il temporale era ormai alle porte, un muro di umidità elettrica che premeva contro la pelle. Ero rimasto seduto sull'erba bagnata, le braccia appoggiate alle ginocchia, la testa china. Ero un guscio svuotato, privo persino della forza di tremare.
Davanti a me, in piedi, c'era Sara. Era coperta solo da quella maglietta bianca, ormai umida, che le si incollava addosso come una seconda pelle, rivelando i contorni del suo corpo teso e scosso dai brividi. Fredda, irraggiungibile. La villa alle sue spalle era illuminata, un faro silenzioso e grottesco in mezzo a quella notte di follia. E proprio da quel silenzio, un rumore appena percettibile scese dall'alto.
Il tonfo sordo di una porta che si chiudeva al piano di sopra. Un passo leggero sul pavimento di legno. E poi, attutita dalle pareti, una voce femminile rotta dal pianto. Non era Erika. Era Lara.
Quel suono fu una coltellata dritta al petto. Lara, la ragazza terrorizzata, umiliata, rannicchiata sotto una coperta per non farsi vedere, aveva trovato il coraggio di fare l'unica cosa che io non potevo fare: era salita da lei. Aveva superato la sua vergogna per andare a consolare Erika nel momento in cui il suo mondo era crollato. Eravamo tutti intrappolati sotto lo stesso tetto, ma divisi in stanze diverse, ognuno prigioniero della propria versione dell'orrore.
«Lara è salita da lei,» mormorai, la voce impastata di terra e sconfitta. Sara spostò lo sguardo verso le finestre del piano di sopra. Per un attimo, la maschera di gelido autocontrollo che si era imposta si incrinò, e il suo viso si spezzò in un'espressione di dolore puro. «Almeno qualcuno l'ha fatto.»
Non risposi. Incassai il colpo, sentendo il sapore amaro della mia vigliaccheria. L'istinto, guidato da un disperato bisogno di redenzione, mi spinse a muovermi. Feci per alzarmi, le mani premute sull'erba, con mezza intenzione di correre verso la porta a vetri, di salire quelle scale e buttare giù la porta per stringere Erika.
Ma non feci nemmeno in tempo a rimettermi in piedi. Sara scattò in avanti. Mi piantò il palmo della mano contro il petto con una forza inaudita, bloccandomi sul posto. Non c'era nulla di erotico o sensuale in quel tocco. Era duro, inamovibile. Un muro di cemento.
«No.» «Sara, devo sapere come sta,» implorai, la voce rotta. «Tu non devi più avvicinarti a lei finché non sappiamo come tirarla fuori da questa merda,» sibilò, piantandomi le unghie nella carne attraverso la maglietta. «È la mia ragazza!» «Stanotte l'hai trattata come una cosa da rompere,» tagliò corto Sara, i suoi occhi che brillavano di una rabbia feroce nel buio. «Quindi adesso stai zitto e parli con me.»
Prese il comando. Senza mollarmi, mi afferrò per un polso e mi trascinò via dal prato aperto. Camminava davanti a me, scalza, furiosa. La seguii come un prigioniero verso il patibolo. Mi portò sul retro della villa, in un angolo cieco e nascosto tra la tettoia del deposito attrezzi e la doccia esterna in pietra. Lì, il rumore del mare in burrasca e il frinire incessante delle cicale avrebbero coperto le nostre voci.
Si voltò verso di me. La maglietta oversize era fradicia di umidità e sudore, aderendo perfettamente ai suoi seni, delineando i capezzoli turgidi per il freddo e per l'adrenalina. La curva dei suoi fianchi nudi era una tentazione crudele. Mi resi conto, con un moto di assoluto disgusto verso me stesso, che la desideravo ancora. Il mio corpo, nonostante la devastazione, reagiva a quella vicinanza fisica, alla sua autorità. Abbassai subito lo sguardo verso terra, per nascondere la vergogna.
Lei se ne accorse. «Non osare,» ringhiò, afferrandomi il mento con due dita e costringendomi ad alzare la testa. «Guardami negli occhi quando parli. Non altrove.» «Sara...» «Non sono qui per farti sentire meglio. Voglio sapere tutto.»
Il suo tono era clinico, investigativo. Non c'era spazio per la pietà o per le lacrime. «Da quando?» attaccò. «Dal pomeriggio,» balbettai. «Oggi, prima del pranzo.» «No,» mi corresse subito, implacabile. «Le foto con me nel letto sono di ieri notte. Di prima del fottuto divano. Quindi da quando, Franci?» Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere la sua logica spietata. «Da prima che io capissi che era una trappola.» «Risposta sbagliata. Da quando?» incalzò, stringendo la presa sul mio mento. «Da stanotte,» confessai, il fiato corto. «Ha architettato tutto. Le foto con te, i ricatti... ha un video in cui io e Lara... in cui lei...» «L'ha costretta?» «Sì... cioè, no, non so. C'era il video. C'erano ordini continui. Sapeva di Ross, sapeva della mia gelosia... usava tutto.» «Non ti sto chiedendo quanto hai sofferto,» mi interruppe Sara, gelida, trafiggendomi con lo sguardo. «Ti sto chiedendo cosa hai fatto.»
Quella frase fu uno schiaffo invisibile, molto più doloroso di quelli reali. Iniziai a vomitare i dettagli. Le raccontai degli ordini sussurrati, del modo in cui Sofia gestiva le dinamiche di gruppo, delle occhiate, delle minacce mute, del modo in cui aveva costretto Erika a tenermi giù sul divano. Mentre parlavo, vidi il cervello di Sara elaborare le informazioni a una velocità impressionante. I suoi occhi, fissi nel vuoto oltre la mia spalla, collegavano i fili invisibili che ci avevano strangolato.
«Il gioco alcolico,» mormorò, più a se stessa che a me. «Il modo in cui versava i bicchieri... Il fatto che Lara fosse sempre muta e terrorizzata. Il tuo sguardo. Tu che la cercavi sempre prima di parlare.» Fissò di nuovo i miei occhi, l'espressione illuminata da una consapevolezza terrificante. «Quella non reagisce alle cose.» Alzai gli occhi, confuso. «Che vuoi dire?» «Che le apparecchia,» spiegò Sara, la voce che tremava per la lucida mostruosità della sua scoperta. «Prima mette i bicchieri sul tavolo, poi aspetta che qualcuno beva. Ha costruito il palco, ha distribuito i ruoli e si è seduta in platea a guardare.»
Il vento si alzò, sferzandoci la pelle. Il temporale era ormai sopra di noi. «Se la affrontiamo, manda tutto,» dissi, la disperazione che mi schiacciava il petto. «Manda il video nella chat di Erika. Distrugge anche Lara. Distrugge tutto.»
Sara fece un respiro profondo. L'odio e il terrore lasciarono il posto a una strategia fredda come l'acciaio. «Allora non la affrontiamo.» Sgranai gli occhi. «E cosa facciamo?» Sara mi si avvicinò di un passo. Il suo viso era a un palmo dal mio, gli occhi bagnati dalla prima goccia di pioggia, decisi e spietati. «La facciamo sentire ancora al comando.»
Il buio del giardino non era più sufficiente a nasconderci. L'aria era carica di elettricità statica e le prime, pesanti gocce del temporale estivo iniziarono a picchiettare sulle foglie di banano. Ero distrutto, le gambe che mi cedevano. Feci per avviarmi verso il divano del patio, con l'unica intenzione di accasciarmi lì e lasciarmi morire, ma Sara mi afferrò per il polso con una morsa d'acciaio.
«Dove credi di andare?» sibilò. «A dormire qui fuori... non ho la forza...» «Se resti giù, sei solo alla mercé di Sofia,» mi tagliò corto, tirandomi verso la scala esterna. «Sali.»
Mi trascinò fino alla sua camera, muovendosi come un'ombra. Entrammo in silenzio e lei chiuse la porta a chiave alle nostre spalle. Il rumore della serratura fu assordante. Erika era al piano di sopra, in un'altra stanza, a pochi metri da noi, distrutta per colpa mia. Quella consapevolezza rendeva le pareti della camera di Sara una prigione asfissiante.
Mi appoggiai alla porta, con il respiro corto, incapace di alzare lo sguardo. Ma la stanza era satura della tensione che ci portavamo addosso. Avevamo appena condiviso una verità sporca, eravamo carichi del senso di colpa e del sudore dell'errore commesso contro il muro, ed eravamo spaventosamente soli.
Sara si voltò verso di me. I suoi capelli erano umidi, la maglietta appiccicata al corpo. I nostri occhi si incrociarono per una frazione di secondo di troppo, innescando una scintilla velenosa.
«Non mi guardare così,» mi intimò lei, la voce che le tremava per lo sforzo di mantenere il controllo. «Non ti sto guardando,» mentii, la gola arida. «Bugiardo.»
Feci per allontanarmi, per fare un passo verso la poltrona nell'angolo, ma Sara mi bloccò, afferrandomi la stoffa logora della maglietta. «No,» sibilò, a un millimetro dalle mie labbra. «Non fare anche il santo adesso. Non dopo quello che siamo appena stati.»
