacciava il petto. I postumi dell'assenzio e le atrocità della notte precedente aleggiavano nella villa come un gas tossico.
La colazione fu un teatro di silenzi assordanti. Seduti attorno all'isola della cucina, sembravamo un gruppo di estranei sopravvissuti a un naufragio. Sara teneva lo sguardo incollato alla sua tazza di tè, le occhiaie marcate e un'espressione svuotata; non incrociò lo sguardo di nessuno. Lara mangiava uno yogurt con gesti lenti, rannicchiata nella sua felpa. Sofia, invece, sorseggiava il suo caffè nero con una calma glaciale, perfettamente a suo agio nel cratere che aveva generato, ignorandomi come se non esistessi.
Ma la cosa peggiore era Erika. La mia fidanzata mi evitava. Non mi aveva dato il buongiorno, non mi aveva sfiorato, e ogni volta che provavo a parlarle, trovava una scusa per spostarsi. Avevamo deciso di passare la giornata a poltrire a casa e a bordo piscina, troppo devastati per affrontare il mondo esterno.
Quando Erika si alzò per andare in camera a cambiarsi, aspettai qualche secondo e la seguii, chiudendomi la porta alle spalle. La stanza era già invasa dalla luce spietata del mattino. Erika era in piedi davanti all'armadio aperto. Si era appena sfilata i pantaloncini del pigiama, rimanendo in slip e con una canotta bianca di cotone.
«Eri... possiamo parlare?» esordii, facendo un passo verso di lei. Lei si voltò di scatto, gli occhi nocciola carichi di una rabbia trattenuta a stento. «Parlare di cosa, Franci? Del fatto che mentre io cercavo di consolare la mia migliore amica che piangeva disperata, tu pensavi bene di intrufolarti nel letto per farti una sveltina?» «Amore, te l'ho detto stanotte, c'era buio pesto, io pensavo che...» «Smettila!» mi interruppe, la voce che tremava. Afferrò l'orlo della canotta e se la sfilò con rabbia, gettandola sul letto. Rimase davanti a me mezza nuda, i seni pallidi e morbidi liberi da costrizioni, ma l'atmosfera era tutto fuorché erotica. «È la situazione, Franci! C'era il delirio, Sara stava male, io ero sconvolta per quello che aveva fatto Sofia... e a te si rizza il cazzo? Ma ti rendi conto di quanto sei stato inopportuno? Viscido?»
Le sue parole furono coltellate, anche perché, nel profondo, aveva ragione. Anzi, la realtà era cento volte più sporca di quanto potesse immaginare. «Hai ragione,» ammisi, abbassando lo sguardo, incapace di sostenere il suo. «Sono stato un coglione. Ero ubriaco, stanco, non stavo ragionando... volevo solo te per cercare un po' di normalità in mezzo a quello schifo. Perdonami.»
Erika si morse il labbro inferiore. Prese il pezzo di sotto del suo bikini dal cassetto e lo infilò, sistemandoselo sui fianchi. La rabbia nei suoi occhi si incrinò, lasciando il posto a qualcosa di molto più fragile. Si sedette sul bordo del letto, coprendosi il viso con le mani. «Non è solo il fatto che volevi scopare,» mormorò, la voce rotta da un principio di pianto. «È che era Sara.» Mi avvicinai lentamente, sedendomi accanto a lei. «Eri, te lo giuro sulla mia vita, è stato un errore, non sapevo che ci fosse lei nel mio letto...» «Lo so,» singhiozzò, tirando su col naso. «Ma quando ho acceso la luce e vi ho visti... mi è crollato il mondo addosso. Perché lei è sempre così perfetta, Franci. Sara piace a tutti. Tutti la guardano, tutti la vogliono. Io mi sento sempre... la sua ombra. E per un attimo, quando ho visto le tue mani vicine a lei, ho avuto il terrore di perderti. Ho avuto paura che potessi accorgerti che lei è meglio di me.»
Il mio cuore si strinse in una morsa di colpa atroce. La mia dolce, insicura Erika. La stavo distruggendo senza che lei nemmeno sapesse il perché. «Guardami,» le sussurrai, prendendole il viso tra le mani e costringendola ad alzare gli occhi umidi. «Sara è una ragazza bellissima, è vero. Ed è un'amica fantastica. Ma tu non sei l'ombra di nessuno. Tu sei la luce. Sei la cosa più preziosa che ho, Erika. Non potrei mai desiderare nessuna all'infuori di te. Tu sei l'amore della mia vita.»
Le asciugai una lacrima con il pollice. Erika chiuse gli occhi, appoggiandosi al mio palmo come un gattino in cerca di conforto. Respirò a fondo, calmandosi, e mi regalò un piccolo sorriso. «Scusami,» mormorò, tirando su col naso. «Sono una stupida insicura. E i postumi della sbronza non aiutano.» «Non sei stupida,» la rassicurai, baciandole dolcemente la fronte. «Sei perfetta.»
Erika si alzò in piedi, sospirando, e prese il pezzo di sopra del bikini, un triangolo color smeraldo. Si voltò di spalle verso di me per allacciarselo, sollevando le braccia. La vista della sua schiena nuda, della curva dolce dei suoi fianchi e della vulnerabilità che mi aveva appena donato innescò in me una reazione immediata. Il senso di protezione si fuse con un desiderio carnale e disperato. Avevo bisogno di sentirla mia, di scacciare le ombre di Sofia e di ristabilire la nostra connessione.
Mi alzai, accorciando la distanza tra noi. Prima che potesse allacciarsi il costume, feci scivolare le braccia attorno alla sua vita da dietro. Erika sussultò leggermente. «Franci...» «Shh,» mormorai contro il suo collo, lasciandole un bacio caldo sulla pelle nuda. Le mie mani salirono sul suo addome piatto, per poi prendere possesso dei suoi seni liberi. Li afferrai con dolcezza ma con fermezza, impastando la carne pallida e morbida tra i palmi, accarezzando i capezzoli che si indurirono immediatamente sotto il mio tocco.
Premetti il mio bacino contro il suo fondoschiena. Il mio cazzo, rinchiuso nei boxer, si era indurito a dismisura. Iniziai a strusciarlo lentamente, con movimenti circolari e pressanti contro la fessura delle sue natiche. Erika lasciò cadere i laccetti del costume, abbandonando le mani lungo i fianchi. Piegò la testa all'indietro, appoggiandola sulla mia spalla, socchiudendo gli occhi e lasciandosi scappare un sospiro profondo. «Sei diventato un vero maniaco in questa vacanza...» sussurrò lei, la voce che si faceva languida e roca, assecondando la spinta del mio bacino contro il suo culo. «Sono solo pazzo di te,» le risposi all'orecchio, aumentando il ritmo delle mie mani sui suoi seni, stringendoli, sollevandoli. «Di questo corpo. Di tutto quello che sei.»
Lei si strinse contro di me, intrecciando le dita della sua mano sinistra con la mia mano destra, che continuava a massaggiarle il seno. Sentivo il calore della sua pelle fondersi con il mio. L'attrito della mia erezione dura contro il suo bacino era inebriante, un balsamo per il dolore della notte prima. «Avevo davvero paura, amore mio,» confessò Erika, la voce impastata di emozione e di desiderio. «Quando stiamo in mezzo agli altri io a volte mi perdo. Ma quando siamo così... quando mi tocchi in questo modo, mi fai sentire l'unica donna sulla faccia della terra. Sei tutto per me, Franci. Tutto.»
Quelle parole, cariche di amore puro e incondizionato, mi trapassarono l'anima. Da un lato mi donarono un piacere immenso, dall'altro scavarono il baratro del mio senso di colpa. Ma in quel momento, chiuso in quella stanza illuminata dal sole, con le mani colme della sua nudità e il suo respiro contro il mio viso, decisi di abbracciare l'illusione. La strinsi ancora più forte, strofinando l'erezione pulsante contro di lei in una frizione muta e intensa, giurando a me stesso che avrei protetto quella dolcezza a ogni costo, anche a costo di dannarmi per sempre.
Non feci in tempo a finire quel pensiero che l'istinto prese definitivamente il sopravvento. Con un movimento rapido, la feci voltare e la sbattei con decisione, ma senza farle male, contro l'anta liscia e fredda dell'armadio. Erika emise un gridolino sorpreso, che si trasformò subito in un gemito di piacere quando la mia bocca si avventò sulla sua pelle.
Iniziai a baciarle il collo, scendendo famelico verso il petto. Le presi i seni pallidi e morbidi, succhiandole i capezzoli con una foga quasi disperata. Avevo accumulato una tensione insopportabile, un mix di terrore, frustrazione e desiderio deviato che ora trovava finalmente il suo canale di sfogo nella donna che amavo.
Erika assecondò la mia urgenza. Le sue mani scivolarono lungo il mio addome teso, infilandosi sotto l'elastico dei boxer. Quando le sue dita calde si chiusero attorno alla mia erezione dolorante, un brivido elettrico mi percorse la spina dorsale. «Mio dio, Franci... è così bello,» sussurrò, la voce impastata di lussuria, stringendo la presa. «Sei duro come la pietra. Lo volevi così tanto, eh?»
Iniziò a segarmi. I suoi movimenti erano decisi, veloci e incredibilmente intensi. Il contrasto tra le sue dita piccole e la mia carne tesa allo spasimo era paradisiaco. Iniziai a gemere contro la sua clavicola, incapace di trattenermi. Avevo bisogno di quella sega come dell'ossigeno. «Ti piace quando ti tocco così?» continuò lei, provocandomi, sussurrandomi parole calde e sporche all'orecchio. «Svuotati per me, amore. Fammi sentire quanto sei disperato... voglio sentirti tremare.»
Per aumentare l'attrito, Erika portò la mano alla bocca. Sputò sul palmo bagnandosi le dita di saliva, per poi riprendere a stringermi. Il suono umido e viscido della sua mano che scivolava su e giù lungo il mio cazzo mi fece rovesciare gli occhi all'indietro. La stimolazione divenne frenetica, perfetta. La guardai: aveva le guance arrossate, le labbra dischiuse, gli occhi pieni di una malizia che mi fece impazzire.
«Così... cazzo, Eri... sono quasi...» ansimai, i muscoli delle cosce contratti fino a fargli male. Il climax mi investì con la violenza di un uragano. Fu un orgasmo potentissimo, amplificato dalle ore di tortura psicologica e fisica che avevo subito la notte prima. Venni con spasmi incontrollabili, inondandole la mano e l'addome con getti caldi e copiosi, le ginocchia che minacciavano di cedere mentre mi aggrappavo ai suoi fianchi per non cadere.
Ma proprio in quell'esatto, perfetto istante di liberazione... Toc. Toc. Toc. «Oh, ma insomma! Vi muovete o dobbiamo venire a tirarvi giù dal letto? Vi stiamo aspettando!» la voce di Sara, velata da una nota di stanchezza, rimbombò da oltre la porta.
Trattenni il respiro, il cuore che batteva all'impazzata, ancora scosso dagli ultimi spasmi del piacere. Ma Erika non si scompose. Anzi. Con un sorriso di pura, diabolica sensualità, portò le dita sporche del mio seme e della sua saliva alle labbra. Le leccò lentamente, assaporandomi sotto il mio sguardo allibito e follemente eccitato. «Arriviamo subito, scusateci!» urlò Erika verso la porta, la voce squillante e perfettamente normale, prima di strizzarmi l'occhio.
Quell'immagine mi rimase impressa mentre, con il respiro ancora corto, mi pulivo alla rinfusa e mi infilavo il costume da bagno. Erika fece lo stesso con una naturalezza disarmante, e scendemmo le scale. La tensione all'inguine era sparita, sostituita da un torpore rilassato, ma il senso di colpa per quello che stavo nascondendo a una ragazza così devota tornò a bussare.
Uscimmo nel patio. Il sole sardo era già alto e caldo. Sara era sdraiata su uno dei lettini a bordo piscina. Indossava un costume intero nero, un paio di occhiali da sole grandi le coprivano metà del viso, ma la postura rannicchiata e l'espressione tradivano quanto fosse giù di corda. L'umiliazione della sera prima l'aveva segnata.
Mi avvicinai a lei, sedendomi sul bordo del lettino accanto. Erika si mise a sistemare gli asciugamani poco più in là, lasciandomi lo spazio per parlarle in privato. «Ehi...» esordii, abbassando la voce. «Sara, ascoltami. Volevo scusarmi ancora per quello che è successo stanotte in camera. Sono stato un coglione, c'era buio pesto e io ero completamente fuso dall'alcol. Ti giuro che non l'ho fatto apposta.»
Sara si voltò verso di me. Sotto le lenti scure, vidi l'ombra di un sorriso stanco, ma sincero. Allungò una mano e mi accarezzò leggermente il braccio. «Ma figurati, Franci. Non fa nulla, davvero,» mi consolò, notando la mia espressione afflitta. «Ero io nel letto sbagliato, e so benissimo che non l'hai fatto apposta. Eri ubriaco fradicio. Anzi, scusami tu per aver invaso la vostra camera.» «Non devi scusarti di niente, Sara. Niente,» ribadii con fermezza, sperando che capisse che mi riferivo anche allo scempio orchestrato da Sofia.
Erika, avendo colto l'atmosfera pesante, si avvicinò e si sedette dall'altro lato di Sara, passandole un braccio attorno alle spalle. «Stasera niente assenzio, promesso. Solo pizza e un film trash. Dobbiamo disintossicarci.» Sara sorrise, rilassando le spalle, visibilmente confortata dalla nostra vicinanza e dall'affetto genuino di Erika.
La quiete durò pochissimo. Il rumore della porta a vetri scorrevole si fece sentire. Mi voltai. Lara e Sofia stavano uscendo in giardino. Lara camminava a testa bassa, il costume coperto da un pareo annodato male, lo sguardo che evitava accuratamente il mio. Dietro di lei, Sofia avanzava con passo da pantera. Indossava un bikini rosso fuoco che non lasciava nulla all'immaginazione, gli occhi di ghiaccio puntati dritti su di me, carichi di una promessa silenziosa e letale.l sollievo della mia recente scopata evaporò all'istante al sole. Il gioco stava per ricominciare.
La mattinata scivolò via in un torpore surreale. Dopo la follia e i drammi della notte precedente, la piscina sembrava l'unica oasi neutrale in cui potessimo convivere senza scannarci. L'acqua fresca e il sole cocente della Sardegna fecero da anestetico. Nessuno parlava. Sofia leggeva un libro sotto l'ombrellone con i suoi grandi occhiali scuri, impenetrabile, mentre noi altri cercavamo solo di far finta di essere un gruppo normale.
A mezzogiorno, però, l'aria tornò a farsi pesante. Sara, che non aveva rivolto mezza parola a Sofia per tutta la mattina, si alzò di scatto dal lettino, stringendosi l'asciugamano addosso. «Io vado dentro a preparare il pranzo,» annunciò con voce tagliente. «Non resisto un minuto di più a fare la bella statuina qui fuori.» Erika, cogliendo al volo l'occasione, scattò in piedi. «Ti aiuto. Facciamo una spaghettata veloce, andiamo.» Le due ragazze si rifugiarono in cucina, lasciando me, Lara e Sofia nel patio. Colsi l'attimo. «Io vado a stendermi un po',» borbottai, massaggiandomi la zona lombare. «Quel fottuto divano mi ha spezzato la schiena. Chiamatemi quando è pronto.»
Mi rifugiai nella penombra fresca della mia camera. Accesi l'aria condizionata, mi buttai sul letto a pancia in su, ancora in costume, e chiusi gli occhi, grato di avere finalmente un fottuto minuto di silenzio per far riposare il corpo e il cervello.
Ma il silenzio durò pochissimo. Sentii la maniglia abbassarsi con un clic impercettibile. Riaprii gli occhi e vidi Lara scivolare dentro la stanza, richiudendosi la porta alle spalle con una cautela estrema. Aveva addosso il suo bikini bagnato. Senza dire una parola, si avvicinò al letto. «Lara, ma che fai...» mormorai, confuso. Lei non rispose subito. Salì sul materasso gattonando, per poi mettersi a cavalcioni sul mio bacino. Le sue cosce umide mi strinsero i fianchi. «Ho bisogno un po' di te,» mi sussurrò, la voce tremante ma carica di un desiderio infantile. «Mi sei mancato... mi sento malissimo per ieri.» Si chinò in avanti, iniziando a baciarmi il collo e la linea della mascella. Le sue mani scivolarono sul mio petto, accarezzandomi. Ero stanco, ero logorato, ma il suo tocco era morbido, rassicurante, quasi disperato. Mi lasciai andare contro il cuscino, sospirando. Le portai le mani sui fianchi, accarezzandole il culo attraverso la stoffa umida del costume. Lei, incoraggiata da quel gesto, si sollevò appena, si sfilò il pezzo di sopra e lo lanciò sul pavimento, offrendomi i seni nudi.
Chiusi gli occhi, stringendole i glutei morbidi, godendomi quella coccola rubata, mentre le sue labbra umide scendevano dal mio collo verso il petto.
E poi, il gelo. Mentre la mano sinistra di Lara era appoggiata sul mio torace e la destra mi sfiorava l'inguine, vidi Lara irrigidirsi di colpo. Sussultò violentemente, come se avesse preso la scossa. Le sue mani erano su di me, ma sentì chiaramente una terza mano accarezzarle lentamente i capelli da dietro.
Lara cacciò un urlo strozzato e si buttò di lato, rannicchiandosi contro la testiera del letto e coprendosi i seni nudi con le braccia. Spalancai gli occhi. Ai piedi del letto, silenziosa come un'ombra, c'era Sofia.
Il cuore mi si fermò. Sofia aveva il braccio teso e teneva lo smartphone in mano, con l'obiettivo della fotocamera puntato dritto su di noi. La spia rossa della registrazione lampeggiava, inesorabile. «S-Sofi... mio dio...» balbettò Lara, paonazza, tremando come una foglia. «Non... non è come sembra, te lo giuro, io stavo solo...» «Shh, cucciola, tranquilla,» la interruppe Sofia, con un sorriso così calmo e sadico da far venire i brividi. «Non devi giustificarti. Continuate pure. Io guardo solo.»
Ero pietrificato. Non provai nemmeno a muovermi. Ero rassegnato, intrappolato nella rete di un ragno che giocava con me come e quando voleva. Sofia fece un passo avanti, spostando l'inquadratura del telefono esclusivamente su di me. «Ehi, Franci,» trillò, con una finta dolcezza letale. «Saluta Erika. Sai, questo video non lo sto salvando nella galleria. Lo sto registrando direttamente nella sua chat di WhatsApp.» Sentii il sangue defluire dal viso. Mi mancò l'aria. «Hai capito bene,» continuò Sofia, godendosi il mio terrore. «Basta che io alzi il pollice da questo fottuto tasto, e il video parte. Puff. Finito. Quindi, piccioncini, vi conviene darvi da fare. Se mi annoio... invio.»
«Sofi, ti prego... c'è Erika di là...» implorò Lara, con gli occhi pieni di lacrime. «Ho detto continuate,» sibilò Sofia, il tono che non ammetteva repliche. «Tiraglielo fuori. Ora.»
Lara deglutì. Era terrorizzata, ma nei suoi occhi guizzò anche la scintilla malata di un'eccitazione sottomessa. Lentamente, con le mani che le tremavano, si rimise in ginocchio sul letto. Afferrò l'elastico del mio costume e me lo tirò giù, scoprendo il mio sesso.
Era completamente, irrimediabilmente moscio. La psicologia umana è un ingranaggio delicato, e il mio era appena andato in frantumi. L'ansia mi stava divorando. Avevo il fiato corto, lo stomaco chiuso in una morsa di panico puro. Ero sdraiato, nudo, spiato dalla ragazza che teneva la mia vita in pugno, consapevole che al di là del muro c'era la donna che amavo e che, con un clic, la mia esistenza sarebbe andata in cenere. In quelle condizioni, non c'era traccia di eccitazione. Ero svuotato, terrorizzato.
Lara avvolse le dita attorno al mio cazzo inerte. Iniziò a masturbarmi, cercando di evocare una reazione. Ma era goffa, impacciata. I suoi movimenti erano meccanici e insicuri. Cercava di tirare la pelle molle su e giù, stringendo troppo, creando un attrito fastidioso sulla carne ritratta e inerme. L'assenza di turgore rendeva la sega patetica, quasi ridicola, sotto l'occhio inflessibile della fotocamera di Sofia. «Mio dio, che pena,» commentò Sofia, ridacchiando dietro il telefono. «Siete una noia mortale. Mi sa che premo invio.» «No! Aspetta!» squittì Lara, in preda al panico totale. Sentendosi inadeguata, convinta di fare schifo e terrorizzata dall'idea di essere la causa del nostro disastro, decise di osare di più.
Si chinò di scatto in avanti. Spalancò la bocca e prese il mio membro moscio tra le labbra. Chiusi gli occhi, schiacciando la testa contro il cuscino, in preda a un'iperventilazione muta. Lara cercava disperatamente di fare un buon lavoro. Usava una quantità industriale di saliva, succhiava le mie lunghezze molli, avvolgeva la lingua attorno al glande cercando di stimolarmi, di farlo alzare. Scuoteva la testa, creando un suono umido e volgare che rimbombava nel silenzio della stanza.
Ma era talmente agitata che i suoi movimenti erano sconnessi. A un certo punto, nel tentativo di ingoiarlo più a fondo per stimolarmi, calcolò male la distanza e i suoi denti raschiarono contro la mia pelle sensibile.
Sussultai, contraendo tutto il corpo. Quello sfregamento ruvido non mi eccitò. Anzi. Fu una scarica di orrore che mi riportò brutalmente alla notte precedente, al morso punitivo di Sofia, al dolore lancinante e all'umiliazione di essere trattato come un oggetto. Il mio cazzo, invece di indurirsi, sembrò ritirarsi ancora di più per la paura. Era la prima volta nella mia vita che mi sentivo così fottutamente impotente. Non ero più un uomo, ero un animale in gabbia, osservato, registrato, giudicato.
«Così non funziona, Lara, devi impegnarti,» mormorò Sofia, facendo uno zoom con la fotocamera proprio sul viso di Lara, che continuava a succhiare disperatamente la mia carne inerte, mescolando la sua saliva alle lacrime di frustrazione. Lara succhiava, leccava la punta morbida, ci soffiava sopra, cercando in tutti i modi di dare spettacolo, di compiacere il nostro mostro, mentre io fissavo il soffitto con il terrore negli occhi, pregando che quell'incubo finisse prima che Sofia decidesse di premere quel maledetto tasto verde sulla chat di Erika.
Il respiro di Lara era spezzato, disperato. La sua bocca continuava a muoversi sulla mia carne inerme in modo caotico, spinta dal terrore puro di veder crollare tutto. La sua saliva mi bagnava, ma i suoi movimenti erano così goffi, così carichi di un'ansia pietosa, che l'erezione sembrava un miraggio impossibile.
A un tratto, un'ombra si chinò su di noi. Sofia sbuffò, abbassando di qualche millimetro il telefono con cui stava registrando. Allungò la mano libera e, con una presa ferrea, afferrò il mio cazzo moscio, strappandolo letteralmente dalle labbra di Lara.
«Ma che cazzo fai, Lara?» sibilò Sofia, la voce gelida e carica di un disprezzo letale. «Non sai fare proprio niente. Sei imbarazzante.» Lara si ritrasse, le ginocchia premute contro il materasso, gli occhi sgranati e lucidi. «S-Sofi, ci sto provando, ma lui non...» «Lui non si alza perché fai schifo,» la interruppe Sofia, sputandole addosso le parole come acido. «Guardati. Sei un fottuto disastro. Ti muovi come una ragazzina impacciata, usi i denti, sei rigida... Non hai un briciolo di sensualità. Non mi stupisce che tu debba elemosinare le attenzioni del fidanzato della tua amica. Nessuno vorrebbe mai farsi toccare da una sfigata che non sa nemmeno come si tiene in mano un cazzo.»
Le parole di Sofia furono una ghigliottina. Vidi il petto di Lara sussultare violentemente. La sua espressione si accartocciò in una maschera di pura umiliazione, mentre le prime lacrime silenziose iniziavano a rigarle le guance, distruggendo del tutto la sua già fragile autostima sessuale. «Stai ferma e impara. Ora una lesbica ti insegna come si tocca un cazzo,» decretò Sofia.
Senza mollarmi, Sofia afferrò Lara per la nuca con l'altra mano. Le dita affondarono nei suoi capelli umidi, forzandole la testa verso il basso con una brutalità calcolata. «Succhialo. Tutto. Fino in fondo,» le ordinò. Lara, sopraffatta e singhiozzante, non oppose resistenza. Ingabbiata in quel gioco di potere, prese di nuovo il mio sesso in bocca, soffocando un gemito mentre Sofia le spingeva la faccia contro il mio pube. Sentivo le lacrime calde di Lara bagnarmi la pelle. Era una scena degradante, oscura, che mi faceva mancare l'aria.
Dopo qualche secondo, Sofia strattonò Lara verso l'alto tirandola per i capelli. La spinse di lato. Lara cadde sul materasso, rannicchiandosi, piangendo apertamente mentre guardava la sua aguzzina.
Sofia non perse tempo. Si inginocchiò tra le mie gambe, tenendo il telefono ben saldo per inquadrare la scena. Credevo che, essendo lesbica dichiarata, sarebbe stata fredda o impacciata. Non avrei mai potuto sbagliarmi di più. Le sue labbra si chiusero attorno alla mia punta. Era un calore avvolgente, perfetto. La bocca di Sofia non era goffa: era un pozzo di velluto scivoloso. Iniziò a succhiare con una pressione calcolata al millimetro, usando le labbra per sigillare il vuoto e la lingua per tracciare il contorno del glande.
Un gemito involontario mi sfuggì dalle labbra. La mia mente mi urlava di resistere, che era una trappola, che stavo cedendo al ricatto, ma il mio corpo, fiaccato dalle ore di negazione e dalla tortura della notte precedente, si ribellò. Il tocco esperto, bagnato e ritmico di Sofia fu una scossa elettrica. La sua lingua si muoveva come un serpente caldo, accarezzando il frenulo con movimenti veloci e precisi, mentre la bocca scendeva fino alla base per poi risalire con uno schiocco umido. Sotto lo sguardo disperato e umiliato di Lara, che assisteva in lacrime al suo ennesimo fallimento, il mio cazzo si indurì a dismisura. Divenne di marmo, pulsando di sangue e desiderio nel cavo orale della ragazza che ci stava distruggendo.
Sofia lo tenne in bocca ancora per qualche istante, assaporando la sua vittoria su entrambi, godendo della mia eccitazione strappata con la forza. Poi, si staccò lentamente. Un filo di saliva collegò le sue labbra perfette alla mia punta lucida e turgida. Sorrise, asciugandosi la bocca col dorso della mano. «Ecco fatto,» sussurrò Sofia, gli occhi che brillavano di sadismo. «Ora che ti ho risolto il problema... scopala. E vedete di farmi divertire. Altrimenti quel tasto verde lo premo sul serio.»
Lara tirò su col naso. Era distrutta, ma il terrore di essere esposta la spinse a muoversi. Si trascinò al centro del letto, mettendosi a pancia in su sotto di me. Le sue cosce si aprirono, tremanti. Il suo viso era rigato dal trucco colato e dalle lacrime, ma io non avevo scelta. L'istinto, la pressione, l'erezione dolorosa: tutto converse in quell'istante.
Mi misi sopra di lei, le afferrai i fianchi e, con una spinta decisa, entrai. Lara emise un gemito acuto, a metà tra il piacere fisico e il pianto. Nonostante il suo crollo emotivo, la sua figa era incredibilmente bagnata, morbida, calda. Mi accolse completamente, stringendo la mia carne tesa come una morsa. Iniziai a muovermi dentro di lei. Le spinte erano cariche di una foga disperata, di una passione sporca e avvelenata. Il rumore dei nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro rimbombava nella stanza, scandito dai singhiozzi di Lara. Lei chiudeva gli occhi, graffiandomi la schiena con le unghie, piangendo e gemendo allo stesso tempo, sopraffatta dal sesso e dall'umiliazione di essere usata come uno strumento di sfogo sotto l'obiettivo del telefono.
Sofia girava intorno al letto, inquadrando la penetrazione da diverse angolazioni. «Sì, così... sfondala, Franci. Fammi vedere come ti svuoti dentro la nostra piccola sfigata,» sussurrava la voce registrata.
Le parole di Sofia, la stretta umida di Lara e il peso insostenibile di quella vacanza maledetta mi spinsero oltre il limite. Il mio respiro si fece roco. Afferrai Lara per le cosce, tirandola più forte contro di me, accelerando il ritmo in modo brutale. «Lara... sto per...» ansimai. Lei pianse più forte, inarcando la schiena per accogliermi più a fondo. Il climax mi investì con la violenza di un'esplosione. L'orgasmo fu fottutamente intenso, uno strappo che mi bruciò le vene. Venni dentro di lei con contrazioni lunghe e possenti, svuotandomi di tutto lo stress, della rabbia e del desiderio accumulato, gemendo contro il suo collo sudato mentre i miei fluidi la riempivano.
Crollai su di lei, con il petto che si alzava e si abbassava furiosamente.
«Perfetto,» trillò Sofia, alle nostre spalle. Interruppe la registrazione, abbassando il telefono con un'espressione di assoluta, arrogante soddisfazione. «Un amplesso commovente. Siete stati bravissimi. Per oggi siete salvi.» Senza aggiungere altro, si voltò e uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle e lasciandoci nel silenzio ovattato della nostra devastazione.
Mi sollevai a fatica dai gomiti, sfilandomi dal suo corpo. Lara rimase sdraiata, fissando il soffitto con gli occhi vuoti, il respiro ancora spezzato dal pianto. Tirò lentamente le ginocchia al petto, coprendosi come se all'improvviso avesse freddo. «Faccio schifo,» sussurrò, la voce rotta da un'angoscia che mi gelò il sangue. «Non sono capace di fare niente... non riesco nemmeno a far eccitare il ragazzo che voglio. Ecco perché nessuno mi vuole davvero. Sono solo un buco triste.»
Mi sentii un verme. Mi avvicinai a lei, cercando di appoggiarle una mano sulla spalla. «Lara... non dire così. Ti prego. Non è colpa tua, è la situazione... ero terrorizzato, Sofia mi ha distrutto il cervello... tu sei bellissima, te lo giuro...» Ma lei scosse la testa. Si ritrasse dal mio tocco come se scottassi. Senza guardarmi, si alzò barcollando. Afferrò il pezzo di sopra del bikini dal pavimento e se lo strinse al petto. «Lasciami stare, Franci. Lasciami in pace,» disse, prima di aprire la porta e scappare via piangendo nel corridoio, lasciandomi solo, nudo e sporco in quella fottuta stanza.
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