Schiavo Delle sue Amcihe

Capitolo 3 - Schizzata nel Sonno

Schiacciato dal ricatto, Franci è costretto a compiere un atto voyeuristico ed estremo nel cuore della notte. Tuttavia, un risveglio imprevisto trasforma l'orrore in una torbida, inaspettata e viziosa complicità.

A
Alessia

7 ore fa

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Poco più tardi…dopo cena.

La luna si rifletteva tremolante sulla superficie increspata della piscina. Eravamo tutti e cinque seduti a bordo vasca, con le gambe a mollo nell'acqua fresca, i bicchieri pieni di vodka lemon poggiati sulle piastrelle tiepide.

Io, Erika e Sara ci passavamo una canna in senso orario. Aspirai profondamente, trattenendo il fumo nei polmoni fino a farli bruciare. Avevo disperatamente bisogno di coraggio, di una nebbia artificiale che mi anestetizzasse il cervello per fargli affrontare quello che Sofia aveva in mente. O forse, più onestamente, speravo che l'erba mi desse la forza di ribellarmi, perché io quella fottuta cosa non volevo farla. L'idea mi rivoltava lo stomaco.

«Ok, tocca a me,» esclamò Sara, espirando una nuvola densa verso il cielo stellato. Aveva le guance arrossate e un sorriso sornione. «Non ho mai... fatto sesso in un luogo pubblico rischiando seriamente di farmi arrestare.»

Erika scoppiò a ridere, una risata di gola, aperta e meravigliosa, e sollevò il bicchiere, tracannando un sorso. Io feci lo stesso, incrociando il suo sguardo.

«Spiaggia di notte a Barcellona, ricordi?» mi sussurrò Erika, appoggiando la testa bagnata sulla mia spalla e facendomi scivolare una mano sull'interno coscia, sotto il livello dell'acqua. Il suo tocco era caldo, possessivo, intriso di un amore così puro e viscerale che mi fece venire un groppo alla gola.

«Come potrei dimenticarlo,» mormorai, posandole un bacio tra i capelli. La amavo da impazzire. Era la mia ancora, la mia dea, e il pensiero di ferirla mi stava lacerando vivo.

Sara bevve a sua volta, facendo l'occhiolino, mentre Lara rimase immobile. La "nerd" era seduta alla mia sinistra, tesa come una corda di violino. Teneva il bicchiere con entrambe le mani e fissava l'acqua scura come se volesse annegarci dentro. Non aveva osato guardarmi in faccia per tutta la sera.

«Sei noiosa, Laretta,» la punzecchiò Sofia dall'altra parte della vasca. Sofia era l'esatto opposto: rilassata, padrona della situazione, sorseggiava il suo drink con l'eleganza fredda di un predatore sazio. «Tocca a te.»

Lara sussultò, sistemandosi gli occhiali. «Ehm... non ho mai... tradito la fiducia di qualcuno a cui tengo.»

Il gelo calò improvvisamente su di me. Lara non bevve. Aveva formulato la frase come un'accusa a se stessa, abbassando lo sguardo, schiacciata dal peso della notte precedente. Io rimasi con il bicchiere a mezz'aria. Il cuore prese a martellarmi nel petto. Se non avessi bevuto, avrei mentito. Se avessi bevuto, avrei confessato.

Erika si voltò verso di me, aggrottando la fronte, ignara. «Franci?»

In quel millesimo di secondo, alzai il bicchiere e feci per portarlo alle labbra, mascherando il panico con un finto sorriso. «Beh, al liceo ho copiato la versione di greco di Marco e non gliel'ho mai detto. Vale?»

Erika rise, dandomi un colpetto sul petto, e bevve un goccio "per solidarietà". Ma sopra la sua testa, i miei occhi incrociarono quelli di Sofia.

La stronza mi stava fissando. Non sorrideva. Portò il bicchiere alle labbra lentamente e prese un sorso lungo, senza mai staccare i suoi occhi di ghiaccio dai miei. Sapeva tutto. Controllava tutto.

«Bene, il mio turno,» disse Sofia, abbassando il bicchiere e picchiettando le unghie smaltate sul bordo della piscina. La sua voce era velluto intriso di veleno. «Non ho mai... guardato qualcuno negli occhi, fingendo di amarlo, sapendo di nascondere un segreto sporco.»

Il respiro mi si bloccò. L'erba smise di rilassarmi e mi trasformò l'ansia in una paranoia tagliente.

Erika ridacchiò, ignara della bomba appena sganciata. «Che pesantezza, Sofi! Questa è da film drammatico. Nessuno beve qui.»

Nessuno bevve. Neanche io. Serrai la mascella così forte da farmi male ai denti, sentendo il sudore freddo scivolarmi lungo la schiena nonostante il caldo estivo. Lara, accanto a me, tremava impercettibilmente.

La mano di Erika scivolò dalla mia coscia al mio petto, accarezzandomi con dolcezza. «Tutto ok, amore? Sei rigido.»

«Sì,» mentii, forzandomi a rilassare le spalle. «È l'erba. Mi ha preso un po' a male.»

Sofia si alzò in piedi con un movimento fluido, l'acqua che le scivolava lungo le gambe tornite. Si passò le mani sui fianchi, aggiustandosi il pezzo di sotto del costume.

«Ragazze, il ghiaccio è finito e ci stanno sbranando le zanzare,» annunciò, con una naturalezza disarmante. «Vado a prendere le candele alla citronella e il sacchetto nuovo dallo sgabuzzino in casa.» Poi, si voltò verso di me. Il suo sguardo non ammetteva repliche. «Franci, mi dai una mano? Tu sei alto, le candele sono sullo scaffale in cima e non ci arrivo.»

Il mondo mi crollò addosso. Era il momento. Il messaggio di quel pomeriggio prendeva forma. Guardai Erika, sperando inconsciamente che mi trattenesse, che dicesse vado io. Invece lei mi sorrise dolcemente, dandomi un bacio umido sulla guancia.

«Vai, amore. Così ti sgranchisci un po', che sembri un pezzo di legno.»

Non avevo scelta. Deglutii a vuoto, posai il bicchiere ed emersi dall'acqua, sentendomi come un condannato a morte che si incammina verso il patibolo.

«Certo,» mormorai. «Arrivo.»

Seguii Sofia attraverso il prato buio, verso la porta a vetri della villa. I grilli cantavano e le risate di Sara ed Erika si facevano più lontane alle mie spalle. Davanti a me, la figura di Sofia ancheggiava lenta e sicura. Appena varcammo la soglia e l'aria condizionata ci investì, lei non andò verso la cucina. Svoltò a destra, nel corridoio buio, verso la porta dello sgabuzzino. La aprì, entrò nel buio e si voltò verso di me, aspettando che io oltrepassassi la soglia per richiudermi in quella trappola.

Il buio dello sgabuzzino ci inghiottì non appena Sofia chiuse la porta alle mie spalle. L'aria era viziata, satura dell'odore chimico dei detersivi e del profumo intenso e vanigliato che lei portava addosso.

Non feci in tempo ad abituare gli occhi all'oscurità che sentii le sue mani spingermi con forza contro il legno della porta. Il suo corpo si premette contro il mio, un contatto deliberato e provocatorio. Sentivo il calore del suo inguine contro il mio bacino e la curva dei suoi seni attraverso il costume umido.

«Allora, cucciolo...» sussurrò, la voce carica di un'eccitazione torbida e malata. Una mano mi scivolò lungo l'addome, fermandosi pericolosamente vicino all'elastico dei miei boxer bagnati. «Sei pronto per il tuo compito di stanotte?»

La rabbia, fino a quel momento sedata dalla paura e dall'erba, esplose improvvisamente, spazzando via ogni inibizione. Le afferrai i polsi, stringendoli con forza, e la spinsi via di un passo.

«Io non lo faccio, Sofia,» ringhiai, la voce tremante di collera. «Scordatelo. È troppo. Questa volta hai superato ogni fottuto limite.»

Lei non si scompose. Fece un passo avanti, accorciando di nuovo le distanze, il viso sollevato verso il mio. «Oh, il cagnolino vuole mordere? Ti ho dato un ordine, Franci.»

«È da malati!» sbottai, tenendo il tono basso per non farmi sentire dalle altre fuori. Il respiro mi si spezzava in gola. «Vuoi che mi intrufoli in camera di Sara mentre dorme? Che le alzi la maglietta, mi seghi guardandola e le sborri addosso per farti delle cazzo di foto? È una violenza, Sofia! Sei una fottuta psicopatica!»

Invece di arrabbiarsi, Sofia scoppiò in una risatina sommessa, un suono crudele che mi fece accapponare la pelle. La sua freddezza era disarmante.

«Drammatico come sempre,» sussurrò, sfiorandomi la mascella con un'unghia. «Sara fuma come un turco, lo sai benissimo. Quella non si sveglierebbe nemmeno se le crollasse il tetto addosso. Sarà come giocare con una bambola bellissima e inconsapevole. E pensa al lato positivo... dopo potrai anche pulirla. Conoscendoti, so che l'idea ti eccita da morire, anche se fai finta di essere il cavaliere senza macchia.»

«Fai schifo,» sputai.

«Forse,» concesse lei, leccandosi le labbra. «Ma pensa alla ricompensa, Franci. Se fai il bravo, se mi porti quelle foto e mi dimostri che sei il mio cane fedele... stanotte potrei essere molto generosa. So come farti godere, so come farti impazzire fino a farti implorare di più.»

Quella provocazione psicologica e fisica, quel misto di dominazione e offerta carnale, era un crescendo letale, proprio come un rapporto sessuale che parte da un'attrazione sottile per arrivare a un approccio diretto. Ma l'orrore per quello che mi stava chiedendo prevalse.

«Non te ne frega un cazzo di niente, vero?» le dissi, la voce carica di disprezzo. «Non te ne frega un cazzo nemmeno di Ross! È la tua ragazza, cazzo, ed è una mia amica. La stai tradendo nel modo peggiore possibile, comportandoti da predatrice. Dovrei prendere il telefono ora, chiamarla e dirle tutto.»

Per un secondo, nel buio, vidi gli occhi di Sofia brillare di una luce gelida. Il sorriso sparì. Il rumore della sberla rimbombò nello stanzino piccolo e chiuso. Il colpo mi girò la faccia di lato, lasciandomi la guancia in fiamme. Mi afferrò per i capelli, tirandomi verso il basso finché i nostri visi non furono a un millimetro di distanza.

«Prova solo a nominarla un'altra volta e ti distruggo,» sibilò, la voce che era una lama di rasoio. «Tu non dirai un cazzo a nessuno, Franci. Sai perché? Perché io ho le prove. Io ho un video in cui scopi la mia amica tradendo la fidanzata che ami tanto. Tu cos'hai? La tua parola contro la mia? Chi credi che ascolterà Erika?»

Rimasi pietrificato, schiacciato contro la porta, il respiro caldo di Sofia contro la bocca. Ero impotente.

«O lo fai, o lo fai,» decretò, lasciandomi andare con una spinta. «Non hai scelta. Se ami davvero Erika, lo farai per salvare il vostro rapporto. A te la scelta, eroe.»

Afferrò il sacchetto delle candele alla citronella dallo scaffale alla sua destra, come se nulla fosse, e aprì la porta. La luce del corridoio mi accecò per un istante.

«Forza, vieni fuori,» disse con voce squillante, tornando improvvisamente la ragazza spensierata della vacanza. «O penseranno che ci stiamo baciando qui dentro.»

Mi passai una mano sul viso, cercando di ricomporre un'espressione neutra, e la seguii all'aperto.

Tornammo a bordo piscina. Erika era stesa sul lettino, Sara stava accendendo un'altra sigaretta e Lara fissava il vuoto, le gambe ancora nell'acqua.

«Finalmente!» esclamò Sara, espirando fumo. «Vi eravate persi?»

«Franci non trovava le candele, gli uomini sono sempre ciechi,» scherzò Sofia, piazzando i contenitori di latta ai bordi della piscina e accendendoli. L'odore pungente della citronella riempì l'aria.

Mi sedetti accanto a Erika, che mi cinse subito la vita con un braccio, posando la testa sulla mia spalla. «Tutto bene? Hai una faccia strana.»

«Sì, solo... un po' di calo di zuccheri,» mentii, dandole un bacio sui capelli.

La serata scivolò via tra battute, sorsi di vodka e confessioni leggere, una facciata di normalità dietro cui si nascondeva l'inferno. La mia mente stava viaggiando solo verso l'orrore che mi aspettava. Guardavo Sara ridere e scherzare, ignara di essere il bersaglio di un piano malato, e mi sentivo il peggior rifiuto umano sulla faccia della terra.

Intorno all'una, l'alcol e la stanchezza ebbero la meglio.

«Io vado a collassare,» annunciò Sara, sbadigliando e stiracchiandosi, mettendo in mostra il ventre piatto. «Buonanotte a tutti.»

«Ti seguiamo,» disse Erika, prendendomi per mano e tirandomi su. «Vieni a nanna, amore?»

«Sì,» risposi, la voce vuota.

Mentre ci avviavamo verso le stanze, il mio sguardo incrociò quello di Sofia per un'ultima, fulminea frazione di secondo. Lei mi fece un sorriso dolce, un sorriso che era una condanna a morte.

Il buio della nostra camera era rotto solo dal respiro regolare di Erika. Ero steso supino, lei rannicchiata contro il mio fianco, le dita che tracciavano cerchi distratti sul mio petto nudo.

«Ti stai divertendo, amore?» mormorò nel buio, la voce impastata dal sonno, densa di quell'affetto sincero che mi faceva sentire un mostro.

«Sì,» mentii, il cuore che mi pesava come un macigno contro le costole. «È una bellissima vacanza.»

Lei sorrise contro la mia pelle. Fu un attimo. La sua mano scivolò più giù, superando l'elastico dei miei boxer. Il suo palmo caldo e morbido avvolse la mia intimità, accarezzandomi con un'intenzione chiara, dolce e inequivocabile. Il mio corpo rispose con un fremito d'istinto, ma la mia mente era paralizzata dall'angoscia. Era tutto il giorno che schivavo le sue avance.

«Erika...» sussurrai, fermandole il polso con dolcezza, forzandomi a respingerla. «Scusami, davvero. Sono a pezzi stasera, il sole mi ha distrutto e ho ancora la testa che gira.»

«Mmh... va bene, cucciolo,» sospirò lei, comprensiva, lasciandomi un bacio umido sul collo. «Recupereremo domani.»

La strinsi a me, accarezzandole i capelli finché il suo respiro non si fece profondo e ritmico. La cullai finché non si addormentò completamente.

Aspettai che fosse notte fonda. Il silenzio nella villa era assoluto. L'effetto dell'erba mi pulsava ancora nelle tempie, regalandomi una lucidità distorta, un coraggio disperato e chimico. Guardai il viso rilassato di Erika illuminato dalla debole luce della luna. Lo stavo facendo per lei. Per proteggerla da quel video. Quel pensiero malato mi diede la spinta finale.

Mi alzai senza fare il minimo rumore, scalzo, indossando solo i boxer. Attraversai il corridoio come un'ombra, il fiato sospeso.

La porta della stanza di Sara e Lara era socchiusa. La spinsi lentamente ed entrai. L'aria sapeva di crema doposole e del profumo dolce e inconfondibile di Sara. Lara era rannicchiata sul fianco sinistro, un bozzolo di lenzuola, immersa in un sonno pesante. Sara, invece, dormiva in modo scomposto, da vera dominatrice dello spazio: a pancia in su, le braccia aperte, la testa reclinata, occupando quasi tutto il materasso. Come un miracolo, indossava una mascherina per gli occhi in seta nera. E addosso, aveva solo una t-shirt bianca, leggera e sgualcita.

Mi avvicinai a piedi nudi al lato del letto, la gola secca. Il lenzuolo era scivolato via. Afferrai l'orlo della sua maglietta. Con mani che tremavano per un mix di terrore e di un'eccitazione deviata, proibita e insopportabile, la sollevai lentamente, scoprendo il suo petto.

Il respiro mi si bloccò. Eccoli. I seni che per cinque lunghi anni di liceo avevo bramato di nascosto, spiando le sue scollature da lontano. Erano perfetti, pieni, con i capezzoli morbidi che spiccavano sulla pelle chiara e illuminata dalla penombra.

Proprio in quel momento, la stanza si illuminò di un improvviso bagliore azzurrognolo. Trasalii, girando la testa di scatto. La luce subacquea della piscina esterna e i faretti del prato si erano appena accesi, proiettando ombre lunghe sul pavimento della camera. Guardai oltre la portafinestra a vetri, col cuore in gola, aspettandomi di vedere la sagoma di Sofia a scrutarmi dal buio.

Ma il portico era completamente vuoto.

Non era rimasta a guardare. Aveva semplicemente premuto l'interruttore dal corridoio prima di sparire. Era un segnale, un ordine muto e spietato: mi aveva acceso la luce per assicurarmi un'illuminazione perfetta per la documentazione visiva che pretendeva. L'assenza del suo sguardo, paradossalmente, mi fece sentire ancora più in trappola. Controllava ogni mio passo da lontano.

Con il cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo di guerra, mi sfilai del tutto i boxer, lasciandoli cadere muti sul pavimento. Il mio sesso scattò in avanti, turgido, pulsante, un pezzo di marmo infuocato dalla tensione di quell'attesa asfissiante.

Mi chinai in avanti, il fiato corto. Invece di usare subito le mani, accorciai la distanza fino a sfiorarla. Con una lentezza esasperante e carica di peccato, feci scivolare la cappella madida di umore pre-orgasmico direttamente contro la pelle candida del suo petto. Il contrasto termico tra la mia carne bollente e la sua pelle fresca mi fece sussultare. Era un contatto proibito, osceno, meraviglioso.

Con la mano sinistra, misurando ogni millimetro di pressione per non svegliarla, afferrai dolcemente il suo seno. Lo palpai con una delicatezza quasi reverenziale, impastando quella carne morbida che riempiva perfettamente il mio palmo, mentre il pollice accarezzava leggero il capezzolo teso. Con la mano destra, invece, serrai la presa attorno alla base del mio cazzo e iniziai a segarmi con passione disperata.

Sara, immersa nel suo sonno profondo e protetta dal buio della mascherina nera, fece un piccolo sospiro. Mosse impercettibilmente le spalle in un micromovimento involontario, le labbra dischiuse, del tutto ignara di essere l'oggetto di quella violazione silenziosa. L'apoteosi dei sensi era a un passo, il ritmo della mia mano destra si fece frenetico, pronto a svuotarmi su di lei per compiere l'ordine.

Poi, il fruscio delle lenzuola dal lato opposto della stanza. Un rumore secco. Il sangue mi si gelò nelle vene.

«Franci...» sussurrò una voce impastata di sonno, ma carica di incredulità.

Mi voltai di scatto, il respiro bloccato in gola. Lara era mezza sollevata sui gomiti nel letto accanto. La luce azzurrina che filtrava dalla piscina illuminava a malapena il suo viso, ma era sufficiente per permetterle di mettere a fuoco l'intero, agghiacciante quadro: io, nudo, piegato su Sara, con la mano sinistra sul suo seno e la destra stretta attorno al mio cazzo lucido di sudore.

«Ma che cazzo stai facendo?» bisbigliò Lara. La sua voce tremava nel buio, un misto di sconcerto e allarme.

Il panico mi afferrò la gola, stringendola in una morsa di ghiaccio. Ma, perversamente, non mi fermai. Il terrore assoluto di essere stato scoperto si mescolò all'eccitazione deviata di quella follia, e la mia mano destra continuò a scorrere su e giù lungo la mia erezione, spinta da un'inerzia malata.

«Lara, cazzo, abbassa la voce...» sbiascicai, con un filo di voce spezzato dall'affanno. Ritrassi la mano sinistra dal seno di Sara, usandola per fare un gesto disperato verso di lei. «Non... non è come sembra. Ti prego. È uno scherzo. Uno stupido scherzo tra me, Erika e Sara... non farci caso, torna a dormire.»

Lara aggrottò la fronte, strizzando gli occhi dietro le lenti degli occhiali. Non capiva. O meglio, la scusa era talmente patetica e priva di senso che non poteva crederci. Eppure, il suo sguardo non urlava allo scandalo, ma scivolò inesorabilmente verso il basso, fissandosi sul movimento ritmico della mia mano sul mio sesso.

Il suo respiro si fece leggermente più corto. Le sue gote si imporporarono, visibili anche in quella penombra spettrale. Era sconvolta, certo, ma quella vista cruda la stava innegabilmente eccitando. La spontaneità e l'istinto animale stavano vincendo sulla complessità della morale. Il ricordo vivido della notte precedente, di come quel cazzo l'aveva stritolata e posseduta, le stava annebbiando la lucidità.

Continuai a segarmi sotto il suo sguardo vigile, febbrile. La tensione nella stanza era solida, asfissiante. Sentivo il calore bruciarmi nel basso ventre, il bisogno primordiale di godere era a un millimetro dall'esplosione, ma la mente non collaborava più. Lo shock di essere osservato, la paura di svegliare Sara da un momento all'altro e quegli occhi sgranati di Lara innescarono un blocco invalicabile. Il mio corpo era teso allo spasimo, ma la tensione psicologica era troppa, intrappolandomi in un crudele e frustrante limbo di lussuria senza rilascio.

Lara rimase immobile per una manciata di secondi interminabili. Il suo respiro si fece più profondo, quasi asmatico, mentre i suoi occhi vagavano dal mio cazzo turgido al volto pacificamente addormentato di Sara. Mi aspettavo che urlasse, che mi cacciasse via coprendomi di insulti per quella violazione inaccettabile. Invece, qualcosa di oscuro e sopito si spezzò in lei. Le parole velenose di Sofia a bordo vasca, “sei noiosa, Laretta” ,dovevano aver scavato un cratere nella sua insicurezza, innescando una reazione tanto imprevedibile quanto folle.

Senza dire una parola, si sollevò dal letto. Si mosse a gattoni sulle lenzuola stropicciate, come un felino impacciato, fino a scivolare giù e inginocchiarsi sul pavimento freddo, incastrandosi esattamente nello spazio angusto tra le mie gambe e il materasso dove riposava Sara.

«Lara... no, fermati, che cazzo fai?» mormorai in un soffio disperato, cercando di fare un passo indietro, ma le mie ginocchia urtarono il bordo del letto bloccandomi ogni via di fuga.

Lei alzò il viso verso di me. La debole luce azzurra che filtrava dalla piscina le illuminava gli occhi umidi e brillanti dietro le lenti degli occhiali. «Sono stanca,» sussurrò, la voce tremante ma carica di una determinazione febbrile. «Sono fottutamente stanca di sentirmi dire che sono noiosa, che sono la suora del gruppo. Non ho mai... non ho mai fatto niente di simile. Ma lo voglio fare. Voglio provare.»

Prima che potessi fermarla, allungò una mano esitante e mi sfiorò. Il contrasto tra le dita gelide di Lara e la mia pelle bollente fu una scossa elettrica che mi attraversò la spina dorsale. Nell'erotico la spontaneità vince sulla complessità, e quel gesto improvviso, privo di ogni logica, azzerò la mia razionalità. Si chinò in avanti, dischiuse le labbra tremanti e prese la punta del mio sesso in bocca.

Fu un disastroso, eccitantissimo errore. Era palesemente inesperta. Le sue labbra erano rigide, contratte per la tensione, e i movimenti del collo scattosi e irregolari. Sentii l'attrito fastidioso dei suoi incisivi raschiare contro la carne ipersensibile e scoperta del mio glande. Era un misto di dolore acuto e piacere travolgente, una tortura sensoriale imperfetta che mi fece inarcare la schiena all'indietro.

«Ahi... cazzo, Lara, aspetta,» sibilai, affondando le dita nei suoi capelli castani per fermarla prima che mi facesse male sul serio. «Più morbida... rilassa la mascella. Devi coprire i denti con le labbra. Così.»

Cercai di guidarla, muovendo delicatamente la sua nuca su e giù, dettando un ritmo più lento, profondo e bagnato. Lei obbedì, sforzandosi di accogliere la mia lunghezza, producendo piccoli suoni umidi e osceni nel silenzio innaturale della stanza. Sentivo il calore della sua cavità orale, il suo respiro affannoso contro il mio inguine, la sensazione della sua lingua inesperta che cercava di imitare i miei movimenti.

La scena era pura, inaudita follia. Lara, la ragazza timida e insicura, inginocchiata ai miei piedi a farmi un pompino, mentre la sua migliore amica dormiva profondamente a un palmo di distanza, il respiro regolare filtrato dalla mascherina nera, i seni ancora parzialmente scoperti. La tensione erotica era un crescendo asfissiante, proprio come un brano musicale che corre inesorabile verso l'apoteosi dei sensi. L'eccitazione si tramutò in un'urgenza animale, primordiale. Volevo solo finire. Volevo chiudere quel gioco malato e fuggire da quella stanza.

Persi la pazienza. L'istinto crudo prese il sopravvento sulla delicatezza e sui sensi di colpa. Strinsi la presa tra le sue ciocche, bloccandole la nuca con due mani, e iniziai a spingere il bacino con violenza inaudita. Non le stavo più insegnando; le stavo letteralmente scopando la bocca. Lara emise un gemito soffocato contro il mio inguine, le mani che annaspavano cieche aggrappandosi alle mie cosce per non perdere l'equilibrio. Il ritmo si fece frenetico, carnale, privo di ogni grazia. I suoi respiri si trasformarono in rantoli umidi mentre le imponevo una profondità che le sfiorava la gola, facendola quasi soffocare, ma incredibilmente non si tirò indietro, spinta da una lussuria disperata.

«Ci sono... cazzo, Lara, ci sono!» ringhiai a denti stretti, il viso contratto in una smorfia. Il limite era stato superato. I muscoli dell'addome e delle cosce si contrassero in uno spasmo violento e incontrollabile. Mi tirai indietro all'improvviso con uno scatto brutale, uscendo dalla sua bocca con uno schiocco bagnato. Lara tossì, emettendo un piccolo verso strozzato, cadendo all'indietro sui talloni col respiro mozzato.

Il rilascio fu devastante. Il mio bacino scattò in avanti e il seme denso e caldo schizzò con forza, macchiando la pelle chiara del seno di Sara e l'orlo della sua maglietta bianca sollevata. Ansavo furiosamente, il petto madido di sudore freddo, le gambe tremanti, guardando il mio fluido sporcare il corpo della ragazza addormentata, il profumo della sua vaniglia mescolato all'odore acre del mio orgasmo. Era un miracolo, un fottuto e inspiegabile miracolo che non si fosse svegliata. La sua mascherina nera e il sonno pesante l'avevano protetta dalla vista del nostro estremo degrado.

Il cuore mi batteva nel cranio. Con le dita che ancora mi tremavano, recuperai il telefono dal letto. Inquadrai la scena aberrante, il seno di Sara imbrattato, le lenzuola stropicciate e premetti il pulsante. Il clic silenzioso dell'otturatore segnò la fine di quell'incubo. Sofia aveva la sua fottuta documentazione visiva. L'orgasmo condiviso si era trasformato in un patto col diavolo.

L'adrenalina scemò di colpo, lasciando il posto a un vuoto glaciale e a una nausea opprimente. Abbassai lo sguardo su Lara. Era rimasta in ginocchio sul pavimento freddo, una mano a coprirsi la bocca, i capelli arruffati e il viso completamente stravolto. Alla luce fioca azzurrina, vidi luccicare delle lacrime spesse e silenziose dietro le lenti dei suoi occhiali. Tremava come una foglia. Avevo decisamente esagerato. L'avevo usata come uno strumento inanimato per scaricare la mia tensione e la mia disperazione, trattandola con una brutalità egoista che non meritava assolutamente.

«Vieni via,» sussurrai, sentendomi il peggior mostro sulla faccia della terra. Mi infilai i boxer in fretta, la presi delicatamente sotto le ascelle e la sollevai di peso, sorreggendola contro il mio fianco prima che le cedessero le gambe. La trascinai fuori dalla stanza in punta di piedi, richiudendo la porta silenziosamente, e la guidai nel bagno cieco del corridoio. Chiusi a chiave e accesi la luce gialla dello specchio, e solo in quel momento vidi quanto fosse a pezzi. Aveva le labbra arrossate e gonfie, il respiro rotto da singhiozzi silenziosi che le scuotevano le spalle.

Aprii l'acqua fredda del lavandino, le bagnai un asciugamano morbido e glielo passai con estrema cura sul viso e sulla bocca, cercando di pulire via le tracce di quella notte orribile, in un silenzio tombale carico di colpa e di irreparabile disperazione, mentre il mistero su come avremmo affrontato il giorno dopo gravava su entrambi.

Il silenzio del piccolo bagno cieco era rotto solo dal rumore dell'acqua fredda che scorreva nel lavandino e dai singhiozzi spezzati di Lara. Le passai l'asciugamano umido sul viso con una delicatezza che strideva violentemente con la brutalità di ciò che era appena successo. La luce gialla dello specchio illuminava i nostri volti stravolti, segnati da un peccato che non potevamo più cancellare.

Mi sedetti pesantemente sulla tavoletta chiusa del water, passandomi le mani tra i capelli disperato. «Perché l'hai fatto, Lara?» sussurrai, la voce incrinata, incapace di guardarla negli occhi. «Perché cazzo non hai urlato? Perché non l'hai svegliata e non mi hai preso a schiaffi?»

Lara si appoggiò al lavandino, asciugandosi il viso. Sotto la luce cruda, il suo sguardo non era più quello della ragazzina spaventata di prima, ma nascondeva una sfumatura torbida, febbrile. «Perché ti volevo,» rispose, con una franchezza che mi spiazzò. «E perché odio questa fottuta etichetta che mi portò dietro. Sono stanca di essere la secchiona, quella noiosa, la 'normie' del gruppo. Perfino Erika e Sara mi trattano come se fossi fatta di porcellana, come se non avessi desideri.»

Fece un passo verso di me, la camicia di lino spiegazzata che le copriva a malapena le cosce. «Io ho delle fantasie, Franci. Cose che non oserei mai dire a loro. Sogno di provare con una ragazza, di essere sottomessa, o magari di farlo in tre... di perdermi completamente e sporcarmi. E vederti lì, nudo, a fare quella cosa oscena... mi ha acceso qualcosa dentro che non riuscivo a spegnere.»

Abbassai lo sguardo, sentendo il peso del mondo schiacciarmi le spalle. «L'abbiamo rifatto, Lara. Avevamo giurato di fermarci. Avevo promesso che non avrei mai più fatto questo a Erika.»

«Lo so,» mormorò lei.

«Sono uno schifo,» ringhiai, la rabbia verso me stesso che mi bruciava lo stomaco. «Sono il peggior traditore della terra.»

Ma Lara non si allontanò. Invece, si avvicinò fino a sfiorare le mie ginocchia. Guardai i suoi occhi lucidi, ancora rossi di pianto, e capii improvvisamente quanto la sua mente fosse in bilico, vittima di un totale cortocircuito emotivo. Con un movimento fluido e inaspettato, si mise a cavalcioni su di me. Le sue cosce calde e nude si strinsero attorno ai miei fianchi, il suo bacino si premette contro il mio inguine ancora sensibile. Trattenni il fiato, pietrificato da quel contatto intimo e diretto.

«Lo sai cos'è la cosa più grave?» mi sussurrò all'orecchio, la voce che era diventata un velluto roco e seducente. «Che questo rapporto segreto, fatto alle spalle di Erika, mi eccita da morire. Sapere che tu sei suo, ma che di notte, al buio, mi scopi in questo modo... mi fa impazzire.»

Le sue braccia si allacciarono dietro il mio collo. Iniziò a baciarmi lungo la mascella, scendendo sul collo con labbra morbide e calde, lasciandomi piccoli morsi che mi facevano fremere. Sentivo il calore della sua intimità attraverso il tessuto leggero dei miei boxer, una promessa carnale e viziosa che mi stava trascinando di nuovo nell'abisso.

«Io non dirò a nessuno quello che hai fatto stasera,» continuò Lara, il fiato caldo contro la mia pelle. «So che hai abusato di Sara, e so che è la mia migliore amica. Ma terrò la bocca chiusa. Sarà il nostro segreto.» Si fermò, guardandomi negli occhi con un'intensità oscura. «Però ti prego... in questa vacanza, continuiamo a divertirci. Prometto che alla fine del viaggio dimenticheremo tutto e torneremo alle nostre vite. Ma ora, fammi sentire viva.»

Le sue labbra catturarono le mie. Fu un bacio profondo, disperato, che sapeva di sale, di lacrime e di pura lussuria. Ero ormai sconfitto, intrappolato in una ragnatela di ricatti e desideri deviati. Sofia mi aveva distrutto psicologicamente, ma Lara mi stava offrendo un rifugio carnale, una complicità malata. Cedetti alla dolcezza del suo bacio, stringendole i fianchi morbidi, rassegnato all'idea che, in quell'inferno, lei fosse il male minore. E ormai, non c'era più via di ritorno.

«Va bene,» sussurrai contro la sua bocca, arrendendomi al patto. «Solo per questa vacanza.»

Mi staccai da lei con estrema fatica, rimettendola in piedi. «Ma ora devo sistemare un casino. Aspettami qui.»

Uscii dal bagno e tornai nell'oscurità della stanza di Sara. Il cuore batteva un ritmo pesante e malinconico. La luce della piscina era ancora accesa. Mi avvicinai al letto, stringendo in mano un panno umido e pulito che avevo preso dal bagno. Sara dormiva esattamente come l'avevo lasciata, la mascherina nera a coprirle gli occhi, il respiro lento. Sulla sua pelle chiara, i segni del mio peccato brillavano oscenamente alla luce azzurrina.

Mi inginocchiai accanto a lei. L'erotismo di quella scena era intriso di una malinconia viscerale, un crescendo al contrario, dove la passione lasciava il posto al rimorso. Con una delicatezza estrema, passai il panno umido sul suo seno. La morbidezza della sua carne si offrì inerme al mio tocco mentre pulivo via con cura ogni traccia del mio orgasmo, sfiorando il capezzolo teso con una riverenza colpevole. La sua pelle fresca reagiva al panno bagnato, e io deglutii il nodo che mi serrava la gola.

Salii verso il suo viso. Con la punta delle dita, scostai una ciocca di capelli biondi e le pulii dolcemente la guancia, proprio sul bordo della mascherina di seta nera, assicurandomi che non ci fosse alcuna prova del mio passaggio. Era calda, bellissima, e totalmente inconsapevole dell'orrore che si stava consumando a pochi passi dal suo letto.

«Scusa,» sussurrai nel buio, la voce ridotta a un soffio impercettibile. «Scusami tanto, Sara.»

Tirai giù l'orlo della sua maglietta bianca, coprendo quel seno che avevo profanato, e mi alzai, lasciandola immersa nel suo sonno ignaro, mentre l'ombra delle mie colpe allungava i suoi artigli sulla notte sarda.

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