Quando finii di parlare, calò di nuovo il silenzio. Giulia aprì gli occhi. Si sollevò sui gomiti e mi guardò. Non c'era malizia, non c'era rabbia. C'era un'incertezza infantile e dolorosa. «Franci...» sussurrò. «Con me ti annoieresti?»
La domanda di Giulia rimase sospesa nell'aria fresca della camera. Con me ti annoieresti? C'era una vulnerabilità così disarmante in quegli occhi scuri che, per un attimo, dimenticai tutto il resto. Dimenticai l'audio, il ricatto, la sorella che stava lavorando a pochi chilometri di distanza.
Feci un sorriso lento, scuotendo la testa. «Non mi annoierei mai con te, mocciosa,» le sussurrai, la voce roca. «Sarebbe fisicamente impossibile.»
Per dimostrarglielo, ribaltai improvvisamente le posizioni. Con un movimento fluido, la feci rotolare sulla schiena, bloccandole i polsi sopra la testa con una sola mano, mentre mi posizionavo a cavalcioni sui suoi fianchi. Giulia sussultò, gli occhi che si accendevano di una luce nuova, un misto di sorpresa e pura lussuria.
«Che fai?» ansimò, il petto che si alzava velocemente.
«Ti faccio passare la noia,» mormorai, abbassando il viso sul suo collo. Iniziai a baciarla, alternando morsi leggeri a leccate lente e umide lungo la linea della clavicola, facendola fremere. La mia mano libera scivolò giù, accarezzando la curva del suo fianco nudo, per poi risalire e chiudersi attorno al suo seno piccolo e sodo. Le massaggiai la carne, pizzicando il capezzolo turgido tra il pollice e l'indice. Giulia inarcò la schiena, un gemito lungo e vibrante che le sfuggì dalle labbra dischiuse.
Scesi con i baci lungo il suo sterno, tracciando la linea piatta del suo addome con la lingua. I suoi muscoli si contraevano a ogni mio tocco. Quando arrivai all'elastico invisibile della sua intimità, le mie dita iniziarono a stuzzicarla, sfiorando appena il clitoride ancora sensibile, scivolando sul bagnato che avevamo creato prima. Lei si divincolò sotto la mia presa, stringendo forte le cosce contro i miei fianchi. «Franci... mh... basta giocare...» piagnucolò, cercando di alzare il bacino per cercare una frizione più profonda.
«Sei tu che avevi paura di annoiarti,» la presi in giro, soffiando aria calda sulla sua pelle umida, prima di far scivolare due dita dentro di lei, lente e inesorabili, riprendendo a esplorare il suo corpo con una dedizione che la faceva letteralmente impazzire. Era un gioco erotico di potere e complicità, fatto di sospiri, pelle d'oca e risate soffocate contro i cuscini. Per quasi un'ora, le feci dimenticare ogni insicurezza, amandola con il corpo in modo totale, carnale e sfacciato.
Quando l'energia si esaurì, lasciando spazio a una stanchezza appagata, ci ritrovammo seduti sul letto. Io mi ero infilato i boxer e stavo cercando la mia maglietta sul pavimento. Giulia era seduta a gambe incrociate, i capelli neri arruffati, coperta a malapena dal lenzuolo.
Si passò una mano tra i capelli, cercando di districare un nodo. Si sfilò l'elastico nero di spugna dal polso, passandoselo tra le dita. Guardò il comodino, poi guardò me. L'ombra della realtà stava tornando a oscurare la stanza.
«Lei lascia cose qui?» mi chiese, la voce improvvisamente più bassa, quasi timida.
Mi fermai con la maglietta a mezz'aria. La guardai. «A volte,» risposi, sincero.
Giulia continuò a torturare l'elastico tra le dita, senza incrociare il mio sguardo. «Io no, vero?»
Il mio petto si strinse. Sapevo quanto quella risposta le avrebbe fatto male, ma eravamo tornati nel mondo reale. «Meglio di no, Giulia.»
Lei sorrise. Fu un sorriso spezzato, amaro, un tentativo di fare la dura che le riuscì solo a metà. «Certo. Segreto di stato.»
Mi voltai per un secondo, per raccogliere i suoi jeans gettati vicino alla porta e passarglieli. In quella frazione di secondo in cui le davo le spalle, Giulia prese la sua decisione. Non voleva lasciare una bomba a orologeria. Non voleva che Erika trovasse qualcosa e facesse una scenata. Era un gesto da fidanzata fallita, un atto di pura, disperata malinconia. Sollevò appena l'angolo del mio cuscino, quello su cui avevo dormito io, e ci fece scivolare sotto l'elastico nero. Lo coprì bene.
Quando mi girai a porgerle i pantaloni, lei era impassibile. Ma dentro di sé, si aggrappava a quel minuscolo pezzo di stoffa nascosto nel buio. Qualcosa di mio è rimasto lì. Una reliquia silenziosa per ricordarle che quella notte, per quelle tre ore, quel letto era stato suo.
La bolla si ruppe definitivamente mezz'ora dopo. Eravamo sdraiati, Giulia indossava solo una mia vecchia t-shirt grigia che le arrivava a metà coscia. Il profumo del detersivo si mescolava a quello del nostro sesso. Poi, lo schermo del mio telefono si illuminò. E questa volta, la suoneria ruppe il silenzio.
Erika.
Giulia smise di respirare. Io afferrai il telefono, il cuore che riprendeva a battere all'impazzata. «Pronto?» risposi, cercando di schiarirmi la voce.
«Ehi, amore,» rispose Erika. Aveva la voce stanca, impastata dalla stanchezza del pronto soccorso, ma stranamente calma. «Ho appena finito il turno. Mi cambio e arrivo. Mezz'ora e sono da te.»
«Okay. Ti aspetto,» dissi, la voce piatta, sentendo gli occhi di Giulia bruciarmi sulla pelle.
«A dopo,» chiuse Erika.
Abbassai il telefono. La scadenza era arrivata. Mi aspettavo che Giulia facesse una scenata. Mi aspettavo che si mettesse a piangere, che mi rinfacciasse che l'avevo usata, che minacciasse di nuovo di non andarsene e di farsi trovare lì da sua sorella.
Invece, Giulia fece una cosa che mi spiazzò completamente. Si alzò dal letto. L'orlo della mia maglietta le sfiorò le cosce nude. Si guardò intorno, raccolse i suoi jeans, il reggiseno e la canottiera. Si tolse la mia t-shirt sfilandola dalla testa con un movimento fluido e aggraziato, restando nuda per un istante sotto la luce della stanza, bellissima e fiera.
Si vestì in silenzio. Io la guardavo dal letto, incapace di muovermi, schiacciato dal senso di colpa e dalla tensione. «Giulia...» provai a dire.
«Non dire niente, Franci,» mi interruppe lei, allacciandosi il bottone dei jeans. Infilò le scarpe, si passò le mani sui vestiti per sistemarli. Poi, mi guardò. E nel suo sguardo non c'era l'ombra della ragazzina capricciosa.
C'era una lucidità inquietante. Nel suo essere infantile e ossessiva, aveva appena fatto un salto di consapevolezza. Sapeva che tra mezz'ora Erika avrebbe varcato quella porta. Sapeva che Erika si sarebbe stesa su quel letto, che mi avrebbe baciato, che io le avrei sorriso e avrei finto che fosse tutto perfetto. Ma Giulia sapeva anche un'altra cosa. Sapeva che la fame cruda, la disperazione, la passione violenta e la vulnerabilità che le avevo mostrato quell'ora prima, Erika non le avrebbe avute.
Erika aveva la facciata. Ma Giulia si era presa il fondo oscuro della mia anima. Una parte di me, la più vera, taciuta e spaventosa, ora era sua. Non di sua sorella, non della fidanzata perfetta. Solo ed esclusivamente sua.
Prese la borsa dal divano. Si fermò un secondo sull'uscio, girandosi a guardarmi per l'ultima volta. «Apri le finestre,» mi disse, con un piccolo, diabolico sorriso sulle labbra. «O capirà subito che mi hai scopata a morte.»
E senza aspettare risposta, si chiuse la porta alle spalle, lasciandomi solo nel silenzio della mia stessa rovina.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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A tutte le "Giulia" nel mondo... puoi trovare di meglio fidati vai in terapia fatti aiutare e trova una persona che ti vuole veramente perché uno che tradisce la fidanzata con la sorella e la cugina non si merita di essere amato o venerato e a tutte le "erika" apri gli occhi fai attenzione non pensare aolo al lavoro e al sesso