Schiavo Delle sue Amiche

Capitolo 8 - Scopata sugli Scogli e Sborrata Bugiarda

La tensione accumulata esplode in una feroce e illusoria scopata di riappacificazione carica di bugie. Tuttavia, un aspro scontro verbale in spiaggia spingerà il sadismo della ricattatrice a concepire l'ultimatum psicologico e sessuale più distruttivo di sempre.

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Alessia

3 ore fa

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Il pranzo fu un'agonia masticata a fatica, una farsa grottesca messa in scena attorno a un vassoio di spaghetti alle vongole. Scesi le scale con le gambe molli, il profumo del sesso forzato con Lara ancora impresso nelle narici, e mi sedetti a tavola.

L'aria nel patio era irrespirabile, densa di un astio che si poteva tagliare col coltello. Sara sbatteva i piatti sul tavolo di teak con più forza del necessario, il viso tirato in una maschera di rabbia fredda. Evitava categoricamente di guardare verso il lato opposto del tavolo, dove Sofia sedeva composta, perfetta nel suo prendisole di lino bianco, sorseggiando vino ghiacciato con l'aria di chi si godeva lo spettacolo dall'alto del suo trono.

Lara era l'ombra di se stessa. Rannicchiata sulla sedia, teneva gli occhi bassi, rossi e gonfi, giocherellando con la forchetta senza portare alla bocca nemmeno un boccone. Quando incrociai il suo sguardo per una frazione di secondo, vidi solo un abisso di vergogna prima che lei si voltasse dall'altra parte.

«Ottima questa pasta, Sara,» commentò Sofia, la voce vellutata e velenosa. «Non sapevo fossi così brava con le mani in cucina. Ieri sera sembravi avere altri talenti.» Il tintinnio delle posate si fermò di colpo. Sara strinse la forchetta fino a farsi sbiancare le nocche. Alzò gli occhi, fulminandola. «Fottiti, Sofia. Sul serio. Se apri ancora la bocca per provocare, ti rovescio la ciotola in testa.» «Ragazze, basta, vi prego,» intervenne Erika, la voce carica di stanchezza, passandosi una mano tra i capelli. «Siamo in vacanza. Mangiamo e andiamo al mare, abbiamo bisogno di staccare la spina da questa casa.»

Sofia fece spallucce, abbozzando un sorrisetto obliquo che mi fece gelare il sangue, ma non aggiunse altro.

Dopo quel pasto funereo, ci ritirammo nelle rispettive stanze per prepararci. L'atmosfera tesa ci aveva seguiti fin dentro le mura, ma, nel chiuso della nostra camera, la vicinanza fisica con Erika offrì al mio corpo un inaspettato momento di tregua erotica. Lei si spogliò in silenzio, dandomi le spalle. La guardai sfilarsi la canotta e gli slip di cotone. La luce del pomeriggio accarezzava la sua pelle ambrata. Si infilò il pezzo di sotto di un bikini bianco, un perizoma sgambato che metteva in risalto la rotondità perfetta dei suoi glutei. La vidi inarcare la schiena per sistemare l'elastico sui fianchi, un movimento così naturale eppure così fottutamente sensuale che mi fece mancare il fiato. Mi avvicinai lentamente da dietro. Feci scivolare le mani sui suoi fianchi nudi, accarezzando la pelle calda, per poi scendere ad afferrarle dolcemente le natiche. Erika sospirò, abbandonando la testa all'indietro contro la mia spalla. «C'è un'aria orribile oggi,» mormorò lei, chiudendo gli occhi mentre io le baciavo la curva del collo, scendendo fino alla spalla. «Passerà,» mentii, sfiorandole il lobo dell'orecchio con i denti. Le mie mani risalirono, sfiorando i lati dei suoi seni nudi prima che potesse allacciarsi il triangolo bianco. La sentii rabbrividire contro di me. Per un attimo, in quella stanza, esistevamo solo noi due e il bisogno disperato di aggrapparmi al suo corpo per non affogare nel senso di colpa.

Arrivammo in spiaggia a metà pomeriggio. La sabbia bianca e il rumore ritmico delle onde sembrarono allentare leggermente la morsa di tensione. Piantammo gli ombrelloni vicini. Lara si sdraiò subito a pancia in giù, nascondendo il viso sotto un cappello di paglia a tesa larga. Sara si rannicchiò sull'asciugamano accanto a Erika, ignorando Sofia, che invece si sdraiò poco distante, perfetta e inavvicinabile.

«Franci, mi metti la crema?» mi chiese Erika, passandomi il flacone di protezione solare. Si slacciò il nodo del bikini dietro il collo per non lasciare il segno dell'abbronzatura, e si sdraiò prona sull'asciugamano. Il suo fondoschiena, fasciato dal tessuto bianco, si offrì alla mia vista. Mi misi in ginocchio a cavalcioni sulle sue cosce, sentendo il calore della sua pelle bruciare contro la mia. Versai una generosa quantità di crema fredda sui palmi delle mani e li appoggiai sulle sue scapole. Erika emise un verso di puro piacere per il contrasto termico.

Iniziai a massaggiarla. I miei movimenti, all'inizio ampi e funzionali, diventarono ben presto lenti, profondi e carichi di intenzione. Spinsi i pollici lungo la sua spina dorsale, accarezzando la muscolatura tesa, per poi allargare le mani sui fianchi. La pelle di Erika era liscia, setosa, e la crema la rendeva scivolosa e invitante. Scesi verso la zona lombare. I miei pollici affondarono nelle fossette alla base della schiena, e poi le mie mani scivolarono sfacciatamente sulla rotondità dei suoi glutei. Iniziai a impastare la carne soda, sfiorando l'elastico del perizoma bianco, spingendo le dita appena sotto il bordo, dove la pelle non era toccata dal sole.

Erika sussultò sotto il mio tocco, allargando impercettibilmente le gambe. «Mmh... Franci...» mormorò, la voce roca e impastata, il viso affondato nelle braccia incrociate. «Sei tesa, amore,» le sussurrai, chinandomi fino a sfiorarle l'orecchio con le labbra, mentre le mie mani continuavano a scendere, accarezzando la parte posteriore delle cosce per poi risalire con decisione, sfiorando l'interno coscia in un tocco fugace ma inequivocabile. La sentii ansimare piano. La situazione era pubblica, eravamo in spiaggia a pochi metri dalle nostre amiche, ma quel massaggio si stava trasformando in un preludio erotico che mi stava infiammando il sangue. L'attrito delle mie dita scivolose contro la sua pelle, la morbidezza del suo sedere che riempiva le mie mani, il calore del sole e il profumo di cocco e salsedine creavano un mix inebriante.

Mentre le massaggiavo la linea laterale del corpo, sfiorando con il pollice la curva laterale del suo seno schiacciato contro l'asciugamano, alzai lo sguardo. Sofia era sdraiata a pochi metri di distanza. Aveva abbassato gli occhiali da sole sul naso e mi stava fissando. I suoi occhi di ghiaccio mi scrutavano mentre le mie mani si muovevano sul corpo della mia ragazza. Non c'era rabbia nel suo sguardo, solo un controllo assoluto, muto e terrificante, che mi ricordava come ogni mia singola mossa, ogni mio brivido, le appartenesse.

Le dita scivolavano sulla pelle di Erika, ma la mia mente era un campo minato. Ogni volta che il mio sguardo incrociava quello di Sofia, seduta a pochi metri di distanza con quel sorriso indecifrabile, i muscoli delle mie spalle si contraevano in modo involontario.

Non mi accorsi di quanto le mie mani si fossero fatte rigide, finché Erika non si voltò di scatto sull'asciugamano. Afferrò i laccetti del bikini e se li annodò dietro il collo con gesti bruschi e imprecisi. Mi guardò dritta negli occhi, e ci vidi dentro una lucidità che mi fece tremare.

«Perché ogni volta che Sofia ti guarda diventi così?» mi chiese, la voce bassa per non farsi sentire dalle altre, ma affilata come una lama. Deglutii a fatica, cercando di mascherare il panico. «Così come, Eri? C'è un'aria pesantissima oggi, sono solo nervoso per la situazione con Sara e...» «Non prendermi in giro,» mi interruppe, la voce che tremava di una rabbia stanca. Si alzò in piedi, spolverandosi la sabbia dalle cosce con stizza. «Andiamo a fare due passi.»

Non potei rifiutare. Mi alzai e la seguii in silenzio. Ci allontanammo dagli ombrelloni, superando la passerella di legno rovente, fino a raggiungere una piccola rientranza nascosta dietro una scogliera di granito. Non c'era la fluidità dell'acqua qui; c'era solo un caldo asfissiante, il profumo denso della macchia mediterranea e la roccia ruvida che bruciava sotto la pelle.

Appena fummo al riparo da sguardi indiscreti, Erika si voltò verso di me. Aveva le braccia incrociate sotto il petto, l'espressione ferita di chi ha esaurito la pazienza. «Non mi dire che non hai visto come ti guarda,» attaccò. «Eri, lascia stare,» provai a svicolare, sentendomi un vigliacco. «No. Sono stanca di lasciare stare,» ribatté lei, facendo un passo verso di me. Il suo sguardo mi inchiodò al muro invisibile delle mie colpe. «Quando Sofia entra in una stanza, tu cambi faccia.»

Fu una sberla in pieno viso. Aveva capito l'effetto, anche se ignorava la causa malata che ci stava dietro. Le sue spalle si abbassarono di colpo, e la corazza di rabbia si infranse, lasciando emergere una vulnerabilità feroce. Si avvicinò ancora, posandomi le mani sul petto. Le sue dita tremavano leggermente. «Io oggi non mi fido più di nessuno, Franci,» mormorò, la voce incrinata, gli occhi nocciola lucidi. «Ti prego, almeno tu non diventare un estraneo.» Mi strinse la stoffa del costume, disperata. «Dimmi che ci sei ancora. Dimmi che non ci stiamo rovinando anche noi.»

Quelle parole mi distrussero. L'incapacità di confessarle la verità mi divorava da dentro. L'unica risposta che conoscevo era fuggire nel suo corpo. Le presi il viso tra le mani e la baciai. Non fu un bacio dolce o romantico: fu un assalto, una fuga disperata dalla realtà.

Erika ricambiò per un istante, affamata, ma poi mi spinse indietro, piantandomi i palmi contro le spalle. Mi guardò, il respiro corto. «No, aspetta. Non farlo solo per calmarmi.» «Amore, io...» «Allora fammi sentire che ci sei,» sibilò.

La spinsi contro la roccia calda della scogliera. Le mie labbra scesero sul suo collo, baciandole la pelle che sapeva di sale e crema solare. Le mie mani scivolarono sfacciate lungo i suoi fianchi, afferrando i laccetti del pezzo di sotto del bikini. Li slacciai con un colpo secco, lasciando cadere la stoffa sulla sabbia polverosa. Ma quando cercai di nascondere di nuovo il viso nell'incavo della sua spalla, per fuggire al suo sguardo, Erika mi fermò. Mi prese il viso tra le mani, piantando le unghie sulle mie guance, costringendomi ad alzarlo. I suoi occhi erano fiamme. «Guardami,» ordinò, con un'intensità che non le avevo mai visto addosso. «Non guardare da quella parte. Non pensare a lei. Guardami.»

Era il fantasma di Sofia, aleggiante tra noi, a renderla così aggressiva. «Oggi non voglio essere quella tranquilla,» continuò Erika, il respiro affannoso, premendo il suo bacino nudo contro di me. «Non voglio essere quella che aggiusta tutto. Voglio che tu scelga me.»

Mi tirò verso il basso, obbligandomi a sedermi su uno spuntone di roccia piatta e liscia, all'ombra stretta della scogliera. Non mi diede il tempo di pensare. Si mise a cavalcioni su di me, spostando l'elastico del mio costume. Fu lei a guidare. Prese la mia erezione, dura, pulsante e dolorante per la tensione, e si abbassò lentamente.

Un gemito roco mi sfuggì dalla gola. La penetrazione fu densa, asciutta per il caldo ma subito compensata dall'umidità disperata della sua eccitazione. Le pareti interne della sua figa mi strinsero come in una morsa, calde e accoglienti, in netto contrasto con la pietra ruvida che mi graffiava la schiena.

Erika iniziò a muoversi. I suoi fianchi disegnavano cerchi ossessivi, le sue mani stringevano le mie spalle. L'attrito dei nostri corpi sudati era assordante. Le mie mani si ancorarono al suo culo perfetto, stringendo la carne morbida, aiutandola a dettare un ritmo sempre più serrato. Nella mia testa esplosero i flash di colpa: le lacrime di Lara, la bocca esperta e sadica di Sofia, il buio della notte prima. Ma ogni volta, il profumo di cocco di Erika e la perfezione del suo corpo mi riportavano lì, schiacciandomi sotto il peso del suo amore.

Si chinò su di me, i nostri petti bagnati di sudore incollati. «Dimmi che sei mio,» sussurrò a un millimetro dalla mia bocca. «Sono tuo,» le risposi, ansimando. «No,» ribatté, prendendomi di nuovo il mento per inchiodare il mio sguardo al suo, i movimenti del suo bacino che diventavano più profondi, più implacabili. «Dimmelo guardandomi. Sei mio, vero? Non sei di nessun'altra.» Una fitta al petto mi mozzò il respiro. «Sono tuo,» ripetei, ed era una verità assoluta per il mio cuore, ma la bugia più sporca per il mio corpo.

La passione ci travolse. Era sesso nato da una guerra emotiva, una ricerca spasmodica di assoluzione. L'intensità saliva, i nostri respiri erano un unico affanno spezzato. L'attrito caldo, la pressione del suo inguine contro il mio, la profondità a cui riuscivo a spingermi dentro di lei... eravamo sull'orlo del precipizio.

Poi, nel momento di massima vulnerabilità, con il corpo teso come la corda di un arco, Erika smise di muoversi per una frazione di secondo. Tremava sopra di me. «Promettimi che non mi stai nascondendo niente che possa distruggerci,» ansimò, gli occhi colmi di una speranza disperata.

Il tempo si fermò. Esitai. Fu un mezzo secondo fatale, un battito di ciglia in cui l'orrore del video di Sofia mi balenò davanti agli occhi. Inghiottii il veleno. «Te lo prometto.»

Quella falsa promessa fu il detonatore. Il climax ci investì in quell'esatto istante. Erika cacciò un grido strozzato contro il mio collo, il suo corpo scosso da spasmi violenti mentre le pareti della sua intimità si contraevano brutalmente attorno a me, mungendomi fino all'ultima goccia. Venni dentro di lei con una forza disperata, stringendola a me come se volessi fonderla con le mie ossa per non farla scappare via, rovesciando la testa all'indietro contro la roccia.

Rimanemmo così per minuti interminabili. Il rumore delle onde sembrava lontanissimo, coperto dai battiti impazziti dei nostri cuori. Erika era accasciata sul mio petto, il respiro che si calmava lentamente. Mi accarezzò i capelli umidi di sudore. «Per un attimo ho avuto paura di perderti,» sussurrò. Chiusi gli occhi, stringendola più forte, ingoiando un groppo di lacrime amare. Non sapeva che mi aveva già perso, e che io avevo perso me stesso.

Quando ci ricomponemmo e tornammo verso gli ombrelloni, qualcosa nell'aria era cambiato. Erika non camminava più con le spalle curve. Aveva il mento alto, il passo sicuro di una donna che aveva appena reclamato e marchiato il suo territorio, convinta di aver scacciato i demoni.

Mi sedetti sul lettino, svuotato. Alzai lo sguardo verso l'ombrellone di Sofia. Era seduta. Aveva tolto gli occhiali da sole e ci stava fissando. Il suo sguardo passò dalla postura forte di Erika ai miei occhi stanchi, ma emotivamente devoti. La linea perfetta delle sue labbra si indurì in una piega gelida. Aveva capito. Aveva capito che, nonostante mi stesse distruggendo la psiche e usando il corpo, l'anima di Franci apparteneva ancora, disperatamente, a Erika.

E per un mostro abituato al controllo totale, quell'indipendenza emotiva era una sfida inaccettabile.

Tornammo verso gli ombrelloni, e la differenza tra me ed Erika era abissale. Lei camminava sulla sabbia rovente con un passo nuovo, le spalle dritte, il mento sollevato. Il nostro sesso disperato dietro la scogliera, unito a quella mia falsa promessa, le aveva restituito una corazza di sicurezza. Io, invece, la seguivo sentendomi un cadavere che cammina, svuotato fisicamente e distrutto psicologicamente.

Arrivati alla nostra postazione, l'aria era ancora asfissiante. Lara fingeva di dormire sotto il cappello di paglia, mentre Sara era seduta sul suo telo mare, le ginocchia tirate al petto, lo sguardo perso verso l'orizzonte. Sembrava minuscola, spezzata.

Erika non perse un secondo. Si inginocchiò accanto a Sara, ignorando completamente la presenza di Sofia, che ci osservava dal suo lettino poco distante con la coda dell'occhio.

«Vieni qui,» mormorò dolcemente Erika, prendendo il flacone di crema solare. «Ti stai ustionando le spalle.» Sara esitò, poi si voltò dandole la schiena, sciogliendo il nodo del suo costume per non lasciare i segni. Erika versò la crema sui palmi e iniziò a massaggiarla.

Mi sedetti sul mio asciugamano, incapace di distogliere lo sguardo. La scena che si stava svolgendo davanti a me non aveva nulla di sessuale nella sua intenzione, ma era carica di una sensualità tattile, viscerale e riparatrice. Erika spalmava la crema con movimenti lenti e circolari, accarezzando la pelle dorata dell'amica. Per farlo, si era sporta in avanti, piegandosi sulle ginocchia.

In quella posizione, la gravità reclamò il suo corpo. Il triangolo color smeraldo del suo bikini faticava a contenere la pienezza dei suoi seni. La stoffa sottile si tendeva, rivelando la pelle chiara e delicata del décolleté che contrastava con l'abbronzatura. I suoi seni, morbidi e pesanti, dondolavano dolcemente a ogni movimento delle sue braccia, i capezzoli, ancora sensibili per la nostra scopata di poco prima, spingevano contro la lycra umida. Era una visione ipnotica, resa ancora più intensa dal fatto che io sapevo esattamente quale sapore avessero, come riempissero le mani.

Erika le accarezzò i capelli biondi, spostandoli di lato per baciare dolcemente la spalla di Sara. Fu un gesto di una tenerezza disarmante. Sara si morse il labbro. La vidi tremare. «Ieri...» sussurrò Sara, la voce così sottile che faticai a sentirla sopra il rumore delle onde. «Ieri mi sono sentita una cosa. Non una persona.» Erika non smise di accarezzarla. Le mani scivolarono sulle braccia di Sara, stringendole. «Tu sei una persona, Sara. Sei bellissima e sei la mia migliore amica. È lei che non sa più vedere la differenza tra le persone e i giocattoli.»

Era un'intimità fisica ed emotiva che sfidava tutto lo schifo di quella vacanza. Erika stava curando le ferite che Sofia aveva inflitto. E Sofia, dal suo lettino, stava guardando tutto.

La vidi irrigidirsi. Le sue dita si strinsero attorno al libro che teneva in mano. Sofia voleva possedere Sara attraverso l'umiliazione e il controllo, ma Erika le stava dimostrando che la fiducia e il calore umano erano armi molto più potenti. Sofia si sentì esclusa, sostituita. E per un predatore, non c'è niente di più insopportabile.

«Che scena commovente,» tagliò l'aria la voce di Sofia, fredda, metallica e intrisa di veleno. Si tolse gli occhiali da sole, fissandole. «La santa che consola la martire. Manca solo Franci che vi guarda sbavando, magari con il cazzo in mano, e abbiamo completato il quadretto da porno soft.»

Sara si raggelò, stringendosi il telo addosso. Erika si fermò. Si voltò lentamente verso Sofia, sedendosi sui talloni. Il suo respiro si fece più pesante, facendo sollevare e abbassare il petto generoso, i seni che premevano contro il bikini verde smeraldo, un dettaglio fisico che tradiva tutta la sua rabbia trattenuta.

«Guarda che non devi sempre fare la salvatrice, Eri,» continuò Sofia, mettendosi a sedere, puntando dritto al cuore. «Non ti rende più speciale, né più amata. Ti fa solo sembrare disperata.» Erika incassò il colpo senza battere ciglio. «E tu non devi sempre distruggere qualcuno per sentirti potente, Sofi.» Sofia fece un sorriso spietato, inclinando la testa. Capì che l'attacco frontale non bastava, così decise di usare l'arma più sporca. «Forse,» concesse Sofia, fissando Erika dritto negli occhi. «Ma almeno io non passo la mia cazzo di vita a chiedermi se il mio ragazzo preferirebbe farsi la mia migliore amica. E a giudicare da come le sta guardando le tette... direi che fai bene a preoccuparti.»

Il silenzio cadde come una lastra di piombo. Il rumore del mare sembrò svanire. Sara restò gelata, incapace di muoversi. Io smisi di respirare, il panico che mi stringeva la gola come un nodo scorsoio. Mi aveva colpito nel punto più vulnerabile, usando la mia stessa debolezza per disintegrare Erika.

Ma Erika, forte della falsa promessa che le avevo sussurrato contro la roccia, stavolta non crollò. Si alzò in piedi, svettando su Sofia con una dignità feroce. «Forse è vero,» rispose Erika, la voce ferma, senza un tremito. «Forse questa paura ce l'ho avuta, perché sono umana e sono insicura. Ma sai una cosa? Tu sei l'unica fottuta persona in questo gruppo che ha usato questa mia paura per farmi del male.» Fece un passo verso il lettino di Sofia. «Tu non ami nessuno, Sofi. Nemmeno Ross,» affondò Erika, gli occhi lucidi ma spietati. «Tu vuoi solo qualcuno che ti faccia sentire necessaria, desiderata o temuta. E quando ti accorgi che non ci riesci... quando capisci che sei vuota dentro, prendi le persone e le rompi.»

La maschera di perfezione glaciale di Sofia si incrinò. I lineamenti del suo viso si indurirono in una smorfia di pura furia. Il nome della sua ragazza, usato come un'arma contro di lei, l'aveva colpita al centro esatto del suo vuoto. «Non nominarla mai più,» sibilò Sofia, la voce che tremava di rabbia autentica.

Erika capì di aver vinto. Aveva esposto il mostro. «Io con te ho chiuso,» sentenziò Erika, guardandola con assoluto disgusto. «Non per ieri sera. Ma perché oggi ti ho guardata tutto il giorno aspettando di vedere un minimo di rimorso, un briciolo di umanità. E non ho visto un cazzo di niente.»

Erika si voltò. Prese Sara per mano, aiutandola ad alzarsi, e insieme si incamminarono verso il bar della spiaggia, lasciandoci soli.

Io rimasi pietrificato sul mio asciugamano. Avevo appena assistito al trionfo della donna che amavo, eppure mi sentivo come se mi stessero portando al patibolo.

Sofia rimase immobile per qualche secondo, gli occhi fissi sulla schiena di Erika che si allontanava. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente. La furia che emanava era tossica. Lentamente, girò la testa verso di me. Non c'era più traccia del gioco sadico o del divertimento perverso dei giorni scorsi. C'era solo una vendetta fredda e assoluta.

Si alzò dal lettino e venne verso di me, accovacciandosi vicino al mio asciugamano. Il profumo della sua crema si mescolò al mio terrore. «La tua fidanzatina pensa di avermi umiliata,» sussurrò Sofia, la voce così bassa da sembrare un ringhio, a un centimetro dal mio viso. «Pensa di averti salvato.» «Sofi, basta, ti prego...» implorai, con un filo di voce. «Zitto,» mi zittì, piantandomi l'indice contro il petto. «Stasera abbiamo la serata cinema in salotto. Dormirete tutti giù. E tu, Franci... tu la distruggerai per me.»

I suoi occhi di ghiaccio mi trafissero. «Stanotte la porterai sul divano o sul tappeto, davanti a tutte noi. Inizierai a scopartela e le dirai che la ami,» mi ordinò, scandendo ogni singola parola. «Ma nell'esatto momento in cui stai per venirle dentro, la guarderai negli occhi, e invece del suo nome... urlerai il nome di Sara. Chiaro e tondo.»

Il mio stomaco si rivoltò. Era una condanna a morte. «Non posso farlo... le spezzerà il cuore, impazzirà...» balbettai, gli occhi sgranati per l'orrore. Sofia si alzò in piedi, guardandomi dall'alto in basso con un sorriso spietato. «Esattamente. O le spezzi il cuore con una parola, o le distruggo la vita intera premendo invio su quel fottuto video con Lara. Scegli tu, schiavetto. Goditi il resto del pomeriggio.»

Fece per alzarsi, ma poi si bloccò, come folgorata da un'illuminazione ancora più perversa. Si chinò di nuovo su di me, sfiorandomi la guancia con la punta dell'unghia.

«Ah, e dimenticavo la parte più divertente,» sussurrò, la voce che ora era puro, concentrato veleno. «Quando pronuncerai il nome di Sara, Erika ovviamente andrà su tutte le furie. E quando lo farà, tu non oserai scusarti. Non ci saranno lacrime, non ci saranno giustificazioni. Dovrai mortificarla. Dovrai trattarla malissimo, calpestarla, farla sentire una nullità assoluta in confronto alla sua amica.»

Il suo sorriso si allargò, crudele e spietato.

«Se avrai fortuna, le altre staranno già dormendo e non vedranno la tua fidanzatina strisciare. Ma ricordati bene una cosa, Franci... io no. Io sarò sveglia. Ascolterò ogni singola parola nel buio. E al minimo segno di cedimento, alla minima fottuta scusa dolce che ti uscirà dalla bocca per consolarla... il video partirà e tu sarai finito. Goditi il resto del pomeriggio.»

Si voltò e si incamminò verso l'acqua, lasciandomi sepolto vivo nella sabbia.

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