Capitolo 9 - Nome Sbagliato, Cuore Spezzato e lo Schiaffo dell'Umiliazione
Il climax di una notte di passione rubata si trasforma in una tragedia psicologica quando un nome sussurrato nel buio distrugge ogni certezza. La menzogna diventa l'unica via di fuga in un gioco di ricatti dove il dolore e il tradimento diventano armi in mano alla spietata regista di questo scempio.
Il salto temporale di qualche ora non fece che condensare l'angoscia nel mio petto. Il tardo pomeriggio aveva portato con sé una brezza umida che prometteva temporale, intonandosi perfettamente al disastro imminente.
Uscii dalla doccia sentendomi sporco nonostante l'acqua bollente. Mi avvolsi un asciugamano in vita e aprii la porta a vetri della nostra camera, uscendo sul piccolo balcone privato. Erika era appena entrata in bagno per lavarsi, il rumore dell'acqua scrosciante copriva il battito martellante del mio cuore. Mi appoggiai alla ringhiera, accendendomi una sigaretta con le mani che tremavano. Fissavo il mare che si scuriva, incapace di formulare un pensiero che non finisse con l'immagine di Erika distrutta.
«Sopravvissuto?» Una voce morbida, quasi un sussurro, mi fece sussultare.
Mi voltai. Sara era in piedi sulla soglia della porta a vetri, esitante. Era appena uscita dalla sua doccia: indossava solo un morbido accappatoio di spugna bianca, stretto in vita da una cintura annodata alla buona. I capelli biondi e umidi le ricadevano sulle spalle nude, e l'aria fresca le faceva arrossare leggermente le guance. Emanava un profumo dolce, di bagnoschiuma alla vaniglia e pelle pulita. C'era una sensualità naturale, quasi innocente nel modo in cui l'accappatoio le si apriva leggermente sul petto, lasciando intravedere la curva pallida del seno, ma i suoi occhi erano gonfi, tristi.
«Ci provo,» mormorai, soffiando fuori il fumo. «Cercavi Erika? È sotto la doccia.» «No... in realtà ho visto la luce sul balcone e volevo parlare un attimo con te,» rispose, facendo un passo fuori e affiancandomi alla ringhiera. Si strinse l'accappatoio al petto, guardando l'orizzonte.
Rimanemmo in silenzio per qualche secondo. L'intimità di quel momento, noi due svestiti, umidi di doccia, nella penombra della sera strideva atrocemente con il ricatto di Sofia che mi ronzava in testa.
«Eri oggi mi ha difesa,» esordì Sara, la voce che tremava leggermente. «Davanti a Sofia. Non se lo meritava, tutto questo casino. Nessuno di noi se lo meritava.» «Lei ti vuole bene, Sara. Siete sorelle, in pratica,» le risposi, cercando di mantenere un tono rassicurante. Sara abbassò lo sguardo sulle proprie mani incrociate sul marmo freddo della ringhiera. «Lo so. È per questo che mi sento ancora più una merda.»
Sospirò, chiudendo gli occhi. Una goccia d'acqua le scivolò dai capelli biondi, tracciando una linea lucida lungo il collo sottile per poi perdersi nella scollatura dell'accappatoio. «Lei pensa sempre che io sia quella che tutti guardano,» continuò Sara, con un sorriso amaro e spezzato. «Quella che attira le attenzioni. L'ha sempre pensato, fin da quando eravamo ragazzine. Ma non ha mai capito una cosa, Franci... non ha mai capito che io vorrei essere guardata come tu guardi lei.»
Quella frase fu una manata nello stomaco. Mi tolse il respiro. Sentii il sangue gelarsi nelle vene. Sara, nella sua totale e fottuta innocenza, mi stava mettendo davanti allo specchio della mia infamia. Mi stava dicendo quanto il mio amore per Erika fosse prezioso, proprio a poche ore dal momento in cui l'avrei usato per distruggerla, urlando il nome della ragazza che avevo accanto.
«Sara...» sussurrai, incapace di trovare parole sensate. «È vero,» insistette lei, tirando su col naso. «Forse se ieri non avessi bevuto in quel modo... se non avessi retto il gioco alcolico, se non avessi voluto dimostrare a Sofia di non essere una suora... niente di tutto questo sarebbe successo.» «Sara, guardami,» le dissi, voltandomi verso di lei. «Non è colpa tua. Ti sei trovata in mezzo a una cosa più grande di te.»
Lei sollevò gli occhi lucidi sui miei. Il suo sguardo mi scrutò a fondo, con un'intensità e una lucidità che mi spiazzarono. «Lo dici perché sei buono...» mormorò Sara, esitando un istante. «O perché anche tu hai bisogno che qualcuno ti dica che non è colpa tua?»
Silenzio. Rimasi paralizzato. La sigaretta mi si consumò tra le dita. Sara, senza sapere del ricatto, senza sapere del video, aveva letto il terrore e il senso di colpa che mi divoravano l'anima. Aveva centrato il bersaglio.
Lei non premette oltre. Si voltò di nuovo verso il mare, lasciando che il vento della sera le asciugasse il viso. Poi, con una lentezza disarmante, mi fece la domanda che temevo di più. «Tu la ami davvero, vero? Erika, intendo.» Non esitai un fottuto secondo, perché quella era l'unica verità incondizionata che mi restava. «Più di qualsiasi cosa,» risposi, la voce roca e spezzata. Sara sorrise, un sorriso finalmente genuino e sollevato. Mi posò una mano sul braccio nudo. «Allora non permettere a Sofia di rovinarla.»
Le sue parole furono il rintocco di una campana a morto. Non permettere a Sofia di rovinarla. Nella mia testa rimbombò la verità agghiacciante: non sarebbe stata Sofia a rovinarla. Sarei stato io.
Proprio in quel momento, il rumore della porta a vetri che scorreva ruppe la tensione. «Siete qui a complottare senza di me?»
Ci voltammo. Erika era in piedi sulla soglia, bellissima da far male. Era avvolta in un asciugamano bianco troppo corto, che le copriva a malapena il sedere, lasciando scoperte le gambe lunghe e dorate. L'aria calda e umida del bagno l'aveva seguita fuori, portando con sé il profumo di orchidea della sua crema corpo. Aveva i capelli bagnati avvolti in un turbante improvvisato e le guance arrossate dal vapore. Piccole gocce d'acqua le imperlavano la clavicola e l'incavo dei seni, che premevano morbidi e pieni contro il bordo della spugna.
Sorrideva. Il litigio con Sofia e la nostra scopata disperata l'avevano purificata dalle paure. Sara si staccò dalla ringhiera, il viso che si illuminava. «Stavo solo dicendo a Franci che ci mette meno tempo lui a farsi la doccia che tu a scegliere quale crema spalmarti.» «Ehi, l'idratazione è una cosa seria!» ribatté Erika, ridendo e uscendo sul balcone.
Si mise in mezzo a noi. Senza alcuna esitazione o imbarazzo per essere praticamente nuda, Erika mi scivolò un braccio attorno alla vita e poggiò la testa sulla spalla di Sara. Il contatto della sua pelle umida e calda contro il mio fianco, nudo per via dell'asciugamano, fu una scossa elettrica di puro, bellissimo calore. Per un momento perfetto e fottutamente crudele, tornammo a essere il trio dei primi giorni. L'atmosfera si rilassò all'istante. Iniziarono a prendermi in giro per quanto ero stato imbranato a mettere la tenda il primo giorno in spiaggia, poi Erika si sciolse il turbante, frustandomi per scherzo il petto con i capelli bagnati, facendomi imprecare mentre Sara rideva di gusto, stringendosi l'accappatoio con una mano.
La luce dorata del tramonto illuminava i loro sorrisi. I loro corpi profumati e mezzi nudi mi stringevano in un abbraccio spontaneo e carico di affetto puro. Guardavo Erika ridere, con gli occhi che brillavano di fiducia, e sentivo l'anima lacerarsi. Quella scena, quell'allegria spensierata e calda, era l'ultimo dono della vita prima del baratro. Stavo per prendere la cosa più bella che avessi mai avuto e farla a pezzi davanti a tutti. Stavo per sgozzare la sua felicità sull'altare di un divano.
Mi sforzai di ridere con loro, stringendo Erika contro il mio fianco, mentre dentro di me iniziavo già a morire.
Quando scendemmo tutti in salotto, l'atmosfera era così nauseantemente perfetta da farmi girare la testa.
Sembrava una normalissima, banale serata estiva tra amici. I materassi erano stati trascinati vicino al grande divano a elle, coperti da lenzuola leggere e plaid. La luce principale era spenta, sostituita dal bagliore caldo di un paio di lampade a terra e dallo schermo della TV in standby. Le docce avevano lavato via la salsedine e i sudori freddi del pomeriggio: indossavamo tutti magliette larghe, pantaloncini comodi e avevamo i capelli ancora umidi. C'erano due ciotole giganti di popcorn sul tavolino e un paio di birre ghiacciate già aperte.
La tensione sembrava svanita. Erika era accoccolata su un angolo del divano, incredibilmente tranquilla e luminosa dopo il nostro chiarimento sugli scogli. Sara, seduta a terra a gambe incrociate, spulciava il catalogo di Netflix con un'espressione finalmente rilassata. Lara era rannicchiata in un angolo, avvolta in una coperta nonostante il caldo, silenziosa e invisibile.
E poi c'era Sofia. Era sdraiata mollemente sul lato opposto del divano, le gambe lunghe distese. Era l'emblema della tranquillità. «Stasera tutti giù,» annunciò Sofia, con una naturalezza disarmante, prendendo una manciata di popcorn. «Film, divano, luci spente. Niente drammi, promesso.»
Per Erika e Sara, quella frase suonò come un armistizio. Un sospiro di sollievo collettivo. Per me, fu la lettura della sentenza di morte.
Sapevo di dover fare qualcosa. Non potevo restare lì ad aspettare che il plotone d'esecuzione premesse il grilletto. Dovevo scappare prima che le luci si spegnessero e l'ordine diventasse esecutivo. Mi passai una mano sul viso, fingendo un'espressione sofferente. «Ragazze, io forse passo,» mormorai, strofinandomi le tempie. «Ho la testa che mi esplode. Il sole di oggi mi ha letteralmente distrutto, credo di avere una mezza insolazione. Vado a stendermi di sopra.»
Erika scattò subito a sedere, il viso contratto in un'espressione di dolce apprensione. «Amore, stai male? Vuoi che salgo con te?» si offrì, alzandosi. «Ti porto un po' d'acqua, magari ti faccio un massaggio per farti rilassare...»
Il cuore mi fece un balzo. Sì, pensai disperatamente. Sì, vieni con me, salvami da questa stanza.
«Ma no, dai,» intervenne Sofia. La sua voce era morbida, comprensiva, ma i suoi occhi di ghiaccio mi trafissero nel buio. «Un film leggero e poi tutti a dormire. Non fare il vecchio, Franci. Eri, dopo la giornata di merda che hai avuto, almeno fatti coccolare dal tuo uomo. Ve lo siete guadagnati.»
Fu una mossa magistrale. In due secondi, Sofia aveva trasformato la mia via di fuga in un senso di colpa per Erika. Erika si fermò. La tensione del pomeriggio le ripiombò addosso per un istante, per poi sciogliersi quando mi guardò con occhi imploranti. Si avvicinò e mi passò le braccia attorno alla vita, appoggiando la guancia sul mio petto. «Ti prego, resta giù con me,» sussurrò Erika, la voce carica di un bisogno disperato di normalità. «Non voglio dormire da sola con questa tensione addosso. Ho bisogno di te.»
Le mie braccia si chiusero attorno a lei per inerzia. Ero in trappola. Sofia aveva usato l'amore di Erika per incatenarmi al divano. Se fossi andato di sopra, l'avrei ferita e avrei scatenato l'ira di Sofia. Restando giù, andavo incontro all'abisso.
«Vado... vado solo a prendere un bicchiere d'acqua in cucina,» balbettai, staccandomi delicatamente dall'abbraccio di Erika. «Arrivo subito.»
Mi rifugiai in cucina. La luce fredda del neon mi ferì gli occhi. Aprii il frigorifero, presi una bottiglia d'acqua e me ne versai un bicchiere con le mani che tremavano in modo incontrollabile. Il respiro mi si incastrava in gola.
«Bevi piano, potresti strozzarti.» Sussultai, versando metà dell'acqua sul ripiano di marmo. Sofia era appoggiata allo stipite della porta. Non l'avevo sentita arrivare.
«Sofi, ti prego,» implorai, la voce ridotta a un sibilo disperato. «Non posso farlo. Erika crollerà. L'ho appena rassicurata oggi pomeriggio, l'ho fatta sentire amata... se le urlo il nome di Sara mentre scopiamo, le distruggerò la psiche. Ti scongiuro.»
Sofia non alzò la voce. Non si scompose. Con una lentezza calcolata, tirò fuori lo smartphone dalla tasca dei pantaloncini e sbloccò lo schermo. Fece due passi verso di me e mi mise il telefono sotto il naso. Era la chat di WhatsApp con Erika. E nel riquadro in basso, pronto per essere inviato, c'era l'allegato video. L'anteprima mostrava il volto paonazzo di Lara, in ginocchio, intenta a ingoiarmi disperatamente. Il pollice di Sofia fluttuava a un fottuto millimetro dal tasto verde di invio.
«Vedi?» sussurrò Sofia. «Non devo nemmeno cercarlo. È già qui. Basta un millimetro.» «Sei pazza,» ansimai, indietreggiando. Sofia mi ignorò. Toccò la tastiera e scrisse un messaggio rapido: "Eri, hai scelto il film?" Premette invio.
Un secondo dopo, dal salotto, si sentì il ronzio metallico di una vibrazione prolungata. «Sofi, sì, stiamo mettendo un thriller!» urlò Erika dalla stanza accanto, totalmente ignara.
Il gelo mi paralizzò il sangue. La storia stava seguendo esattamente le dinamiche del crescendo, in cui l'attesa del climax genera un'angoscia psicologica molto più potente dell'atto fisico stesso. Sofia sorrise, riponendo il telefono in tasca. «Hai sentito? Funziona,» disse, con una calma raggelante.
«Perché lo fai?» dissi, trattenendo a stento le lacrime di frustrazione. «Perché lei oggi mi ha fatto sentire piccola davanti a tutti,» rispose Sofia, il tono improvvisamente duro e metallico. «Ora tu mi restituisci il favore. E non farai le cose a modo tuo, Franci. Ascoltami bene.»
Si avvicinò, invadendo il mio spazio personale. Il suo profumo mi nauseò. «Quando le urlerai il nome di Sara, lei si fermerà. E quando lei ti chiederà, distrutta, se pensavi a Sara, tu non devi negare subito. Devi esitare. Voglio vederla capire.» Sgranai gli occhi. Non era solo un ordine, era la sceneggiatura di una tortura. «Se ti chiede se Sara ti piace,» continuò Sofia, implacabile, «tu non risponderai no. Tu risponderai: 'Non è questo il punto.' Se piange, non abbracciarla. Se ti chiede scusa perché si sente sbagliata, non rassicurarla. E se prova a dire che è colpa sua... tu resti zitto. Il silenzio farà il resto.»
«E poi?» chiesi, con la voce che mi si spezzava. «Poi le dirò che ero ubriaco, confuso, che non volevo...»
«No,» mi interruppe Sofia, leggendomi nel pensiero con una crudeltà disumana. «Lo so cosa stai pensando. Pensi di fare la scenata, eseguire l'ordine e poi correre dietro a lei a piangere per sistemare tutto. Pensi di poterti salvare l'anima. Ascoltami bene, schiavetto: se dopo provi a consolarla, invio tutto. Stanotte non devi solo ferirla. Devi lasciarla sola con la ferita.»
Mi appoggiai al bancone per non cadere. Aveva chiuso ogni via di fuga. Sofia mi diede due colpetti leggeri sulla guancia, come si fa con un cane obbediente. «Questa non è una minaccia, Franci. È un timer,» mormorò, avviandosi verso la porta. Si fermò un istante prima di uscire, voltandosi a guardarmi. «Ogni volta che proverai a fare il bravo ragazzo, io premerò invio. Tu stanotte non devi solo dire il nome sbagliato, Franci. Devi farle credere che forse quel nome... era quello giusto.»
Sparì nel corridoio, tornando verso il salotto. Restai solo in cucina, con il rumore del mio respiro spezzato e la consapevolezza che, di lì a poco, avrei impugnato l'arma per uccidere l'amore della mia vita.
Quando rientrai in salotto, il passaggio dalla fredda solitudine della cucina al calore di quella falsa normalità domestica mi diede la nausea. Erika si voltò subito verso di me, scrutandomi nel buio appena spezzato dalle lampade a terra.
«Tutto ok?» mi sussurrò, accigliandosi. «Sei bianco come un lenzuolo.» «Sì... un po' di nausea, ho bevuto l'acqua troppo in fretta,» mentii, forzando un mezzo sorriso che mi costò tutta l'energia che avevo in corpo.
Il salotto era stato trasformato in un rifugio perfetto. E la cosa più inquietante era che a disporre i corpi nello spazio era stata Sofia, con la naturalezza di una padrona di casa, o meglio, di una regista sul set. Aveva sistemato Erika sul divano a elle, lasciando il posto esatto per me al suo fianco. Sara era sdraiata sul materasso steso a terra proprio davanti a noi, avvolta in un lenzuolo. Lara era già rannicchiata in fondo, nell'angolo più buio, nascosta sotto una coperta. Sofia, invece, si era posizionata sull'estremità opposta del divano. Apparentemente lontana e innocua, ma con una visuale perfetta, angolata e spietata, su di me ed Erika.
Mi sedetti accanto alla mia ragazza. Sofia si alzò per prendere le birre dal tavolino basso. Passando dietro il divano per porgermi la mia, si chinò leggermente. Nessuno lo notò nel buio, ma mentre mi metteva la bottiglia fredda in mano, premette con forza qualcosa di duro e rettangolare contro la mia coscia. La forma inequivocabile del suo smartphone. Una pressione dolorosa e muta attraverso il tessuto dei pantaloncini, che gridava: "Ricordati cosa devi fare."
«Ho fatto partire,» mormorò Sara dal materasso, premendo play sul telecomando. Aveva scelto un thriller psicologico. Non un film horror o una commedia, ma uno di quei film in cui ci sono coppie bellissime, case perfette e sorrisi smaglianti a cena, mentre sotto il tavolo i protagonisti si stanno già pugnalando a tradimento. Un fottuto specchio della nostra realtà.
«Adoro questi film,» commentò Sofia nel buio, sgranocchiando un popcorn, la voce perfettamente modulata. «Prima o poi le bugie vengono sempre fuori. È inevitabile.» Erika ridacchiò, stringendosi contro il mio fianco. «Che ansia, Sofi. Stasera doveva essere una cosa leggera, per rilassarci.» «Ma è leggero, Eri,» rispose Sofia, girando lentamente il viso verso di noi. Il bagliore della TV le illuminava un occhio solo. «Finché non hai niente da nascondere, non c'è nulla di cui aver paura.»
Mi andò la birra di traverso. Iniziai a tossire, soffocando, mentre Erika mi batteva dolcemente la mano sulla schiena, ignara del veleno che ci stava avvolgendo.
Il film proseguì, e la stanchezza iniziò a mietere vittime. La prima a cedere fu Lara. Sprofondò in un sonno pesante, ma prima di chiudere gli occhi lanciò uno sguardo strano e terrorizzato verso di me, come se il suo istinto animale percepisse la tempesta in arrivo. Sara resistette per un'altra mezz'ora. Alla fine, il respiro si fece profondo e regolare. Si addormentò girata su un fianco, con il viso rivolto esattamente verso il divano. Verso di me ed Erika. Sofia sembrò cedere per ultima. Appoggiò la testa al bracciolo, chiudendo gli occhi. Il suo torace si alzava e si abbassava ritmicamente. Ma io sapevo la verità. Sofia sembrava dormire, ma il suo telefono era ancora acceso, il bagliore ridotto al minimo, stretto tra le dita come il manico di un coltello.
Il silenzio calò nella stanza, rotto solo dai dialoghi sommessi della TV e dal frinire lontano delle cicale fuori dalla finestra. In quel buio denso, Erika cercò il mio calore. Scivolò sotto il plaid che ci copriva le gambe, accorciando la distanza fino a premere la guancia contro il mio petto. Le sue dita calde si infilarono sotto la mia maglietta, iniziando ad accarezzarmi l'addome teso con tocchi leggeri, quasi ipnotici.
«Sei ancora con me?» mi sussurrò all'orecchio. La sua voce era un filo di seta, impastata di sonno e di una vulnerabilità disarmante. «Sì,» deglutii, accarezzandole i capelli. Lei sollevò il viso. Nel bagliore a intermittenza dello schermo, i suoi occhi brillavano di una fiducia cieca. «Oggi mi hai fatto sentire di nuovo al sicuro, Franci. Voglio sentirti addosso... ho bisogno di te.»
Quella dichiarazione mi trapassò da parte a parte. Stavo per distruggere l'unica persona che vedeva in me un rifugio. Ma il desiderio di fondermi con lei, di rubare un'ultima stilla di paradiso prima dell'inferno, spazzò via ogni logica.
Si sollevò appena, premendo le labbra sulle mie. Fu un bacio soffocato, lentissimo, dettato dalla paura folle di svegliare Sara, che dormiva a meno di un metro da noi. Le nostre lingue si cercarono con una dolcezza disperata, assaporando il gusto salato delle nostre bocche. Sotto il plaid, la mia mano scivolò decisa oltre l'elastico dei suoi pantaloncini, scendendo lungo il solco dei glutei per poi insinuarsi tra le sue cosce. Gli slip di cotone erano già umidi. Li spostai di lato con un dito, trovando la sua intimità spalancata e bollente.
Erika sussultò contro la mia bocca. Iniziai a massaggiarle il clitoride con un movimento lento e circolare, bagnando le mie dita con i suoi umori dolci. Il buio e il silenzio rendevano ogni sensazione fottutamente elettrica. «Piano...» mi sussurrò, il respiro che le tremava sulle mie labbra, sbirciando oltre la mia spalla verso Sara. «Non svegliarle, amore...» «Sarò un fantasma,» le promisi in un soffio, affondando due dita dentro di lei. Erika inarcò la schiena, mordendomi la spalla attraverso la maglietta per strozzare il gemito che le vibrava in gola. Le pareti della sua figa si contrassero attorno alle mie dita, stringendomi con una forza che mi fece pulsare il sangue nelle vene. Le mie spinte si fecero più profonde, più ritmiche. Sentivo il suo cuore battere all'impazzata contro il mio petto a ogni affondo, mentre le sue mani mi afferravano i fianchi, pregandomi in silenzio di non fermarmi.
L'aria divenne rovente. Con gesti lenti ma carichi di urgenza, le sollevai la maglietta sfilandogliela dalla testa. I suoi seni perfetti si offrirono alla penombra. Mi chinai su di lei, prendendo un capezzolo turgido tra le labbra. Iniziai a succhiarlo con avidità, tirandolo delicatamente con i denti, mentre la mia mano continuava a stuzzicarla in basso. «Franci... mio dio...» ansimò lei, stringendomi i capelli.
Non le bastava più. Erika scivolò a cavalcioni sulle mie cosce, aprendosi sopra di me. Mi sfilò la maglietta e abbassò l'elastico dei miei boxer, liberando la mia erezione, dura e pulsante, dolorante per la tensione accumulata. Si chinò in avanti. Invece di farmi entrare, unì i suoi seni pesanti e morbidi, stringendo la mia carne tesa in mezzo al suo décolleté. Mi fece una spagnola di una sensualità devastante. Bagnò il glande con la saliva, usando la bocca e la lingua per stuzzicare la punta, mentre il mio cazzo scivolava su e giù nella fessura umida e stretta creata dai suoi seni. L'attrito liscio della sua pelle contro la mia, il calore del suo fiato sul mio stomaco, lo schiocco umido dei suoi baci... era una tortura celestiale. Chiudevo gli occhi, aggrappandomi ai suoi fianchi, sentendo di poter impazzire da un momento all'altro.
«Girati,» le ordinai con un sussurro roco, incapace di resistere oltre. La dolcezza stava lasciando il posto a una fame vorace, a una passione quasi violenta.
Erika obbedì con un fremito. Si mise a pecora sul divano, dandimi le spalle, il viso affondato profondamente in un cuscino per non farsi sentire. Le sollevai il bacino, afferrandole i fianchi con una presa così ferma da lasciarle i segni delle dita. Mi posizionai all'ingresso della sua intimità bagnata e, con una singola, inesorabile spinta, sprofondai dentro di lei fino all'ultima base. Erika si morse il cuscino, inarcando la colonna vertebrale in una curva perfetta. Era strettissima, calda, accogliente come un vizio. «Cazzo, Eri... sei bellissima,» le sussurrai all'orecchio, afferrandole una ciocca di capelli e tirandola dolcemente all'indietro per esporre il suo collo. Iniziai a muovermi dentro di lei. Le spinte erano cariche di una foga cieca e disperata. Non potevamo fare rumore con i corpi che sbattevano, così il movimento divenne una frizione brutale, profonda, un macinare i bacini l'uno contro l'altro. Le mordevo la pelle delle spalle, le stringevo i seni da dietro, impastandoli con le mani, mentre lei spingeva indietro contro di me, assecondando ogni mio colpo con gemiti sordi e strozzati nella stoffa del cuscino. Era sesso crudo, un bisogno animale di possederla completamente prima che il mondo crollasse.
«Voglio guardarti in faccia,» ansimai. La tirai verso di me, facendola sdraiare sulla schiena. Erika avvolse immediatamente le mie gambe con le sue, incrociando le caviglie dietro la mia schiena per tirarmi ancora più a fondo dentro il suo corpo. Ripresi a scoparla, affondando con tutta la forza che avevo, premendo il mio bacino contro il suo. Le tenevo i polsi schiacciati ai lati della testa, dominandola nel buio. I nostri sguardi erano incatenati. Nelle sue pupille dilatate leggevo una devozione assoluta, un amore che mi bruciava l'anima. Eravamo un groviglio di sudore, carne e respiri mozzati. L'intensità era intollerabile. Sentivo l'orgasmo montare dalla base della colonna vertebrale, un'onda inarrestabile pronta a travolgerci entrambi.
«Dimmi che mi ami...» ansimò Erika, liberando una mano per piantarmi le unghie nella schiena, graffiandomi la pelle. «Ti amo,» risposi, il respiro corto, spingendo più forte, ed era la cosa più vera del mondo. «Ancora. Dimmelo ancora, Franci.» «Ti amo... da impazzire. Sei la mia vita.»
Il climax era lì, sulla punta della lingua. Stavo per venire, stavo per inondarla con tutto l'amore disperato che avevo in corpo, e volevo urlare il suo nome fino a farmi sanguinare la gola. «E...» Iniziai a formularlo. Il suono stava per uscire.
Ma in quell'esatto, millimetrico istante, un piccolo clic secco tagliò il buio. Aprii gli occhi. Dalla parte opposta del divano, oltre il corpo addormentato di Sara, una luce azzurrina si era accesa. Il volto di Sofia era illuminato in modo spettrale dallo schermo del suo telefono. Aveva gli occhi spalancati, fissi su di me, freddi come l'azoto liquido. Non disse una parola. Non si mosse. Teneva il dito sospeso sullo schermo.
Il terrore mi azzerò la volontà. I polmoni mi si chiusero. Ero in ostaggio. Spinsi i fianchi in avanti con violenza, il mio corpo che si contraeva in preda all'orgasmo, e con la voce rotta, come una lama arrugginita che mi segava le corde vocali, pronunciai la condanna a morte.
«Sara.»
Venni dentro di lei con spasmi lunghi e potenti, ma non c'era più traccia di piacere, non c'era calore. Ero diventato un mostro. Erika si bloccò di colpo. Il suo corpo, che un attimo prima era un arco teso di pura lussuria, si spense all'istante, come un interruttore staccato a forza. Le sue unghie smisero di graffiarmi la schiena. Le pareti calde dentro di lei sembrarono rilassarsi in uno shock fisico totale, abbandonandosi.
Non ci furono urla. Non ci fu la scenata isterica che ci si aspetterebbe in un film. Ci fu solo il vuoto assoluto. Un abisso di silenzio assordante e innaturale, in cui il mio seme continuava a defluire dentro di lei mentre i nostri respiri si fermavano.
Rimase immobile sotto di me per secondi interminabili. Nel buio, vidi i suoi occhi nocciola sgranarsi, persi nel tentativo disperato di processare quello che le sue orecchie avevano appena sentito. Poi, con un filo di voce tremante che sembrava provenire da una dimensione lontana, sussurrò:
«Cosa hai detto?»
L'istinto mi urlò di abbracciarla. Feci per stringerla a me, per dirle che avevo sbagliato, che ero stanco, che non sapevo cosa stessi dicendo. Ma nel buio, la luce azzurrina di Sofia rimase accesa e fissa. Se provi a consolarla, invio tutto. Mi staccai da lei, uscendo dal suo corpo, tirandomi su i boxer. Il freddo dell'aria condizionata ci investì entrambi.
Erika si tirò su la maglietta e i pantaloncini con mani tremanti. Si rannicchiò nell'angolo del divano, il respiro spezzato. «Stavi pensando a lei?» mi chiese. La sua voce era un sussurro di cristallo rotto.
Sofia voleva l'esitazione. La ottenne. Rimasi in silenzio per tre fottuti, interminabili secondi. Lasciai che il dubbio le scavasse una voragine nel petto. «Non è questo il punto,» risposi alla fine. La mia voce non sembrava nemmeno la mia. Era fredda, meccanica. Innaturale.
Erika sussultò, come se l'avessi appena colpita fisicamente. Si portò le mani al petto, devastata, umiliata nel buio del salotto, a due passi dalla ragazza il cui nome avevo appena invocato. «Allora qual è il punto, Franci?» pianse silenziosamente. «Che io non ti basto? Che mentre eri dentro di me... mentre mi facevi l'amore... tu volevi lei?»
Il buio mi premeva addosso. Sofia mi guardava. Dovevo amputarmi l'anima per salvarla. «Non fare sempre la vittima, Erika,» ringhiai, a bassa voce, iniettando nella frase tutto il veleno che mi era stato ordinato di sputare. «Ogni volta devo rassicurarti come se stessi camminando sulle uova. Non ne posso più.»
Vidi il profilo di Erika scomporsi. Le lacrime iniziarono a bagnarle le guance. «Io oggi ti ho creduto,» singhiozzò, scuotendo la testa. «Ti ho creduto quando mi hai detto che eri mio.» Affondai la lama, girandola nella piaga della sua insicurezza: «Forse se non fossi così ossessionata da Sara, non avrei nemmeno pensato a lei. Forse volevi crederci troppo.»
Fu una frase mostruosa. Mi fece schifo anche solo sentirla uscire dalla mia bocca. Erika scattò. Mi prese il viso tra le mani, come aveva fatto sugli scogli, piantandomi le dita nelle guance. Ma non c'era forza, c'era solo un dolore animale. Mi diede una spinta sul petto, disperata. «Guardami e dimmi che non è vero!» sibilò nel pianto, scuotendomi. «Guardami, Franci! Dimmi che non hai pensato a lei mentre eri dentro di me!»
Non riuscivo a guardarla. I miei occhi scattarono verso Sofia. Nel buio, la luce azzurra si mosse. Sofia sollevò leggermente il telefono, il pollice pronto a calare sullo schermo. L'ultimatum finale.
Il panico mi accecò. L'adrenalina e il terrore presero il comando del mio braccio. Alzai la mano e, con un movimento secco, la colpii.
Fu uno schiaffo. Non un pugno violento, non un colpo da farla sanguinare, ma uno schiaffo secco, preciso, umiliante. Il suono della mia mano contro la sua guancia schioccò nel buio, secco come un ramo spezzato in una foresta ghiacciata. Sara si mosse leggermente nel sonno sul materasso. Poi, il silenzio più totale e terrificante inghiottì la stanza.
Erika rimase immobile. La testa voltata di lato per l'urto, i capelli scarmigliati che le coprivano metà del viso. La sua mano destra si sollevò lentamente, tremando, per premersi sulla guancia arrossata. Non pianse. Non urlò. Girò lentamente il viso e mi guardò. Ed era peggio di qualsiasi urto, peggio di qualsiasi urlo di rabbia. Nei suoi occhi non c'era collera, non c'era delusione. C'era il vuoto. Era il momento esatto in cui smetteva di sapere chi fossi. In cui l'uomo che amava moriva davanti a lei.
«Adesso ho capito,» sussurrò, la voce svuotata di ogni emozione.
Si alzò in piedi. Le sue gambe tremavano, ma si costrinse a stare dritta. Senza fare rumore, senza svegliare le amiche ignare, ci voltò le spalle e si incamminò verso le scale, sparendo nel buio del piano di sopra.
Rimasi seduto sul divano, con la mano che formicolava e l'anima ridotta in cenere. Nel buio assoluto del salotto, mentre il mio mondo crollava per sempre, la voce di Sofia scivolò nell'aria come una carezza demoniaca.
«Bravo.»
Solo allora, nel buio, vidi Sara.
Non dormiva più.
Era immobile sul materasso, gli occhi spalancati, lucidi, fissi su di me. Non disse niente. Non si mosse. Ma dal modo in cui teneva le mani strette al lenzuolo capii che aveva sentito abbastanza.
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