e comunque scoparmi una bella gnocca come Gioia mentre la tenevo salda e la sbattevo da dietro non era proprio qualcosa di disprezzabile… tutt’altro: le era cresciuto un bel culone e non era certo “tonico” come quello di Stella, ma mi attizzava comunque tantissimo, e quel movimento di chiappe sbattute e tette che ballavano avrebbe fatto davvero sborrare un morto!
dopo la pecorina me la feci montare sopra, era stanca e si vedeva così decisi (anche se lei non voleva fermarsi) che avremmo concluso così, la lasciai cavalcare lentamente e la aiutai a raggiungere l’ennesimo orgasmo stimolandola con le dita sul grilletto e succhiandole i capezzoli, e quando lo raggiunse in un eccesso di passione cominciò a cavalcarmi furiosamente schiacciandomi le palle ma portandomi all’ennesima sborrata di quel giorno assurdo, inondandole la vagina.
e quando tutto tornò calmo e Gioia si fu addormentata appoggiata sopra il mio petto, tornai a pensare a quanto stava succedendo, e a quello che stava per succedere… e fu come vedere un temporale all'orizzonte, il cielo scuro, lampi in lontananza, rumori di tuoni… e tu sei lì che guardi, e aspetti, e sai che sta arrivando ma non ne conosci l’intensità: magari sarà qualcosa di epico, qualcosa che ti ricorderai per il resto della tua vita, magari sarà solo tanto rumore e niente altro.
non mi restava altro da fare che aspettare che arrivasse quel temporale, prepararmi al meglio, gonfiare il petto e affrontarlo senza paura.
baciai Gioia che dormiva pacifica e dentro di me le promisi che non le avrei mai fatto del male, mai più, e che quello che le poteva far male… semplicemente non l’avrebbe mai saputo, almeno non da me.
“perché il desiderio che hai per una donna come Stella non sarà mai confrontabile né… sovrapponibile all’amore che provi per Gioia” mi dissi, “sono due aspetti del desiderio, ma guai se lasci prevalere uno sull’altro…”
e con questo pensiero mi addormentai insieme a lei, con buona pace della cucina e dei piatti ancora da fare.
la domenica passò veloce così come tutta la settimana successiva, un po’ di casino sul lavoro, qualche telefonata di Stella che sondava il terreno ma senza alcuna pressione, un paio di “mattate” di Gioia che ne escogitò una delle sue proponendomi di farci un tatuaggio, e arrivò un altro weekend.
e successe qualcosa che né io né Gioia avevamo preventivato.
il sabato mattina, inaspettata e non annunciata, Sara tornò a casa.
e fu un gran casino, non solo perché aveva litigato con il suo ragazzo ed era letteralmente scappata facendo perdere le proprie tracce (dovetti chiamare io i genitori di quell’altro per avvertirli che era da noi, sana e salva, prima che chiamassero le forze dell’ordine), ma anche perché in un certo senso ci rovinava i piani…
ma ovviamente la sua felicità era prioritaria, su qualsiasi cosa.
passò tutto il sabato con la mamma in giro a fare shopping e a distrarsi (con la carta di credito di papà), ma la sera, dopo cena, mi si incollò addosso.
ed eccola qui, la mia bambina, diciannove anni di donna, bella come la sua mamma (anche il culone, che stava crescendo, era quello di mamma), già ampiamente “navigata” anche se quelli non erano fatti miei ma pur sempre la mia bambina.
sembrava un po’ triste e non reagiva neppure al solletico così me ne inventai una delle mie.
“ti va di uscire insieme a me?” le chiesi.
si staccò e mi guardò storta, quasi volesse dirmi “mi sto quasi mollando con il moroso e tu fai lo stronzo?”
“ti va di andare al luna park?"
cacciò fuori gli occhi dalle orbite!
“solo noi due?” mi chiese, esaltata.
“ovvio…”
schizzò in piedi e gridando come una pazza per la felicità andò a prepararsi e in meno di mezz’ora eravamo in auto, in direzione lago, puntando verso il luna park che era ancora più o meno identico a quando ce la portavo da bambina, una vita fa.
e non la finivamo più di fare giri sull’ottovolante, sugli autoscontri, su altre giostre che mi facevano girare la testa, a pescare le paperelle e a lanciare anelli attorno ai premi che non vincemmo mai, e poi le presi i popcorn più schifosi che avessi mai assaggiato e le patatine fritte più salate del mondo e lo zucchero filato rosa (un dentista che compra lo zucchero filato alla figlia, da fucilazione alla schiena senza processo!!!), e a mezzanotte passata, quando alcune delle attrazioni stavano cominciando a chiudere, Sara era abbracciata al suo papà, esausta ma felice, con al seguito peluche e un sacchetto di caramelle gommose..
tornammo al parcheggio e come sempre scoprii che davvero l’auto l’avevo messa in culo alla luna, ma prima di salire Sara si guardò attorno.
“papi…” mi chiese, “io devo fare la pipì…”
evidentemente tutte le donne della mia vita sentivano il bisogno di condividere la loro urina con me!
“ok…” le risposi guardandomi attorno, “non c’è nessuno, va dietro la macchina e falla…”
“no…” mugugnò, “puoi stare con me che ho paura?”
“Sara…” provai a dirle, “paura di che cosa che siamo soli? e poi sei grande, dai…””
ma non ci fu niente da fare, l’accompagnai dietro l’auto e la guardai (solo per un istante, perché dopo ovviamente distolsi lo sguardo) mentre si abbassava le mutandine mostrandomi la cosina pelosa, poi davvero guardai tutto attorno e sentii il caratteristico “psssssssss” delle donne che fanno pipì quando sono tese (se sono rilassate anche la muscolatura pelvica lo è e la pipì quando esce non è a spruzzo ma a cascata, così almeno sosteneva un caro ex collega sedicente intenditore), e dopo qualche istante Sara si tirò su e venne ad abbracciarmi.
era stata una serata “reunion”, di quelle che ogni tanto ci vogliono sia con gli amici che con i figli o con i parenti, e servì, o almeno io mi sono messo in testa che servì, perché mentre eravamo di ritorno verso casa le arrivò un messaggio, Sara guardò il display ma poi si voltò dall’altra parte.
gliene arrivò un altro e poi un altro ancora, e stizzita prese il telefono e lo chiuse nel cassettino.
“ehi, che c'è?" le chiesi, ma non rispose.
“amore…” le dissi ancora, “amore di papà, su, parlami…”
scoppiò a piangere, mi disse che era… innamorata follemente di lui ma che non riusciva a capire e comprendere perché lui fosse così poco attento e poco… buono con lei.
“scusa, ma ‘poco buono con te’ che cosa vuol dire?” le chiesi, e pensai a quella massima che dice ‘se tocchi la mia bambina io poi tocco te, e ricordati che ho una vanga, un’intera pianura a disposizione e soprattutto un alibi’.
ma non era niente di quello che temevo, lui era solo un ragazzo e gli piaceva uscire con gli amici, giocare a calcetto e con la Playstation…
e sorrisi, perché capii che quella non era una vera “crisi da adulti” ma qualcosa di molto più adolescenziale, quindi recuperabilissima.
le spiegai il mio punto di vista, di come ragionano gli uomini e come invece ragionano le donne, e di alcune incompatibilità che sono proprie di ciascun genere sessuale: e alla fine i suoi occhioni azzurri come quelli di mamma smisero di produrre lacrime e tornarono ad essere luminosi e scintillanti, come la luna che si vedeva nel cielo e che ci guidava verso casa.
alla fine riprese il telefono, mandò qualche messaggio e ne ricevette… tonnellate in cambio, e quando eravamo quasi alle porte di casa si voltò verso di me e fece una smorfia.
“papi… puoi fermarti che lo chiamo?”
sorrisi e le accarezzai il viso, accostai ma non la feci scendere lasciandola in auto al fresco e al sicuro, e quasi mezz’ora dopo, quando ebbe finito, scese a sua volta e venne ad abbracciami.
“la mia bambina…” le sussurrai sentendo che mi stringeva ancora più forte, “la mia bambina è una donna ormai…”
tornammo a casa e Sara si tuffò tra le braccia della mamma e quella notte dormirono insieme relegandomi nella camera degli ospiti (perché nessuno, senza alcuna eccezione, era autorizzato a dormire nella sua cameretta!), e il mattino successivo le sentii ridere ancora nel letto.
preparai la colazione come ai vecchi tempi e dopo una riunione a tavola portai Sara in stazione, perché Gioia non se la sentiva avendo già pianto abbastanza per il distacco.
Sara mi abbracciò così forte che mi fece davvero male alle costole, con mamma lontana le allungai ancora un bel pacchetto di soldini (“questi sono solo per te, mi raccomando” le dissi, “usali solo per te da parte di papà!”) e quando dall’altoparlante annunciarono che il suo treno era in partenza Sara mi gettò le braccia al collo e mi baciò sulle labbra, un bacio inspiegabilmente lungo e umido che un po’ sorprese anche lei, ma alla fine afferrò il suo trolley e in un ballare di tettine e chiappone scese le scale mobili salutandomi con la mano, e scomparendo come fa una nave all’orizzonte.
