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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 9
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Capitolo 9 di 11 22 min di lettura

Nome Sbagliato, Cuore Spezzato e lo Schiaffo dell'Umiliazione

Il climax di una notte di passione rubata si trasforma in una tragedia psicologica quando un nome sussurrato nel buio distrugge ogni certezza. La menzogna diventa l'unica via di fuga in un gioco di ricatti dove il dolore e il tradimento diventano armi in mano alla spietata regista di questo scempio.

Alessia
4 mesi fa · 705 letture · 3

«Dimmi che mi ami...» ansimò Erika, liberando una mano per piantarmi le unghie nella schiena, graffiandomi la pelle. «Ti amo,» risposi, il respiro corto, spingendo più forte, ed era la cosa più vera del mondo. «Ancora. Dimmelo ancora, Franci.» «Ti amo... da impazzire. Sei la mia vita.»

Il climax era lì, sulla punta della lingua. Stavo per venire, stavo per inondarla con tutto l'amore disperato che avevo in corpo, e volevo urlare il suo nome fino a farmi sanguinare la gola. «E...» Iniziai a formularlo. Il suono stava per uscire.

Ma in quell'esatto, millimetrico istante, un piccolo clic secco tagliò il buio. Aprii gli occhi. Dalla parte opposta del divano, oltre il corpo addormentato di Sara, una luce azzurrina si era accesa. Il volto di Sofia era illuminato in modo spettrale dallo schermo del suo telefono. Aveva gli occhi spalancati, fissi su di me, freddi come l'azoto liquido. Non disse una parola. Non si mosse. Teneva il dito sospeso sullo schermo.

Il terrore mi azzerò la volontà. I polmoni mi si chiusero. Ero in ostaggio. Spinsi i fianchi in avanti con violenza, il mio corpo che si contraeva in preda all'orgasmo, e con la voce rotta, come una lama arrugginita che mi segava le corde vocali, pronunciai la condanna a morte.

«Sara.»

Venni dentro di lei con spasmi lunghi e potenti, ma non c'era più traccia di piacere, non c'era calore. Ero diventato un mostro. Erika si bloccò di colpo. Il suo corpo, che un attimo prima era un arco teso di pura lussuria, si spense all'istante, come un interruttore staccato a forza. Le sue unghie smisero di graffiarmi la schiena. Le pareti calde dentro di lei sembrarono rilassarsi in uno shock fisico totale, abbandonandosi.

Non ci furono urla. Non ci fu la scenata isterica che ci si aspetterebbe in un film. Ci fu solo il vuoto assoluto. Un abisso di silenzio assordante e innaturale, in cui il mio seme continuava a defluire dentro di lei mentre i nostri respiri si fermavano.

Rimase immobile sotto di me per secondi interminabili. Nel buio, vidi i suoi occhi nocciola sgranarsi, persi nel tentativo disperato di processare quello che le sue orecchie avevano appena sentito. Poi, con un filo di voce tremante che sembrava provenire da una dimensione lontana, sussurrò:

«Cosa hai detto?»

L'istinto mi urlò di abbracciarla. Feci per stringerla a me, per dirle che avevo sbagliato, che ero stanco, che non sapevo cosa stessi dicendo. Ma nel buio, la luce azzurrina di Sofia rimase accesa e fissa. Se provi a consolarla, invio tutto. Mi staccai da lei, uscendo dal suo corpo, tirandomi su i boxer. Il freddo dell'aria condizionata ci investì entrambi.

Erika si tirò su la maglietta e i pantaloncini con mani tremanti. Si rannicchiò nell'angolo del divano, il respiro spezzato. «Stavi pensando a lei?» mi chiese. La sua voce era un sussurro di cristallo rotto.

Sofia voleva l'esitazione. La ottenne. Rimasi in silenzio per tre fottuti, interminabili secondi. Lasciai che il dubbio le scavasse una voragine nel petto. «Non è questo il punto,» risposi alla fine. La mia voce non sembrava nemmeno la mia. Era fredda, meccanica. Innaturale.

Erika sussultò, come se l'avessi appena colpita fisicamente. Si portò le mani al petto, devastata, umiliata nel buio del salotto, a due passi dalla ragazza il cui nome avevo appena invocato. «Allora qual è il punto, Franci?» pianse silenziosamente. «Che io non ti basto? Che mentre eri dentro di me... mentre mi facevi l'amore... tu volevi lei?»

Il buio mi premeva addosso. Sofia mi guardava. Dovevo amputarmi l'anima per salvarla. «Non fare sempre la vittima, Erika,» ringhiai, a bassa voce, iniettando nella frase tutto il veleno che mi era stato ordinato di sputare. «Ogni volta devo rassicurarti come se stessi camminando sulle uova. Non ne posso più.»

Vidi il profilo di Erika scomporsi. Le lacrime iniziarono a bagnarle le guance. «Io oggi ti ho creduto,» singhiozzò, scuotendo la testa. «Ti ho creduto quando mi hai detto che eri mio.» Affondai la lama, girandola nella piaga della sua insicurezza: «Forse se non fossi così ossessionata da Sara, non avrei nemmeno pensato a lei. Forse volevi crederci troppo.»

Fu una frase mostruosa. Mi fece schifo anche solo sentirla uscire dalla mia bocca. Erika scattò. Mi prese il viso tra le mani, come aveva fatto sugli scogli, piantandomi le dita nelle guance. Ma non c'era forza, c'era solo un dolore animale. Mi diede una spinta sul petto, disperata. «Guardami e dimmi che non è vero!» sibilò nel pianto, scuotendomi. «Guardami, Franci! Dimmi che non hai pensato a lei mentre eri dentro di me!»

Non riuscivo a guardarla. I miei occhi scattarono verso Sofia. Nel buio, la luce azzurra si mosse. Sofia sollevò leggermente il telefono, il pollice pronto a calare sullo schermo. L'ultimatum finale.

Il panico mi accecò. L'adrenalina e il terrore presero il comando del mio braccio. Alzai la mano e, con un movimento secco, la colpii.

Fu uno schiaffo. Non un pugno violento, non un colpo da farla sanguinare, ma uno schiaffo secco, preciso, umiliante. Il suono della mia mano contro la sua guancia schioccò nel buio, secco come un ramo spezzato in una foresta ghiacciata. Sara si mosse leggermente nel sonno sul materasso. Poi, il silenzio più totale e terrificante inghiottì la stanza.

Erika rimase immobile. La testa voltata di lato per l'urto, i capelli scarmigliati che le coprivano metà del viso. La sua mano destra si sollevò lentamente, tremando, per premersi sulla guancia arrossata. Non pianse. Non urlò. Girò lentamente il viso e mi guardò. Ed era peggio di qualsiasi urto, peggio di qualsiasi urlo di rabbia. Nei suoi occhi non c'era collera, non c'era delusione. C'era il vuoto. Era il momento esatto in cui smetteva di sapere chi fossi. In cui l'uomo che amava moriva davanti a lei.

«Adesso ho capito,» sussurrò, la voce svuotata di ogni emozione.

Si alzò in piedi. Le sue gambe tremavano, ma si costrinse a stare dritta. Senza fare rumore, senza svegliare le amiche ignare, ci voltò le spalle e si incamminò verso le scale, sparendo nel buio del piano di sopra.

Rimasi seduto sul divano, con la mano che formicolava e l'anima ridotta in cenere. Nel buio assoluto del salotto, mentre il mio mondo crollava per sempre, la voce di Sofia scivolò nell'aria come una carezza demoniaca.

«Bravo.»

Solo allora, nel buio, vidi Sara.

Non dormiva più.

Era immobile sul materasso, gli occhi spalancati, lucidi, fissi su di me. Non disse niente. Non si mosse. Ma dal modo in cui teneva le mani strette al lenzuolo capii che aveva sentito abbastanza.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Scritto da
Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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