mi interessava solo una cosa, che qualche stanza più in là c’era una donna immobile su un lettino.
sentii il medico parlare con l’infermiere e ordinare una flebo di benzodiazepina e di monitorare i parametri vitali entro l’ora successiva, e se tutto era in ordine sarei stato dimesso.
mi salutò senza che le rispondessi e poi se ne andò.
tornai nel corridoio, pronto per stare con Gioia e non lasciarla sola anche se per quello era tardi, ma non mi portarono nella sua stanza ma in un’altra molto più grande, con altri letti e con altri pazienti, mi parcheggiarono in un posto libero e lì rimasi per altre ore immerso nei pensieri che ormai erano sempre più cupi e distruttivi.
e ancora una volta ripensai a quello che era successo, alla sera prima, ai due uomini che la toccavano e la baciavano, al mio furore, alla rabbia, al desiderio di vendetta e di fargliela pagare…
“ecco a cosa ti ha portato” mi dissi, “volevi vendetta? eccoti servito!”
“e per che cosa? per il tuo orgoglio ferito?”
“sei contento, adesso?” mi chiesi ancora, “sei contento? non la volevi condividere con nessuno, e adesso non sarà più di nessuno, sei felice? ti senti più uomo così?”
con le mani sulla faccia ricominai a versare lacrime amare, gli occhi mi bruciavano e sighiozzavo così forte che venne la stessa infermiera di prima, mi mise ancora una mano sulla testa e mi sussurrò “stai calmo, stai calmo, su…”, ma visto che non riuscivo a farlo tirò le tende tutto attorno a me e mi lasciò sfogare, e qualche istante dopo tornò con la flebo, la attaccò al “rubinetto” che avevo sul braccio destro, regolò le gocce e nel giro di pochi minuti ero ko.
e cominciarono gli incubi, non li ricordo ma erano così terribili da svegliarmi con il fiatone e il cuore in gola, come se avessi corso per salvarmi da qualcosa che era uscita dal buio per prendermi, e portarmi via.
probabilmente era notte quando mi vennero a prendere, mi portarono in un’altra stanza dove c’erano i miei effetti personali, mi dissero che potevo vestirmi e che un “dirigente medico” voleva parlarmi, se potevo, solo cinque minuti.
annuii, mi rivestii con jeans e maglietta ancora bagnati, infilai le scarpe piene d’acqua e lo vidi entrare.
si presentò ma non ricordo né il suo nome né il suo ruolo, lesse la scheda e poi mi chiese “che è successo?”
glielo ripetei, per l’ennesima volta, ero fuori con l’auto (non menzionai il litigio, non volevo che classificassero l’incidente come… s-suic… non riuscii a nemmeno a pensare quella parola), ripetei che avevo dimenticato il telefono e che ero ritornato dopo venti o trenta minuti, che avevo recuperato il telefono dentro casa e dopo essere uscito avevo visto il cancellino aperto, ero andato a chiuderlo e…
e rividi ancora il corpo di Giulia sul fondo, a braccia e gambe aperte, come una stella marina, con la camicia da notte che svolazzava sopra di lei come una gigantesca medusa.
“ho capito” mi disse dopo aver annotato tutto, “è stato uno sfortunato incidente, mi dispiace signor Rastrelli” aggiunse, fece una specie di accenno di saluto con il mento e poi se ne andò.
già, “uno sfortunato incidente…” sussurrai
tornò l’infermiere che mi diede una cartelletta con dentro i documenti, la TAC, le analisi e altre cose e mi disse che ero libero di tornare a casa, ma al solo pensiero che avrei trovato la casa vuota e con quel ricordo agghiacciante del suo corpo sott’acqua mi paralizzai.
ma lo dovevo fare.
tornare a casa, prendere qualcosa e poi andarmene da lì.
“posso… posso andare a vederla?” gli chiesi.
“ma sì, certo…” rispose l’infermiere, mi chiese se fossi in grado di camminare da solo e valutato che ero in grado di farlo mi accompagnò nel famigerato corridoio, quello che popolerà da lì in avanti quasi tutte le mie notti, arrivai alla stanza di Gioia, esitai prima di entrare ed eccola lì, sempre immobile, esattamente come l’avevo lasciata.
e vederla così… fu straziante.
mi sistemai sulla poltrona e restai a guardarla senza poter distogliere gli occhi dal suo viso pallido, i capelli si erano asciugati ed erano come pettinati, tutti di lato, come li portava sempre ma dalla parte sbagliata.
restai a guardarla, imbambolato.
sapevo che non sarebbe rimasta lì a lungo e che prima o poi l’avrebbero portata via, ma fino a che era lì restai a guardarla.
non so quanto tempo passò, ma di lì a non molto mi dissero che era ora che me ne andassi.
mi alzai e mi avvicinai a lei, ricacciai indietro le lacrime per un’ultima volta e la guardai da vicino, era sempre immobile.
“ciao amore mio…” sussurrai, le accarezzai i capelli senza azzardarmi a sfiorarle la pelle e sentii di nuovo le lacrime che sgorgavano.
non mi sorreggevano le gambe e mi dovetti attaccare al suo lettino, recuperai l’equilibrio e annuii rassicurando l’infermiere che era pronto a prendermi prima che cadessi, mi fece sedere di nuovo e comprendendo il mio stato mi disse che potevo stare ancora al massimo mezz’ora, prima che passasse il giro visite.
lo ringraziai e restai solo, mi sedetti ma poi preferii starle vicino, più che potevo.
“amore mio… perdonami…” sussurrai, e il suono delle mie parole schiantò la mia resistenza e mi misi di nuovo a piangere.
caddi in ginocchio e mi prostrai colpendo più volte il pavimento con la fronte, mi sfogai e poi mi alzai di nuovo asciugandomi la faccia con la maglietta, e di nuovo mi chinai su di lei.
ero pronto per andare ma…
dovetti chiudere gli occhi, strizzarli forte e poi riaprirli e…
Gioia aveva riaperto i suoi.
non ressi all’emozione, arretrai ricadendo sulla poltrona e per poco non mi rovesciai, gli occhi scattarono sul monitor che c’era dietro alle sue spalle e vidi che i numeri erano impazziti, lampeggiavano ed erano diventati rossi.
ebbi qualche istante di panico, poi cercai il pulsante rosso dietro di me e lo premetti sentendo il bip bip bip dell’allarme fuori dalla porta ma non venne nessuno, o forse ero io che non potevo aspettare oltre, così uscii in corridoio e gridai “MI SERVE AIUTO” e finalmente arrivò l’infermiere, controllò gli occhi di Gioia che ora si stava agitando e un istante dopo arrivò la dottoressa che mi aveva visitato e un’altra infermiera con un carrello che sbatteva a destra e a sinistra.
mi schiacciai in un angolo, angosciato e terrorizzato nel vedere quello che succedeva, l’infermiere che teneva bloccata sul lettino Gioia che si contorceva e sbatteva la testa avanti e indietro, la dottoressa che aspirava con una siringa il liquido da un vasetto con il tappo dell’ago tra i denti, l’altra infermiera che preparava freneticamente altre cose ma da lì in avanti non ricordo nulla, solo il nero e il buio.
e quando mi risvegliai una ventina di minuti dopo ero sulla poltrona, e con Gioia c’era solo la dottoressa che sembrava le stesse… parlando.
“ehi, guarda chi si è svegliato…” sentii dire alla dottoressa, non sapevo se rivolta a me oppure a…
“su coraggio” disse proprio a me, “vieni a vedere chi è tornato tra noi…”
mi alzai malfermo sulle gambe, dovetti puntellarmi con le mani sulle ginocchia e quando raddrizzai la schiena Gioia era lì che mi guardava, e sorrideva.
“ciao amore mio…” sussurrò abbozzando un sorriso, e allora crollai.
mi chinai su di lei e le accarezzai la fronte, aveva preso un po’ di colore ma era ancora pallidissima e gli occhi sembravano tristi.
“ciao tesoro…” le sussurrai, “c-come stai… io… non…” provai a dire ma scoppiai a piangere mi appoggiai con la guancia sul suo ventre, ricordandomi quando era stata ricoverata in ospedale incinta di sette mesi.
sentii le sue mani sulla testa e allora mi tirai su e le presi le sue, erano morbide e calde, mentre le mie erano fredde: Gioia mi sorrideva, amorevole, e con un gesto della mano mi chiese di avvicinarmi, lo feci ma non osai baciarla, la vidi deglutire un paio di volte e poi sussurrò “perdonami…”
