A un certo punto, Giulia aprì gli occhi e si fermò, fissando la mia mano che le sistemava una ciocca dietro l'orecchio. Sembrava colpita, quasi spaventata da quella dolcezza. «Lo fai anche con lei?» sussurrò.
Mi bloccai. Spensi il phon. La guardai, il clima che minacciava di incrinarsi. Ma Giulia capì subito. Si morse il labbro, abbassando lo sguardo. «No. Scusa,» si corresse in fretta, la voce sottile. «Oggi non dovevo chiederlo.» Era un passo avanti enorme. Stava imparando a proteggere quello che avevamo in quel momento, senza avvelenarlo.
Per l'appuntamento scelsi un posto fuori zona. Una paninoteca rustica, mezza all'aperto, a venti minuti di macchina dal nostro quartiere, dove le probabilità di incrociare amici di Erika o sua madre erano vicine allo zero.
Parcheggiai l'auto in una strada sterrata e buia. Quando scendemmo, Giulia era un fascio di nervi. Camminava rigida, guardandosi intorno. Quando le fui accanto, d'istinto, allungai la mano e presi la sua. Le sue dita si intrecciarono alle mie, ma strinse troppo forte. Una presa spasmodica, disperata, come se temesse che potessi evaporare.
Mentre camminavamo verso le luci del chiosco, sotto i lampioni, la guardai con la coda dell'occhio. Senza il trucco pesante, con i capelli un po' gonfi, sembrava esattamente quello che era: una bellissima ragazzina, sembrava più grande si, ma pur sempre una ragazzina. Io ero più grande. Per un istante, il peso della differenza d'età, del giudizio degli estranei, mi schiacciò il petto. Mi chiesi se la gente ci stesse guardando, se stessero pensando che ero un viscido, uno che se ne approfittava. Ma poi Giulia mi strinse di nuovo la mano, il suo pollice che accarezzava il mio dorso in un gesto goffo e tenero, e ci passai sopra. Fanculo gli altri. Fanculo le apparenze. La volevo lì con me.
Arrivati al chiosco, mi feci avanti per aprirle la porta di plastica che riparava i tavoli all'aperto. Lei passò sotto il mio braccio, arrossendo vistosamente. Per non darlo a vedere, sparò una battuta sarcastica. «Che gentiluomo. Hai paura che mi rompa un'unghia?»
«Cerca di abituarti,» le risposi, tirandole indietro la sedia di plastica.
Si sedette, rigidissima. Non sapeva come comportarsi. Quando arrivò il cameriere, cambiò idea sull'ordine tre volte, incespicando sulle parole, agitata dal fatto che la stessi guardando. Quando portarono i vassoi, la situazione divenne teneramente ridicola. Rideva troppo forte alle mie battute. Allungava la mano per rubarmi le patatine fritte dal piatto, cercando di sembrare la fidanzata spontanea e giocherellona dei film, ma il gesto era meccanico, studiato. Ogni due minuti, i suoi occhi guizzavano verso il mio telefono appoggiato a faccia in giù sul tavolo, per controllare se lo stessi guardando.
A metà panino, si fermò. Si pulì la bocca con il tovagliolo e mi guardò dritta negli occhi. «È questo un appuntamento?» chiese.
«Credo di sì,» risposi, addentando una patatina.
Lei inarcò un sopracciglio, insicura. «Credo?»
Smisi di masticare. La guardai seriamente. «Sì, Giulia. È un appuntamento.»
Lei provò a fare la disinvolta, appoggiando la schiena alla sedia. «Carino. Potevi dirmelo, mi vestivo meglio.» Ma le labbra le tremarono, tradendola, e si aprirono in un sorriso larghissimo, luminoso, perché in realtà era la ragazza più felice del mondo.
Eppure, l'inesperienza emotiva restava lì, in agguato. Mentre mangiavamo, il suo sguardo cadde su un tavolo vicino. C'era una coppia di ragazzi, più o meno della sua età. Si imboccavano, ridevano, si scattavano un selfie senza pensarci, senza nascondersi, senza il peso di un segreto che li stava schiacciando. Il sorriso di Giulia si spense gradualmente. L'ombra della sua realtà tornò a coprirle il viso.
«Io non so se mi sto comportando bene,» mormorò, abbassando gli occhi sulle sue patatine mezze fredde.
Allungai la mano sopra il tavolo e le presi le dita. «Non devi comportarti bene, Giulia.»
Lei scosse la testa, gli occhi che le diventavano lucidi. «Con te devo sempre capire cosa posso fare,» confessò, ed era il cuore pulsante di tutta la sua insicurezza, della sua tossicità. Non aveva mai avuto uno spazio sicuro. Aveva sempre dovuto combattere, rubare, elemosinare.
Pagai il conto e uscimmo. Il cielo era terso, l'aria notturna era calda. Ci appoggiammo al cofano della mia macchina, mangiando un gelato preso lì accanto. Il silenzio tra noi era denso, ma per la prima volta non era ostile.
Poi, lei tirò fuori il telefono dalla tasca dei jeans. Lo sbloccò, aprendo la fotocamera. «Facciamo una foto.»
Il mio corpo si irrigidì istintivamente. Ero abituato ai suoi ricatti, alle foto scattate di nascosto per distruggermi. «Giulia...» iniziai, facendo un passo indietro.
«Non la pubblico,» si affrettò a dire lei, la voce che si incrinava, tenendo il telefono stretto. «Non la mando a Erika. Lo giuro.»
«Non è quello il punto.»
Giulia abbassò il telefono. Mi guardò nel buio della strada, illuminata solo dal lampione arancione. «Lo so,» sussurrò, e la sua voce era un filo di vetro rotto. «Il punto è che non vuoi esistere accanto a me.»
Silenzio. Quella frase mi trapassò lo sterno. Faceva male perché era fottutamente vera. L'avevo trattata come un fantasma, come una colpa da cancellare ogni volta che mi abbottonavo i pantaloni. Ora, mi stava chiedendo solo una prova per se stessa. Voleva una prova da fidanzata.
Sospirai. Mi avvicinai di nuovo al cofano. Afferrai la sua mano sinistra, intrecciando le mie dita alle sue, e la appoggiai sul metallo freddo della carrozzeria. Mi misi dietro di lei, il mio petto contro la sua schiena, e le circondai la vita con l'altro braccio. «Scatta,» le dissi all'orecchio.
Giulia alzò il telefono. Non ci inquadrò in faccia. Scattò una foto in cui si vedeva solo il riflesso scuro della macchina, le nostre mani intrecciate, il mio braccio attorno alla sua vita, illuminati dalla luce calda del lampione. I volti erano tagliati, nascosti nell'ombra. Era ambigua, incomprensibile per chiunque altro. Ma per noi era chiarissima.
Giulia guardò lo schermo. Guardò quell'immagine sfocata, imperfetta, eppure reale. I suoi occhi si riempirono di lacrime che non lasciò cadere. La guardò come se avesse appena trovato un tesoro inestimabile.
«Questa non è una minaccia,» mormorò, stringendosi al mio petto.
Mi chinai a baciarle il collo. «Allora cancellala.»
«No,» rispose lei, bloccando lo schermo e stringendosi il telefono al petto. Si voltò a guardarmi, con un sorriso feroce e dolcissimo. «Questa è mia.»
Quando aprimmo la porta di casa mia, la notte ci accolse con un silenzio che sembrava pesare tonnellate. Non c'era l'urgenza rabbiosa dell'ultima volta, non c'erano vestiti strappati in corridoio. C'era una lentezza nuova, domestica, che rendeva tutto fottutamente reale.
Giulia andò in camera. Tirò fuori il caricatore dal borsone e lo attaccò alla presa. Andò in bagno e appoggiò il suo spazzolino nel bicchiere, proprio accanto al mio. Tornò di là, si sfilò la felpa e la piegò, ma lo fece male, con le mani che le tremavano impercettibilmente, lasciandola storta su una sedia. Stava marchiando il territorio, ma si muoveva in punta di piedi.
Si fermò ai piedi del letto. Fissò il materasso per lunghi secondi, poi alzò lo sguardo su di me. «Da che lato dormo?» chiese.
Mi bloccai. Involontariamente, i miei occhi scattarono verso il lato sinistro. Il lato di Erika. Il lato in cui lei dormiva, in cui teneva un elastico per capelli nel cassetto, in cui la mattina allungava il braccio per cercarmi.
«Dove vuoi,» risposi, cercando di mascherare l'esitazione.
Giulia capì subito. Abbassò lo sguardo, stringendo le braccia attorno al petto. «No. Dimmi dove non dà fastidio.»
Quella frase fu devastante. Rivelava tutto il suo dramma: anche nel momento in cui otteneva la sua notte da fidanzata, sapeva perfettamente di essere un'intrusa. Sapeva di star rubando un posto che non le apparteneva.
Mi avvicinai. Le presi delicatamente i polsi, sciogliendo l'incrocio delle sue braccia, e la tirai verso di me. «Sei stata di legno per tutto l'appuntamento,» le mormorai, accarezzandole le braccia nude. «Eri rigida come un pezzo di marmo.»
Lei non si ritrasse, ma appoggiò la fronte contro il mio petto. «Lo so,» sussurrò. «È che... è la prima volta che mi tratti davvero così. Fuori. Tra la gente. Ed è tutto nuovo. Strano. Spiazzante.» Alzò il viso, gli occhi enormi e lucidi. «Franci, io sono abituata a lottare per avere cinque minuti di nascosto. Questa cosa mi fa una paura fottuta.»
