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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 8
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Capitolo 8 di 11 17 min di lettura

Scopata sugli Scogli e Sborrata Bugiarda

La tensione accumulata esplode in una feroce e illusoria scopata di riappacificazione carica di bugie. Tuttavia, un aspro scontro verbale in spiaggia spingerà il sadismo della ricattatrice a concepire l'ultimatum psicologico e sessuale più distruttivo di sempre.

Alessia
4 mesi fa · 1.1k letture · 1

Il pranzo fu un'agonia masticata a fatica, una farsa grottesca messa in scena attorno a un vassoio di spaghetti alle vongole. Scesi le scale con le gambe molli, il profumo del sesso forzato con Lara ancora impresso nelle narici, e mi sedetti a tavola.

L'aria nel patio era irrespirabile, densa di un astio che si poteva tagliare col coltello. Sara sbatteva i piatti sul tavolo di teak con più forza del necessario, il viso tirato in una maschera di rabbia fredda. Evitava categoricamente di guardare verso il lato opposto del tavolo, dove Sofia sedeva composta, perfetta nel suo prendisole di lino bianco, sorseggiando vino ghiacciato con l'aria di chi si godeva lo spettacolo dall'alto del suo trono.

Lara era l'ombra di se stessa. Rannicchiata sulla sedia, teneva gli occhi bassi, rossi e gonfi, giocherellando con la forchetta senza portare alla bocca nemmeno un boccone. Quando incrociai il suo sguardo per una frazione di secondo, vidi solo un abisso di vergogna prima che lei si voltasse dall'altra parte.

«Ottima questa pasta, Sara,» commentò Sofia, la voce vellutata e velenosa. «Non sapevo fossi così brava con le mani in cucina. Ieri sera sembravi avere altri talenti.» Il tintinnio delle posate si fermò di colpo. Sara strinse la forchetta fino a farsi sbiancare le nocche. Alzò gli occhi, fulminandola. «Fottiti, Sofia. Sul serio. Se apri ancora la bocca per provocare, ti rovescio la ciotola in testa.» «Ragazze, basta, vi prego,» intervenne Erika, la voce carica di stanchezza, passandosi una mano tra i capelli. «Siamo in vacanza. Mangiamo e andiamo al mare, abbiamo bisogno di staccare la spina da questa casa.»

Sofia fece spallucce, abbozzando un sorrisetto obliquo che mi fece gelare il sangue, ma non aggiunse altro.

Dopo quel pasto funereo, ci ritirammo nelle rispettive stanze per prepararci. L'atmosfera tesa ci aveva seguiti fin dentro le mura, ma, nel chiuso della nostra camera, la vicinanza fisica con Erika offrì al mio corpo un inaspettato momento di tregua erotica. Lei si spogliò in silenzio, dandomi le spalle. La guardai sfilarsi la canotta e gli slip di cotone. La luce del pomeriggio accarezzava la sua pelle ambrata. Si infilò il pezzo di sotto di un bikini bianco, un perizoma sgambato che metteva in risalto la rotondità perfetta dei suoi glutei. La vidi inarcare la schiena per sistemare l'elastico sui fianchi, un movimento così naturale eppure così fottutamente sensuale che mi fece mancare il fiato. Mi avvicinai lentamente da dietro. Feci scivolare le mani sui suoi fianchi nudi, accarezzando la pelle calda, per poi scendere ad afferrarle dolcemente le natiche. Erika sospirò, abbandonando la testa all'indietro contro la mia spalla. «C'è un'aria orribile oggi,» mormorò lei, chiudendo gli occhi mentre io le baciavo la curva del collo, scendendo fino alla spalla. «Passerà,» mentii, sfiorandole il lobo dell'orecchio con i denti. Le mie mani risalirono, sfiorando i lati dei suoi seni nudi prima che potesse allacciarsi il triangolo bianco. La sentii rabbrividire contro di me. Per un attimo, in quella stanza, esistevamo solo noi due e il bisogno disperato di aggrapparmi al suo corpo per non affogare nel senso di colpa.

Arrivammo in spiaggia a metà pomeriggio. La sabbia bianca e il rumore ritmico delle onde sembrarono allentare leggermente la morsa di tensione. Piantammo gli ombrelloni vicini. Lara si sdraiò subito a pancia in giù, nascondendo il viso sotto un cappello di paglia a tesa larga. Sara si rannicchiò sull'asciugamano accanto a Erika, ignorando Sofia, che invece si sdraiò poco distante, perfetta e inavvicinabile.

«Franci, mi metti la crema?» mi chiese Erika, passandomi il flacone di protezione solare. Si slacciò il nodo del bikini dietro il collo per non lasciare il segno dell'abbronzatura, e si sdraiò prona sull'asciugamano. Il suo fondoschiena, fasciato dal tessuto bianco, si offrì alla mia vista. Mi misi in ginocchio a cavalcioni sulle sue cosce, sentendo il calore della sua pelle bruciare contro la mia. Versai una generosa quantità di crema fredda sui palmi delle mani e li appoggiai sulle sue scapole. Erika emise un verso di puro piacere per il contrasto termico.

Iniziai a massaggiarla. I miei movimenti, all'inizio ampi e funzionali, diventarono ben presto lenti, profondi e carichi di intenzione. Spinsi i pollici lungo la sua spina dorsale, accarezzando la muscolatura tesa, per poi allargare le mani sui fianchi. La pelle di Erika era liscia, setosa, e la crema la rendeva scivolosa e invitante. Scesi verso la zona lombare. I miei pollici affondarono nelle fossette alla base della schiena, e poi le mie mani scivolarono sfacciatamente sulla rotondità dei suoi glutei. Iniziai a impastare la carne soda, sfiorando l'elastico del perizoma bianco, spingendo le dita appena sotto il bordo, dove la pelle non era toccata dal sole.

Erika sussultò sotto il mio tocco, allargando impercettibilmente le gambe. «Mmh... Franci...» mormorò, la voce roca e impastata, il viso affondato nelle braccia incrociate. «Sei tesa, amore,» le sussurrai, chinandomi fino a sfiorarle l'orecchio con le labbra, mentre le mie mani continuavano a scendere, accarezzando la parte posteriore delle cosce per poi risalire con decisione, sfiorando l'interno coscia in un tocco fugace ma inequivocabile. La sentii ansimare piano. La situazione era pubblica, eravamo in spiaggia a pochi metri dalle nostre amiche, ma quel massaggio si stava trasformando in un preludio erotico che mi stava infiammando il sangue. L'attrito delle mie dita scivolose contro la sua pelle, la morbidezza del suo sedere che riempiva le mie mani, il calore del sole e il profumo di cocco e salsedine creavano un mix inebriante.

Mentre le massaggiavo la linea laterale del corpo, sfiorando con il pollice la curva laterale del suo seno schiacciato contro l'asciugamano, alzai lo sguardo. Sofia era sdraiata a pochi metri di distanza. Aveva abbassato gli occhiali da sole sul naso e mi stava fissando. I suoi occhi di ghiaccio mi scrutavano mentre le mie mani si muovevano sul corpo della mia ragazza. Non c'era rabbia nel suo sguardo, solo un controllo assoluto, muto e terrificante, che mi ricordava come ogni mia singola mossa, ogni mio brivido, le appartenesse.

Le dita scivolavano sulla pelle di Erika, ma la mia mente era un campo minato. Ogni volta che il mio sguardo incrociava quello di Sofia, seduta a pochi metri di distanza con quel sorriso indecifrabile, i muscoli delle mie spalle si contraevano in modo involontario.

Non mi accorsi di quanto le mie mani si fossero fatte rigide, finché Erika non si voltò di scatto sull'asciugamano. Afferrò i laccetti del bikini e se li annodò dietro il collo con gesti bruschi e imprecisi. Mi guardò dritta negli occhi, e ci vidi dentro una lucidità che mi fece tremare.

«Perché ogni volta che Sofia ti guarda diventi così?» mi chiese, la voce bassa per non farsi sentire dalle altre, ma affilata come una lama. Deglutii a fatica, cercando di mascherare il panico. «Così come, Eri? C'è un'aria pesantissima oggi, sono solo nervoso per la situazione con Sara e...» «Non prendermi in giro,» mi interruppe, la voce che tremava di una rabbia stanca. Si alzò in piedi, spolverandosi la sabbia dalle cosce con stizza. «Andiamo a fare due passi.»

Non potei rifiutare. Mi alzai e la seguii in silenzio. Ci allontanammo dagli ombrelloni, superando la passerella di legno rovente, fino a raggiungere una piccola rientranza nascosta dietro una scogliera di granito. Non c'era la fluidità dell'acqua qui; c'era solo un caldo asfissiante, il profumo denso della macchia mediterranea e la roccia ruvida che bruciava sotto la pelle.

Appena fummo al riparo da sguardi indiscreti, Erika si voltò verso di me. Aveva le braccia incrociate sotto il petto, l'espressione ferita di chi ha esaurito la pazienza. «Non mi dire che non hai visto come ti guarda,» attaccò. «Eri, lascia stare,» provai a svicolare, sentendomi un vigliacco. «No. Sono stanca di lasciare stare,» ribatté lei, facendo un passo verso di me. Il suo sguardo mi inchiodò al muro invisibile delle mie colpe. «Quando Sofia entra in una stanza, tu cambi faccia.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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