Sorrisi, un sorriso vero, e le accarezzai la guancia. Iniziai a sfilarle la maglietta aderente, tirandola su con lentezza. Sotto, comparve il completino di pizzo nero che si era messa dopo la doccia. Era bellissimo, provocante, ma glielo dissi con la voce più dolce che avevo: «Questo intimo di pizzo non ti serve, Giulia.»
«Non ti piace?» si allarmò lei, arrossendo.
«Mi fa impazzire. Ma non ti serve per sentirti all'altezza. Non ti serve per competere con tua sorella. Perché io con te sto già bene.» Per smorzare quella tensione che minacciava di farla piangere, le feci scivolare le mani sui fianchi e, all'improvviso, iniziai a farle il solletico sui fianchi e sulla pancia.
Giulia sgranò gli occhi, e poi scoppiò a ridere. Una risata cristallina, forte, infantile. «Fermati! Dai, Franci, no!» squittì, divincolandosi, cercando di spingermi via mentre io continuavo a tormentarla, ridendo con lei. Crollammo entrambi sul materasso, lei sulla schiena, io a cavalcioni sulle sue ginocchia, in una lotta giocosa e piena di allegria. Per un minuto intero, la stanza si riempì solo di risate, di prese in giro, di una giovialità luminosa che spazzò via i fantasmi di Erika e i sensi di colpa.
Quando ci fermammo, senza fiato, io ero chino su di lei. Il suo sorriso si addolcì, trasformandosi in qualcosa di denso, profondo. «Oggi non sono stata un errore,» mormorò.
La guardai negli occhi. «No.»
«Dillo.»
«Oggi non sei stata un errore.»
Lei mi accarezzò il viso con entrambe le mani. «E stanotte?»
«Stanotte resti.»
E quella fu la miccia. La tenerezza svanì, bruciata all'istante da un'ondata di pura lussuria. Le mie mani scivolarono sotto il suo fondoschiena, afferrando il suo culetto sodo e perfetto. Lo strinsi con forza, quasi con violenza, impastando la carne viva sotto il pizzo, sollevandole il bacino per premere il suo sesso contro il mio inguine.
Giulia gemette, inarcando la schiena. Con un movimento rapido le slacciai il reggiseno nero, liberando i seni piccoli e alti. Mi chinai su di lei come un affamato. Iniziai a succhiarle le tette con foga, la lingua che roteava sui capezzoli durissimi, i denti che li mordicchiavano, tirandoli dolcemente fino a farle rovesciare la testa all'indietro. Giulia ansimava, le mani affondate nei miei capelli.
I suoi piedi nudi scivolarono lungo le mie gambe, sfregando contro i miei polpacci in una carezza provocante. Io le afferrai una caviglia. Le baciai il polpaccio, salendo, per poi prendere il suo piede tra le mani. Le accarezzai la pianta, baciai il dorso, e mi spinsi a prenderle l'alluce in bocca, succhiandolo con una lentezza oscena. Quel gesto di totale, perversa devozione la mandò fuori di testa; Giulia si contorse sul letto, bagnandosi a dismisura, implorandomi con suoni sconnessi.
Le strappai via gli slip, lanciandoli sul pavimento. Infilai la mano tra le sue cosce spalancate. Era fradicia. Iniziai a stimolarle il clitoride con il pollice, un ritmo serrato e implacabile, mentre le baciavo il collo, mordendole la pelle delicata. Poi, scivolai dentro con un dito, e lei urlò, un gemito lungo e libero, senza la paura che qualcuno potesse sentirla.
«Il comodino...» ansimò lei, la voce rotta, stringendomi le spalle. Sapevo cosa voleva. Allungai la mano, presi la boccetta di lubrificante di Erika. «Non ne hai bisogno, sei un lago,» le sussurrai, baciandole le labbra. «Lo so. Ma voglio che lo usi per me,» rispose, con la solita testardaggine. Versai una goccia sulle mie dita, mescolandola ai suoi umori, e gliela spalmai sull'ingresso, godendo di quel contrasto freddo e bollente.
Poi, la feci girare. Si mise a carponi, la schiena inarcata, offrendosi completamente a me. Mi posizionai dietro di lei. Le afferrai i capelli con una mano, tirandole la testa appena all'indietro per esporre il collo, e con un colpo secco e preciso la penetrai fino in fondo.
«Ah! Franci... Dio!» urlò Giulia. I suoi interni erano strettissimi, caldi e pulsanti. Iniziai a muovermi con foga, le mie anche che sbattevano contro i suoi glutei nudi producendo un rumore schioccante e carnale. La tenevo ferma per i capelli, dominandola, assecondando la violenza della nostra passione. I movimenti erano profondi, inesorabili. Giulia gemeva a voce alta, le mani aggrappate alle lenzuola, rispondendo a ogni mia spinta con un colpo di reni che mi faceva sprofondare ancora di più in lei.
Sentii che era vicina, i suoi muscoli tremavano. Ma all'improvviso lei si puntellò sui gomiti. «Girati...» ansimò, divincolandosi appena. «Voglio guardarti. Voglio la tua bocca.»
Uscii da lei per un istante, la feci voltare sulla schiena e mi gettai di nuovo sopra di lei, penetrandola in posizione missionaria, affondando il mio bacino contro il suo. Giulia mi cinse la vita con le gambe, incrociando le caviglie dietro la mia schiena per tirarmi ancora più dentro. La nostra bocca si unì in un bacio disperato, vorace, mentre il ritmo delle mie spinte diventava frenetico. L'intensità era accecante. I nostri sudori si mescolarono.
«Sono tua...» mi sussurrò contro le labbra. «Franci, vengo... vengo!» Le sue gambe iniziarono a tremare violentemente. Le pareti della sua vagina si contrassero attorno a me in una morsa d'acciaio, uno spasmo così intenso che le strappò un urlo strozzato. Fu un orgasmo potentissimo, ma io non mi fermai. Continuai a spingere, mantenendo il ritmo implacabile, e pochi secondi dopo, il suo corpo si tese di nuovo come una corda di violino. Venne per la seconda volta, urlando il mio nome senza alcun timore, le unghie conficcate nella mia schiena. Quel secondo climax di Giulia mi trascinò oltre il limite. Svuotai tutto me stesso dentro di lei con un lamento gutturale, collassando sul suo petto, mentre i nostri cuori martellavano all'unisono nel silenzio improvviso della stanza.
La mattina dopo, la luce dorata del sole filtrava attraverso le tapparelle semichiuse, disegnando strisce luminose sul parquet. Giulia si svegliò prima di me. Aprì gli occhi e, per la prima volta nella sua vita, non dovette scappare, non dovette rivestirsi in fretta in un bagno o sgattaiolare fuori da un'auto. Era lì, distesa nel mio letto, dopo una notte intera.
Si mosse piano, per non svegliarmi. Guardò la stanza con occhi nuovi. Vide la sua felpa sulla sedia. Vide la porta del bagno socchiusa, sapendo che lì dentro c'era il suo spazzolino. E poi guardò me, che dormivo profondamente al suo fianco, con un braccio ancora mollemente abbandonato sul suo fianco nudo. Il suo petto si gonfiò di una felicità immensa, pura, ma subito incrinata dal terrore acuto che potesse svanire tutto.
Il silenzio fu interrotto da una vibrazione sul comodino. Giulia allungò il braccio, prendendo il suo telefono dal caricabatterie.
Un messaggio da sua madre. Mamma: «Buongiorno tesoro, tutto bene da Marta?»
Giulia guardò me che dormivo. Poi guardò lo schermo, con un piccolo, segreto sorriso sulle labbra. «Sì, mamma, tutto benissimo.»
Posò il telefono, ma vibrò di nuovo quasi subito. Un'altra notifica. Il nome sul display le fece fermare il cuore per un secondo.
Erika: «Giuli, mamma mi ha appena detto che stanotte hai dormito da Marta. Divertiti, ma cercate di non fare troppo casino come al solito.»
Giulia fissò quelle parole. Sua sorella, in viaggio, convinta che lei fosse in una stanzetta a fare pettegolezzi con un'amica. E lei, nuda, marchiata, appagata, tra le lenzuola del fidanzato di quella stessa sorella. Era il paradosso perfetto della sua vita.
Giulia sorrise piano. Un sorriso bellissimo, malinconico e spietato. Le sue dita volarono sulla tastiera, digitando la risposta con una calma assoluta.
«Tranquilla, Eri. Stanotte ho fatto la brava.» Poi bloccò il telefono, si rannicchiò contro il mio petto caldo e chiuse gli occhi.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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