Il mio braccio era un pezzo di marmo infuocato. I muscoli tremavano per lo sforzo e la tensione accumulata era così densa che mi sembrava di avere piombo fuso nelle vene. Ero in ginocchio, completamente nudo sul pavimento freddo del bagno, la mano stretta a morsa sul mio sesso turgido e pulsante, pompando su e giù in un ritmo disperato.
Non potevo fermarmi. E non potevo venire.
Sopra di me, Sofia torreggiava in tutta la sua magnifica, crudele nudità. Il suo corpo perfetto, illuminato dalla luce bianca del bagno, era un monumento al potere. Ma il gioco, per lei, non si fermava a quel semplice atto di sottomissione visiva. Voleva distruggermi dall'interno.
Con una lentezza calcolata, Sofia si voltò verso il mobiletto e recuperò una bustina trasparente che aveva appoggiato lì prima. «Mentre tu stavi in cucina a non fare un cazz» sussurrò, la voce carica di una perfidia sensuale, «io ho fatto un giro per la casa. Ho frugato nelle vostre stanze. Ho preso dei... souvenir.»
Non potevo distogliere lo sguardo. I miei respiri erano corti, affannosi. Ero sull'orlo del baratro, la testa mi girava per l'eccitazione deviata e il terrore. Sofia aprì la bustina. Tirò fuori un pezzo di stoffa stropicciato. «Li riconosci questi, Franci? O nel buio di ieri notte non sei riuscito a vederli bene?» Erano un paio di slip bianchi, semplici. Quelli di Lara. Sofia si chinò su di me, i seni sodi che ondeggiavano appena, e mi schiacciò la stoffa contro il viso. L'odore mi invase le narici con la violenza di uno schiaffo: era un profumo dolce mescolato all'odore inconfondibile, pungente e muschiato dell'eccitazione di Lara, ancora intriso dei suoi umori dopo esserseli messi addosso finita la nostra scopata segreta. «Annusa cosa hai fatto alla santarellina,» ringhiò Sofia. Poi, con un gesto secco, mi afferrò la mascella. «Apri la bocca.» Cercai di resistere, ma lei strinse la presa, costringendomi a schiudere le labbra, e mi infilò gli slip di Lara in bocca, spingendoli dentro. Il sapore della stoffa e di quel peccato mi fece sussultare.
Il mio bacino scattò in avanti, la mano che accelerava il ritmo. Ero al limite, gli occhi sbarrati, ma lei non aveva finito.
Pesò di nuovo nella bustina. «Guarda qui. Questi li conosci bene.» Slip neri. Semplici. Quelli di Erika. Li aveva sfilati stamattina, proprio prima di prendermi in bocca. Il senso di colpa mi schiacciò il petto, ma il mio cazzo, in modo perverso e malato, divenne ancora più duro. Sofia me li strofinò contro il naso. L'odore della mia ragazza, il sapore salmastro del nostro sesso mattutino e della sua intimità mi inondò il cervello. «Annusa la tua ragazza, traditore,» sibilò Sofia, godendo della mia espressione stravolta. «Annusa quanto è ignara.» Poi, senza pietà, mi forzò anche quelli tra le labbra. Mi spinse la stoffa nera in bocca, schiacciandola contro quella bianca di Lara. Avevo la bocca completamente piena. Iniziai a sbavare, il respiro che passava a fatica dal naso. Soffocavo, ma non potevo smettere di masturbarmi, intrappolato in un vortice di umiliazione totale.
Volevo scoppiare. Le lacrime iniziarono a pungermi gli occhi, rigandomi le guance, mescolandosi allo sputo che mi aveva spalmato in faccia poco prima.
«E per finire...» la voce di Sofia era ora un sussurro roco e demoniaco. Tirò fuori un terzo indumento. Pizzo nero. Sottilissimo. Gli slip di Sara. Me li fece dondolare davanti agli occhi lucidi. «Questo odore ti è nuovo, vero? Chissà quante volte l'hai guardata di nascosto. Ora puoi assaggiarla.» Me li premette contro le narici. Era un profumo costoso, vanigliato, che si mescolava all'odore intimo, pulito e fottutamente eccitante della ragazza più irraggiungibile del gruppo. Rimase lì a farmeli annusare per secondi che sembrarono ore, costringendomi a inebriarmi di quel profumo mentre la mano mi scivolava sull'inguine madido di sudore.
Poi, con forza, provò a spingere anche il pizzo di Sara nella mia bocca già colma. L'eccesso di stoffa mi premette contro il palato. Un conato di vomito mi contrasse lo stomaco, un verso strozzato, pietoso, mi morì in gola. Ero in ginocchio, nudo, in lacrime, con la bocca tappata dalle mutandine sporche della mia ragazza e delle sue due migliori amiche, mentre mi segavo davanti a una donna nuda che mi disprezzava.
Era il punto di rottura. Il mio cervello andò in black-out sensoriale. «Sì...» sussurrò Sofia, vedendo il mio sguardo ribaltarsi. Si allontanò di un passo, incrociando le braccia sotto il seno, guardandomi come se fossi l'insetto più schifoso e affascinante della terra. «Ci sei. Ora svuotati, schiavo. Schizzati addosso. Fallo per me.»
Quell'ordine fu l'innesco. Non riuscii più a trattenere nulla. Il climax mi investì con una violenza inaudita. Il mio corpo si tese come una corda di violino, inarcando la schiena all'indietro, mentre venivo con spasmi incontrollabili e potenti. Il mio seme schizzò caldo sul mio stesso addome, sul pavimento, sul mio petto, macchiandomi in un'esplosione di puro, umiliante piacere.
Ero devastato. Fisicamente svuotato e psicologicamente a pezzi. Le lacrime mi scendevano silenziose, il petto che si alzava e abbassava furiosamente per cercare aria attraverso il naso, mentre Sofia, dall'alto del suo trono invisibile, mi guardava godendo immensamente del capolavoro di distruzione che aveva appena creato.
Il respiro mi usciva a scatti dal naso, i polmoni che bruciavano mentre il mio stesso seme mi si raffreddava addosso, segnando la mia totale e incondizionata disfatta. Sputai sul pavimento il groviglio di pizzo e cotone che mi aveva quasi soffocato, tossendo violentemente.
Sofia interruppe la registrazione, abbassando il telefono. Non mi disse di alzarmi. Fece un passo in avanti e sollevò di nuovo il piede nudo. Lo piantò esattamente sul mio cazzo ormai moscio, sporco e ipersensibile per l'orgasmo appena trascorso. Schiacciò con più forza del dovuto, premendo la pianta del piede contro la mia intimità vulnerabile. Il dolore sordo mi fece sussultare, facendomi piegare in avanti, ma lei aumentò la pressione, tenendomi inchiodato al pavimento.
«Sei proprio uno schifo,» sibilò, guardandomi dall'alto in basso. «Un patetico perdente, un debole incapace di tenerselo nei pantaloni. Fai pena.» Ogni suo insulto era una coltellata. La mia mente era in cortocircuito, sospesa tra il bruciore fisico e una vergogna così profonda da farmi desiderare di sparire.
All'improvviso, lo schermo del suo telefono si illuminò con una vibrazione. L'espressione di Sofia cambiò all'istante. L'aura della dominatrice spietata svanì per far posto a una lucidità fredda e calcolatrice. «Oh, guarda,» mormorò, leggendo la notifica. «Le altre mi hanno scritto. Hanno preso troppo sole, saranno qui tra dieci minuti.» Tolse il piede dal mio inguine, facendo un passo indietro. «Meglio ricomporsi e preparare qualcosa da mangiare. Non voglio sospetti, chiaro?»
Rimasi in un sacrosanto, tombale silenzio. Non avevo più voce. Mi alzai lentamente, le ginocchia che mi tremavano sul pavimento di ceramica. Mi sentivo umiliato, svuotato di ogni singola briciola di dignità maschile. Ero stato ridotto a niente.
Sofia si accorse del mio sguardo perso e rassegnato. Si avvicinò di nuovo, e prima che potessi indietreggiare, la sua mano scattò in avanti, afferrandomi la mascella con una presa d'acciaio. Mi strinse le guance, costringendomi a guardarla negli occhi. «Ascoltami bene,» mi sussurrò a un centimetro dalle labbra, il fiato caldo che mi sfiorava la pelle. «Se continui a fare il bravo cagnolino e ubbidisci senza fiatare, avrai delle ricompense. In fondo, sono una brava mammina con i cuccioli che sanno stare al loro posto.» Le sue dita premettero più forte, aprendomi la bocca a forza. E in quel momento, senza staccare i suoi occhi di ghiaccio dai miei, mi sputò direttamente in bocca.
Il sapore caldo della sua saliva mi invase la lingua. Ero troppo terrorizzato da quel video per sputarla; deglutii, compiendo l'atto finale della mia sottomissione. Lei sorrise, un sorriso crudele e trionfante. Si voltò, recuperando l'asciugamano da terra e avvolgendoselo attorno al corpo con una grazia spaventosa. «Datti una ripulita e muoviti,» disse, fermandosi un attimo sulla soglia del bagno. «Riposati oggi pomeriggio. Perché stanotte dovrai fare ben altro.»
