Siamo distesi su un grande telo da mare, la sabbia fresca che cede morbida sotto il nostro peso. La brezza notturna è un sollievo sulla pelle nuda. Erika è sdraiata a pancia in su, gli occhi aperti a fissare il tappeto di stelle sopra di noi. Si è tolta il prendisole, restando solo con il pezzo di sotto del costume. Il buio dipinge ombre dolci sulle curve del suo seno nudo, che si alza e si abbassa ritmicamente.
Io sono sollevato su un gomito, accanto a lei. Non riesco a smettere di guardarla. Dopo un mese di inferno, di silenzi e di paure, vederla così, rilassata e vulnerabile sotto il cielo notturno, mi fa stringere il cuore. Abbiamo lavorato sodo per rimettere insieme i pezzi. Camminiamo ancora sulle uova a volte, ma l'amore sta faticosamente vincendo sulla paranoia.
Le sfioro la pancia con la punta delle dita, tracciando linee invisibili sulla pelle resa d'oca dalla brezza. Lei sussulta leggermente, un sorriso tenero che le piega le labbra. Gira il viso verso di me, i suoi occhi castani che catturano un riflesso di luna. C'è ancora una punta di insicurezza nel suo sguardo, un'ombra che il buio non riesce a cancellare del tutto.
"A cosa pensi?" sussurra, la voce che si fonde col rumore della risacca.
"Penso che sei bellissima," le rispondo, chinandomi per baciare la sua spalla, assaporando il sapore del sale e della pelle fredda.
Erika si mette a sedere, girandosi verso di me. Mi accarezza il viso, i suoi occhi cercano i miei con una disperazione muta. "Ami me, Franci? Davvero? Solo me?"
È la domanda che mi fa spesso in quest'ultimo periodo. La domanda che nasconde tutta la sua paura di non essere abbastanza, la paura che il fantasma del nostro "gioco" e della cugina sia ancora tra noi.
Le afferro i fianchi con decisione, tirandola contro di me. "Amo solo te, Erika. Sei la mia vita. Non c'è nessun'altra in questa testa, e non voglio nessun'altra. Ci siamo solo noi."
Le mie parole, pronunciate nel silenzio assoluto di quella spiaggia, sembrano finalmente ancorarla alla realtà. Sorride, un sorriso che le illumina il viso, e mi bacia. È un bacio che inizia lento, umido, per poi trasformarsi rapidamente in qualcosa di più intenso e affamato. La passione, quella vera, pulita, che ci lega da sempre, esplode tra noi, protetta dall'oscurità.
Erika mi spinge dolcemente all'indietro, mettendosi a cavalcioni su di me. Le sue gambe nude si avvolgono intorno ai miei fianchi, il contatto tra la sua pelle e la mia è una scossa. Con un movimento rapido, mi slaccio il costume, spingendolo giù. Lei fa lo stesso con lo slip, gettandolo sulla sabbia.
La guardo, una silhouette perfetta contro il cielo stellato, offerta a me in totale fiducia. Non c'è più il vetro di una finestra a separarci, non ci sono sguardi voyeuristici né competizioni malate. Ci siamo solo noi due, invisibili al mondo.
"Voglio sentirti, Franci," ansima lei, le mani che vagano sul mio petto, stringendomi con forza.
La guido, ed entra in me con un movimento lento, inabissandosi con un gemito soffocato che si perde nel rumore del mare. Il calore interno del suo corpo è un contrasto bruciante con la brezza fredda della notte.
Iniziamo a muoverci con un ritmo dolce, sincrono, una danza di carne che celebra la nostra riconciliazione. Le mie mani accarezzano la sua schiena nuda, scendendo fino a stringerle i glutei sodi per dettare il ritmo. Ogni spinta è una promessa, ogni suo respiro spezzato una rassicurazione.
Mentre la scopo sotto le stelle, la tiro giù, baciandole il viso, il collo, i seni, sussurrandole parole d'amore contro la pelle. Voglio che si senta unica, venerata. Voglio che il buio di questa notte lavi via tutta la sporcizia che le ho buttato addosso un mese fa.
"Sei mia, Erika. Solo mia," sussurro contro la sua bocca, la voce rotta dal piacere denso che mi sta travolgendo.
"Sono tua, Franci. Sempre," risponde lei, inarcando la schiena, stringendosi a me con una foga disperata che mi graffia l'anima.
Aumento il ritmo, i nostri corpi che si scontrano con un suono sordo, mascherato dalle onde. Il freddo della notte, il sapore del mare, il profumo dei suoi capelli, la morsa stretta e bagnata del suo corpo attorno al mio... tutto si fonde in un'unica, travolgente sensazione di estasi. Nessuna costrizione, nessun ricatto. Solo noi.
L'orgasmo mi travolge con una violenza che mi mozza il fiato. Un calore potentissimo esplode da me, inondandola nel profondo. Nello stesso istante, sento il suo corpo contrarsi attorno a me, un lamento straziato e bellissimo che le sfugge dalle labbra mentre anche lei raggiunge l'apice, crollandomi addosso tremante.
Collassiamo l'uno sull'altro, un ammasso di membra sul telo da mare, la sabbia che ci sfiora i fianchi. Il cuore mi martella contro il suo petto, il respiro mi brucia in gola, ma dentro di me c'è una pace che non provavo da mesi.
Restiamo abbracciati in silenzio, scaldandoci a vicenda nella notte fresca, ascoltando la marea. Erika si stringe a me, il viso sepolto nell'incavo del mio collo.
"Ti amo, Franci," sussurra, la voce finalmente piena di una serenità pura.
"Ti amo anche io, Erika," le rispondo, stringendola più forte, guardando le stelle. "Più di qualsiasi altra cosa."
Tutto sembra andare per il verso giusto. La tempesta è passata, la ferita si sta chiudendo.
Almeno, così credevo. Credevo di aver sigillato il mio mondo, di aver costruito una fortezza attorno a me ed Erika.
Dopo averla riaccompagnata a casa, con ancora addosso il profumo del mare e della sua pelle, guido verso il mio appartamento. Le strade a quell'ora di notte sono deserte, illuminate solo dai lampioni arancioni che scorrono sul parabrezza. Mi sento leggero, ripulito.
Parcheggio l'auto a pochi metri dal portone del mio palazzo. Spengo il motore, prendo le chiavi, ma quando alzo lo sguardo, il sangue mi si gela all'istante nelle vene. Il respiro mi si blocca in gola.
Appoggiata al muro del mio palazzo, mezza nascosta nell'ombra di un lampione, c'è una figura. Non ha bisogno di presentazioni. Quella postura, quell'aura magnetica che distorce l'aria attorno a lei... potrei riconoscerla anche bendato.
È Giada.
È la sua prima mossa in un mese intero, e l'ha fatta presentandosi direttamente sotto casa mia, nel cuore della notte. Un'audacia che non mi aspettavo e che mi fa scattare tutti i campanelli d'allarme nel cervello. Scendo dall'auto con le gambe molli, chiudendo lo sportello con un tonfo metallico che rimbomba nel silenzio della via. Faccio un paio di passi verso di lei, restando a distanza di sicurezza, come ci si avvicina a un animale feroce.
Ma quando la luce del lampione la illumina in pieno, qualcosa non torna.
Non indossa i suoi soliti abiti provocanti, non c'è traccia della dominatrice inarrivabile della montagna. Indossa un vestito estivo scuro, semplice, e ha i capelli sciolti, leggermente arruffati. Il trucco è quasi inesistente, o forse sfatto. E i suoi occhi... i suoi occhi neri, di solito due pozzi di arroganza, sono lucidi, stanchi.
Sembra... spezzata.
"Che cazzo ci fai qui, Giada?" le sibilo, la voce che mi trema, cercando di mantenere un tono duro per nascondere il panico. "È l'una di notte. Vattene prima che qualcuno ti veda."
Lei fa un passo verso di me. Le sue braccia sono incrociate sul petto, come se avesse freddo nonostante l'afa di luglio. "Franci," sussurra. La sua voce non ha quel tono tagliente e suadente a cui mi ha abituato. È un sussurro fragile, quasi tremante. "Non sapevo dove altro andare. Per favore... possiamo parlare?"
Il mio cervello urla di scappare. È una trappola. È l'ennesimo gioco. "No," rispondo secco, facendo un passo indietro. "Non abbiamo niente da dirci. Ho sistemato le cose con tua cugina. Ho fatto una fatica del diavolo per rimettere insieme i pezzi e non ti permetterò di buttare all'aria tutto un'altra volta."
"Non sono qui per Erika," ribatte lei, alzando il viso verso di me. La vulnerabilità sul suo volto mi colpisce come un pugno allo stomaco. Non l'ho mai vista così. La regina di ghiaccio sta tremando. "Sono qui per te. Sono stata in silenzio per un mese, Franci. Ho cercato di far finta di niente, di dimenticare... ma sto impazzendo. Ti prego. Solo cinque minuti."
Ti prego. Giada non prega mai. Giada ordina. Sentirle pronunciare quelle due parole mi destabilizza completamente. È così bella, anche in questa veste dimessa, e il fatto che si stia mostrando così debole, così disarmata proprio davanti a me, accende un misto di tenerezza contorta e di attrazione fatale che non riesco a gestire. La temo. So che se le permetto di avvicinarsi, la mia lucidità andrà in mille pezzi. Ma l'idea di lasciarla lì, da sola e tremante nella notte, è un pensiero che il mio corpo rifiuta di accettare.
"Cinque minuti," cedo, la voce roca e rassegnata, la mia stessa condanna che mi esce dalle labbra. "Entra in macchina."
Sblocco le portiere. Entriamo nell'abitacolo. Chiudo gli sportelli e il mondo esterno scompare, lasciandoci isolati in una scatola di metallo. Appena si siede sul sedile del passeggero, il suo profumo riempie l'aria. Vaniglia scura, ambra, e un sentore di pelle calda. È lo stesso profumo che mi ha perseguitato per un mese intero, lo stesso che mi faceva mancare il respiro alla villa. Il contrasto tra l'odore di sale e di purezza che mi ha lasciato Erika e questa fragranza torbida, peccaminosa, mi fa girare la testa.
