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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 10
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Capitolo 10 di 11 14 min di lettura

Il Nome di Sara, Contro il Muro

Dopo il crollo di Erika, Sara affronta Franci nella notte, trasformando rabbia, disgusto e desiderio in una resa dei conti brutale. Ma quando la verità viene fuori, il piacere lascia spazio a una nuova guerra contro Sofia.

Alessia
3 mesi fa · 709 letture · 0

Mi lasciai cadere in ginocchio sull'erba umida, davanti a lei. Le afferrai l'interno delle cosce, aprendole, e affondai il viso nella sua intimità. Sara cacciò un gemito soffocato, afferrandomi i capelli con entrambe le mani. La leccai con una foga disperata, una furia liquida. Trovai il suo clitoride già duro e sensibile, e iniziai a succhiarlo, inumidendolo con la saliva, torturandolo con movimenti rapidi della lingua. Le lacrime continuavano a scendermi sulle guance, mescolandosi ai suoi umori. Lei tremava, piangeva di rabbia e di un piacere che non voleva provare. Mi schiacciò la faccia tra le cosce, stringendomi con forza, soffocandomi nel suo sapore mentre i suoi fianchi scattavano in avanti, cercando disperatamente l'attrito della mia bocca.

«Basta...» ansimò, la voce rotta, tirandomi su per i capelli. «Scopami. Fallo e basta, cazzo.»

Mi alzai di scatto, sfilandomi i boxer. L'erezione era dolorosa, pulsante, alimentata dall'odio di me stesso. L'afferrai per i fianchi e, con una mossa brutale, la girai e la sbattei contro il muro intonacato della villa. L'impatto fu duro, ruvido. Le sollevai una gamba, agganciandola al mio fianco, e senza alcun preliminare romantico, entrai in lei con una singola spinta violenta.

Sara urlò, affondando i denti nel proprio avambraccio per non farsi sentire. Era strettissima, bollente, e le sue pareti interne si contrassero attorno a me come un pugno. Iniziai a muovermi dentro di lei. Non c'era amore, non c'era cura. Erano affondi profondi, spietati, il rumore sordo dei nostri corpi che sbattevano ritmicamente coperto a malapena dal frinire delle cicale. La tenevo schiacciata contro il muro. Con una mano le stringevo saldamente la nuca, affondando le dita nei suoi capelli biondi, per tenerla ferma contro di me. Con l'altra mano le afferrai un seno, stringendo la carne morbida, impastandola con una forza ruvida, quasi cattiva, che le strappò un altro gemito roco.

Il sudore ci ricopriva, facendo scivolare i nostri petti incollati. Il muro le graffiava la schiena, ma nessuno dei due sembrava curarsi del dolore.

«Non ti meriti lei...» singhiozzò Sara, ansimando contro la mia spalla mentre io la penetravo senza sosta, scavando dentro di lei. «Lo so,» ringhiai, la voce rotta dallo sforzo e dal disprezzo per me stesso. «E non ti meriti...» continuò lei, piantandomi le unghie nelle spalle per resistere a una spinta ancora più profonda. «Non ti meriti nemmeno di dire il mio nome.»

Quella frase fu un'ascia sul collo. Il climax esplose non per la bellezza dell'atto, ma per la pura, devastante intensità del dolore che ci stavamo infliggendo a vicenda. La scopai ancora più forte, chiudendo gli occhi, il fiato che mi bruciava i polmoni. L'orgasmo mi investì come un colpo di fucile. Venni dentro di lei con spasmi violenti, gemendo contro il suo collo, svuotandomi di tutto, mentre Sara veniva insieme a me, tremando incontrollabilmente contro il muro, le sue unghie che mi lasciavano solchi rossi sulla pelle.

Quando il respiro tornò normale, il senso di colpa ci schiacciò come una pressa idraulica. Eravamo due corpi sudati, ansimanti, incollati a un muro ruvido, svuotati e più soli di prima. E dentro casa, nel buio del salotto, l'ombra di Sofia continuava a tessere la sua tela velenosa.

Il silenzio calò su di noi con la stessa violenza dell'amplesso appena consumato. Nessun bacio sulla fronte, nessuna carezza rassicurante, nessun sussurro di conforto, al contrario di quanto accade nei racconti in cui l'apoteosi dei sensi porta a una soddisfazione profonda. C'era solo l'aria fredda e umida del temporale che si infrangeva sui nostri corpi madidi di sudore.

Mi staccai da lei, sentendo l'attrito della pelle nuda contro il muro intonacato. Mi lasciai scivolare verso il basso, fino a sedermi sull'erba bagnata, con le ginocchia al petto e la testa tra le mani. Ero svuotato, il mio seme ancora caldo sporcava l'interno delle sue cosce, segnando una colpa che non avrei mai potuto lavare via.

Sara si ricompose per prima, ma i suoi movimenti erano a scatti, quasi robotici. Si chinò a raccogliere la maglietta oversize dal prato e se la infilò di fretta, coprendo i seni arrossati e il corpo che ancora tremava. Tirò giù l'orlo con forza, come se volesse strapparlo. Si sentiva sporca, violata dalla sua stessa debolezza, tradita da un istinto che aveva confuso il disgusto con il desiderio.

Incrociò le braccia sotto il petto e mi guardò dall'alto in basso, l'ombra del disgusto che le induriva i lineamenti. «Adesso mi fai ancora più schifo,» sputò, la voce carica di veleno.

Emisi un suono strozzato. Non era una risata, era il rantolo di un uomo a cui avevano appena spezzato la schiena. «Lo so,» mormorai, senza nemmeno alzare la testa.

«No,» ribatté lei, tagliente. Fece un mezzo passo avanti. «Non lo sai. Perché io ancora non so tutto, vero?» Il silenzio si allungò tra noi, denso e insopportabile. Il battito del mio cuore rimbombava contro le costole. Sara restrinse gli occhi, la sua intelligenza affilata che faceva a pezzi la cortina di fumo. La rabbia pura lasciò spazio a una fredda, clinica deduzione. «Cosa ti ha fatto Sofia?»

Fu la chiave che scardinò la diga. Crollai. Non fu una confessione ordinata o razionale. Vomitai la verità in un groviglio di frasi spezzate, ansimando, il respiro corto per il panico che mi serrava la gola. «Ha un video... con Lara...» balbettai, sollevando il viso rigato di lacrime. «Oggi pomeriggio, in camera... mi ha ricattato. Ce l'ha sul telefono, nella chat di Erika... pronto da inviare. Se non facevo quello che voleva, l'avrebbe distrutta.»

Sara sbiancò, ma non mi fermò. «Mi ha ordinato lei di farlo,» continuai, la voce che si incrinava, un fiume in piena di orrore e mortificazione. «Mi ha ordinato di scopare Erika sul divano... mi ha ordinato di dire il tuo nome al momento di venire. Ha detto che dovevo distruggerla. Mi ha vietato di consolarla. Mi ha detto che dovevo trattarla male, farle credere che il tuo nome fosse... che fosse la verità.»

Mi presi la testa tra le mani, tirandomi i capelli. «E stanotte... le foto stanotte. È stata lei. Tu non c'entravi niente, Sara. È stata lei a spogliarti, a metterti nel mio letto. A scattare quelle fottute foto. Ti ha usata fin dall'inizio per preparare questa fottuta trappola.»

Sara rimase immobile. All'inizio, la negazione le attraversò lo sguardo. Sembrava impossibile che una singola persona potesse orchestrare un livello di crudeltà così perverso. Ma poi, il suo cervello iniziò a collegare i pezzi. L'eccessiva calma di Sofia in salotto. Il "Bravo" sussurrato nel buio, una parola che ora assumeva contorni demoniaci. Le umiliazioni continue, i giochi alcolici mirati, il terrore negli occhi di Lara e il modo in cui Sofia muoveva i fili di ognuno di noi come burattini.

«Mio dio...» sussurrò Sara, portandosi una mano alla bocca.

Mi guardò. Ma non c'era pietà nei suoi occhi, e non doveva esserci. «Questo non ti assolve, Franci,» decretò, con una durezza che mi spaccò in due. «Lo so,» ammisi, le spalle curve sotto il peso della mia condanna. «Hai comunque scelto di salvarci dal video facendole male. Hai scelto di pugnalarla nel modo peggiore possibile.» «Sì.»

Non cercai scuse. Non cercai il suo perdono. Avevo fatto una scelta mostruosa e me ne stavo assumendo la responsabilità.

Ma il vero trauma, per Sara, non fu la mia vigliaccheria. Fu la realizzazione improvvisa e agghiacciante del proprio ruolo in quel teatro degli orrori. Le sue mani scesero lungo i fianchi. Si guardò le braccia tremanti, le cosce ancora sporche del mio sperma, il corpo che fino a poco prima pensava appartenesse solo a lei. Ora capiva. Non era stata solo un bersaglio. Sofia l'aveva svuotata, trasformandola in un oggetto inerte: un pretesto per umiliare Erika, un'arma erotica per far esplodere la nostra coppia, un fantasma tossico impiantato a forza nella testa della sua migliore amica.

Sara chiuse gli occhi, un brivido violento le percorse la spina dorsale. «Lei non mi ha nemmeno toccata...» sussurrò, la voce incrinata dal disgusto assoluto, «eppure mi sento addosso le sue mani ovunque. Mi ha usata senza neanche aver bisogno di me.»

Era la violazione definitiva. Sofia aveva vinto non sporcandosi le mani, ma costringendo noi a farlo per lei. Ci aveva resi i carnefici delle persone che amavamo.

Sara si passò una mano tra i capelli, respirando piano, con ampie boccate, come se stesse cercando disperatamente di non vomitare sul prato. Il temporale in lontananza brontolò. Quando tornò a guardarmi, qualcosa in lei si era spezzato e ricomposto in una forma nuova. Non c'era più traccia del desiderio malato di poco prima. Non c'era nemmeno la rabbia pura e accecante. C'era qualcosa di di gran lunga peggiore: una lucidità spietata, metallica e letale.

Si asciugò una lacrima solitaria con il dorso della mano. «Tu adesso mi racconti tutto,» disse, la voce inflessibile come un ordine militare. «Sara...» «Tutto, Franci. Ogni singolo video, ogni cazzo di ordine, ogni foto.» Si strinse la maglietta addosso, gli occhi che brillavano di una determinazione oscura. «E poi decidiamo cosa fare di quella stronza.»

Deglutii, sentendo il sapore del sangue in bocca. «Mi odi?» le chiesi, una domanda patetica a cui conoscevo già la risposta.

Lei mi fissò senza sbattere le palpebre. Il gelo nel suo sguardo avrebbe potuto fermare il battito di un cuore. «Sì.»

Si voltò, facendo un passo verso la porta della villa, verso il bagliore lontano del salotto dove la nostra carceriera ci stava aspettando. Poi si fermò, voltando solo leggermente la testa. «Ma per adesso mi servi vivo.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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