Soffocato dalle Loro Mutandine
La parola d'ordine che mi ero ripetuto come un mantra prima di chiudere gli occhi era una sola: dimenticare.
Mi svegliai non per la luce del sole sardo che filtrava dalle persiane, ma per una sensazione di calore umido e avvolgente che mi fece inarcare la schiena d'istinto. Erika aveva mantenuto la promessa. Ero ancora intrappolato nel dormiveglia quando realizzai cosa stava succedendo: le lenzuola erano spinte in fondo al letto e lei era rannicchiata tra le mie gambe.
Aprii gli occhi a fatica, trovando la sua testa china su di me. Le sue labbra morbide e calde scivolavano lungo la mia erezione mattutina con una lentezza esasperante e calcolata. La sua bocca era un paradiso bagnato. Sentivo la lingua calda tracciare cerchi lenti e decisi, per poi prendere tutto in profondità, mentre con una mano mi accarezzava e stuzzicava dolcemente le palle. Era, senza ombra di dubbio, il risveglio più bello e intenso degli ultimi mesi.
Ma mentre il piacere montava, un pensiero subdolo mi trafisse il cervello: fino a poche ore prima, in piena notte, ero stato avvolto da un'altra bocca, stritolato da altre pareti, sporco degli umori e del sapore della sua amica. Il ricordo del corpo di Lara che si contraeva su di me sul divano si sovrappose all'immagine di Erika che si dava da fare con devozione. Cercai disperatamente di scacciare quel pensiero, di fare finta di niente, ma la perversione di quel contrasto finì per eccitarmi ancora di più.
«Buongiorno...» mormorai con voce roca, affondando le dita nei suoi capelli arruffati. Erika non si fermò. Alzò lo sguardo verso di me, gli occhi lucidi e maliziosi, e rispose con un verso gutturale di approvazione prima di accelerare il ritmo. Come consiglia la regola d'oro, la storia erotica è un crescendo. Lei sapeva esattamente come portarmi al limite: alternava succhiotti decisi a sfioramenti leggeri con la punta della lingua, creando una tensione che mi faceva mancare il respiro.
«Cazzo, Erika...» ansimai, stringendo le lenzuola nei pugni. «Così mi fai impazzire.» «Era... l'obiettivo,» sussurrò lei, staccandosi appena per leccarsi le labbra, prima di tornare ad inghiottirmi. I miei muscoli si tesero allo spasimo. L'approccio si fece diretto e frenetico, e non riuscii più a trattenermi. Raggiunsi l'apoteosi dei sensi svuotandomi con un gemito lungo e profondo, i fianchi sollevati contro il materasso. Erika mi baciò l'addome madido di sudore, sorridendo trionfante.
«Direi che ora sei pronto per affrontare la giornata,» mi disse, gattonando verso il mio petto per darmi un bacio a fior di labbra. «Sei un demone,» risposi, ridendo e stringendola a me, cercando di soffocare sotto quel calore familiare l'ombra del tradimento.
Venti minuti dopo, eravamo entrambi infilati nel box doccia. Date abbastanza dettagli per far viaggiare l'immaginazione: l'acqua calda scrosciava sui nostri corpi mentre ci insaponavamo a vicenda, scherzando e stuzzicandoci. Le baciai il collo umido, lasciando che il bagnoschiuma scivolasse tra di noi. Sembrava una mattinata perfetta, la tipica bolla di felicità di una coppia innamorata. Ma dentro di me, sapevo che il castello di carte stava per affrontare il primo colpo di vento.
Uscimmo dalla camera vestiti leggeri, asciugamano in spalla e capelli bagnati, guidati dal profumo del caffè.
Nel portico affacciato sul giardino, la colazione era già in corso. Sofia era seduta a capotavola con i suoi occhiali da sole scuri, scorrendo il telefono, mentre Sara stava imburrando delle fette biscottate, fresca e luminosa come un girasole.
E poi c'era Lara. Era seduta all'angolo opposto del tavolo, le mani strette attorno a una tazza fumante. Quando entrammo, incrociò il mio sguardo per una frazione di secondo. La vidi irrigidirsi. Un rossore violento le invase le guance e il collo, e abbassò immediatamente gli occhi sulla sua tazza, incapace di sostenere la mia espressione.
«Buongiorno dormiglioni!» cinguettò Sara. «Pensavamo non usciste più da quella stanza.» «Recuperavamo le energie,» ribatté Erika con un sorriso complice, sedendosi e allungando la mano verso la marmellata.
Io presi posto proprio di fronte a Lara. Feci un respiro profondo, indossando la mia migliore maschera di normalità. Non un cedimento, non uno sguardo di troppo. «Caffè nero per me, grazie. Allora, qual è la spiaggia di oggi, capitano?» chiesi, rivolgendomi a Sofia.
«Baia del faro,» decretò lei senza alzare gli occhi dallo schermo. «Poca gente, acqua perfetta. Se Lara si sbriga a bere quel tè invece di fissarlo, forse troviamo anche posto per gli ombrelloni.» Lara trasalì, portandosi la tazza alle labbra con mani leggermente tremanti. «S-sì, scusate. Sono pronta.»
Mentre le ragazze riprendevano le solite chiacchiere leggere su creme solari e pettegolezzi, io sorseggiavo il mio caffè. La tensione sotterranea tra me e Lara era spessa come un muro di cemento, ma nascosta alla perfezione sotto il sole rassicurante del mattino. L'erotismo del segreto si stava trasformando in un gioco psicologico.
«Andiamo a vestirci,» disse infine Erika, alzandosi di scatto e battendo le mani. «Voglio essere in acqua prima di mezzogiorno!»
Poco dopo.
Il sole di mezzogiorno picchiava senza pietà sulla Baia del faro, trasformando il mare in una tavola di cristallo azzurro. La spiaggia era quasi deserta. Sotto il nostro ombrellone, Lara si era rintanata dietro un libro spesso, nascosta dietro grandi occhiali scuri, cercando in tutti i modi di rendersi invisibile. A pochi passi da lei, Sofia era stesa a pancia in giù sul telo mare, la schiena ambrata lucida di olio solare.
Io ed Erika, invece, eravamo in acqua fino al petto, persi nel nostro mondo. Le mie mani erano scivolate istintivamente sotto il livello dell'acqua, afferrandola per i fianchi e tirandola contro di me. Le rubai un bacio profondo, mescolando il sapore del sale a quello del nostro respiro. Sentivo le sue gambe lisce stringersi attorno alla mia coscia, mentre la mia mano accarezzava la curva nuda dei suoi glutei sotto il tessuto bagnato del costume. Eravamo fluidi, passionali, persi in quella fisicità che la mattina aveva solo acceso.
All'improvviso, un urlo cristallino squarciò l'aria. «Attacco a sorpresa!» Non feci in tempo a voltarmi che un peso morbido e bagnato mi piombò sulla schiena, facendomi quasi finire sott'acqua. Era Sara. Le sue braccia snelle mi cinsero il collo, mentre le sue cosce lisce si strinsero con forza attorno ai miei fianchi per non cadere. Nell'erotico, la spontaneità vince sulla complessità, e il contatto improvviso con il suo corpo fradicio fu una scossa elettrica. Sentivo chiaramente la pressione dei suoi seni sodi contro la mia schiena, accentuata dal tessuto sottile del bikini, mentre lei rideva sguaiatamente, spruzzando acqua su Erika. «Stronza!» rise la mia ragazza, rispondendo al fuoco e schizzandoci entrambi.
Iniziammo a lottare in acqua, un gioco a tre fatto di scivoloni, risate e contatti fisici sfuggenti ma carichi di tensione. La pelle scivolosa di Sara, le mani di Erika che mi tiravano verso di sé: era un caos sensoriale perfetto.
Poco dopo, l'acqua si increspò e anche Sofia ci raggiunse, nuotando con bracciate lente ed eleganti. Arrivata vicino a noi, smise di nuotare, ma l'acqua le arrivava quasi al mento. «Franci, fammi appoggiare, ti prego,» sbuffò, passandosi una mano tra i capelli scuri e bagnati. «Sono una cazzo di tappa e qui non tocco.»
Mi avvicinai e lei si aggrappò alle mie spalle, le mani salde sulle mie clavicole. Anche se eravamo buoni amici, il contrasto fisico era notevole. Mentre Erika e Sara si allontanavano di qualche metro per sfidarsi a chi resisteva di più in apnea, io e Sofia rimanemmo vicini. Le sue gambe si muovevano lente nell'acqua per tenersi a galla, sfiorando occasionalmente le mie.
«Allora, come va con Ross?» le chiesi, cercando di mantenere il tono leggero e conviviale. «Le manca non essere qui?» Sofia sospirò, ma notai che i muscoli del suo collo erano tesi. Non c'era la solita spavalderia nel suo sguardo. «Sì, credo di sì. Diciamo che ultimamente le cose sono... complicate. Lei è molto assorbita dal lavoro, e io... io ho bisogno di stimoli continui, lo sai.» Sembrava strana, quasi nervosa, come se stesse soppesando ogni parola. L'aria da dominatrice sicura di sé si era incrinata per un attimo. «Sì, capisco,» annuii, accarezzando la superficie dell'acqua.
