Schiavo Delle sue Amiche

Capitolo 11 - La Stanza di Sara, l’Ordine di Sofia

Dopo una notte di colpa e desiderio, Franci si ritrova stretto tra la rabbia di Sara, il disgusto di Lara e il controllo sempre più feroce di Sofia.
Ma l’ultimo ordine supera ogni limite, trasformando il ricatto in una guerra aperta.

A
Alessia

3 ore fa

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il temporale era ormai alle porte, un muro di umidità elettrica che premeva contro la pelle. Ero rimasto seduto sull'erba bagnata, le braccia appoggiate alle ginocchia, la testa china. Ero un guscio svuotato, privo persino della forza di tremare.

Davanti a me, in piedi, c'era Sara. Era coperta solo da quella maglietta bianca, ormai umida, che le si incollava addosso come una seconda pelle, rivelando i contorni del suo corpo teso e scosso dai brividi. Fredda, irraggiungibile. La villa alle sue spalle era illuminata, un faro silenzioso e grottesco in mezzo a quella notte di follia. E proprio da quel silenzio, un rumore appena percettibile scese dall'alto.

Il tonfo sordo di una porta che si chiudeva al piano di sopra. Un passo leggero sul pavimento di legno. E poi, attutita dalle pareti, una voce femminile rotta dal pianto. Non era Erika. Era Lara.

Quel suono fu una coltellata dritta al petto. Lara, la ragazza terrorizzata, umiliata, rannicchiata sotto una coperta per non farsi vedere, aveva trovato il coraggio di fare l'unica cosa che io non potevo fare: era salita da lei. Aveva superato la sua vergogna per andare a consolare Erika nel momento in cui il suo mondo era crollato. Eravamo tutti intrappolati sotto lo stesso tetto, ma divisi in stanze diverse, ognuno prigioniero della propria versione dell'orrore.

«Lara è salita da lei,» mormorai, la voce impastata di terra e sconfitta. Sara spostò lo sguardo verso le finestre del piano di sopra. Per un attimo, la maschera di gelido autocontrollo che si era imposta si incrinò, e il suo viso si spezzò in un'espressione di dolore puro. «Almeno qualcuno l'ha fatto.»

Non risposi. Incassai il colpo, sentendo il sapore amaro della mia vigliaccheria. L'istinto, guidato da un disperato bisogno di redenzione, mi spinse a muovermi. Feci per alzarmi, le mani premute sull'erba, con mezza intenzione di correre verso la porta a vetri, di salire quelle scale e buttare giù la porta per stringere Erika.

Ma non feci nemmeno in tempo a rimettermi in piedi. Sara scattò in avanti. Mi piantò il palmo della mano contro il petto con una forza inaudita, bloccandomi sul posto. Non c'era nulla di erotico o sensuale in quel tocco. Era duro, inamovibile. Un muro di cemento.

«No.» «Sara, devo sapere come sta,» implorai, la voce rotta. «Tu non devi più avvicinarti a lei finché non sappiamo come tirarla fuori da questa merda,» sibilò, piantandomi le unghie nella carne attraverso la maglietta. «È la mia ragazza!» «Stanotte l'hai trattata come una cosa da rompere,» tagliò corto Sara, i suoi occhi che brillavano di una rabbia feroce nel buio. «Quindi adesso stai zitto e parli con me.»

Prese il comando. Senza mollarmi, mi afferrò per un polso e mi trascinò via dal prato aperto. Camminava davanti a me, scalza, furiosa. La seguii come un prigioniero verso il patibolo. Mi portò sul retro della villa, in un angolo cieco e nascosto tra la tettoia del deposito attrezzi e la doccia esterna in pietra. Lì, il rumore del mare in burrasca e il frinire incessante delle cicale avrebbero coperto le nostre voci.

Si voltò verso di me. La maglietta oversize era fradicia di umidità e sudore, aderendo perfettamente ai suoi seni, delineando i capezzoli turgidi per il freddo e per l'adrenalina. La curva dei suoi fianchi nudi era una tentazione crudele. Mi resi conto, con un moto di assoluto disgusto verso me stesso, che la desideravo ancora. Il mio corpo, nonostante la devastazione, reagiva a quella vicinanza fisica, alla sua autorità. Abbassai subito lo sguardo verso terra, per nascondere la vergogna.

Lei se ne accorse. «Non osare,» ringhiò, afferrandomi il mento con due dita e costringendomi ad alzare la testa. «Guardami negli occhi quando parli. Non altrove.» «Sara...» «Non sono qui per farti sentire meglio. Voglio sapere tutto.»

Il suo tono era clinico, investigativo. Non c'era spazio per la pietà o per le lacrime. «Da quando?» attaccò. «Dal pomeriggio,» balbettai. «Oggi, prima del pranzo.» «No,» mi corresse subito, implacabile. «Le foto con me nel letto sono di ieri notte. Di prima del fottuto divano. Quindi da quando, Franci?» Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere la sua logica spietata. «Da prima che io capissi che era una trappola.» «Risposta sbagliata. Da quando?» incalzò, stringendo la presa sul mio mento. «Da stanotte,» confessai, il fiato corto. «Ha architettato tutto. Le foto con te, i ricatti... ha un video in cui io e Lara... in cui lei...» «L'ha costretta?» «Sì... cioè, no, non so. C'era il video. C'erano ordini continui. Sapeva di Ross, sapeva della mia gelosia... usava tutto.» «Non ti sto chiedendo quanto hai sofferto,» mi interruppe Sara, gelida, trafiggendomi con lo sguardo. «Ti sto chiedendo cosa hai fatto.»

Quella frase fu uno schiaffo invisibile, molto più doloroso di quelli reali. Iniziai a vomitare i dettagli. Le raccontai degli ordini sussurrati, del modo in cui Sofia gestiva le dinamiche di gruppo, delle occhiate, delle minacce mute, del modo in cui aveva costretto Erika a tenermi giù sul divano. Mentre parlavo, vidi il cervello di Sara elaborare le informazioni a una velocità impressionante. I suoi occhi, fissi nel vuoto oltre la mia spalla, collegavano i fili invisibili che ci avevano strangolato.

«Il gioco alcolico,» mormorò, più a se stessa che a me. «Il modo in cui versava i bicchieri... Il fatto che Lara fosse sempre muta e terrorizzata. Il tuo sguardo. Tu che la cercavi sempre prima di parlare.» Fissò di nuovo i miei occhi, l'espressione illuminata da una consapevolezza terrificante. «Quella non reagisce alle cose.» Alzai gli occhi, confuso. «Che vuoi dire?» «Che le apparecchia,» spiegò Sara, la voce che tremava per la lucida mostruosità della sua scoperta. «Prima mette i bicchieri sul tavolo, poi aspetta che qualcuno beva. Ha costruito il palco, ha distribuito i ruoli e si è seduta in platea a guardare.»

Il vento si alzò, sferzandoci la pelle. Il temporale era ormai sopra di noi. «Se la affrontiamo, manda tutto,» dissi, la disperazione che mi schiacciava il petto. «Manda il video nella chat di Erika. Distrugge anche Lara. Distrugge tutto.»

Sara fece un respiro profondo. L'odio e il terrore lasciarono il posto a una strategia fredda come l'acciaio. «Allora non la affrontiamo.» Sgranai gli occhi. «E cosa facciamo?» Sara mi si avvicinò di un passo. Il suo viso era a un palmo dal mio, gli occhi bagnati dalla prima goccia di pioggia, decisi e spietati. «La facciamo sentire ancora al comando.»

Il buio del giardino non era più sufficiente a nasconderci. L'aria era carica di elettricità statica e le prime, pesanti gocce del temporale estivo iniziarono a picchiettare sulle foglie di banano. Ero distrutto, le gambe che mi cedevano. Feci per avviarmi verso il divano del patio, con l'unica intenzione di accasciarmi lì e lasciarmi morire, ma Sara mi afferrò per il polso con una morsa d'acciaio.

«Dove credi di andare?» sibilò. «A dormire qui fuori... non ho la forza...» «Se resti giù, sei solo alla mercé di Sofia,» mi tagliò corto, tirandomi verso la scala esterna. «Sali.»

Mi trascinò fino alla sua camera, muovendosi come un'ombra. Entrammo in silenzio e lei chiuse la porta a chiave alle nostre spalle. Il rumore della serratura fu assordante. Erika era al piano di sopra, in un'altra stanza, a pochi metri da noi, distrutta per colpa mia. Quella consapevolezza rendeva le pareti della camera di Sara una prigione asfissiante.

Mi appoggiai alla porta, con il respiro corto, incapace di alzare lo sguardo. Ma la stanza era satura della tensione che ci portavamo addosso. Avevamo appena condiviso una verità sporca, eravamo carichi del senso di colpa e del sudore dell'errore commesso contro il muro, ed eravamo spaventosamente soli.

Sara si voltò verso di me. I suoi capelli erano umidi, la maglietta appiccicata al corpo. I nostri occhi si incrociarono per una frazione di secondo di troppo, innescando una scintilla velenosa.

«Non mi guardare così,» mi intimò lei, la voce che le tremava per lo sforzo di mantenere il controllo. «Non ti sto guardando,» mentii, la gola arida. «Bugiardo.»

Feci per allontanarmi, per fare un passo verso la poltrona nell'angolo, ma Sara mi bloccò, afferrandomi la stoffa logora della maglietta. «No,» sibilò, a un millimetro dalle mie labbra. «Non fare anche il santo adesso. Non dopo quello che siamo appena stati.»

Non era trascinata dall'istinto. Era perfettamente consapevole. Sceglieva di cedere, ma odiando con tutta se stessa quella scelta, spinta dall'adrenalina oscura che Sofia ci aveva iniettato nelle vene.

«Questa cosa non cambia niente,» le dissi, il respiro spezzato. «Lo so.» «Io ti odio ancora,» aggiunse lei, guardandomi con un disprezzo che mi eccitò in modo malato. «Lo so anche questo.» «E non divento la tua assoluzione.» «Non te l'ho chiesta.»

Non fu una riconciliazione. Non fu nemmeno desiderio, non davvero. Fu il modo peggiore che trovammo per restare vivi ancora qualche minuto.

Le mie mani scattarono sui suoi fianchi. Le sue mi afferrarono i capelli. Ci scontrammo in un bacio affamato, disperato, che sapeva di sale e di pioggia. I nostri corpi si cercavano per poi respingersi in un ritmo spezzato, una lotta muta per il dominio. I vestiti non vennero tolti con cura: glieli strappai di dosso con gesti bruschi, impazienti, lasciandola nuda nel buio illuminato solo dai lampi che fendevano il cielo fuori dalla finestra.

La spinsi verso il letto. La scena si fece più lenta, più stanca, carica di una vergogna pesante che ci incollava al materasso. Le strinsi i seni con forza, palpando la carne morbida, per poi abbassarmi a leccarle il collo, mordendole la pelle salata, succhiando un capezzolo fino a farla inarcare. La progressione degli approcci si faceva sempre più carnale e diretta, costruendo un crescendo di tensione fisica e psicologica palpabile.

Ogni scricchiolio del legno, ogni tuono mi faceva gelare il sangue per la paura che qualcuno aprisse la porta. Ma quella paura alimentava l'urgenza. Scesi lungo il suo corpo, baciandole il ventre, leccando la pelle sudata. Le aprii le cosce, mordendole l'interno con una crudeltà che le strappò un gemito soffocato. Affondai il viso nella sua figa bagnata. Le diedi piacere con una fame animale, leccando e succhiando il suo clitoride, usando la lingua e le labbra in movimenti circolari e spietati. Sara si contorse. Le sue mani scesero a schiacciarmi la faccia tra le cosce, stringendomi con forza per costringermi a bere ogni sua stilla di piacere sporco. Piangeva in silenzio, odiandomi, odiandosi, mentre il suo corpo tremava sotto il mio dominio.

«Scopami...» mi pregò con voce roca e arrabbiata, tirandomi su per i capelli. «Fallo, cazzo.»

Salii su di lei, inginocchiandomi tra le sue gambe. Ero un cumulo di nervi tesi. Mentre mi abbassavo, Sara fece un gesto di dominio viscerale e degradante: sollevò una gamba, portando il piede fino al mio viso. Le dita sfiorarono le mie labbra. Non mi ritrassi. In un atto di totale sottomissione a quella follia, leccai la pelle liscia del suo piede, assaporando il suo odore, accettando quell'umiliazione erotica prima di premere il bacino contro il suo.

La penetrai con una foga cieca. Le sue pareti erano strettissime, bollenti, e mi accolsero con una morsa che mi tolse il fiato. I miei movimenti erano ruvidi, la passione era violenta. Il rumore umido dei nostri corpi che sbattevano rimbombava nella stanza. Per soffocare i miei gemiti, Sara mi premette una mano sulla bocca, mentre con l'altra mi affondava le unghie nella spalla. A mia volta, io le strinsi forte le tette, dominandola fisicamente in quella posizione disperata.

Il climax fu esplosivo, una detonazione che ci scosse fin nel midollo. Venni dentro di lei con spasmi dolorosi, collassando sul suo petto, sentendo che non c'era nulla di pulito in quel piacere. Era solo uno sfogo, un crollo.

Rimanemmo in silenzio, respirando a fatica. Feci per scivolare via, per rannicchiarmi nel mio senso di colpa, ma Sara non me lo permise. Mentre ero ancora in mezzo alle sue gambe, il mio sesso ammorbidito ma ancora scosso dai brividi, lei mosse il piede. Con la pianta liscia e le dita bagnate dei nostri umori mischiati, iniziò a stuzzicarmi. Fu un contatto freddo, sporco, eppure incredibilmente eccitante. Massaggiò la mia carne scivolosa con il piede, muovendosi su e giù con una lentezza calcolata, costringendomi a guardarla. L'eccitazione si risvegliò, inaspettata e tossica. Tanta ricchezza di dettagli serviva a far viaggiare l'immaginazione, senza trascurare la concretezza dei gesti.

«Sei un disastro, Franci,» sussurrò lei, gli occhi lucidi e spietati nel buio. «Vieni qui.»

Mi tirò verso l'alto per le spalle, facendomi stendere su di lei. Con un gesto fluido, prese il mio cazzo di nuovo duro e lo posizionò in mezzo ai suoi seni. Iniziò a stringerli l'uno contro l'altro, schiacciandomi. Mi fece una spagnola intensa, guardandomi dritto negli occhi, mentre il suo petto si alzava e si abbassava. I suoi movimenti erano ritmici, serrati. Leccò le proprie labbra, aggiungendo saliva per rendere l'attrito perfetto.

«Ti faccio schifo?» mi provocò, ansimando contro la mia bocca, aumentando il ritmo della stretta sui miei fianchi. «Sì,» ringhiai, chiudendo gli occhi, sopraffatto da quell'estasi marcia. «Da morire.» «Anche tu a me,» soffiò Sara, per poi mordermi violentemente la spalla.

Il dolore si mescolò al piacere estremo. Il secondo climax mi investì con una potenza devastante, strappandomi un ruggito roco che lei soffocò premendomi di nuovo la mano sulla bocca, costringendomi a ingoiare le mie stesse urla mentre mi svuotavo sul suo petto sudato, legandoci in un segreto ancora più oscuro, mentre fuori la pioggia batteva contro i vetri.

Il crollo fu brutale. Svuotati dall'adrenalina, dall'odio e da quell'estasi tossica, scivolammo in uno sfinimento che non aveva nulla a che fare con il riposo.

Il climax ci aveva svuotati, bruciando ogni residuo di energia nervosa e lasciandoci come due relitti sputati sulla spiaggia dopo una tempesta. Quando i nostri respiri affannosi si placarono, non ci fu spazio per nessuna tenerezza. Niente carezze, niente sussurri dolci. La passione sporca si ritirò rapidamente, lasciando scoperta solo la nuda, cruda desolazione di ciò che eravamo diventati.

Crollammo per puro sfinimento. Sara si voltò immediatamente dandimi la schiena, rannicchiandosi su un fianco al limite estremo del materasso sfatto. Io rimasi poco dietro di lei. Il mio corpo desiderava disperatamente il calore del suo, ma non osai sfiorarla. Lo spazio di pochi centimetri che ci separava sembrava un abisso incolmabile.

Tirai su alla bell'e meglio un lenzuolo stropicciato e un plaid leggero che trovai ai piedi del letto, coprendoci entrambi. Fuori, il temporale era finalmente esploso. Le gocce di pioggia battevano con un ritmo incessante e malinconico contro la tettoia e sui vetri della finestra. Sotto la coperta, entrambi tremavamo. Non avrei saputo dire se fosse per il freddo umido che si infiltrava nella stanza, per il calo di adrenalina, o per la vergogna assoluta che ci stava avvelenando il sangue.

Nel buio, spezzato solo dai bagliori lontani dei fulmini, la voce di Sara ruppe il silenzio. Era un sussurro roco, stanco. «Domani non fare il coglione.» Fissai la curva delle sue spalle pallide, deglutendo il groppo di cenere che avevo in gola. «Non so più come si fa,» le risposi, ed era la verità più assoluta della mia vita. «Allora impara in fretta.»

Poi, il silenzio. Avrei voluto chiederle se mi odiava ancora, dopo aver mescolato i nostri respiri e i nostri umori in quel modo così disperato, ma tenni la bocca chiusa. Non lo feci perché conoscevo già la risposta. L'odio era l'unica cosa che ci teneva uniti. Chiusi gli occhi, cullato dal rumore della pioggia. L'ultimo dettaglio che registrai prima di sprofondare in un sonno nero e senza sogni fu un movimento impercettibile del materasso. Sara non si avvicinò. Ma non se ne andò.

La mattina ci investì con una luce cruda, grigia e impietosa. L'aria nella camera sapeva di pioggia, lenzuola stropicciate e scelte sbagliate. Mi svegliai di soprassalto. Il rumore metallico della maniglia che scattava verso il basso mi fece gelare il sangue. Sara e Lara dividevano quella stanza, e nella foga animale della notte, dopo aver girato la chiave per chiuderci dentro, non mi ero reso conto che l'avevamo lasciata inserita a metà, permettendo a chiunque avesse l'altra copia di forzare l'apertura.

La porta si aprì. La scena che si presentò davanti a chi stava entrando era inequivocabile, un quadro perfetto dello squallore. Il letto era un campo di battaglia. Sara era mezza scoperta, la sua maglietta bianca, l'unica cosa che indossava, era sgualcita e tirata su fin quasi al seno. Io ero seminudo, i boxer infilati male, il petto ancora segnato dai graffi della notte. I nostri corpi, nel sonno, erano scivolati troppo vicini, in un groviglio di membra che trasudava intimità violata.

Sulla soglia, immobile come una statua di sale, c'era Lara. Era bianca in volto, quasi diafana. Indossava gli stessi vestiti della sera prima. I suoi piedi nudi sembravano incollati al pavimento. I suoi occhi erano rossi, gonfi e cerchiati da occhiaie violacee: i segni inequivocabili di una notte passata interamente sveglia, a raccogliere dal pavimento i frammenti della sanità mentale di Erika.

Il gelo calò nella stanza, paralizzandoci tutti. La vergogna mi investì come un getto di acido. Vidi Sara sgranare gli occhi e tirarsi subito giù la maglietta, il respiro che le si bloccava in gola. Per tre, interminabili secondi, Lara si limitò a fissarci. Fissò i nostri corpi, il lenzuolo sporco, i vestiti strappati sul pavimento. E capì. Capì tutto all'istante.

«No.» Fu un sussurro spezzato. Il suono di un'anima che si arrendeva all'orrore. Mi tirai su a sedere, il panico che mi accecava. «No, ditemi che non è vero,» implorò Lara, la voce che iniziava a tremare, scuotendo la testa come per scacciare un incubo.

Ma l'incubo era reale, e puzzava di tradimento. La disperazione di Lara si trasformò istantaneamente in una furia cieca, un'esplosione di rabbia che non le avevo mai visto addosso. «Tu ieri le hai dato uno schiaffo!» urlò, puntando un dito tremante contro di me. Scattai in piedi, inciampando nel lenzuolo. «Lara, ti prego...» «Le hai distrutto la testa!» continuò lei, ignorandomi, la voce che le si spezzava per i singhiozzi rabbiosi. «L'hai lasciata tremare sul pavimento del bagno tutta la cazzo di notte, a piangere come se fosse colpa sua! L'hai annientata! E poi sei venuto qui?»

Spostò lo sguardo su Sara. Il suo viso era una maschera di disgusto assoluto. «Con lei?» sputò Lara, come se quella parola le bruciasse la lingua.

Poi fece un passo verso la sua compagna di stanza. Sara era seduta sul bordo del letto, le ginocchia al petto, pallida come un cadavere. Lara la guardò dall'alto in basso e sferrò il colpo di grazia. «E tu? Tu sei salita a consolarla mentre crollava, o sei venuta qui sotto a finire il lavoro?»

Fu una frase di una cattiveria inaudita, ma brutalmente perfetta. Sara incassò il colpo chiudendo gli occhi. Per un istante, vidi la vergogna pura schiacciarla, farla vacillare. Ma Sara era una sopravvissuta. Se l'orrore l'aveva piegata, la necessità di restare lucida per combattere Sofia la fece raddrizzare. Si indurì. La sua espressione si chiuse come una cassaforte. Si alzò in piedi, sistemandosi la maglietta stropicciata, e guardò Lara dritta negli occhi.

«Hai ragione a odiarci,» disse Sara, la voce fredda, priva di qualsiasi inflessione. Lara scoppiò in una risata secca, amara, che raschiava la gola. «Oh, grazie. Mi sento decisamente meglio ora,» rispose, le lacrime che le rigavano le guance.

Feci un passo avanti, disperato, alzando le mani in segno di resa. Dovevo arginare quell'emorragia, dovevo farle capire che non eravamo due mostri che avevano pianificato quell'inferno. «Sara, Lara, ascoltatemi, devo spiegare—» Sara si voltò verso di me con la rapidità di un serpente. Mi piantò una mano sul petto. «Tu zitto.» «Ma Sara, cazzo, lei deve sapere che—» «No!» mi abbaiò contro, gli occhi che mandavano scintille. «Tu adesso sparisci.»

Rimasi immobile, la bocca mezza aperta. Mi stava estromettendo. Mi stava sbattendo fuori dalla scena, tagliandomi via dall'equazione femminile. «Ho detto sparisci,» ribadì Sara, il tono duro come la pietra. «Questa non puoi sistemarla tu. Tu sei solo il problema, adesso.»

Si chinò, afferrò la mia maglietta sgualcita dal pavimento e me la lanciò contro il petto con disprezzo. Non c'era traccia della passione sporca della notte prima, non c'era traccia di quell'alleanza disperata nata nel buio. Mi guardò come si guarda un insetto schiacciato sotto la suola della scarpa: qualcosa di cui sbarazzarsi in fretta.

Infilai la maglietta con movimenti meccanici. Ero stato degradato, spogliato di ogni diritto, di ogni giustificazione. Abbassai la testa e mi incamminai verso la porta, sconfitto in modo assoluto e irrevocabile.

Mentre le passavo accanto, Lara non si spostò di un millimetro. Mi costrinse a sfiorarla, a sentire il gelo della sua aura. Mi guardò con un disgusto così profondo da farmi venire la nausea. Feci per varcare la soglia, verso il corridoio, verso le scale che portavano al piano superiore.

«Non provare a salire da lei,» sibilò Lara, fermandomi con quelle parole come se mi avesse lanciato un lazo al collo. Mi bloccai, voltandomi appena. Lara mi fissò, gli occhi rossi carichi di una condanna inappellabile. «Non ne hai più il diritto.»

Fu il colpo più forte di tutti. Il colpo di grazia. Inghiottii a vuoto, annuii debolmente, e uscii dalla stanza, chiudendomi la porta alle spalle e lasciandomi inghiottire dal silenzio tombale del corridoio.

Rientrai in villa passando dalla porta sul retro, muovendomi come uno spettro. Ero solo. La pelle mi tirava, incrostata di terra, sudore freddo e degli umori di una notte che mi aveva svuotato di ogni dignità. I muscoli dolevano e la testa pulsava al ritmo di una colpa sorda. Volevo solo nascondermi, lavarmi via lo schifo che sentivo addosso.

Mi infilai nella lavanderia al piano terra. Era uno spazio stretto, asettico, illuminato da un neon azzurrognolo che faceva risaltare il bianco immacolato delle piastrelle. L'odore chimico e pungente del detersivo per il bucato mi colpì le narici, creando un contrasto nauseante con l'odore di erba bagnata e sesso disperato che mi portavo addosso. Mi appoggiai al lavandino di ceramica, fissando il mio riflesso distrutto nello specchio.

La porta scattò alle mie spalle. Si chiuse con un clic secco.

Mi voltai di scatto. Sofia era lì. Fresca, con i capelli perfettamente pettinati, avvolta in una vestaglia di seta chiara che la faceva sembrare quasi luminosa sotto quella luce fredda. Sembrava non aver perso un'ora di sonno. Padroneggiava lo spazio ristretto con la sicurezza di chi muove gli altri come se fossero su una scacchiera, consapevole che ogni pezzo ha la sua precisa funzione.

«Notte movimentata?» chiese, la voce morbida e letale. Mi bloccai, i muscoli contratti. «Che vuoi ancora?» Sofia fece un passo avanti, invadendo il mio spazio. «Ancora? Dopo quello che hai fatto stanotte, dovresti chiedermi cosa voglio offrirti.»

I suoi occhi di ghiaccio mi scrutarono, scendendo sul mio petto nudo, sui segni che Sara mi aveva lasciato. Le sue narici fremettero impercettibilmente, catturando la verità nell'aria chiusa della stanza. «Hai l'odore di una colpa nuova addosso,» sussurrò, con un sorriso divertito. Allungò una mano, sfiorandomi la linea del collo con la punta delle dita, tracciando il contorno di un graffio. Rise piano, un suono che mi fece gelare il sangue. «Sara ti ha odiato abbastanza da volerti di nuovo?»

«Stai zitta,» ringhiai, ritraendomi come se mi avesse bruciato. Sofia non si scompose. Lasciò cadere la mano con eleganza. «Non ti sto rimproverando, Franci. Anzi. Sono quasi fiera di te.»

La Tentazione e il Degrado

Quella frase minacciò di farmi perdere definitivamente la ragione. Sofia fece un altro passo verso di me, spingendomi lentamente con il corpo finché la mia schiena non toccò il metallo freddo della lavatrice. Era vicinissima. Il suo profumo costoso si mescolò a quello del detersivo. Mi sistemò il colletto inesistente della maglietta che tenevo stretta in pugno, poi, con una lentezza calcolata, mi tolse un filo d'erba bagnato dai capelli.

Il suo indice scivolò sulla mia guancia, sfiorandomi l'angolo delle labbra. L'approccio fisico era sottile ma carico di un'intenzione inequivocabile, sfruttando la tensione della vicinanza. Ero disgustato, terrorizzato, eppure, tradito dall'adrenalina e da quella sottomissione psicologica malata, sentii il mio corpo reagire a quel tocco. Mi odiai in un istante.

Lei se ne accorse. Il suo sorriso si allargò. «Mi fai schifo,» sibilai a denti stretti. «No,» mormorò lei, il fiato caldo contro la mia bocca. «Ti faccio paura. È diverso.» Inclinò leggermente la testa, fissandomi le labbra. «Vuoi odiarmi?» Non risposi. Il respiro mi si incastrava in gola. «Fallo,» sussurrò. «Ma il tuo corpo non è bravo quanto la tua bocca a mentire.»

Mi diede la sensazione vertiginosa che stesse per baciarmi, per concedermi quella "ricompensa" malata di cui aveva parlato. Poi, con uno scatto netto, si staccò. «Non ancora.» Restai senza fiato, sconvolto, aggrappato al bordo della lavatrice. «Cosa vuoi?» ansimai. Sofia incrociò le braccia. «L'ultima cosa.»

Si appoggiò al lavandino, studiandomi. «Stanotte l'hai ferita,» iniziò, la voce priva di emozione. «Ma una ferita si può chiudere. Erika potrebbe rialzarsi. Potrebbe odiarti e andare avanti.» «Che vuoi?» «Voglio qualcosa che non si chiuda.»

Sbiancai. Il vuoto mi si aprì sotto i piedi. «Voglio che quando Erika penserà alla parola amore, le venga in mente quello che tu le hai fatto mentre le chiedevi perdono.»

L'orrore puro mi invase la mente. Non mi stava chiedendo solo di allontanarla. Mi stava chiedendo di andare da lei, approfittare del suo cuore a pezzi, portarla in un momento intimo per poi umiliarla fisicamente e psicologicamente. Trasformare il suo corpo e la sua fiducia nell'ennesimo trofeo da registrare, come aveva fatto con Lara. «No.» Sofia sorrise, spietata. «Hai detto no anche ieri. Poi hai detto Sara.»

Un conato mi strinse lo stomaco. Mi piegai in avanti, portandomi una mano alla bocca. Sofia si avvicinò di nuovo, inesorabile. «Non devi solo distruggerla, Franci. Devi renderla inguardabile a se stessa.»

L'eco di quelle parole rimbombò nella lavanderia. La visione di Erika, spezzata, violata e per sempre marchiata dalla vergogna, cancellò ogni altra fottuta paura. Se avessi assecondato quell'ordine, non sarebbe rimasto più nulla di me. Non era più questione di sopravvivenza o di ricatti. Era la cancellazione totale della mia anima.

La saliva divenne amara. Strinsi i bordi del lavandino di ceramica finché le nocche non sbiancarono. Le ginocchia mi tremavano, un sudore freddo mi inzuppava la pelle e la vista si annebbiò.

«Se faccio questo,» sussurrai, la gola scartavetrata, «non resta più niente di me.» Sofia mi guardò con una dolcezza finta, quasi materna, che mi fece rivoltare lo stomaco. «È esattamente il punto.»

Alzai lentamente lo sguardo. Incontrai i suoi occhi, e per la prima volta da quando era iniziato quell'incubo, scelsi di morire io per non far morire lei.

«Mandalo.» Sofia rimase immobile. Il suo respiro si fermò per una frazione di secondo. «Cosa?» «Il video,» dissi, la voce che mi tremava per lo sforzo immane, ma che non cedette. «Mandalo. Distruggimi. Fai quello che vuoi. Ma Erika non la tocchi più.»

La stanza precipitò in un silenzio tombale. Non l'avevo sconfitta, ma l'avevo spiazzata. L'ingranaggio perfetto del suo controllo aveva trovato un sassolino.

«Attento, Franci,» mormorò lei, recuperando immediatamente la sua corazza. «Non confondere un conato di vomito con il coraggio.» Eppure, doveva ricalcolare. Mi fissò in silenzio per qualche interminabile secondo. Poi, un sorriso fin troppo lento le si dipinse in volto. Allungò la mano e mi accarezzò la guancia, ma questa volta le sue unghie premettero con forza, graffiando.

«Ti piace questa versione di te?» domandò, gelida. «Quella che dice basta dopo aver già distrutto tutto?» «Spostati.» «No, Franci. Non è finita. I mostri non tornano uomini perché rifiutano l'ultima portata.»

Fece un passo di lato, lasciandomi lo spazio per passare verso la porta. Ma proprio mentre le passavo accanto, sfiorando la seta della sua vestaglia, si chinò verso il mio orecchio.

«Vai pure da Sara,» sussurrò, infilandomi un ultimo coltello tra le costole. «Vediamo quanto dura il tuo coraggio quando Erika saprà dove hai dormito.»

L'aria fredda del primo mattino mi schiaffeggiò il viso non appena varcai la porta laterale della villa, fuggendo dalla lavanderia. Il temporale aveva lavato via l'afa, ma non il senso di sporco che mi incrostava l'anima. Mi appoggiai al muro di pietra, cercando di calmare i tremiti che mi scuotevano dalle spalle alle ginocchia. Ero bianco come un lenzuolo, svuotato, un reduce scampato per miracolo a un'esecuzione.

Feci qualche passo lungo il perimetro della casa, verso il retro. L'erba bagnata mi bagnava le caviglie. Sara era lì. Era in piedi sotto il portico di legno, appoggiata a una colonna. Aveva appena finito di parlare con Lara. Indossava ancora la maglietta bianca della notte precedente, ora asciutta ma stropicciata, che le fasciava i fianchi e il petto in un ricordo fin troppo vivido di ciò che avevamo fatto. Quando mi vide svoltare l'angolo, si raddrizzò.

I suoi occhi, resi taglienti dalla stanchezza e dalla rabbia, mi scansionarono in un secondo. Lesse il mio terrore, la mia postura curva, il sudore freddo che mi imperlava la fronte. Capì immediatamente che qualcosa di grave era appena successo.

«Che ti ha fatto?» mi chiese, la voce bassa ma affilata come un rasoio. Mi fermai a un metro da lei. Deglutii a fatica. «Niente.» Sara accorciò la distanza. Il suo profumo si mescolò all'odore della pioggia. Mi afferrò per un braccio, le sue dita che premevano esattamente sui segni che lei stessa mi aveva lasciato poche ore prima. «Non mentirmi,» sibilò, guardandomi dritto negli occhi. «Non dopo stanotte.»

Tremavo. Non riuscivo a fermarmi. Sara mi scrutò, poi allentò leggermente la presa, cambiando strategia. «Lara ci aiuterà,» disse. Quella frase avrebbe dovuto scuotermi, ma ero così anestetizzato dal confronto con Sofia che quasi non reagii. Sbattei le palpebre, confuso. «Vuole qualcosa in cambio,» aggiunse Sara, il tono denso di un'implicazione che ancora non riuscivo a decifrare. «Cosa?»

Invece di rispondere, Sara strinse di nuovo la presa sul mio braccio, strattonandomi leggermente verso di sé. «Adesso tocca a te,» ordinò. «Cosa voleva Sofia?»

La gola mi si chiuse. L'immagine di Sofia che sorrideva sotto la luce al neon della lavanderia mi balenò davanti agli occhi, seguita dall'orrore di quello che mi aveva chiesto di fare. Provai a parlare, ma dalla bocca mi uscì solo un respiro rotto. Sara non mi lasciò andare. Aspettò, implacabile.

«Voleva Erika,» sussurrai alla fine, la voce che mi si spezzava. Sara si gelò. Il suo corpo si irrigidì contro il mio. «In che senso?» Deglutii di nuovo, sentendo un sapore amaro, velenoso. «Voleva farla diventare come Lara.»

Il silenzio cadde pesante sotto il portico. Vidi la mente di Sara lavorare, collegando i punti del sadismo di Sofia, la sua necessità di collezionare il dolore e la vulnerabilità altrui. Sara sgranò leggermente gli occhi, inorridita. «Una prova?» Annuii, chiudendo gli occhi per ricacciare indietro le lacrime. «Sì. Voleva che usassi il suo perdono per... per distruggerla. E filmarla.»

Sara lasciò andare il mio braccio. Fece un passo indietro. La consapevolezza che Sofia avesse superato anche l'ultima, inimmaginabile soglia del degrado la investì in pieno. Non era più una questione di ricatti per capriccio o di giochi di potere. Era una malattia che stava per divorare la persona a cui teneva di più.

Lentamente, Sara alzò lo sguardo verso il piano di sopra. Fissò la finestra chiusa della camera dove Erika giaceva, distrutta dal mio schiaffo, ma ancora tragicamente inconsapevole dell'abisso che si stava aprendo sotto di lei. Poi, voltò la testa verso il centro della villa, verso il corridoio che portava alla lavanderia, dove Sofia continuava a muoversi, respirare e tessere le sue tele, convinta che il mondo intero le appartenesse.

Quando Sara tornò a guardarmi, qualcosa nel suo viso era mutato per sempre. L'insicurezza, la paura, persino la vergogna per quello che avevamo fatto nel suo letto... tutto era bruciato via, lasciando il posto a una determinazione gelida, quasi letale.

«Allora basta,» decretò, la voce calma in modo innaturale. «Sara...» «No,» mi interruppe, dura. «Basta difenderci. Basta reagire. Basta aspettare che scelga lei chi deve sanguinare per primo.» L'intensità del suo sguardo mi inchiodò sul posto. Era pronta alla guerra. «Che facciamo?» chiesi, sentendo un brivido freddo corrermi lungo la schiena. Sara fece un passo verso di me. I suoi occhi brillavano di una luce spietata. «La distruggiamo prima che tocchi Erika un'altra volta.»

Restai senza fiato, travolto dalla gravità di quella promessa. «E Lara?» chiesi, ricordandomi improvvisamente della sua prima frase. «Cosa vuole Lara in cambio per aiutarci?»

Sara mi guardò. L'ombra di un sorriso amaro e crudele le increspò le labbra. Si avvicinò ancora di più, abbassando la voce in un sussurro che si perse nel rumore del vento. «Lara vuole...»

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