Le sue dita sfiorano l'elastico della mascherina di seta nera. Sta per toglierla. La blocco, afferrandole il polso con dolcezza ma con una fermezza che mi fa tremare il braccio. “Fermo, amore…” sussurro, cercando disperatamente di controllare il respiro affannato. “Facciamo un gioco. Tieni la mascherina.”
Erika si immobilizza. È confusa, intontita dal sonno, ma le mie mani sul suo corpo e il peso di me sopra di lei la risvegliano in un altro senso. Le sue mani scendono libere, tastando il mio petto nudo fino ad arrivare ai miei addominali. “Franci… ma sei sudato. Sei bollente,” mormora, sorpresa, ma sento già la sua voce vibrare di una nuova, improvvisa eccitazione. È confusa, non si fa domande sulla logica della situazione, si lascia semplicemente guidare dal calore del mio corpo e dall'idea del "gioco".
Mi abbasso e la bacio con passione. Devo distrarla. Devo riempirle i sensi prima che il suo cervello si accenda. Le nostre labbra si uniscono in un bacio profondo, ma appena mi spingo oltre, Erika si ritrae di un millimetro, arricciando il naso sotto la mascherina.
“Mh… amore,” sussurra, confusa. “Hai uno strano sapore in bocca. Di cosa sa?”
Gelo totale. Il sapore di sua cugina. “Ho… ho bevuto un goccio dell'amaro di tuo padre, giù in cucina,” mento con una freddezza che mi fa paura da solo. “Mi serviva per digerire tutta quella torta prima di venire a svegliarti.”
Sembra funzionare. Erika sorride pigramente e mi accarezza la nuca. “Mh, va bene... giochiamo, allora.” Le sfilo il vestitino con movimenti lenti e calcolati, facendolo scivolare oltre i fianchi, prestando un'attenzione maniacale a non sfiorarle il viso per paura di spostarle la mascherina di un solo millimetro.
Mentre la spoglio, il mio sguardo scatta inevitabilmente di lato, nel buio della stanza. Giada è in piedi, a mezzo metro dal letto. Nel sacrosanto silenzio, si sta infilando di nuovo le sue mutandine di pizzo nero. Non è arrabbiata per l'interruzione. Al contrario. Mi fissa nel buio e sorride. È eccitata da morire. Vedermi mentire a sua cugina, sentire il sapore della sua intimità scambiato per liquore, assistere a questa farsa oscena a due passi da lei l'ha mandata su di giri molto più della penetrazione stessa.
Con un gesto della mano, mi fa un piccolo cenno di saluto. Poi, muovendosi come un fantasma, scivola verso la porta, uscendo di soppiatto per andare a recuperare i miei vestiti e il suo vestitino rimasti sparsi sul pavimento della camera di Giulia. Mi lascia lì, nudo, bollente e sporco del suo sapore, pronto a fare l'amore con la mia ragazza bendata.
Il buio della stanza è squarciato solo da quel sottile e tagliente rivolo di luce che filtra dalle tapparelle, ma è sufficiente per vedere la porta aprirsi senza emettere il minimo suono. Giada scivola dentro come un'ombra, i miei vestiti recuperati e piegati con cura su un braccio. Li appoggia silenziosamente ai piedi del letto, poi si accomoda sulla poltroncina di velluto nell'angolo, accavallando le gambe.
Io sono chino su Erika. La mia bocca è incollata ai suoi seni, succhio e mordo la sua carne con una fame che non è dolcezza, ma puro possesso. La mascherina nera le copre gli occhi, rendendola vulnerabile, cieca alla perversione assoluta che si sta consumando a due metri da lei.
"Cazzo, Eri... sei così bagnata per me," le sussurro all'orecchio con voce roca, spingendo due dita dentro di lei per prepararla, trovandola già fradicia e pulsante. Erika inarca la schiena, le mani che stringono a pugno le lenzuola. Il gioco della benda l'ha accesa in un modo che non mi aspettavo. "Sì, amore... lo sai che mi fai impazzire quando fai così," ansima, muovendo il bacino contro la mia mano. "Mettilo dentro... scopami, Franci. Fammi sentire tua." "Voglio sentirti gridare," le rispondo, sporcando le parole, alimentando il nostro fottuto teatrino. "Voglio sfondarti finché non ti ricordi nemmeno come ti chiami. Sei la mia troietta stasera, vero?" "Sì... cazzo, sì!" geme lei, eccitata da quel linguaggio che di solito non usiamo, stravolta dalla mia improvvisa aggressività.
Ma mentre le sussurro queste oscenità, i miei occhi non sono su di lei. Sono puntati nell'angolo della stanza. Giada mi sta fissando. Con una lentezza ipnotica, fa scivolare la spallina del vestitino appena rimesso, abbassando la scollatura finché una delle sue tette meravigliose non scatta fuori, nuda e turgida. La sua mano si chiude sulla propria carne, strizzandola con forza, il pollice che accarezza il capezzolo scuro facendolo indurire sotto il mio sguardo. E non si ferma lì. Con l'altra mano, solleva il bordo della gonna. Le sue dita lunghe, quelle stesse dita che poco prima mi sfioravano, spariscono sotto il pizzo delle sue mutandine. La vedo muovere il polso, infilandosi due dita dentro con una pressione lenta e sfacciata.
È uno spettacolo che mi disintegra la lucidità. Vuole che io faccia lo show per lei. Vuole che le dimostri che animale sono.
"Alzati," ordino a Erika, afferrandola per i fianchi. Mi metto seduto sul materasso, appoggiando la schiena contro la testiera del letto, posizionandomi in modo da avere una visuale perfetta su Giada. Attiro Erika sopra di me. Lei si mette a cavalcioni, le ginocchia ai lati dei miei fianchi. La mascherina nera le impedisce di vedere qualsiasi cosa, affidandosi totalmente alle mie mani che la guidano.
La allineo alla mia virilità, dura come il marmo, pulsante, bagnata della saliva di Giada e degli umori di Erika. La afferro per i glutei e la spingo giù con forza. La penetrazione è profonda, totale. Erika caccia un urlo strozzato, gettando la testa all'indietro. "Oddio, Franci... sei enorme..." balbetta, sconvolta dalla prepotenza con cui l'ho riempita.
Inizio a spingere dal basso. È una scopata intensa, violenta, rabbiosa. Ogni colpo fa sbattere i nostri bacini con uno schiocco umido e osceno che rimbomba nella stanza buia. Erika è stravolta: di solito facciamo l'amore, ma stanotte la sto letteralmente possedendo con una ferocia che le toglie il fiato. Le mie mani le stringono i fianchi, lasciandole i segni rossi sulla pelle chiara, dettando un ritmo spietato che la fa rimbalzare su di me. I suoi seni ballano a ogni mia spinta, e lei ansima, completamente in balia della mia foga, credendo di essere l'unica ragione della mia eccitazione.
Ma la verità è fottutamente diversa. Mentre sfondo Erika, i miei occhi sono incatenati a quelli di Giada. È un quadro di perversione assoluta. Giada mi guarda dall'angolo, il viso piegato in quell'espressione aristocratica e giudicante, mentre la sua mano accelera sotto la gonna. Il suono umido delle sue dita che entrano ed escono si mescola ai gemiti acuti della cugina. Si stuzzica il capezzolo, arrotolandoselo tra l'indice e il pollice, ansimando piano, le labbra socchiuse.
"Guardami..." sussurra Giada, muovendo le labbra senza emettere suono, in modo che Erika non possa sentirla. Guardami mentre la scopi.
La sua sfacciataggine mi manda il sangue al cervello. Spingo dentro Erika con ancora più violenza, ringhiando come una bestia. "Franci... rallenta, ti prego, è troppo profondo!" piagnucola Erika, ma è un lamento intriso di piacere assoluto. "Zitta e godi," le ringhio contro, afferrandole i capelli per tirarla verso di me e morderle il collo, mentre continuo a fissare Giada oltre la sua spalla.
Siamo tre corpi incastrati nella stessa rete di lussuria. Io che martello Erika senza pietà, Giada che si masturba guardando la mia virilità scomparire dentro sua cugina, ed Erika, cieca nel suo letto, che si lascia distruggere dalla passione, convinta che il bravo ragazzo abbia finalmente lasciato il posto all'uomo dominante che desiderava. E la tensione nella stanza è così spessa che basta una sola scintilla per far esplodere tutto
