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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 10
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Capitolo 10 di 11 14 min di lettura

Il Nome di Sara, Contro il Muro

Dopo il crollo di Erika, Sara affronta Franci nella notte, trasformando rabbia, disgusto e desiderio in una resa dei conti brutale. Ma quando la verità viene fuori, il piacere lascia spazio a una nuova guerra contro Sofia.

Alessia
3 mesi fa · 709 letture · 0

Quel «Bravo» sussurrato da Sofia nel buio fu l'ultimo chiodo piantato sulla mia bara.

Non risposi. Non mi voltai a guardarla. Mi alzai dal divano con le gambe che sembravano fatte di cenere, afferrai i boxer e la maglietta dal pavimento, infilandoli con gesti meccanici, tremanti. Non era una semplice uscita; era una fuga disperata.

Aprii la porta a vetri e mi lanciai fuori, nel giardino. I miei piedi scalzi impattarono contro le mattonelle fredde e ruvide del patio, un contrasto brutale con il calore soffocante che mi bruciava le vene. L'aria notturna era densa, pesante, satura dell'umidità di un temporale estivo imminente. Mi aggrappai al muretto esterno della villa, riempiendomi i polmoni di respiri spezzati che sapevano di terra umida, salsedine e del fumo stantio delle sigarette dimenticate nel posacenere.

Dietro di me, oltre il vetro, il bagliore della TV continuava a danzare sulle pareti del salotto. Il film andava avanti, i dialoghi scorrevano perfetti e finti, come se la mia vita non fosse appena andata in mille pezzi. Lo stomaco mi si rivoltò. Mi piegai in avanti, convinto di vomitare, ma non uscì nulla. Volevo piangere, urlare fino a spaccarmi la gola, ma non potevo nemmeno concedermi quel lusso. Sofia era ancora lì dentro. Sveglia. Vincitrice. In ascolto.

Il fruscio della porta finestra alle mie spalle mi fece gelare il sangue. Il vetro scorse sui binari, per poi richiudersi con un tonfo sordo. Trattenni il respiro, aspettandomi di sentire la voce di Sofia, venuta a godersi lo spettacolo della mia rovina. O magari era Erika, scesa di nuovo per affrontarmi. Invece, quando mi voltai lentamente, la figura che emerse dalla penombra del patio fu un'altra.

Sara. Indossava solo una maglietta bianca oversize che le arrivava a metà coscia, i capelli biondi spettinati dal sonno interrotto. Stava a qualche metro da me. La luce lontana del lampione illuminava a malapena il suo viso, ma la sua postura era tesa come la corda di un arco. Non c'era traccia del torpore della notte, solo una lucidità fredda e tagliente.

Rimanemmo in silenzio per un tempo che sembrò infinito. Sentivo solo il frinire delle cicale e il battito impazzito del mio cuore. Poi, con una voce secca, priva di qualsiasi inflessione, Sara ruppe il silenzio.

«Hai detto il mio nome.»

Chiusi gli occhi, schiacciando la schiena contro il muro ruvido. Non risposi. Lei fece un passo avanti. I suoi piedi nudi non produssero alcun suono.

«Hai detto il mio nome mentre eri con lei.»

Non era una domanda. Era una condanna. Sara non sapeva del video, non sapeva del ricatto malato di Sofia, ma il buio del salotto aveva amplificato tutto. Aveva sentito il mio orgasmo, la mia voce spezzata che invocava lei. Aveva sentito la domanda disperata di Erika, la mia esitazione calcolata, le mie risposte crudeli, e infine quel suono secco. Lo schiaffo.

«Sara...» gracchiai, la gola arida. «Ti prego... non è come pensi.»

Quella fu la scintilla. Sara esplose. La calma apparente svanì in una frazione di secondo, sostituita da una rabbia viscerale e purissima. Si avventò su di me, afferrandomi per il colletto della maglietta con entrambe le mani. La sua forza mi spiazzò. Mi spinse all'indietro con violenza, sbattendomi contro la parete intonacata della villa.

Smack. Uno schiaffo mi girò la faccia. Non c'era nulla di erotico in quel gesto. Era un colpo punitivo, sporco, disperato. Mi voltai appena in tempo per prenderne un altro, più forte, che mi fece fischiare l'orecchio. «Pezzo di merda!» sibilò, la voce rotta dalle lacrime che iniziavano a rigarle le guance. Il suo corpo tremava contro il mio. Il calore della sua pelle, il profumo di vaniglia che emanava dal suo collo, l'ansito del suo respiro... tutto si mescolava in una vicinanza fisica estrema, carica di una tensione feroce che sfiorava la sensualità proprio per la sua crudezza.

Non alzai nemmeno le mani per difendermi. La lasciai fare. Me lo meritavo.

«Tu non hai umiliato solo lei,» piagnucolò Sara, stringendo il tessuto della mia maglia così forte da strapparlo, il viso a un palmo dal mio. I suoi occhi mi bruciavano l'anima. «Hai usato me per farlo!» «Sara...» «Hai preso il mio nome e l'hai infilato nella sua testa come un coltello!» urlò, in un sussurro strozzato per non svegliare il resto della casa. Il suo petto si alzava e si abbassava furiosamente contro il mio, i capezzoli induriti dalla rabbia e dall'aria umida che premevano attraverso il cotone sottile della maglietta. «Lei adesso penserà a me ogni volta che ti guarda! Penserà che le stavo rubando l'uomo mentre dormivo a due metri da voi! Ti rendi conto di quello che hai fottutamente fatto?!»

Rimasi muto. Il mio silenzio, la mia totale rassegnazione fisica, la mandò fuori di testa. Mi strattonò di nuovo, sbattendomi ancora contro il muro.

«Difenditi, cazzo!» mi sputò in faccia, le lacrime che le bagnavano le labbra tremanti. «Dimmi che sono pazza! Dimmi che ho sentito male, dimmi che ho capito male!»

La guardai. Guardai i suoi occhi disperati, il suo corpo che fremeva contro di me, implorando una spiegazione, una scusa, un appiglio per non credere che l'universo fosse diventato così marcio. Avrei voluto dirle tutto. Avrei voluto dirle di Sofia, del ricatto, della prigione in cui ero rinchiuso. Ma la luce nel salotto era ancora accesa. Il timer era ancora attivo.

La fissai con un'espressione vuota, l'anima ormai morta, e le diedi l'unica risposta che avrebbe fermato le sue domande, ma che l'avrebbe distrutta.

«Hai capito anche troppo.»

Sara si bloccò. Le sue mani mollarono lentamente la presa sulla mia maglietta. L'ira che l'aveva incendiata fino a un secondo prima sembrò spegnersi di colpo, sostituita da uno shock freddo e paralizzante, destabilizzata da quella conferma inaspettata.

Le mani di Sara mollarono lentamente la presa sul cotone strappato della mia maglietta. L'ira che l'aveva incendiata fino a un secondo prima sembrò spegnersi, o meglio, mutare forma.

Fece un passo indietro, scrutandomi nel buio. Era venuta fuori per odiarmi, per distruggermi con le parole e con i pugni. Ma si trovava davanti un fantasma. Non provavo a giustificarmi, non le stavo mentendo, non cercavo di manipolarla. Ero un condannato in attesa del patibolo.

Il suo sguardo divenne tagliente, analitico. Notò il modo in cui il mio petto si alzava a scatti, il sudore freddo che mi imperlava la fronte. Notò la mia mano destra, ancora stretta a pugno lungo il fianco, con il palmo irrimediabilmente arrossato per lo schiaffo che avevo appena dato alla donna della mia vita. Ma soprattutto, notò la traiettoria dei miei occhi.

Non stavo guardando lei. I miei occhi, terrorizzati e vuoti, continuavano a scattare oltre la sua spalla, puntando dritti verso la porta a vetri del salotto, verso l'oscurità dove si nascondeva il mostro.

«Perché guardi sempre dentro?» mi chiese Sara, la voce che si abbassava, perdendo la nota isterica per farsi improvvisamente lucida. Non risposi. Deglutii, sentendo la gola di carta vetrata. Sara seguì il mio sguardo, fissando per un istante il salotto buio. Poi tornò su di me. I pezzi del puzzle stavano iniziando a incastrarsi nella sua mente, delineando un'ombra molto più spaventosa di un semplice tradimento.

«Cosa c'entra Sofia?»

Il suono di quel nome fu una frustata. Il mio corpo si irrigidì di colpo, un riflesso incondizionato che non potei controllare. Chiusi gli occhi, schiacciando la testa contro il muro ruvido. Quell'irrigidimento le confermò tutto. Aveva colpito il nervo scoperto.

Sara mi fissò, il respiro che le tremava. Il disgusto nei suoi occhi si mescolò a una confusione atroce. Mi odiava per quello che avevo fatto a Erika, ma vedeva chiaramente che ero già in pezzi, un burattino a cui avevano appena tagliato i fili. Questa mia assoluta, patetica vulnerabilità la destabilizzò, creando un corto circuito emotivo letale.

«Tu vuoi che ti odi, vero?» sussurrò Sara, accorciando di nuovo la distanza, la voce carica di un'angoscia rabbiosa. «Sarebbe più facile,» le risposi, con un filo di voce. «Per chi? Per te?» Non risposi. Una lacrima, calda e amara, mi sfuggì, rigandomi la guancia.

Lei mi afferrò di nuovo per la maglietta. Ma stavolta non lo fece per sbattermi contro il muro. Mi tenne fermo, ancorandomi a sé. Era vicinissima. Sentivo il calore della sua pelle nuda, il suo respiro affannoso che mi sfiorava le labbra, il profumo di vaniglia mescolato all'odore elettrico della tempesta in arrivo. C'era rabbia, c'era disgusto, ma c'era anche un'attrazione sbagliata, malata, alimentata dall'adrenalina e dal dolore.

Con un impulso feroce, Sara azzerò la distanza. Le sue labbra si schiantarono sulle mie. Fu un bacio arrabbiato, una collisione di denti, disperazione e lacrime salate che ci bagnavano i visi. La sua lingua invase la mia bocca con una foga punitiva, un bisogno di annullarsi e di ferirmi allo stesso tempo. Poi, con la stessa violenza, si staccò. Il suo petto si alzava e si abbassava contro il mio. «Dimmi di no,» sibilò, gli occhi lucidi e feroci piantati nei miei. Ero devastato, svuotato, bisognoso di espiare le mie colpe nel modo più distruttivo possibile. «Non voglio dirti di no,» ansimai. «Allora guardami,» ordinò lei, prendendomi il viso con entrambe le mani, piantandomi le unghie nelle guance. «Non usare anche questo come scusa. Guardami, Franci.»

Il bacio che seguì fu un incendio. Le nostre mani diventarono frenetiche, spietate. Le afferrai i fianchi, tirandola contro di me, mentre lei mi strappava definitivamente la maglietta dal petto. Le feci scivolare via l'oversize bianca, lasciandola nuda nel buio umido del giardino. La pelle di Sara era bollente sotto le mie dita. Non c'era traccia della dolcezza o dell'esitazione che avevo provato con Erika. Era pura fame, collera e senso di colpa trasformati in carne.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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