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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 9
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Capitolo 9 di 11 22 min di lettura

Nome Sbagliato, Cuore Spezzato e lo Schiaffo dell'Umiliazione

Il climax di una notte di passione rubata si trasforma in una tragedia psicologica quando un nome sussurrato nel buio distrugge ogni certezza. La menzogna diventa l'unica via di fuga in un gioco di ricatti dove il dolore e il tradimento diventano armi in mano alla spietata regista di questo scempio.

Alessia
4 mesi fa · 705 letture · 3

Il salto temporale di qualche ora non fece che condensare l'angoscia nel mio petto. Il tardo pomeriggio aveva portato con sé una brezza umida che prometteva temporale, intonandosi perfettamente al disastro imminente.

Uscii dalla doccia sentendomi sporco nonostante l'acqua bollente. Mi avvolsi un asciugamano in vita e aprii la porta a vetri della nostra camera, uscendo sul piccolo balcone privato. Erika era appena entrata in bagno per lavarsi, il rumore dell'acqua scrosciante copriva il battito martellante del mio cuore. Mi appoggiai alla ringhiera, accendendomi una sigaretta con le mani che tremavano. Fissavo il mare che si scuriva, incapace di formulare un pensiero che non finisse con l'immagine di Erika distrutta.

«Sopravvissuto?» Una voce morbida, quasi un sussurro, mi fece sussultare.

Mi voltai. Sara era in piedi sulla soglia della porta a vetri, esitante. Era appena uscita dalla sua doccia: indossava solo un morbido accappatoio di spugna bianca, stretto in vita da una cintura annodata alla buona. I capelli biondi e umidi le ricadevano sulle spalle nude, e l'aria fresca le faceva arrossare leggermente le guance. Emanava un profumo dolce, di bagnoschiuma alla vaniglia e pelle pulita. C'era una sensualità naturale, quasi innocente nel modo in cui l'accappatoio le si apriva leggermente sul petto, lasciando intravedere la curva pallida del seno, ma i suoi occhi erano gonfi, tristi.

«Ci provo,» mormorai, soffiando fuori il fumo. «Cercavi Erika? È sotto la doccia.» «No... in realtà ho visto la luce sul balcone e volevo parlare un attimo con te,» rispose, facendo un passo fuori e affiancandomi alla ringhiera. Si strinse l'accappatoio al petto, guardando l'orizzonte.

Rimanemmo in silenzio per qualche secondo. L'intimità di quel momento, noi due svestiti, umidi di doccia, nella penombra della sera strideva atrocemente con il ricatto di Sofia che mi ronzava in testa.

«Eri oggi mi ha difesa,» esordì Sara, la voce che tremava leggermente. «Davanti a Sofia. Non se lo meritava, tutto questo casino. Nessuno di noi se lo meritava.» «Lei ti vuole bene, Sara. Siete sorelle, in pratica,» le risposi, cercando di mantenere un tono rassicurante. Sara abbassò lo sguardo sulle proprie mani incrociate sul marmo freddo della ringhiera. «Lo so. È per questo che mi sento ancora più una merda.»

Sospirò, chiudendo gli occhi. Una goccia d'acqua le scivolò dai capelli biondi, tracciando una linea lucida lungo il collo sottile per poi perdersi nella scollatura dell'accappatoio. «Lei pensa sempre che io sia quella che tutti guardano,» continuò Sara, con un sorriso amaro e spezzato. «Quella che attira le attenzioni. L'ha sempre pensato, fin da quando eravamo ragazzine. Ma non ha mai capito una cosa, Franci... non ha mai capito che io vorrei essere guardata come tu guardi lei.»

Quella frase fu una manata nello stomaco. Mi tolse il respiro. Sentii il sangue gelarsi nelle vene. Sara, nella sua totale e fottuta innocenza, mi stava mettendo davanti allo specchio della mia infamia. Mi stava dicendo quanto il mio amore per Erika fosse prezioso, proprio a poche ore dal momento in cui l'avrei usato per distruggerla, urlando il nome della ragazza che avevo accanto.

«Sara...» sussurrai, incapace di trovare parole sensate. «È vero,» insistette lei, tirando su col naso. «Forse se ieri non avessi bevuto in quel modo... se non avessi retto il gioco alcolico, se non avessi voluto dimostrare a Sofia di non essere una suora... niente di tutto questo sarebbe successo.» «Sara, guardami,» le dissi, voltandomi verso di lei. «Non è colpa tua. Ti sei trovata in mezzo a una cosa più grande di te.»

Lei sollevò gli occhi lucidi sui miei. Il suo sguardo mi scrutò a fondo, con un'intensità e una lucidità che mi spiazzarono. «Lo dici perché sei buono...» mormorò Sara, esitando un istante. «O perché anche tu hai bisogno che qualcuno ti dica che non è colpa tua?»

Silenzio. Rimasi paralizzato. La sigaretta mi si consumò tra le dita. Sara, senza sapere del ricatto, senza sapere del video, aveva letto il terrore e il senso di colpa che mi divoravano l'anima. Aveva centrato il bersaglio.

Lei non premette oltre. Si voltò di nuovo verso il mare, lasciando che il vento della sera le asciugasse il viso. Poi, con una lentezza disarmante, mi fece la domanda che temevo di più. «Tu la ami davvero, vero? Erika, intendo.» Non esitai un fottuto secondo, perché quella era l'unica verità incondizionata che mi restava. «Più di qualsiasi cosa,» risposi, la voce roca e spezzata. Sara sorrise, un sorriso finalmente genuino e sollevato. Mi posò una mano sul braccio nudo. «Allora non permettere a Sofia di rovinarla.»

Le sue parole furono il rintocco di una campana a morto. Non permettere a Sofia di rovinarla. Nella mia testa rimbombò la verità agghiacciante: non sarebbe stata Sofia a rovinarla. Sarei stato io.

Proprio in quel momento, il rumore della porta a vetri che scorreva ruppe la tensione. «Siete qui a complottare senza di me?»

Ci voltammo. Erika era in piedi sulla soglia, bellissima da far male. Era avvolta in un asciugamano bianco troppo corto, che le copriva a malapena il sedere, lasciando scoperte le gambe lunghe e dorate. L'aria calda e umida del bagno l'aveva seguita fuori, portando con sé il profumo di orchidea della sua crema corpo. Aveva i capelli bagnati avvolti in un turbante improvvisato e le guance arrossate dal vapore. Piccole gocce d'acqua le imperlavano la clavicola e l'incavo dei seni, che premevano morbidi e pieni contro il bordo della spugna.

Sorrideva. Il litigio con Sofia e la nostra scopata disperata l'avevano purificata dalle paure. Sara si staccò dalla ringhiera, il viso che si illuminava. «Stavo solo dicendo a Franci che ci mette meno tempo lui a farsi la doccia che tu a scegliere quale crema spalmarti.» «Ehi, l'idratazione è una cosa seria!» ribatté Erika, ridendo e uscendo sul balcone.

Si mise in mezzo a noi. Senza alcuna esitazione o imbarazzo per essere praticamente nuda, Erika mi scivolò un braccio attorno alla vita e poggiò la testa sulla spalla di Sara. Il contatto della sua pelle umida e calda contro il mio fianco, nudo per via dell'asciugamano, fu una scossa elettrica di puro, bellissimo calore. Per un momento perfetto e fottutamente crudele, tornammo a essere il trio dei primi giorni. L'atmosfera si rilassò all'istante. Iniziarono a prendermi in giro per quanto ero stato imbranato a mettere la tenda il primo giorno in spiaggia, poi Erika si sciolse il turbante, frustandomi per scherzo il petto con i capelli bagnati, facendomi imprecare mentre Sara rideva di gusto, stringendosi l'accappatoio con una mano.

La luce dorata del tramonto illuminava i loro sorrisi. I loro corpi profumati e mezzi nudi mi stringevano in un abbraccio spontaneo e carico di affetto puro. Guardavo Erika ridere, con gli occhi che brillavano di fiducia, e sentivo l'anima lacerarsi. Quella scena, quell'allegria spensierata e calda, era l'ultimo dono della vita prima del baratro. Stavo per prendere la cosa più bella che avessi mai avuto e farla a pezzi davanti a tutti. Stavo per sgozzare la sua felicità sull'altare di un divano.

Mi sforzai di ridere con loro, stringendo Erika contro il mio fianco, mentre dentro di me iniziavo già a morire.

Quando scendemmo tutti in salotto, l'atmosfera era così nauseantemente perfetta da farmi girare la testa.

Sembrava una normalissima, banale serata estiva tra amici. I materassi erano stati trascinati vicino al grande divano a elle, coperti da lenzuola leggere e plaid. La luce principale era spenta, sostituita dal bagliore caldo di un paio di lampade a terra e dallo schermo della TV in standby. Le docce avevano lavato via la salsedine e i sudori freddi del pomeriggio: indossavamo tutti magliette larghe, pantaloncini comodi e avevamo i capelli ancora umidi. C'erano due ciotole giganti di popcorn sul tavolino e un paio di birre ghiacciate già aperte.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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