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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 2
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Capitolo 2 di 11 23 min di lettura

Soffocato dalle Loro Mutandine

Il senso di colpa per gli eventi notturni viene spazzato via da una scoperta agghiacciante che ribalta drasticamente le dinamiche di potere. Inizia un crudele rituale di sottomissione e umiliazione fisica, che si conclude lasciando in sospeso una misteriosa e oscura promessa per la notte.

Alessia
5 mesi fa · 981 letture · 2

La porta si chiuse, lasciandomi solo con il mio disastro. Mi lavai alla cieca, con movimenti meccanici. Mi infilai i pantaloncini e la maglietta come se fossero un'armatura troppo pesante e tornai in cucina. Sofia stava già affettando il pane, perfettamente calma.

Quando Erika, Sara e Lara irruppero in casa portando con sé il profumo di salsedine e crema solare, l'atmosfera si riempì di risate e voci. Ma io ero un fantasma. Non spiccicai parola per tutto il tempo. Preparai il sugo in un silenzio tombale, lo sguardo fisso sulle padelle, ignorando le battute di Sara e le occhiate confuse di Erika. Mangiai in silenzio, masticando cibo che non aveva più sapore. Lara era seduta di fronte a me, silenziosa quanto me, ma per motivi ben diversi. Io, invece, ero semplicemente distrutto.

Dopo pranzo, la stanchezza post-mare calò sulla villa. Erika mi seguì nella nostra stanza. Non appena chiuse la porta, si avvicinò, gli occhi accesi di quel desiderio famelico che fino a ieri mi faceva impazzire. Mi cinse i fianchi da dietro, baciandomi il collo e lasciando scivolare le mani sotto la mia maglietta, cercando la cintura dei miei pantaloncini. «Vieni a letto, amore...» sussurrò, con una promessa esplicita nella voce. «Sono tutta salata.»

Ma io mi irrigidii. Afferrai i suoi polsi, fermando le sue mani. Il pensiero di farmi toccare da lei, con la saliva di Sofia ancora impressa nella memoria e quel video appeso sulla mia testa come una mannaia, mi fece rivoltare lo stomaco. «No, Erika,» dissi, la voce piatta, priva di qualsiasi emozione. Mi liberai dal suo abbraccio e mi distesi sul letto, voltandole le spalle. «Oggi no. Ho preso troppo sole e ho un mal di testa tremendo. Voglio solo riposare.»

Sentii il materasso cedere dietro di me mentre lei si sedeva, ferita e disorientata dal mio rifiuto glaciale. Ma non feci nulla per consolarla. La scacchiera era stata capovolta, e io non ero più il re. Ero solo la pedina sacrificabile di una partita appena iniziata.

Il buio inghiottì il mio pomeriggio. Dormii un sonno pesante, privo di sogni, un meccanismo di difesa del mio cervello per spegnere l'orrore e l'umiliazione di quella mattina.

Quando riaprii gli occhi, la luce nella stanza era già ambrata. Erano le sette di sera. Erika era seduta sul bordo del materasso, fresca di sole, e mi accarezzava dolcemente i capelli. «Ehi, marmotta...» sussurrò, chinandosi a baciarmi la fronte. «Come ti senti? Tra un po' mangiamo qualcosa di leggero, le ragazze stanno preparando un aperitivo.» Mi misi a sedere a fatica, massaggiandomi le tempie. Il mal di testa era atroce, martellante. «Uno schifo. Mi scoppia la testa.» L'espressione di Erika si addolcì in una smorfia preoccupata. Mi prese il viso tra le mani, baciandomi la punta del naso con una tenerezza che mi fece venire voglia di piangere. «Amore mio, hai preso una bella insolazione. Senti, vado a farmi una doccia veloce per togliermi il cloro della piscina e ti cerco un'aspirina, va bene?»

«No, ferma,» le dissi, bloccandole delicatamente i polsi. Le lasciai un bacio lungo e rassicurante sulle labbra, sforzandomi di sorridere. «Tu vai a rilassarti e fatti la doccia. L'aspirina me la cerco io. Faccio subito.» Uscii in corridoio, stropicciandomi gli occhi. Incrociai Sara che usciva in quel momento dalla sua stanza, avvolta in un pareo trasparente. «Sarè, per caso hai un moment o un'aspirina? Ho la testa che pulsa.» Lei mi sorrise, fresca e bellissima come sempre. «Certo Franci, ce l'ho nel beauty-case. Vai pure di là, te la porto io tra due minuti.»

Tornai nella stanza padronale e mi chiusi in bagno. Erika era già sotto il getto dell'acqua. Mi sedetti sul bordo della vasca, appoggiando la schiena alle piastrelle fredde, e mi incantai a guardarla attraverso il vetro del box doccia. Il vapore annebbiava leggermente i contorni, ma la sua figura era perfetta. L'acqua le scivolava lungo la schiena curva, tracciando i contorni del suo sedere sodo e dei suoi fianchi. La amavo da impazzire. Per me era una dea scesa in terra. Eppure, guardandola insaponarsi i seni con la testa gettata all'indietro, l'unica cosa che riuscivo a provare era un senso di colpa soffocante, un veleno nero che mi corrodeva lo stomaco. La stavo ingannando.

All'improvviso, la porta del bagno si spalancò senza alcun preavviso. Feci un salto sul posto. Sara entrò con passo sicuro, tenendo una pillola e un bicchiere d'acqua in mano. «Eccomi, consegna a domici—» si interruppe, ridendo. Io mi alzai di scatto, imbarazzato da morire, cercando istintivamente di posizionarmi per coprire la visuale del box doccia. Ma Erika, da dietro il vetro, scoppiò a ridere insieme a lei, senza fare il minimo cenno di coprirsi. Come ricorda la regola, nell'erotico la spontaneità vince sulla complessità, e la loro confidenza era disarmante.

«Franci, ma rilassati!» ridacchiò Sara, appoggiandosi allo stipite della porta con estrema disinvoltura. «Guarda che io e la tua ragazza abbiamo fatto la doccia insieme per anni. Conosco ogni suo millimetro quadrato.» «Esatto, amore, non fare il pudico,» le fece eco Erika da sotto l'acqua, voltandosi verso di noi, l'acqua che le bagnava il décolleté perfetto.

Sara mi porse il bicchiere, ma il suo sguardo scivolò oltre la mia spalla, indugiando maliziosamente sul corpo nudo della sua amica. Si morse il labbro in quel suo tipico broncio innocente e mi diede una gomitata leggera. «Però devo ammetterlo, Franci... ha proprio due tette da paura. Fossi in te non uscirei mai da questa stanza.» L'imbarazzo lasciò il posto a una risata nervosa. La situazione era assurda, ma dannatamente eccitante. Feci il gioco di Sara, ammiccando verso il box doccia. «Eh, lo so bene. Infatti è una fatica immensa doverle condividere col mondo quando andiamo in spiaggia.» «Scemi tutti e due!» urlò Erika, spruzzando un po' d'acqua verso il vetro, ma il suo sorriso compiaciuto era evidente.

Bevvi l'acqua, buttando giù la pillola. Per un fottuto, meraviglioso istante, mi sembrò di essere tornato alla normalità. Eravamo solo tre amici che scherzavano in vacanza. Ma la realtà, spietata, scelse quel preciso istante per bussare.

Il mio telefono, appoggiato sul ripiano del lavandino, vibrò illuminando lo schermo. Sara era girata a parlare con Erika. Io abbassai gli occhi distrattamente verso il display. Il sangue mi si congelò nelle vene.

Un nuovo messaggio da Sofia.

Lo aprii a fatica, le dita che tremavano. Era un testo breve, tagliente. Le istruzioni per la notte. La mia prossima umiliazione. Lessi quelle tre righe due volte, incapace di credere a ciò che mi stava chiedendo di fare. Era una cosa orribile, deviata, una violazione così profonda dei miei limiti e del mio rapporto con Erika che mi sentii mancare l'aria. Non sapevo se avrei mai avuto il coraggio di farlo. Ma l'alternativa era il video. La fine di tutto.

Strinsi il telefono nel pugno fin quasi a spaccarne lo schermo, il respiro bloccato in gola, mentre le risate cristalline di Erika e Sara riecheggiavano spensierate nel bagno, ignare del baratro in cui stavo per sprofondare.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Scritto da
Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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