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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 1
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Capitolo 1 di 10 26 min di lettura

L’odore della sua figa

l’evento scatenante che fa nascere la forte attrazione che franci prova per giulia.

Alessia
6 mesi fa · 3k letture · 5

Fino a quel giorno è sempre stata la mia cognatina. La conoscevo da anni e tra noi avevamo sempre avuto un bellissimo rapporto, fatto di prese in giro complici e di quell'istinto di protezione che si riserva a una sorella minore. Quel giorno, però, l'aria in quella casa cambiò in modo irrimediabile.

"E allora dimmi dove cazzo sono finiti, se non li hai presi tu!" sbraitò Giulia, piantandosi le mani sui fianchi stretti, per nulla intenzionata a fare un passo indietro.

"E io ti ho detto che non lo so!" sbottò Erika, alzandosi finalmente dal letto e sistemandosi i jeans stropicciati con gesti nervosi. "Forse se non fossi così disordinata e non passassi la vita a ficcare il naso nelle mie cose, sapresti dove li hai messi. Esci dalla mia fottuta camera, Giulia. Subito."

"Sei solo una suora isterica," la provocò Giulia, indietreggiando verso il corridoio, ma senza perdere quel sorrisetto arrogante che le piegava le labbra morbide. "Meno male che c'è Franci che ti sopporta, perché sei pesante da morire."

Erika divenne rossa di rabbia. Puntò il dito contro la porta. "Sei una ragazzina viziata e insopportabile! Fai tanto la grande, ti vesti in quel modo ridicolo per provocare, ma la verità è che non sai niente del mondo. Sei solo una stupida mocciosa. Cresci, Giulia, perché fai pena!"

L'espressione di Giulia vacillò per una frazione di secondo. La sua inesperienza nel gestire le vere umiliazioni la tradì: l'orgoglio ferito le fece stringere i pugni lungo i fianchi, e i suoi grandi occhi scuri lampeggiarono. Non rispose. Si girò di scatto e sparì nel corridoio.

SBAM.

Il tonfo della porta della sua camera rimbombò per tutta la casa, facendo vibrare i muri.

Fino a quel giorno è sempre stata la mia cognatina. La conoscevo da anni e abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto, quel giorno però, qualcosa cambiò. La sua immagine ribelle e vulnerabile mi si era appena incisa a fuoco nella mente.

Erika sbuffò in modo plateale, passandosi entrambe le mani tra i capelli biondi. Si lasciò cadere di nuovo sul bordo del letto, esausta. "Cioè, ti rendi conto, amore?" mi disse, la voce che tremava di frustrazione, indicando la porta vuota. "Fa ancora queste scenate! Mocciosa è un complimento per lei."

Mi avvicinai, posandole una mano sulla spalla per massaggiarla dolcemente. "Dai, Eri... lo sai com'è fatta," mormorai, recitando la mia parte del fidanzato comprensivo alla perfezione.

"Ma non la sopporto quando fa così!" continuò lei, alzando gli occhi verso di me in cerca di supporto. "Si mette in tiro, indossa quei vestiti aderenti, risponde male perché vuole che la gente la tratti da adulta... e poi sbatte le porte e fa i capricci come una bambina di cinque anni a cui hanno tolto un giocattolo. È un'immatura. E tu sei fin troppo paziente con lei."

Annuii in silenzio. Ma dentro di me, il sangue stava bruciando. Erika non capiva un cazzo. Quei vestiti non la facevano sembrare una bambina; la rendevano un bersaglio fottutamente perfetto. La sua arroganza non era fastidiosa, era un invito a spezzarla.

"Erika! Muoviti a scendere, i piatti non si mettono a tavola da soli!" La voce di sua madre tuonò dal piano di sotto, secca e autoritaria.

Erika alzò gli occhi al soffitto con una smorfia di dolore. "Ecco, ci mancava solo lei. Vado, prima che inizi a urlare e mi faccia venire il mal di testa." Si alzò, dandomi un bacio veloce a fior di labbra, totalmente ignara della tensione malata che mi paralizzava. "Tu aspettami qui. O scendi tra un po'."

Uscì dalla stanza. Il silenzio calò di colpo. L'erezione premeva ancora contro la zip dei miei jeans, dolorosa e pulsante, ma ora non era più per Erika. Fissai il corridoio vuoto, lo sguardo incollato alla porta chiusa in fondo.

Così, decisi di fare il bravo cognato e andare a tirare su Giulia.

Percorsi i pochi metri che ci separavano a passi lenti e calcolati. Non bussai. Abbassai la maniglia e spinsi la porta: nella foga, non l'aveva chiusa a chiave.

La stanza era in penombra, le tapparelle socchiuse per tenere fuori il caldo asfissiante di quel pomeriggio estivo. Giulia era sdraiata a pancia in giù sul suo letto. Indossava ancora i pantaloncini aderenti e il top sportivo. Aveva il viso affondato nel cuscino e le gambe piegate all'indietro. I suoi piccoli piedi scalzi, lucidi per un leggero velo di sudore, si muovevano nervosamente per aria, disegnando cerchi invisibili che tradivano tutta la sua frustrazione infantile.

Sentendo la porta aprirsi, sollevò la testa di scatto. I suoi occhi erano lucidi di rabbia.

"Che cazzo vuoi?" sputò subito, mettendosi a sedere e incrociando le braccia sul petto, sulla difensiva. "Ti manda lei a farmi la morale? O sei venuto a difendere la tua fidanzatina perfetta?"

Entrai e chiusi la porta alle mie spalle. Il rumore metallico della serratura che scattava sembrò divorare tutta l'aria nella stanza. "Nessuno dei due," risposi, la voce bassa, quasi raschiata. Mi avvicinai al letto. "Volevo solo vedere come stavi."

"Non me ne frega un cazzo di quello che dice Erika," sibilò, alzando il mento con la sua adorabile, patetica arroganza. "Mi tratta da mocciosa solo perché è gelosa. Non ho bisogno della tua pietà, Franci. Torna di là."

Invece di andarmene, feci un passo avanti e mi sedetti sul bordo del letto. Sorrisi, scuotendo la testa. Allungai una mano e le afferrai un braccio, tirandola leggermente verso di me con una mossa fluida, per smontare quella sua posa da dura.

"Mamma mia, quanto veleno in un corpo così piccolo," la presi in giro, usando il tono leggero e fraterno di sempre, quello che usavo per disinnescarla. "Non mordo, Giù. E farti scoppiare il fegato per le cazzate di tua sorella non cambierà le cose."

Lei oppose una debole resistenza, poi sbuffò, lasciando cadere le braccia. La tensione nelle sue spalle si allentò. Si mise a gambe incrociate di fronte a me; il tessuto sottile dei leggings si tese in modo osceno sulle sue cosce sode.

"È lei che è insopportabile," borbottò, tenendo lo sguardo basso per nascondere il fatto che ci era rimasta male. "Mi tratta come se fossi una bambina. Hai visto come mi guarda? Come mi parla? È convinta di essere l'unica donna adulta di questa casa."

Mentre parlava, la osservai. Era tutto fottutamente ovvio, e per certi versi quasi tenero nella sua arroganza. Il top sportivo tirato un po' troppo giù per evidenziare la scollatura, l'atteggiamento strafottente, perfino quel velo di trucco impeccabile che aveva tenuto su nonostante fosse appena tornata distrutta dalla palestra. Giulia stava facendo di tutto per sembrare più grande. Non lo diceva apertamente, ma urlava disperatamente il bisogno di essere guardata come si guarda una donna, non una bambina.

Se solo sapessi come ti sto guardando io in questo momento, pensai, sentendo un nodo stringermi lo stomaco.

"Non sei una bambina, Giulia," le dissi, abbassando istintivamente la voce e piantando i miei occhi nei suoi. "Lo sappiamo entrambi che non lo sei. Ma se le fai la guerra urlando per un paio di auricolari, le servi la scusa su un piatto d'argento."

Le mie parole ebbero l'effetto sperato. Si sentì validata, capita. L'aggressività svanì dal suo viso, sostituita da un'espressione dolce e grata. E poi, senza alcun preavviso, si sporse in avanti e mi gettò le braccia al collo.

Fu un abbraccio d'impulso, totalmente fraterno e innocente da parte sua. Ma per me fu come infilarmi le dita in una fottuta presa di corrente.

Il suo corpo minuto e caldo si schiacciò contro il mio petto. Sentii la pressione morbida ed elastica dei suoi seni premere contro la mia maglietta, sprovvisti di qualsiasi imbottitura sotto quel top sottile. L'odore della sua pelle, un mix dolciastro di profumo e l'odore acre e muschiato del sudore dell'allenamento in palestra, mi invase le narici facendomi annebbiare la vista. Le mie mani si appoggiarono d'istinto sulla sua schiena nuda: la pelle era umida, bollente, e scivolosa sotto i miei polpastrelli. Potevo sentire il calore emanato dal suo inguine attraverso i pantaloncini sfiorare la mia coscia. La mia eccitazione, che si era a malapena assopita, tornò a pulsare con una violenza dolorosa, gonfiandosi contro la cerniera dei jeans.

Chiusi gli occhi, stringendo i denti, lottando contro l'istinto primordiale di ribaltarla su quel piumone, bloccarle i polsi e infilarle una mano nei pantaloni.

Deglutii a fatica e, facendo appello a ogni grammo di autocontrollo che possedevo, le presi le spalle e la allontanai dolcemente, prima di non poter più nascondere il rigonfiamento nei pantaloni.

"Ok, ok, tigrotta, piano," dissi, forzando una mezza risata per mascherare il fiato corto. "Va bene l'affetto, ma sei letteralmente fradicia. Puzzi di sala pesi lontano un miglio."

Giulia arrossì di colpo, sgranando gli occhi, e mi diede uno spintone scherzoso sul petto, ritirandosi subito. "Ma vai a cagare, Franci! Non puzzo!" esclamò, fingendosi offesa ma sorridendo.

"Sei tutta sudata, fidati," ribattei, alzandomi in fretta e facendo attenzione a tenerle la schiena. "Vai a cambiarti e a farti una doccia, dai. Prima che ti prendi un colpo di freddo con gli sbalzi di temperatura."

Prima di andare avanti…

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