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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 1
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Capitolo 1 di 10 26 min di lettura

L’odore della sua figa

l’evento scatenante che fa nascere la forte attrazione che franci prova per giulia.

Alessia
6 mesi fa · 3k letture · 5

Lei sbuffò, ma ormai il malumore era passato. Si alzò dal letto, stiracchiandosi leggermente. La stoffa del top si sollevò, scoprendo l'ombelico e la linea morbida del ventre umido. Dovetti distogliere lo sguardo per non impazzire.

Uscimmo dalla camera insieme. Nel corridoio le nostre strade si divisero: Giulia mi fece una linguaccia complice prima di svoltare verso il bagno e chiudersi la porta alle spalle. Io rimasi fermo un secondo, prendendo un respiro profondo per far rallentare il cuore e riprendere il controllo del mio corpo. Poi, con l'odore della sua pelle sudata ancora impigliato nelle narici, scesi le scale verso la cucina, dove mi aspettavano Erika e sua madre.

L'aria odorava di sugo, basilico e pura, banale normalità familiare. Un contrasto allucinante con il cortocircuito oscuro che mi stava divorando il cervello.

Erika stava sistemando i bicchieri sul tavolo, l'espressione ancora un po' tirata per la litigata, mentre sua madre armeggiava ai fornelli. «Franci, tesoro,» esordì la donna, girandosi verso di me con un sorriso stanco ma affettuoso. «Visto che sei in piedi, mi faresti un favore gigantesco? Ho lasciato il telefono sul comodino in camera mia, mi serve per controllare i tempi di cottura di una ricetta.» «Certo, vado subito,» risposi prontamente. «E già che sei di sopra,» aggiunse Erika, sbuffando, «urla a quella mocciosa di muoversi a fare la doccia, o finisce che mangiamo freddo per colpa sua.»

Annuii, girai sui tacchi e ripercorsi le scale a ritroso. Il cuore aveva ricominciato a battermi in modo strano, un tambureggiare sordo e pesante contro le costole.

Presi il telefono dal comodino in camera da letto e subito dopo, andai verso la porta del bagno, accanto alla camera dei genitori.

Pensavo di bussare forte sul legno per farla sbrigare, ma quando arrivai a un metro di distanza, mi bloccai di colpo.

La porta non era chiusa. Giulia l'aveva lasciata accostata, creando una fessura di appena un paio di dita. Un invito involontario al disastro per cui non era minimamente preparata.

Mi avvicinai per aprirla e dirle di muoversi, ma lo spettacolo che mi si parò davanti attraverso quello spiraglio mi paralizzò all'istante, prosciugandomi tutta la saliva in bocca.

Giulia aveva sfilato i leggings e il top sportivo. Era seduta in pizzo sul bordo del bidet, con le gambe snelle e toniche leggermente divaricate. Il suo torace era completamente nudo. La luce alogena dello specchio le accarezzava la pelle chiara, ancora lucida per un sottile velo di sudore dell'allenamento che le faceva brillare le clavicole e l'addome piatto. I suoi seni, liberati dalla costrizione del top, erano piccoli ma pieni, incredibilmente sodi, con i capezzoli turgidi e arrossati che puntavano in avanti, fremendo a ogni suo respiro corto e affannoso.

Indossava esclusivamente un paio di mutandine color carne, un tessuto velato e sottilissimo che aderiva ai suoi fianchi stretti come una seconda pelle, creando un'illusione di nudità totale che mi mandò il sangue alla testa.

Ma non fu la meraviglia di quel corpo esposto a farmi smettere di respirare. Fu quello che stava facendo.

Giulia aveva la testa piegata all'indietro, i capelli scuri sciolti che le sfioravano la schiena nuda, esponendo la curva delicata della gola. I suoi occhi erano chiusi, serrati nello sforzo del piacere, e quelle labbra carnose, sempre pronte a sputare arroganza, erano socchiuse, lucide di saliva, da cui sfuggivano sospiri bassi, umidi e disperati.

Il braccio destro era abbassato, le dita sottili scivolate audacemente sotto l'elastico teso delle mutandine color carne. Potevo vedere la stoffa tendersi e scurirsi al centro, intrisa del suo stesso umore, mentre la sua mano si muoveva con una foga ritmica, inesorabile. Affondava nel proprio calore, accarezzandosi con un'intensità che tradiva tutta la fame inespressa del suo giovane corpo.

A ogni affondo delle dita, i muscoli delle sue cosce morbide si contraevano. Il bacino si inarcava impercettibilmente verso l'alto, sollevandosi dal bordo di ceramica per spingere il proprio inguine contro la mano, cercando di strappare un piacere ancora più profondo. La mano libera stringeva convulsamente il bordo del bidet, le nocche bianche per la tensione.

Ero fottutamente pietrificato. Il contrasto tra la mocciosa che sbatteva le porte e questa visione carnale, completamente abbandonata al vizio e all'estasi, mi fece esplodere il cervello. L'istinto di spalancare la porta, inginocchiarmi tra quelle cosce divaricate e sostituire le sue dita con la mia bocca mi azzannò lo stomaco. Diventai di marmo in una frazione di secondo, un'erezione dolorosa e pulsante che premeva contro la tela spessa dei miei jeans. Ero il fidanzato di sua sorella, eppure la stavo guardando masturbarsi, drogato da ogni suo gemito strozzato.

«Giulia, porca puttana, muoviti! Vuoi farti pregare?!»

L'urlo sguaiato di Erika rimbombò all'improvviso dal fondo del corridoio, facendomi quasi saltare in aria.

Nel bagno, l'incantesimo si spezzò con la violenza di un vetro in frantumi. Giulia sgranò gli occhi, strappando via la mano dalle mutandine con un sussulto spaventato e stizzito. L'espressione di puro piacere fu istantaneamente cancellata, sostituita dalla sua solita maschera di rabbia e frustrazione.

«Arrivo, cazzo! Un attimo!» urlò di rimando, la voce ancora incrinata per il fiato corto e l'eccitazione mozzata a metà.

Sbuffò sonoramente, alzandosi in piedi di scatto. I suoi seni ondeggiarono leggermente. Con un movimento brusco, agganciò i pollici ai lati di quelle mutandine color carne ormai intrise di lei e se le sfilò lungo le gambe con rabbia. Invece di piegarle, le appallottolò e le lanciò con noncuranza verso la cesta del bucato di vimini vicino alla porta.

Mancò il bersaglio. Il minuscolo pezzo di stoffa umida atterrò esattamente sul pavimento, a una spanna dallo spiraglio da cui la stavo spiando.

Senza nemmeno guardare, Giulia si voltò, mostrando per un istante la curva perfetta e nuda del suo sedere, aprì l'acqua della doccia ed entrò nel box di cristallo. Il rumore scrosciante dell'acqua coprì ogni cosa.

Era il mio fottuto momento. Agii con il pilota automatico, guidato da un'ossessione che aveva appena preso il controllo totale della mia mente.

Veloce e silenzioso come un ladro, spinsi leggermente la porta. Mi chinai in avanti, infilai la mano e afferrai quel frammento color carne.

Il tessuto era rovente. Bagnato in modo osceno proprio al centro, pesante per i suoi umori, e sprigionava un profumo muschiato, dolciastro e intensamente femminile che mi fece tremare i polsi. Trattenni quel trofeo nel pugno chiuso, indietreggiando e richiudendo la porta senza fare il minimo rumore.

Invece di tornare in cucina, feci due passi veloci ed entrai nella camera di Erika. Il mio zaino era appoggiato sulla sedia. Lo aprii con le mani che mi tremavano per l'adrenalina. Spinsi le mutandine bollenti di Giulia nella tasca interna più nascosta, tirando la zip.

Mi passai le mani sul viso, stringendo gli occhi. Ero duro da far male, la testa che mi girava per quello che avevo appena visto e fatto. Avevo il suo intimo sporco nel mio zaino.

Feci un respiro profondo per dissimulare il battito impazzito del cuore, mi sistemai alla meglio i pantaloni, e tornai verso la cucina, pronto a sedermi a tavola accanto a Erika come se nulla fosse successo.

Quel giorno cambiò definitivamente, e in modo irreversibile, il mio modo di guardare la mia cognatina. L'immagine di lei abbandonata al piacere, la mano che affondava tra le cosce, aveva mandato in frantumi ogni barriera morale che mi ero costruito in quegli anni.

A cena, seduto accanto alla mia fidanzata, non riuscivo a pensare ad altro. Masticavo senza sentire i sapori, annuivo meccanicamente ai discorsi della madre di Erika, ma la mia mente era un disco rotto. Ogni volta che alzavo lo sguardo,c'era Giulia. Era seduta di fronte a me, i capelli ancora umidi dalla doccia che le ricadevano sulle spalle, l'aria scazzata di chi vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Nessuno a quel tavolo aveva la minima fottuta idea di cosa avessi nascosto nello zaino in camera. Sentire il profumo del suo bagnoschiuma alla vaniglia aleggiare nell'aria mi faceva pulsare il sangue nelle vene in modo quasi doloroso.

PIÙ TARDI, CAMERA DI ERIKA

«Franci… cazzo, sì… non ti fermare…»

Erika inarcò la schiena contro il piumone sgualcito, le dita affondate nei miei capelli, mentre la sua voce si spezzava in un gemito acuto e disperato.

L'aria nella sua camera era diventata densa, pesante, saturata dall'odore di sesso e pelle accaldata. L'avevo spogliata non appena i suoi genitori erano andati a dormire, spinto da un'eccitazione oscura, spietata, che non aveva nulla a che fare con il romanticismo. Tutta la tensione accumulata in quel pomeriggio allucinante, l'adrenalina per il furto di quelle mutandine, l'immagine di Giulia che si toccava… tutto si stava riversando su Erika in quel momento.

Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, afferrandola saldamente per i glutei per tirarla ancora più stretta contro di me. Affondai dentro di lei con spinte lunghe, profonde e inesorabili, dettando un ritmo selvaggio che le toglieva il respiro.

«Sei… sei bellissimo oggi…» ansimò lei, il viso arrossato, aprendo di più le gambe per accogliermi completamente. «Mi fai impazzire così…»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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