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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 6
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Capitolo 6 di 11 24 min di lettura

Soffocato nella Figa e Morso sul Cazzo

Un gioco alcolico degenera rapidamente in un teatro di crudele umiliazione pubblica e spietata sottomissione. Tra ordini perversi, torture fisiche e un grottesco scambio di persona al buio, la frustrazione sessuale raggiunge un limite insostenibile.

Alessia
4 mesi fa · 1.1k letture · 2

La provocazione personale, cattiva e mirata a colpire l'insicurezza di Sara di non essere mai abbastanza trasgressiva per quel gruppo, fu letale. L'assenzio le aveva annullato la volontà, trasformandola in una bambola senza fili. Tremando visibilmente, si alzò. Si sfilò il perizoma nero, rimanendo completamente nuda sotto la luna. Si voltò, dando la schiena al tavolo, e si mise a gattoni sulla sedia di teak.

Con le mani di Erika serrate sui miei occhi, fui avvolto nel buio, ma l'udito si affinò. Lara, accanto a me, si era voltata dall'altra parte, il respiro bloccato. Nessuno stava guardando. Tranne Sofia. L'unica cosa che si percepiva era il silenzio irreale della villa, rotto solo dal frinire dei grilli. E poi, i suoni. Sara, piangendo in silenzio, portò una mano tra le gambe. Iniziò a toccarsi. I suoni umidi delle sue dita che sfregavano contro se stessa riempirono la notte. Il suo respiro si fece affannoso, sottomessa a quell'ordine perverso, violata nella sua essenza più intima, mentre Sofia la divorava con lo sguardo.

«Più a fondo,» sussurrò Sofia, la voce carica di un'eccitazione torbida.

Ma proprio quando il ritmo delle dita si fece più concitato, l'illusione chimica dell'assenzio crollò. Un singhiozzo violento squassò il petto di Sara. Si fermò di colpo. Si rannicchiò su se stessa, togliendo la mano e coprendosi il viso. La realtà la investì con la violenza di un treno in corsa. Realizzò improvvisamente cosa stava facendo. Si stava masturbando a quattro zampe, completamente nuda, provocata e umiliata dalla sua stessa amica.

«No... no, basta,» pianse, la voce rotta da una vergogna insostenibile. Scese dalla sedia inciampando. Sentii i suoi passi leggeri sul pavimento di pietra. Non prese nemmeno il reggiseno o la maglietta. Afferrò solo il perizoma con una mano e, nuda, disperata e coperta di lacrime, corse verso la porta a vetri della villa. Si chiuse dentro, i suoi singhiozzi che si perdevano nel buio della casa.

Erika abbassò le mani dai miei occhi. Il tavolo era un campo di battaglia. Il gioco era finito. E Sofia aveva stravinto.

Il silenzio che seguì la fuga disperata di Sara fu rotto dalla sedia di teak che strisciò violentemente contro la pietra.

Erika si alzò di scatto, barcollando per i fumi dell'assenzio ma con gli occhi accesi da una rabbia feroce. Puntò il dito dritto in faccia a Sofia, che la guardava con malcelata noia. «Sei una fottuta sadica, Sofi,» le sputò addosso Erika, la voce tremante di sdegno. «Mi fai schifo. È la tua migliore amica e l'hai trattata come un pezzo di carne. Fai veramente schifo.» Non aspettò nemmeno una replica. Erika si voltò e corse all'interno della villa, inciampando sui propri passi, gridando il nome di Sara per andare a consolarla.

Lara cercò di fare lo stesso. Si appoggiò al tavolo per alzarsi, ma le sue gambe, fiaccate da almeno quattro cicchetti di assenzio, cedettero miseramente. La presi al volo prima che sbattesse il viso contro il legno. «Vieni qui, ti porto a letto,» le sussurrai, caricandomela in braccio. Pesava pochissimo, ma era completamente abbandonata. Mentre attraversavo il salone buio verso la sua camera, Lara mi cinse il collo, il fiato che sapeva di anice ed erba. «Franci...» farfugliò, strofinando il naso contro il mio petto nudo. «Volevo... volevo che sborrassi tu su di me, stasera... nella doccia è stato così bello...» «Shh, Lara, sei ubriaca marcia. Dormi,» le intimai, posandola sul suo letto e coprendola a malapena con un lenzuolo.

Uscii dalla sua stanza con il respiro corto. Il mio cervello mi urlava di andare al piano di sopra, di controllare Sara e di stare vicino a Erika. Ma non feci in tempo a fare due passi nel corridoio che una mano mi afferrò duramente per il bicipite, bloccandomi.

Sofia. I suoi occhi erano dilatati, il respiro pesante. Trasudava un'eccitazione oscura e primordiale che mi fece accapponare la pelle. «Fermo. Dove credi di andare?» sibilò, stringendo la presa. «Sei il mio cane, ricordi?» «Devo andare da loro,» risposi a denti stretti, cercando di divincolarmi. «Tu non vai da nessuna parte,» mi ordinò Sofia, schiacciandomi contro il muro. Il suo bacino si premette contro i miei boxer. «Quella scenetta... vedere Sara nuda, umiliata a quel modo, mi ha eccitata da morire. Il mio vibratore è rimasto a casa con Ross. Stasera, Franci, quel ruolo spetta a te.»

La rabbia mi esplose dentro. «Ma che cazzo dici!» sbottai, tenendo la voce bassa per non farmi sentire al piano di sopra. «Hai esagerato, cazzo! È una delle tue migliori amiche! Ma che cazzo di amica sei? Vuoi usare me? Vuoi umiliare me? Va bene, cazzo, fallo! Ma lascia stare loro!»

Sofia mi rise in faccia. Una risata crudele, priva di empatia. Mi afferrò per i capelli e mi strattonò verso la sua camera da letto, in fondo al corridoio. «Non mi interessa la tua morale da quattro soldi. Entra.»

Mi spinse dentro e chiuse la porta a chiave. La stanza era illuminata solo dalla luna che filtrava dalle persiane. Sofia non perse un secondo. Con movimenti febbrili e sprezzanti, si sfilò l'abito nero, lasciandolo cadere sul pavimento. Era nuda, statuaria, una dea vendicativa e perfetta. Mi spinse sul letto. Caddi all'indietro, restando supino, indossando solo i miei boxer.

«Stai zitto,» mi intimò, salendo sul materasso a gattoni, posizionandosi esattamente sopra di me. «E leccami. Finché non sarò soddisfatta.» Ero preoccupato a morte per Sara, per Erika, per il disastro che stava implodendo in quella casa. Ma cosa cazzo potevo fare? Ero il suo cane. Aveva il video. Ero costretto.

Sofia non mi diede il tempo di pensare. Si abbassò su di me, calando il suo bacino nudo direttamente sulla mia faccia. Il profumo del suo sesso, unito alla vaniglia della sua crema, mi invase i sensi. «Parti,» ordinò, afferrandomi i capelli con entrambe le mani per tenermi la testa bloccata contro il materasso.

Chiusi gli occhi e aprii la bocca. Feci scivolare la lingua contro la sua intimità. Era già fradicia, madida di un'eccitazione prepotente scaturita dall'aver distrutto psicologicamente Sara. Iniziai a leccarla con movimenti ampi, assaporando il suo sapore forte, poi mi concentrai sul clitoride, succhiandolo con la pressione delle labbra. Sofia emise un gemito profondo, roco, gutturale. Il suo bacino iniziò a muoversi in modo circolare contro la mia bocca.

Volutamente, spingeva il suo peso verso il basso, schiacciandomi il naso e la bocca contro la sua vulva, tagliandomi l'ossigeno. Quando cercavo di rallentare per prendere una misera boccata d'aria, la sua mano scattava. Mi colpì con uno schiaffo secco sulla guancia o sul petto. «Non ti ho detto di fermarti!» ringhiò, stringendomi i capelli con una forza dolorosa, tirandoli per forzare la mia bocca ancora più a fondo contro di lei. «Più veloce. Muovi quella lingua!»

Ubbidii, soffocando. Era una tortura fisica e psicologica. Il mio cazzo, rinchiuso nei boxer, era diventato un pezzo di marmo infuocato. L'umiliazione di essere usato letteralmente come un oggetto, la sua spietata dominazione, l'assenza di respiro... tutto si fondeva in un'eccitazione straziante e involontaria. Mi faceva male l'inguine per quanto ero duro, sfregando inutilmente contro il lenzuolo ogni volta che mi dimenavo per cercare aria.

La lingua mi doleva per lo sforzo, ma non potevo smettere. Sofia era una furia. I suoi fianchi sbattevano contro il mio viso. «Ah! Cazzo, sì...» ansimò, inarcando la schiena. Le sue cosce si strinsero come una morsa attorno alle mie orecchie. L'odore della sua venuta mi riempì i polmoni mentre il suo corpo veniva scosso dal primo climax. Tremò violentemente, schiacciandomi il viso con tutta la sua forza. Riuscii a malapena a girare la testa di lato per prendere un respiro disperato, i polmoni in fiamme.

Ma non era finita. Prima ancora che i suoi spasmi cessassero del tutto, mi tirò di nuovo i capelli, riportando la mia bocca sul suo centro. «Continua,» ordinò, la voce rotta dal piacere ma spietata.

Dovetti ricominciare. Ora era ipersensibile. Ogni tocco della mia lingua le provocava sussulti violenti. Iniziò a gemere più forte, senza alcun controllo, colpendomi la spalla con un pugno chiuso per impormi il ritmo forsennato che pretendeva. Era una discesa all'inferno. Le feci raggiungere il secondo climax in pochi minuti; questa volta urlò contro il soffitto, il corpo teso come un arco, i fluidi che mi inondavano le labbra e il mento. Poi, mi costrinse al terzo. Una sessione infinita, asfissiante. Ero stordito dalla mancanza d'ossigeno, la bocca intorpidita, il sesso che mi pulsava con un dolore lancinante per l'erezione inappagata.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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